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“M’illumini, professore




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“M’illumini, professore!”

Affrontare il nichilismo e non esserne sopraffatti, sopravvivere… il professor Marescalchi, “il sopravvissuto”, si trova ad affrontare proprio questo: scegliere di spegnersi in dodici pillole di sonnifero o continuare a lottare. “Un’altra giornata di passione , pensò il professor Marescalchi. Poi si alzò e, per prima cosa, svuotò nel water l’intero astuccio di sonniferi predisposto per il suicidio la sera prima sul comodino accanto al letto.” E ricomincia la sua lotta quotidiana contro il senso di vuoto, lo scoramento e lo struggimento, “entrato nell’androne della scuola, fu circondato dalla moltitudine degli studenti vecchi e nuovi. Ne rimase sbalordito, ammaliato, ammirato…. Se sono qui, invece che nel mio letto di morte, è piuttosto per un fatto naturale. Lo si deve a una vita umile, a una sorta di esistenza vegetale che germoglia, cruda e verde, tra me e tutti quei ragazzi che mi attendono oltre questa porta scardinata. A loro mi lega il dramma in cui le generazioni degli uomini sono come le foglie. Una nasce mentre l’altra svanisce.”



“E le si offende a  volerle chiamare per nome.”


Scrive Nietsche: “Il giovane viene spinto selvaggiamente nell’esistenza”.

E per Galimberti è come se la nostra cultura occidentale, vecchia e cieca, non vedesse nella condizione giovanile l’opportunità che potrebbe portare ad un rinnovamento, e perciò la lasciasse ai margini del proprio cammino, “parcheggiata in spazi vuoti e privi di prospettive, senza farsi sfiorare dal dubbio che forse il sintomo della fine di una civiltà non è da addebitare tanto all’innarrestabilità dei processi migratori o ai gesti disperati dei terroristi, quanto piuttosto al non aver dato un senso e un’identità e quindi aver sprecato le proprie giovani generazioni, la massima forza biologica e ideativi di cui una società dispone.”

E’ in grado la scuola di svolgere questo compito così importante e così indispensabile, che va contro ai fini stessi della società descritta così bene da Marcuse, quella società che fabbrica consumatori acritici ma felici? Pennac descrive nel suo libro “Diario di scuola” la visione apocalittica dove “un’importante sacerdotessa del marketing dichiarava alla radio, con il tono convinto di un’antenata piena di saggezza, che la Scuola doveva aprirsi alla pubblicità, la quale sarebbe stata una categoria dell’informazione, a sua volta alimento primo dell’istruzione… Che diavolo sta dicendo mia cara <Madame Marketing>, con la sua voce pacata da nonna, dal timbro così perfetto? La pubblicità insieme alle scienze, alle arti e alle lettere?…e di colpo mi sono raffigurato la vita secondo <Nonna Marketing> : un gigantesco centro commerciale, senza pareti, senza limiti, senza frontiere e senz’altro scopo all’infuori del consumo! E la scuola ideale secondo  la Nonna: un serbatoio di potenziali consumatori sempre più avidi! E la missione degli insegnanti: preparare gli studenti a spingere eternamente il carrello nell’ipermercato della vita! Finiamola di tenerli lontani dalla società dei consumi, scandiva la Nonna, devono uscire “informati dal <ghetto scolastico>. Il <ghetto scolastico>, così la Nonnina chiamava la Scuola! E l’istruzione si riduceva all’informazione!…”

In questa scuola di sola informazione Pennac si definisce un somaro. Ma apre la porta alla speranza. I professori sono tanti e diversi: alcuni che ti vogliono vedere diventare una macchina tecnologica per apprendere il più possibile (come dei “professor Kien” del romanzo di Canetti), altri tutto l’opposto (come Claudio, il professore di Marco Lodoli nel libro “I professori e altri professori”, che cerca di defilarsi dai problemi); ma tra queste due specie di professori se ne nasconde una di veri salvatori per gli studenti: “Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti?” (Pennac)



Che dire quindi dei compiti della scuola? Certamente uno dei compiti più alti si riassume nelle parole di don Milani: ' mi pare di poter dire che la scuola, in questo popolo e in questo momento, non è uno dei tanti metodi possibili, ma mezzo necessario e passaggio obbligato.” Certo, rispetto ai tempi di don Milani oggi gran parte dei giovani si iscrivono alle scuole superiori; ma una parte non trascurabile di questi “si perde per strada”, un’altra parte sperimenta dolorosi percorsi accidentati, e guarda caso, sono sempre i “Gianni” che ci rimettono, magari non avranno più i calli alle mani e vivranno nelle periferie delle città, avranno il motorino e il cellulare, ma al di là di questo sono sempre gli stessi. Se un sistema scolastico non si preoccupa di recuperare quanti più allievi possibile e di prevenire le forme più gravi di insuccesso, non rende un buon servizio alla società: “Una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose.” Parole di don Milani, ma sempre attuali. Osserva Galimberti:”Più basso è il livello di studi, più modeste sono le sue possibilità espressive. In Italia l’uso corretto della lingua è praticato solo dal 10% della popolazione. Nel 1975 un ragazzo scolarizzato conosceva 1500 parole, oggi appena 650… Compito della scuola è fornire metodi di ricerca e capacità di giudizio a partire dai quali i dati e le risposte sono facilmente ottenibili. Ma per questo occorrono buoni insegnanti e alunni motivati.”

Buoni insegnanti creano alunni motivati, è il loro compito. Non un amore per lo studio fine a se stesso, ma un amore per la vita.

Secondo Galimberti un modo per superare l’abisso del nichilismo è quello di “risvegliare e consentire ai giovani di dischiudere il loro segreto, spesso a loro stessi ignoto”. E qual è questo segreto? Nel segreto della giovinezza troviamo l'espansività (la potenza che esprime lo spirito di sfida del giovane contro gli elementi), la coralità giovanile (la sensazione di appartenere ad una comunità nascente, di essere tra giovani prima ancora che nel mondo), lo stupore del riconoscimento da cui nasce la propria identità “attraverso quel palpito che muove migliaia di cuori che fanno un unico cuore”; e pure l'adesione alla pienezza della vita, la passione, l'utopia giovanile (non una fuga nel sogno, ma un pensare con il cuore che immette nel pensiero una corrente di calore).


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