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All'inizio del nuovo secolo: abbondanza di studi di genere (2000-2006)




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All inizio del nuovo secolo: abbondanza di studi di genere (2000-2006)






Il primo contributo critico del nuovo secolo in cui si parla di Regina è un saggio di Lia Giachero sulle artiste futuriste, contenuto in un volume curato da Maria Antonietta Trasforini e dedicato genericamente alla figura dell artista donna (con particolare riferimento, però, al tardo Ottocento e all intero Novecento) Il senso ultimo del volume, che raccoglie contributi editi e inediti di studiose che a diverso titolo si sono occupate della questione dell'arte 'al femminile', è chiarito dalla curatrice nell'introduzione (significativamente sottotitolata Nei magazzini dei musei e in quelli della memoria, con chiaro riferimento al destino toccato alle opere di molte artiste donne):



Fare uscire le loro opere e i loro nomi dagli armadi, dai magazzini dei musei e da quelli della memoria è quanto ha fatto la ricerca sulle donne artiste avviata in Europa e negli Stati Uniti fin dall'inizio degli anni Settanta da parte di numerose studiose e storiche dell'arte, sulla lunga onda del femminismo. Quasi 30 anni di lavoro, ben portati, hanno prodotto una grande messe di risultati, oltre che veri e propri nuovi luoghi di ricerca, quali corsi universitari, riviste, biblioteche, musei e istituzioni dedicati alle donne artiste. In Italia questo interesse è stato finora abbastanza scarso, come continua ad essere scarsa l'eco di quanto è stato detto e scritto altrove, soprattutto negli Usa e in Inghilterra, dove la storia dell arte ha sviluppato radici complesse, intrecciate ad altre discipline, quali la storia, la sociologia dell'arte e della cultura, gli Women's Studies e i Cultural Studies585.



Il libro, dunque, affronta la questione di questa arte a parte allineando saggi di vario indirizzo tra i quali ovviamente – ai fini di un dibattito critico reginiano – ci interessa il solo contributo della Giachero, che affronta appunto la questione del contributo femminile al Futurismo senza tuttavia esaminarla – se non nelle conclusioni, e solo piuttosto rapidamente – nei suoi cardini teorici e sociali, ma limitandosi piuttosto a fornire delle biografie minime di alcune artiste e letterate legate al movimento Per quanto riguarda Regina, nello specifico, la Giachero non offre indicazioni di rilievo, e di conseguenza – se preso singolarmente – il testo non è di grande interesse ai fini di una bibliografia reginiana; tuttavia, esso acquista un valore decisamente diverso nel momento in cui lo si consideri nel contesto dell'intero volume, il quale è molto interessante soprattutto perché mostra un deciso salto di qualità rispetto alle analoghe ricerche sull'arte al femminile che abbiamo incontrato negli anni Settanta. Sostanzialmente, infatti, sebbene esso non offra certo uno sguardo del tutto neutrale sulle artiste esaminate, è altrettanto vero che il panorama che esce dalla sua lettura è molto più equilibrato rispetto a quello suggerito – ad esempio – dal volume della Weller del 1976, e si pone semmai sulla scia dell'impostazione di Lea Vergine, per cui di fatto affronta la questione da un punto di vista squisitamente storico e storico-artistico, senza tradurla necessariamente nei termini di un messaggio 'politico ideologico' o in una qualche forma di rivendicazione.

La stessa impostazione, sostanzialmente, caratterizza – l'anno successivo – anche il volume L'arte delle donne nell'Italia del Novecento, curato da Laura Iamurri e Sabrina Spinazz Obiettivo del volume, e soprattutto del convegno da cui esso deriva, è anche in questo caso quello di garantire la dovuta visibilità alle tante artiste italiane di valore che hanno operato nel XX secolo, cercando in qualche modo anche di supplire all assenza – in Italia – di istituzioni volte alla valorizzazione della creatività femminile . Per quanto ci riguarda, il saggio più importante è quello di Mirella Bentivoglio, che coerentemente con la sua consueta impostazione – nel contesto di un'indagine sugli esperimenti delle futuriste attive tra linguaggio e immagine – tratta del Paese del cieco interpretandolo sostanzialmente in termini di poesia visiva, e soprattutto attribuendo particolare importanza alla sua dimensione tattile590.

