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Economia di comunione nella liberta’




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ECONOMIA DI COMUNIONE NELLA LIBERTA’

                                          



                                             

                                       “La  modalità   esistenziale     dell’avere,   

                                                       l’atteggiamento imperniato sulla proprietà          

                                                       e  il  profitto,  inevitabilmente   produce  il

                                                       desiderio   –anzi  il  bisogno-  di  potere .

                                                       Secondo   la   modalità  dell’essere ,  la

                                                       felicità  consiste   invece     nell’amare ,

                                                       nel condividere, nel dare.”

                                                         ERICH FROMM[1]

 


         1   IL  PROGETTO  ECONOMICO

 La proposta di Economia di Comunione viene lanciata nel 1991 da Chiara Lubich, presidente e fondatrice del Movimento dei Focolari. In una cittadina del Brasile  -paese di forti contrasti e di grandi sperequazioni-  nasce l'idea di una economia capace di superare le contraddizioni del presente e di orientare uomini e popoli all’idea del mondo unito: l'Economia di Comunione, nella libertà.  Pur confermando l’importanza del principio della proprietà privata e della libera iniziativa, l’economia di comunione propone di condividere capitali, conoscenze tecniche, capacità, consulenza. per far sorgere industrie e aziende che a loro volta abbiano degli utili da mettere in comune per sostenere chi è nel bisogno e per diffondere questo nuovo modo di fare economia .

Questa, in sintesi, la proposta del progetto economico chiamato Economia di Comunione. Con esso si ipotizza un uso attivo dei beni: non ci si limita a donarli, ma li si mette in circolo nel tessuto sociale perché ne producano altri.

Dal punto di vista pratico, la novità assoluta di Economia di Comunione consiste nella tripartizione degli utili secondo destinazioni ben precise:

1) gli investimenti per l’impresa stessa

2) il sostegno a chi é nel bisogno

3) un contributo a diffondere questa nuova cultura del dare

    e del condividere.

'Qui, sotto la spinta della comunione dei beni dovrebbero sorgere delle industrie, delle aziende(). La gestione di tali imprese dovrebbe essere affidata ad elementi capaci e competenti, in grado di far funzionare queste aziende con la massima efficienza e ricavarne degli utili.

'E qui sta la novità: questi utili dovrebbero essere messi in comune.

'Dovrebbe nascere così una Economia di Comunione della quale questa cittadella[2] costituirebbe un modello, una città pilota.  Anche noi pensiamo certamente ad un capitale, ma l'utile lo vogliamo mettere in comune liberamente.  E per quali scopi?

() per aiutare quelli che sono nel bisogno, per dar loro da vivere, per aver modo di offrir loro un posto di lavoro

Poi naturalmente anche per incrementare l'azienda; e infine per  sviluppare le strutture di questa piccola città in vista della formazione di uomini nuovi, motivati nella loro vita dall'amore cristiano, perché senza uomini nuovi non si fa una società nuova'[3]

In questo modo il circolo intero del sistema produttivo va dalla impresa produttrice, ai lavoratori, ai consumatori, agli indigenti, che entrano nel sistema economico come beneficiari degli utili delle imprese: sono un ulteriore investimento allo sviluppo.

Inizialmente, il progetto di Economia di Comunione sembrò valido e attuabile solo tra i membri del Movimento, in Brasile, o all'interno delle loro cittadelle.  Ma i fatti hanno anticipato la teoria, dimostrando con esperienze di vita reale, la rivoluzionarietà ed insieme le possibilità di realizzazione e la validità di tale nuovo modo di 'fare economia'.

