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Le dinamiche relazionali dei detenuti




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Le dinamiche relazionali dei detenuti


Il detenuto mantiene in vita un tipo alternativo di socialità: è la risposta paziente e sommessa degli internati alle pretese totalitarie dell’istituzione.




Nel carcere sono in vigore gerarchie interne anche alla stessa cella[1]. Al momento del proprio ingresso in carcere, i detenuti tendono ad instaurare i primi contatti con i detenuti che hanno commesso lo stesso tipo di reato. “Le dinamiche relazionali sono un po’ quelle del mondo libero: ci si aggrega per simpatia, per appartenenza ad una regione o ad una nazione, nel caso degli stranieri”, dichiara un detenuto .

È da questo momento in poi che essi cercheranno di costruirsi un’immagine da trasmettere al proprio gruppo, per adattarsi al nuovo ambiente ma anche per farsi accettare.

“Quando poi si formano dei gruppi”, prosegue “le regole relazionali sono quelle che in psicologia si definiscono dinamiche di gruppo. Avrai il leader naturale, il gregario, l’assoggettato. Metti insieme dieci persone qualsiasi e nel giro di un giorno si formeranno le gerarchie: credo che sia nella natura umana, anzi animale”[3].

Nel corso della detenzione il ristretto va ad occupare il suo posto nella distribuzione dei compiti nei ruoli e nel menage di cella, impara i molteplici modi di mostrare il rispetto e le precedenze: il carcere, infatti, è un microcosmo sociale che riproduce le stesse strutture gerarchiche che sono presenti nella subcultura delinquenziale esterna all’istituzione penitenziaria. Il boss mafioso, ad esempio, continua ad assolvere il ruolo di capo rispetto agli altri detenuti, e a godere dei privilegi che il suo status gli conferisce, anche ricevere doni o favori in cambio di servigi resi, sono esempi di come si eserciti il potere su coloro che sono considerati subalterni o inferiori nella scala sociale ed economica[4].

“Quando uno entrava in carcere sapeva ben presto cosa doveva fare e che cosa gli era vietato, con chi poteva parlare e con chi no, quale era la sua posizione nella gerarchia e a chi doveva fare riferimento”, spiega un recluso[5].

I leaders dei gruppi o delle bande che si formano spontaneamente in carcere sono considerati infatti referenti anche dagli agenti di polizia penitenziaria, che perpetrano così le gerarchie createsi. Spesso queste persone placano le ostilità tra i gruppi – anche minacciando o emarginando possibili elementi di conflitto – o ne possono essere i promotori. Un detenuto[6] riferisce di come, in occasione del furto commesso da un altro ai danni di un recluso marocchino, i connazionali di quest’ultimo si siano rivolti a lui in quanto referente del suo gruppo: “avevano saputo che era stato lui, so’ venuti ’sti stranieri, a di’: Guarda questo ha rubato. Lo volevano massacra’, e noi: No, no, questo ce pensamo noi, è nostro, è romano … Che fai? Ce famo pensa’ i stranieri? E allora: Vabbè Robbe’, nun c’è problema. E infatti così è stato. Io ero uno dei più anziani là, a livello de galera … ero quello tenuto più in considerazione in mezzo a quelli”, anche per il fatto che, essendo un rapinatore professionista, nell’ambiente era tenuto molto in considerazione.

Oltre al carisma ed alla posizione occupata nella mala prima di essere recluso, ciò che nella comunità carceraria fa di un soggetto un leader, ma che soprattutto gli conferisce un potere riconosciuto dagli altri detenuti, è l’accesso all’informazione: “I leaders della comunità carceraria manipolano le comunicazioni fra la comunità degli operatori e quella dei detenuti, facendo derivare il proprio potere sia dalla convivenza con gli agenti, sia ottenendo impiego dove sono disponibili le informazioni”[7].

La ragione di questa attribuzione di potere è ben spiegata da Goffman: “dove le persone sono tenute all’oscuro di ciò che sarà il loro futuro, e dove sono uniformate circa il modo di cavarsela in una situazione – dove cavarsela significa sopravvivere psicologicamente – l’informazione in sé diventa un bene cruciale, e colui che può dispensarla si trova in una posizione favorevole nel sistema di scambio economico e sociale”.



Non solo l’informazione, però, è considerata un bene prezioso: “ce stanno sempre ’sti pentiti che so’ talmente protetti, che fanno come je pare”, spiega un recluso[8]: “ce se arricchiscono, quelli c’hanno tutto: la robba er telefonino … Ecco come ce diventi un leader”, conclude con disincanto.





F. BERTI, op. cit, 2003.

Nicola Sansonna, cit.

ibidem.

C. SERRA, op. cit., 2002.

Stefano Bentivogli, cit.

Roberto, cit.

F. BERTI, op. cit, 2003.

Roberto, cit.

Leggasi “droga”.

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Appunti su: ostilitC3A0 tra detenuti carcere, gerarchia nel carcere,







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