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Acquaviva e Futurismo 1909-1920-1961 (1960-1962)




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Acquaviva e Futurismo 1909-1920-1961 (1960-1962)






Alla fine del 1960 torna ad occuparsi di Regina – questa volta in maniera più diffusa ed articolata – Giovanni Acquaviva, con un articolo assai significativo (ma sino ad ora del tutto trascurato dalla cri- tica) che viene pubblicato per la prima volta su «Il Giornale Letterario , e che in seguito conflui- rà, assieme ad altri analoghi contributi critici acquaviviani sull'opera di colleghi ex-futuristi, nel vo- lume Futurismo 1909-1920-196 , pubblicato presso Gastaldi due anni più tardi

Dal momento che l'intervento su Regina si inserisce in un volume di più ampio respiro, a costo di modificare leggermente la cronologia del nostro dibattito critico credo convenga appunto analizzar- lo nel più vasto contesto offerto dall'intero libro. Il volume di Acquaviva, che porta il sottotitolo Le colonne d'Ercole della modernit , è dedicato «Alla continuità futurista d'ogni tempo e d'ogni idea e- tica ed estetica»: evidentemente, dunque, sin dall'esordio Acquaviva intende ribadire la sua con- cezione del Futurismo come realtà artistica ancora in atto. Per la verità, però, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, all'interno del volume tale concetto non viene sviscerato dettagliatamente da Acquaviva, che al contrario si limita ad alludervi qua e là, in una maniera che certamente è piutto- sto chiara per chi già conosca il suo orizzonte interpretativo, ma che non lo è affatto per chi invece non ne sia al corrente; più esplicito, in tal senso, è semmai Pino Masnata, che di fatto introduce il libro redigendo per la figura del suo autore un breve profilo critico



[…] dove è la morte del Futurismo? Dov è la sua stupida limitazione al dinamismo plastico o peggio al periodo 1 09-1 14?

Il futurismo è tutta l'arte d avanguardia mondiale anche se logicamente sono confluite in lui altre forze vicine o sorelle.

Noi abbiamo ritenuto utile limitarne il tempo alla morte di Marinetti (2-XII- 94 ) perché nes- suno ne sfruttasse il nome limitandone l'importanza a gruppi mentre i suoi sviluppi sono or- mai vivi accettati universali e non più contenibili. L'arte del nostro secolo si chiamerà «futurismo»127.




La posizione di Masnata (e quindi implicitamente anche di Acquaviva, che accetta l'introduzione redatta dall amico e decide anzi – con essa – di aprire il suo libro) è dunque qui chiarita: a loro av- viso, il Futurismo ingloba ogni possibile declinazione dell'avanguardismo. Certo non si trattava di una novità assoluta, poiché Marinetti e seguaci avevano sbandierato per anni – anche forzando decisamente la realtà dei fatti – l'origine futurista di tutte le esperienze avanguardiste ; tuttavia, è altrettanto chiaro che esprimere tale concetto nel 1962 – ovvero a ormai diciotto anni di distanza dalla morte di Marinetti e dall'effettiva fine del Futurismo quale movimento organizzato – significa proporre un ulteriore salto di qualità.

Dopo l'introduzione di Masnata è poi la volta dei quindici brevi testi – inframmezzati da riproduzioni di opere con cui Acquaviva esamina l'opera di altrettanti artisti o letterati futuristi per lo più del 'Secondo' Futurismo, peraltro), che evidentemente doveva ritenere particolarmente significativi, o comunque capaci di rappresentare emblematicamente certi aspetti del pensiero o della prassi del movimento marinettiano: ciascun contributo, infatti, reca un titolo che rimanda ad uno degli aspetti di quella «modernità» con cui il Futurismo viene identificato tout court . Tuttavia, i concetti e gli episodi cui si allude attraverso tali titoli non sono sempre sviluppati con coerenza argomentativa al- l'interno dei diversi brani, né Acquaviva riesce sempre ad impostare un parallelismo convincente tra l'artista in questione e il concetto ad esso collegato; anzi, forse l'unico contributo che soddisfi appieno le aspettative create attraverso il titolo è proprio quello dedicato a Regina Infine, Acquaviva propone una breve «sintesi biobibliografica» per ciascuno degli artisti esaminati (compre- so se stesso), ponendo in una prima pagina – molto significativamente – tutto quanto ciascun arti- sta aveva prodotto prima dell'adesione al Futurismo (anche quando tale lavoro si limita a poche ri- ghe), e collocando invece a partire dalla seconda pagina (che inizia sempre con la formula «Nasce al Futurismo…») tutte le imprese successive, comprese quelle post-futuriste. Anche in questo ca- so, insomma, il messaggio di Acquaviva non potrebbe essere più chiaro: nella vita e nell'opera di questi emblematici protagonisti del movimento marinettiano è possibile cogliere una sola cesura, quella che separa il loro passato preavanguardista dalla loro 'nascita al Futurismo'; viceversa, tut- to quanto da loro prodotto dopo la fine del Futurismo come movimento organizzato non può essere separato dalla loro opera futurista, poiché in ultima analisi – nell interpretazione di Acquaviva – questi artisti non hanno mai abbandonato la strada maestra tracciata da Marinetti.