La concretizzazione di tale  proposta, infatti, si realizza in varie imprese sparse in tutto il mondo ed in un polo industriale  ad Ara Coeli, cittadina vicino San Paolo del Brasile; ovunque si trovino, le imprese presentano una comune tipologia:

-il luogo dell’impresa viene vissuto come comunità di

 persone che lavorano insieme:  il momento produttivo

 coincide con il momento di socializzazione;

-l’agire economico avviene nel rispetto dei principi etici e

 della legalità;

-le aziende, le imprese, le attività economiche sono inserite

 nel territorio e nella tradizione culturale;

-la produzione avviene secondo i canoni ecologici del

 rispetto ambientale;

-gli imprenditori sono consapevoli del rischio che si

 assumono responsabilmente nei momenti di crisi, per

 conservare, o creare, posti di lavoro, certi che o si

 progredisce insieme o non si progredisce;

-l’internazionalizzazione dell’economia è vista come mezzo

 di comunicazione e coesione tra imprese e tra nazioni;

-lavoro, professionalità e creatività sono mezzi per il

 progresso e lo sviluppo della persona umana.

Come si vede il progetto di economia di comunione  richiede una riflessione di tipo antropologico.

L'economia è una scienza per l'uomo, ha per soggetto e fine l'uomo e l'economia politica, analizzando i comportamenti umani in ambito  economico, è obbligata ad una premessa antropologica (fornisce ipotesi sui comportamenti dell'essere umano).

Non si può certo dire  che il progetto di economia di comunione preveda una nuova dottrina economica -anche perché le realizzazioni concrete si sono verificate prima delle sintesi teoriche- : esso è un modo nuovo di fare economia che procede da un modo nuovo di essere uomo e di realizzarsi come persona.  Dunque, non fornisce una 'formula' economica, ma piuttosto, o innanzitutto, una visione dell'uomo e del suo operare nella società e nel mondo: sarà l'uomo stesso a scegliere quale soluzione economica è più adatta all'ambiente che lo circonda.

Piuttosto, pur mancando una elaborazione teorica, bisogna chiedersi che estensione debba darsi all’espressione economia di comunione.

In merito il prof. Gui, docente di Economia Politica all’Università di Padova, “una prima interpretazione, che vede l’economia di comunione come principio ispiratore di un intero sistema economico, é a mio parere quantomeno prematura.”

“L’espressione -economia di comunione- si accorda particolarmente bene, in senso letterale, ad una seconda interpretazione, molto ampia, che include tutti gli atti economici, anche informali, che si ispirano alla cultura del dare ovvero puntano a realizzare comunione”. [4]

Se invece si vuole limitare la detta espressione a vere e proprie organizzazioni bisogna includere anche quelle che, con finalità di servizio non puntano ad ottenere un utile monetario da mettere poi in comune, poiché l’utile che potenzialmente potrebbero realizzare viene trasferito in partenza ai beneficiari sotto forma di prezzi o di condizioni di favore.[5]

Una considerazione fondamentale, che interessa tutte le possibili interpretazioni e definizioni del progetto economia di comunione, é che per aversi comunione si richiede che da ambo le parti, chi da e chi riceve, ci sia lo stesso atteggiamento di apertura all’altro di ricerca dell’unità.

Sotto questo punto di vista “ economia di comunione si pone sullo stesso piano rispetto ad espressioni come economia evolutiva o anche economia relazionale.” [6]



2  IL PARADIGMA DELL'UNITA'

Il professore Adam Biela,decano della Facoltà di Scienze Sociali di Lublino,  in occasione del conferimento alla Lubich della Laurea honoris causa in Scienze Sociali, dice a proposito dell'esperienza di Economia di Comunione:

'Chiara ha accettato il principio del massimo profitto, ma ha dimostrato che gli utili si possono condividere.  E qui sta la novità.  E' il superamento dell'individualismo ()  E ciò dimostra che si può insegnare alla gente che se ognuno da il massimo di sé, lavorando al proprio posto -o conducendo l'impresa e affrontando il rischio del suo funzionamento, o in qualità di dipendente- dovrebbe identificarsi con l'impresa, assumendosene le responsabilità, in particolare degli utili che si guadagnano, perché più sono, più vanno amministrati.