Nel 2004 le Donne abissine di Regina sono esposte in una mostra dedicata alle artiste italiane del XX secolo, allestita a Seravezza e curata da Elena Lazzarini e Pier Paolo Pancotto . Obiettivo della rassegna – spiega Elena Lazzarini nella sua introduzione – è quello di raccontare «le vicende che hanno caratterizzato la produzione dell'arte femminile in Italia dai primi del Novecento ai nostri giorni ricostruendo una rete di relazioni tra le artiste, galleriste, scrittrici, critiche d'arte che hanno partecipato all'elaborazione del linguaggio figurativo italiano e internazionale di questo periodo» . A tal fine, il catalogo accosta interventi focalizzati su differenti aree geografiche e periodi ben precisi : tra di essi, utile ai nostri fini è in particolare il contributo di Sergio Rebora . Nonostante la forzata brevità, il suo saggio riesce infatti a disegnare un panorama sufficientemente ampio dell'attività artistica femminile non solo a Milano – dove Regina opererà per molti anni –, ma anche a Torino, dove sappiamo essersi formata presso lo scultore Alloati ; per quanto però riguarda strettamente l'opera e la vita di Regina, le indicazioni dell'autore sono invece piuttosto scarne e anche parzialmente imprecise Anche la scheda dedicata a Donne abissine, sempre di Rebora, non presenta valutazioni di particolare significato, eccezion fatta per il riferimento al «primitivismo» dell'opera («La scultura recupera suggestioni primitiviste passate attraverso il vaglio dell'avanguardia cubista e futurista, alludendo anche – non senza un moto di involontaria ironia – all'esotismo in auge nella cultura italiana degli anni Trenta»





Nello stesso anno, Regina è citata anche da Martina Corgnati nel suo volume dedicato alle Artiste. Dall'Impressionismo al nuovo millennio . «Perché ancora un libro sull'arte al femminile» – si chiede retoricamente la Corgnati nell introduzione al suo saggio – se ormai «non ce n'è più bisogno», poiché «dicono molte [artiste, ndr], l arte non ha sesso né in quanto intenzionalità né in quanto pratica creativa né infine, in quanto oggetto ? Innanzitutto – si risponde l'autrice – perché se ne sente la mancanza, almeno in Italia, dove la letteratura sull'argomento è ancora molto povera, specie in confronto a quanto è stato prodotto negli ultimi trent'anni nei paesi anglosassoni» ; e in particolare l obiettivo che la Corgnati si pone nel redigere il suo volume è quello di «prendere in considerazione il complesso della produzione artistica femminile del Novecento (con un excursus a ritroso per includere l'impressionismo) , proponendo «una sorta di ricognizione generale, in un certo senso introduttiva a ricerche tematiche o monografiche più approfondite, che permette di mettere a fuoco elementi ancora inesplorati nel vasto territorio dell'arte al femminile passata e presente, come anche di rilevare alcuni problemi che tuttora compromettono una serena lettura e un pieno apprezzamento delle opere prodotte dalle artiste nel corso del tempo»602.

Complessivamente, come già le altre recenti ricerche sull arte delle donne che si sono citate, anche il saggio della Corgnati non si pone in una prospettiva rigidamente femminista, e appare dunque storicamente equilibrato (sebbene forse si possa intravedere un generale e piuttosto indiscriminato eccesso di valutazione o rivalutazione di tutte le artiste citate). All interno del libro, Regina è presente sia tra le futuriste, sia tra le artiste del Movimento Arte Concreta; curiosamente, però, al contrario di quanto accaduto sino a questo momento quando ci si è interessati del suo essere 'donna-artista', a fare la parte del leone non è la questione della sua partecipazione al movimento marinettiano, ma piuttosto quella della sua adesione al concretismo del dopoguerra: tra le futuriste, infatti, Regina è solamente citata tra diverse altre (e peraltro in un paragrafo dedicato non alle sole futuriste, ma genericamente a tutte le artiste italiane attive nel periodo compreso «tra avanguardie storiche e totalitarismi» ), mentre invece se ne tratta più diffusamente (sebbene in maniera comunque assai rapida) nel capitolo riservato alla particolare situazione italiana tra anni Cinquanta e Novanta (ma facendo riferimento anche alle opere del decennio Trenta



Una scultura così, con la 's' minuscola, eccezionalmente vitale e discorsiva è per esempio quella di Regina […], partecipe del movimento futurista e poi, dopo la guerra, attiva nelle file del Mac. In quel contesto, tra gli anni trenta e cinquanta, l'artista realizza i suoi originali personaggi o figure con una lamiera leggera di alluminio, piegata come se fosse carta. Presenze sovversive nella loro inconsistenza e ironia, che si collegano a un certo eclettismo futurista ma sembrano nate per provocare la dimensione aulica della scultura, all'epoca in grande au-

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Nel 2006 Maria Antonietta Trasforini cura una nuova raccolta di brevi saggi dedicati al contributo offerto dalla donna all'arte italiana del Novecento , in cui – ancora una volta – si parla anche di Regina. Il volume, che nasce da una serie di conferenze promossa dall'UDI e dalla Casa delle Donne di Pesaro , è diviso in due sezioni, la prima di carattere sostanzialmente storico e la seconda più impostata sulla stretta contemporaneità

Nel commentare il volume, va detto innanzitutto che l'intera prima parte è molto interessante ai fini di qualunque analisi centrata sull'opera di una o più artiste nel periodo compreso tra le due guerre (in particolare, pur nella sua brevit , il saggio della Trasforini – che può essere considerato una sorta di riassunto di un suo volume di successiva pubblicazione, cui però evidentemente stava già lavorando – è un'eccellente introduzione alla questione dell'arte al femminile); posto questo, di Regina si parla esclusivamente nell intervento della Pontiggia (e non, curiosamente, in quello della Giachero dedicato alle futuriste, pure anch'esso assai utile ai fini di una ulteriore contestualizzazione).