Quanto poi al brano dedicato a Regina (che Acquaviva dimostra di stimare moltissimo) , esso è assai interessante sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, il titolo scelto (La favola della modernit ) è già di per sé alquanto significativo, poiché pone l'opera di Regina – sin dall'esordio – sotto una luce del tutto particolare: per la prima volta, la scultura dell artista pavese viene letta anche nel suo aspetto più ludico e appunto favolistico . Secondariamente, la lettura critica di Acquaviva è in più punti decisamente attenta e lucida: ad esempio, il pittore-giudice elbano è il primo esegeta che ac- cenni – a distanza di ormai trent'anni dalle ultime considerazioni in merito – all'opera reginiana del periodo prefuturista (che legge peraltro in maniera acuta)134, e soprattutto sono notevoli i suoi giudizi relativi ai lavori reginiani della stagione futurista, di cui evidenzia in particolare la leggerezza ; di grandissimo interesse, inoltre (e specialmente perché a pronunciarlo è un ex-futurista), è anche il giudizio di Acquaviva sulla particolare libertà creativa di Regina, che da un lato – in qualche mo- do – svincola l'artista pavese dalla stessa più ortodossa poetica del Futurismo, e dall'altra dimostra altresì come il movimento, almeno negli anni Trenta, fosse costituitivamente disposto ad accettare entro il suo orizzonte praticamente qualunque forma di arte d'avanguardia, indipendentemente dal rigoroso rispetto di regole e principi stabiliti



In quel tempo un pensiero di vastità, che respirava ogni oltre confine, ed, in tal senso, s'infu- turava, sosteneva al mondo le ragioni del dominio espressivo della libertà ed infinità: Marinet- ti la chiamò Regina del futurismo: Regina, padrona di libertà.

Un giorno un artista, seppure futurista, obbiettò che le opere di Regina per la loro indipen- denza non erano futuriste. Marinetti intervenne a difendere l'infinità dell'arte e della nozione futurista. Significativo episodio per Regina ed il futurismo.



Poi Acquaviva ripercorre brevemente la stagione post-futurista di Regina, soffermandosi sia sui di- segni di fiori degli anni Quaranta , sia sulle opere realizzate in seno al Movimento Arte Concreta; quest'ultimo, tuttavia, non è mai citato, poiché evidentemente, per un futurista convinto dell eternità del Futurismo e della filiazione da esso dell'intera arte moderna, il MAC non poteva che essere Fu- turismo esso stesso (e dunque tutta l'opera di Regina, compresa quella che noi oggi poniamo sotto l'egida del concretismo, poteva e anzi doveva a suo avviso essere letta in termini ancora assolutamente futuristi, tanto è vero che le illustrazioni reginiane riportate nel colume sono tre disegni datati 1961). Di conseguenza, non è un caso che Acquaviva – riferendosi implicitamente alle opere in plexiglas degli anni Cinquanta – tenga molto a chiarire la «innata continuità futurista» di Regina



Il pittore-giudice, dunque, non ha dubbi: ancora nel 1961, a suo avviso, Regina è in tutto e per tutto una scultrice futurista. Tuttavia, abbiamo già notato come nel volume egli non si sia mai soffermato ad argomentare diffusamente quel senso della 'continuità futurista anche oltre i limiti del Futuri- smo' che costituisce il cardine del suo pensiero, nonché la concezione di fondo su cui si struttura il libro stesso . Dunque – paradossalmente – all'interno del suo testo l idea di fondo che informa il ragionamento di Acquaviva rimane quasi al limite del non detto.