'Chiara ha proposto la divisione degli utili in tre parti.  La prima evidenzia un atteggiamento economico molto giusto: va destinata agli investimenti  dell'impresa stessa. Senza investimenti infatti non c'è sviluppo e neppure concorrenza.  La seconda parte va destinata alle persone bisognose del Movimento, in tutto il mondo.  E' chiaro che, in questo caso, vanno offerte delle forme di aiuto tali da incoraggiare a lavorare per uscire dalla necessità.   La terza parte infine va destinata a formare le persone in questo stile di vita.

'Ebbene, la principale attrattiva delle imprese concepite da Chiara, sta proprio in questa ripartizione degli utili.  Tali aziende -piccole, medie e grandi- costituiscono un'alternativa nell'orizzonte economico attuale.  Il loro funzionamento e sviluppo mostrano che anche i rapporti economici possono fondarsi sul paradigma dell'unità e della solidarietà.'[7]

Anche l’ambiente, il creato, rientra nella visione unitaria :

“In questa novità si ritrova una risposta in germe alla grande esigenza di integrare il diritto alla proprietà privata,  all’iniziativa e all’attività personale con la destinazione universale dei beni e con una produzione economica attivata in vista di creare risorse la cui destinazione sia per tutti. Secondo Ferrucci (1992) Chiara Lubich con l’economia di comunione  propone una lettura diversa delle motivazioni dell’uomo e conseguentemente del motore delle attività economiche; invece del profitto, ella mette al centro l’uomo e la sua felicità; una felicità che non può disgiungersi da quella degli altri esseri umani che lo circondano”[8]

'Ci vuole dunque la riscoperta di una coscienza sociale.  Ci vuole la coscienza che nel mondo l'umanità è una sola famiglia () non è sufficiente unire gli operai per risolvere i problemi economici. Occorre unire tutti gli uomini del mondo del lavoro.'[9]

Vi è poi a radice dell'idea di Economia di Comunione una riflessione più approfondita  sulla Dottrina della Chiesa ed in particolare sull'enciclica 'Centesimus Annus': 'una.radiografia perfetta di tutta la situazione economica, sociale e politica del mondo d'oggi;  una riaffermazione della dottrina sociale della Chiesa, che conferma la liceità della proprietà privata, della libertà di iniziativa, della libertà di associazione, ma anche invita pressantemente alla solidarietà fino alla ipotesi di una economia mondiale'

Secondo quella che possiamo definire l’ideologia economica cristiana, la proprietà privata è pienamente conforme alla natura umana[10]per poter esprimere l’autonomia della persona umana con libertà e responsabilità.

E’ innegabile però che, alla legittimità della proprietà privata fa da contrappeso il fatto che Dio ha dato la terra in uso e godimento a tutto il genere umano: la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato ed assoluto.

Piuttosto il concetto di destinazione universale dei beni mette in risalto una funzione sociale intrinseca al diritto di proprietà. Secondo questa prospettiva la interdipendenza dei soggetti si trasforma in solidarietà

   L'impresa, allora, si apre all'esterno come elemento propulsore della società nella direzione di una economia al servizio della comunità.

Proprio l'Economia di Comunione ci propone dei modelli di soggetti produttivi (siano essi imprenditori o lavoratori) che puntano sulla dimensione comunitaria dell'uomo e 'investono' sul condividere.

L'azienda che realizza questo progetto diviene essa stessa 'comunità di lavoro'[11]

La proposta di Economia di Comunione può essere scambiata per  una mera utopia.  

La stessa parola utopia ci riporta  al più celebre sogno di società perfetta che la Storia ci tramanda: l'isola di Utopia creata da Thomas More nel 1516.

   Utopia galleggia sul mare di miseria materiale e spirituale  delle terribili condizioni di vita della popolazione inglese del 1516, quando si poteva essere impiccati per aver rubato un pane.