La Pontiggia si propone «di considerare alcune voci, emblematiche, del periodo: voci, sia chiaro, che meritano di essere conosciute non come artiste donne, ma come artiste. Senza aggettivi» . Nello specifico, il suo saggio tratta rapidamente di Edita Broglio, Paola Consolo, Antonietta Raphaël, Carla Badiali, Maddalena Nodari e appunto Regina, di cui esamina con grande acume soprattutto l'opera futurista. La lettura critica della Pontiggia è interessantissima: innanzitutto, dopo aver citato la personale alla Galleria Senato ed averne descritto le opere, ribadisce un concetto che già aveva espresso nel catalogo della mostra dedicata ad Edoardo Persico, ovvero l'idea che



Regina si riallacciava alla scultura bidimensionale europea, dal Picasso di Guitar (19 4) a Gargallo, da Archipenko a Gonzales: a tutta quella scultura cubista, cioè, che aveva eliminato il volume e creato esclusivamente superfici, spingendo Cendrars ad affermare, in una poesia dedicata proprio ad Archipenko, che 'La ghigliottina è il capolavoro dell'arte plastica'. (Dove per ghigliottina non intendeva tanto uno strumento di morte, quanto un oggetto astratto, una forma metallica nello spazio)



Poi, dopo aver segnalato che forse la conoscenza dell'opera di Archipenko deriva a Regina dall'aver visto le opere dello scultore cubista alla Biennale di Venezia del 1920, e che le «sagome ritagliate» reginiane hanno anche più di qualche tangenza con le «forme arrotondate, dolcemente aerodinamiche, alla Fillia , la Pontiggia afferma che Regina «non era neanche futurista, nel senso più ortodosso del termine», poiché anche i pochi riferimenti al volo che si possono cogliere nelle sue opere altro non sono se non «allusioni vaghe, spesso marginali», cosicché a proposito delle sue sculture anni Trenta si può al massimo parlare di un 'futurismo' da intendersi «come metodo», e «non come scelta tematica»; «come condizione di libertà e non come dogma contenutistico . Infine, dopo aver individuato la vicinanza di Regina alla «smaterializzazione della materia» e al «tattilismo polimaterico» citati del Manifesto tecnico dell'aeroplastica futurista l'autrice esamina la produzione concretista degli anni Cinquanta

La posizione della Pontiggia è dunque chiarissima: a suo avviso, il 'futurismo' di Regina – pur nell'ambito di una adesione di massima al movimento marinettiano – è più che altro una sorta di generico atteggiamento avanguardista, che mantiene peraltro inalterate le proprie principali peculiarità anche ben oltre la fine del Futurismo, sino a permeare di sé praticamente tutte le opere successive (in sostanziale concordanza, peraltro, con l'aforisma reginiano riportato da Scheiwiller nella monografia del 1971, che non a caso anche la Pontiggia cita). Inoltre, anche questa volta, la Pontiggia ribadisce come – a suo avviso – Regina debba essere stata ben al corrente delle evoluzioni della migliore scultura europea, e specialmente – lo si è visto – della scultura cubista e più in generale di quell intero filone di «scultura bidimensionale» a cui, prima di tale saggio, si era riferita esplicitamente solo Mirella Bentivoglio nel suo articolo del 85 su «Terzoocchio».

Alla fine del 2007 alcune opere di Regina sono presenti in due mostre: tra ottobre e novembre le Donne abissine, il Piroscafo e la Nave sono esposte a Siracusa in una piccola ma significativa esposizione dedicata alle Avanguardie femminili in Italia e in Russia 1 10-194 , mentre a cavallo tra 2007 e 2008 la Piccola Italiana e il Piroscafo compaiono nella rassegna milanese dedicata a L'Arte delle Donne dal Rinascimento al Surrealismo

Quest'ultima rassegna, che è già di per sé piuttosto discutibile per la sua eccessiva ampiezza e appare decisamente troppo pretenziosa , non solo non propone alcun giudizio su Regina, ma offre anche una scheda biografica largamente imprecisa . Ben più significativa è invece la mostra di Siracusa, che al contrario si pone dei limiti cronologici e geografici piuttosto ristretti e ben definiti, e allinea opere delle migliori artiste d'avanguardia italiane e russe della prima metà del secolo (ponendosi quasi come una sorta di 'sorella minore' della storica mostra curata da Lea Vergine nel

1980, di cui ricalca, non a caso, anche la cronologia). Per quanto concerne Regina, per la verità, non c'è comunque moltissimo da segnalare, ma molto penetranti (benché brevi e necessariamente poco approfonditi) sono i giudizi che Anna Maria Ruta inserisce sia nel suo saggio in catalogo , sia nell'eccellente scheda biografico-critica dell artista pavese (sicuramente tra le migliori mai redatte)



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