Thomas More -uomo di corte e politico dalla profonda fede cattolica, che per ciò stesso riconosce ogni uomo degno di considerazione e rispetto umano-  come risposta ai problemi socio-politici del suo tempo propose con razionale e puntigliosa fantasia una ipotesi di società perfettaun'idea guida per l'azione dell'uomo politico. Il racconto della 'migliore repubblica' è speculare alla descrizione della società del 1500, contenuta nella prima parte dell'opera: all'inumano dispotismo risponde un esasperato egalitarismo, che sconfina in massificazione e livellamento al basso.

E' evidente  un gusto, tipicamente rinascimentale che spinge More a dotare Utopia di belle città, ben inserite nel  paesaggio naturale, città ricche di giardini tanto belli quanto utili, abitanti dediti alle arti e al culto del sapere tanto da ricoprire i muri di testi edificanti. Vi è in tutto il racconto un gusto per la bellezza e l'eleganza mitigato a forza dalle esigenze di austerità e sobrietà che la morale utopiana richiede.  Si riscontra perciò una serie di comportamenti e abitudini  rigorosamente prestabilite da  regole morali e istituzionali, che rischiano di minare la libertà e la dignità della persona umana.

Questa morale ha come suo fondamento la religione del 'Sommo Bene'[12], che fa tutti gli uomini uguali; e ciò li porta ad essere solidali tra loro. Si provvede,  quindi, affinché la ricchezza degli uni possa compensare la povertà degli altri, del tutto gratuitamente.

'.L'intera popolazione dell'isola, in tal modo, è come un'unica famiglia.' .  

In Utopia, come più tardi nella città del Sole di Campanella, l'assenza della proprietà privata ha spento la fonte del male, che è l'amor proprio (o il proprio interesse).

'Dicono essi che tutta la proprietà nasce nel far casa appartataMa quando perdono l'amor proprio, resta il comune solo'[13]

La proprietà privata è bandita, l'attività agricola è comune a tutti, sull'isola si svolgono solo lavori utili alla comunità e sono disprezzati il denaro, l'oro, i gioielli quali fonti di cupidigie, invidie e discordie

'E questo porta benessere per tutti in eguale misura.”[14]

Molti sembrano essere i punti di contatto tra il 'sogno' di T. More e la realtà delle cittadelle dove si realizza, in qualche modo, il progetto di economia di comunione..

Ad Ara Coeli -cittadella pilota di economia di comunione- i beni sono messi in comunema nella libertà: la proprietà privata non viene annullata, ma diviene strumento privilegiato del singolo per aprirsi alla comunità.

Come per gli utopiani, essere solidali gratuitamente rende felici perché risponde alle profonde esigenze dell'animo umano: come tutti possiamo aver modo di sperimentare nella nostra famiglia naturale. 'In famiglia non si guarda chi guadagna e chi spende, anzi si considerano come più importanti le spese per le cure degli anziani e dei bambini, proprio i membri improduttivi. Perché uscendo dalla porta di casa, dal dare si deve passare al prendere, al competere?  Ebbene, 'nel mondo esistono già strutture ed istituzioni, a livello locale, nazionale e internazionale (), ma occorre umanizzare queste strutture, dar loro un'anima' [15]

Proprio in quest'anima sta la differenza fondamentale tra Utopia e le aziende di economia di comunione: ad Utopia l'essere tutti uguali rende tutti fratelli; ad Ara Coeli la coscienza di essere tutti fratelli (che per i cristiani significa la comune natura di figli di Dio) spinge a farsi tutti uguali.

3 LA CULTURA DEL DARE

    Nasce un rapporto nuovo con i beni: ogni singolo uomo è chiamato, con il proprio lavoro ed il proprio impegno a gestire i beni della terra.e questo porta inevitabilmente alla diseguaglianza; ma allo stesso modo è chiamato a sentirsi fratello di ogni altro uomo e per ciò non può ammettere che ci siano altri uomini nel bisogno.

La proprietà privata è dunque nella natura umana: essa non solo è legittima, è anche necessaria per il pieno e responsabile sviluppo della persona umana in tutte le sue dimensioni. Ma l'avere della persona non completa il suo essere, che è essenzialmente essere in comunione, se non inserito in una dimensione sociale che trasforma l'interdipendenza in solidarietà: all'avere  quindi consegue il dare.




“Se l’essere della persona singola non può prescindere dalla  comunione  con i fratelli in umanità, è gioco forza concludere che anche l’avere trova il suo vero senso in una dimensione sociale. E questo perché la natura dell’uomo richiede la donazione e la natura dei beni è strumentale –per volontà di Dio- al bene dell’intero genere umano.”[16]

   La consapevolezza di essere parte di un 'insieme' riempie di valore ogni singolo gesto ogni minimo sforzo produttivo dell'uomo lavoratore, sia esso imprenditore, operaio, dipendente, professionista, coltivatore.Essendo l'insieme composto di molte parti, ogni parte è indispensabile nel contribuire alla completezza ed alla perfezione dell'insieme.

Un gesto meccanico, ripetitivo, limitato al particolare, la fatica del lavoro manuale, lo sforzo logorante di un'attività creativa, può portare in sé un 'plusvalore' di ordine, di precisione di perfezione, che fa di esso un servizio  all'umanità destinataria di questo lavoro.

Lo stesso More, con una consapevolezza proporzionale all'epoca in cui egli visse, sottolinea più volte questa responsabilità  -anche penale, nel caso di Utopia!-  del lavoro di uno nei confronti del benessere di tutta la collettività [17]

Queste stesse  considerazioni passate ad un livello macroeconomico hanno una forte valenza politico-sociale.

Comprendere e vivere la dimensione comunitaria dell'uomo può fare da 'detonatore' ad energie sepolte da tradizioni di sfruttamento, colonialismo economico, paternalismo; allo stesso modo vivere con questa  responsabilità la dimensione produttiva dell'uomo può liberare idee  e progetti dai limiti di un mercato libero ma ripiegato su se stesso - perché bisogna prima entrare nel mercato per potervi operare dentro liberamente-.

  Alla luce di queste prime considerazioni è comprensibile come sia comune nelle aziende, nelle attività che hanno abbracciato il progetto di Economia di Comunione, l'idea di coinvolgere tutti i lavoratori nella gestione della azienda: o praticando una forma di partecipazione agli utili dell'impresa, estesa a tutti i dipendenti; o lasciando che ciascuno organizzi personalmente e responsabilmente l'orario di lavoro ed il settore affidatogli.

Ciò, a volte, porta ad un processo di selezione spontaneo che aumenta proporzionalmente la capacità economica e produttiva di ciascuno.

   Questa condivisione (la traduzione più eloquente di Economia di Comunione è quella inglese: Sharing Economy, Economia del Condividere), non è assistenzialismo! ; e ciò, paradossalmente, proviene dal fatto che Economia di comunione non da una visione economicistica del lavoro, della produzione e del capitale, ma piuttosto propone un concetto nuovo di UOMO, visto nella sua dimensione più completa di socialità e creatività -Papa Paolo VI la definiva 'umanesimo plenario' nella sua Populorum Progressio-.

Innovare il modo di agire economico, sconfina perciò nella solidarietà-sussidiarietà.[18]

DARE, in questo senso, diviene un investire sull'uomo stesso, perché questo, una volta uscito dalla sua condizione di necessità (), produca a sua volta responsabilmente.

Questa triade, consumare-produrre-dare, ha delle implicazioni profonde che si riversano non solo sulle discipline economiche, ma anche su quelle socio-antropologiche, politiche, ecologiche.

“Il modello dell’economia di comunione é un parametro nella nicchia culturale dell’uomo che lo farà evolvere nel terzo millennio nell’uso delle risorse, in maniera da raggiungere uno sviluppo socio economico sostenibile dalla natura, condizione necessaria alla permanenza dell’uomo nella biosfera futura. L’economia di comunione, fondata sulla cultura del dare e non dell’avere, elimina i conflitti tra i popoli, ma anche porta la solidarietà tra le generazioni, assicurandogli il permanere delle risorse rinnovabili, fornite dalla biodiversità dei livelli trofici e dal naturale svolgersi dei cicli degli elementi non viventi dell’aria, dell’acqua e del suolo.

“Secondo C.Lubich, infatti, la salute dell’umanità é la pace, la salute del cosmo é l’ecologia.” [19]

E' un riscoprire l'aspetto sociale dell'economia come luogo di incontro e di scambio.   Questo luogo di incontro può assumere ugualmente valori positivi e valori negativi: Economia di Comunione rivaluta i valori positivi di questo intreccio di rapporti alla cui base stanno i beni ed il lavoro.

Queste relazioni economiche proprio per la motivazione antropologica di fondo che contengono, 'fanno del DARE anche un DONARSI'[20], in quanto caricano di potenziale sociale il rapporto dell'io con le cose.

Consumare ed accumulare sono l'AVERE dell'uomo; lavorare, produrre, scambiare contribuiscono alla realizzazione del suo ESSERE; ma se il guadagno, il prodotto, lo scambio, sono per se stessi finalizzati all'accumulo, cioè tornano all'AVERE, l'uomo rimane prigioniero di una umanità che ha dimenticato la sua componente sociale-relazionale.    Nella relazione tra  'io sono' e 'il mio bene'  entra a far parte 'l'altro'.

Il DARE è il superamento dell'AVERE-ESERE.

'La realizzazione della nuova società e dell'uomo nuovo, è possibile solo a patto che le vecchie motivazioni del profitto e del potere siano sostituite dalle nuove: essere, partecipare, comprendere; a patto che il carattere mercantilistico sia sostituito da un carattere produttivo teso all'amore.  Il noi è la ricchezza più grande che l'io può costruire.'[21]

  Se l'agire umano ha alla base principi come l'edonismo e l'utilitarismo come può esso combaciare con una visione dell'individuo così ampia?

Alfred Adler (psicologo austriaco) obietta che se un essere umano vuole trovare un senso alla vita, deve dare un contributo al benessere dell'umanità e per questo metterà in moto tutte le sue energie e tutte le sue capacità. Sotto questa prospettiva, lavorare insieme, compaginarsi nello sforzo creativo concorde che unifica, costituisce una esperienza di socialità potente, dove la componente economica di ciascuno, la sua 'coscienza economica'[22] viene chiamata in causa e messa in movimento.

Questa nuova cultura, la 'cultura del dare', può offrire spunti inediti per entrare nel mercato da protagonisti sociali oltre che economici: anzi può aprire il mercato verso nuovi territori di

Dunque non ogni tipo di dare porta alla cultura del dare!

C’è un dare che esprime una voglia di potere sull’altro; c’è un dare che soddisfa una sensazione di compiacimento del sé e che umilia l’altro; c’è anche “un dare utilitaristico, interessato, presente in certe tendenze attuali  del neo-liberalismo, che in fondo, cerca il proprio tornaconto, il proprio profitto.”[23]

  Infine c’è un dare che è gratuità totale: “Questo dare  si apre all’altro –singolo o popolo- e lo cerca nel rispetto della sua dignità, che include usi, costumi, cultura, tradizioni etc. “[24]

“Davanti al problema mondiale dello sviluppo, dell’occupazione e delle disparità dell’accesso alle risorse del nostro pianeta, l’esperienza di economia di comunione è solo un esperimento pilota, anche se la adesione di oltre 700 aziende in tutto il mondo prova che il progetto contiene una risposta di qualità e da un impulso al pensiero economico sulla solidarietà.”[25]

Ciò che il progetto di economia di comunione offre non è una ideologia o un modello “ideologgizzato”  di società, bensì esso offre una realtà, una Utopia concretizzatasi in varie forme di attività economica.[26]

L’universalità e l’unità cui tende l’economia di comunione non è il collettivismo impersonale (di tipo marxista) dove nessuno possiede, e non è l’individualismo massificante del capitalismo, dove io possiedo.

L’economia di comunione è basate su di una solidarietà volontaria, qualcosa in più della solidarietà imposta dallo Stato!

Messi alle strette da una situazione economica e sociale difficilmente prevedibile e contenibile, esperti politici e rappresentanti del mondo istituzionale religioso e scientifico, hanno più volte auspicato la nascita di un’economia nuova: intendendo con ciò, forse, nuove teorie, che pur inserendosi negli intricati sistemi di mercato, si muovessero in funzione dello sviluppo umano integrale.

Notevoli passi si sono fatti in tal senso, ma la realtà delle economie alternative quali l’economia di comunione ed il non profit, pur non disponendo ancora di una dottrina propria, riescono tuttavia ad essere convincenti e diffusive.

Una cultura economica, quale quella di economia di comunione, nata all’ombra del “paradigma dell’unità” può offrire un supporto scientifico e nuove categorie mentali, utili a sanare gli squilibri sociali, ambientali e politici che ogni giorno si dimostrano sempre meno eludibili. [27]





[1] E.Fromm, Avere o essere? Oscar Mondadori 1976 p.95

[2]Ara Coeli, nei pressi di San Paolo del Brasile

[3]Chiara Lubich, in Nuova Umanità n° 81 1992

[4]B.Gui, Significato, implicazioni e definizione di Economia di Comunione. In Economia di Comunione n° 6 1997 p.5

[5]ibidem

[6]ibidem

[7]tratto da A.Biela, “Una rivoluzione copernicana per le scienze sociali”. Sta in Nuova Umanità n° 108, 1996

[8] G.Giaccone, Ecologia ed Economia di Comunione Umanità Nuova 1998, in stampa, Roma

[9]Chiara Lubich al convegno: il lavoro e l'economia oggi nella visione cristiana, 1984 Roma

[10]Ciò viene dichiarato in modo esplicito, in controtendenza con i movimenti socialisti del periodo, da Leone XIII nell'enciclica Rerum Novarum n° 72

[11]Atti del convegno su economia e lavoro, 3 giu. 1984 Ed. Città Nuova

[12]nello sforzo di razionalizzare il problema della ricchezza – sviluppo More sembra accantonare la sua profonda fede cattolica; o forse, da uomo di corte quale egli era, usa questa  fantasiosa scappatoia per non turbare le abitudini secolari del clero del 1500

[13]T.Campanella La Città del Sole ed. Newton p.64

[14]ibidem

[15]Atti, op. cit. p. 100

[16]V.Araujo, Dottrina sociale della Chiesa ed Economia di Comunione Sta in Nuova Umanità n° 80/81 1992 p.42

[17]ibidem

[18]Zamagni : appunti per la conferenza “Etica ed Economia, op. cit.

[19]G.Giaccone Ecologia eop. cit.

[20]Tommaso Sorgi, La cultura del Dare Sta in Nuova Umanità n° 80/81 1992 p.81

[21]E. Fromm, Avere o Essere? Oscar Mondadori p.78

[22]Tommaso Sorgi, ibidem

[23]Vera Araujo, La cultura del dare del Vangelo, in Nuova Umanità n°1 1994

[24]ibidem

[25] L. Andriga, Aziende che aiutano i poveri. Sta in Economia di Comunione n° 5 1996

[26]In sette anni di sviluppo del progetto “Economia di Comunione” si contano oggi circa 700 aziende di piccole e medie dimensioni,  per alcune decine di miliardi di fatturato

[27]Tratto da: “Uno sguardo mondiale” di A.Ferrucci, in Città Nuova n° 11 1998

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