Tuttavia, al momento dell'uscita del volume l'artista-giudice aveva in realtà già precisato – sia pur in un differente contesto – la sua posizione in merito. Secondo le note riportate nell ultima pagina di Futurismo 1909-1920-196 , il libro è stato infatti stampato «nel Maggio 1962 ciò significa che a tale data Acquaviva aveva appena pubblicato su «Il Giornale Letterario» un articolo fonda- mentale , in cui è citata anche Regina e in cui appunto egli descrive in maniera molto più precisa il suo pensiero sull'argomento.

Anche nel caso di questo contributo, come già abbiamo verificato nei sottotitoli dei diversi profili cri- tici del volume, il titolo si pone quale elemento davvero emblematico dell'impostazione acquaviviana: Futurismo: né primo né secondo: ma futurismo. Né meno limpido, in tal senso, è l'incipit, in cui davvero si comprende il pensiero Acquaviva



Un concetto non è mai ontologicamente primo o secondo a se stesso. Così, né primo, né se- condo Futurismo.

Seppur ancora in opposizione presso di noi, e fortemente, il Futurismo è all'impegno del pen- siero estetico internazionale, oggi, come all'epoca dell'enunciazione; ma l'attenzione, confu- sa, non assume lineamento del tutto ontologico ancora.

Cosicché, in contrasto con altri, in un volume d'imminente pubblicazione presso l'editore Ga- staldi, espongo, dimostro e documento, lo spero almeno, come il secolo abbia sua fisionomia e concetto d'equilibrio chiarificatore dei secoli passati e come il Futurismo vi contribuisca fin dall'inizio con coerente continuità indipendente di conclusione universa: in perenne spalan- camento. […]



Per questo lo scritto porta il titolo di – Futurismo 19 9, 1920, 1961 – con quello di – Colonne d'Ercole della modernit .

Certo, non esaurisco l'argomento. Futurismo è consapevolezza di universo.

L'universo non è scindibile in primo e secondo concetto di universalità. Contraddizione, e contrazione soprattutto, non consentono dividere e suddividere prima e secondo sic] am- piezza: con questo s'è nell'andito non nel salone d'universo.

O s'ha nozione ontologica o non s ha: pongo l'inizio di un discorso, so bene, ma deve aprirsi.



Per l'ennesima volta, l'autore si esprime con la massima limpidezza, e palese è anche l'ulteriore salto di qualità rispetto al più semplice schema masnatiano che abbiamo già visto: secondo Ac- quaviva, cioè, il Futurismo non è neppure – semplicemente – un collettore di tutto il possibile a- vanguardismo, ma è letteralmente un concetto, una sorta di atemporale categoria della comunica- zione; e più nello specifico, per lui, il termine Futurismo non indica un movimento con una sua ben precisa collocazione storica e poetica, ma piuttosto – genericamente – una sorta di sempreverde 'avvenirismo', di perpetua proiezione verso il futuro . E almeno a suo dire molti colleghi – tra cui anche Regina – sono d'accordo con lui144:


Ne convengono, in conversazioni e corrispondenze, Benedetta Marinetti, gli scrittori Mario Lepore, Armando Mazza, la scultrice Regina, il poeta Pino Masnata, i pittori Alessandro Bru- schetti, Gerardo Dottori, Enzo Benedetto, Giovanni Zuanelli, Antonio Marasco, Angelo Cavi- glioni, il critico Carlo Belloli, lo scrittore e ceramista Tullio d'Albisola. Ne hanno anche scritto pubblicamente.



A quanto mi consta, Acquaviva è stato il primo ex-futurista (o futurista, se vogliamo assecondarlo nella sua interpretazione) che abbia esplicitamente posto la questione di una concreta sopravvi- venza del Futurismo in quanto concetto anche ben oltre i limiti segnati dalla Seconda guerra mon- diale e dalla morte di Marinetti. La sua posizione, dunque, è davvero molto importante, e – per quanto ci riguarda più da vicino – è ancor più interessante il fatto che Regina (almeno a quanto lui ci riferisce) ne sposasse le posizioni. Quest'ultima è una questione piuttosto complessa, su cui si dovrà tornare sia in questo capitolo, sia soprattutto nel quarto; tuttavia, sin d'ora si potrà notare che tra coloro che sostengono questa tesi ci sono diversi futuristi con cui certamente Regina aveva dei rapporti piuttosto stretti: oltre ad Acquaviva, infatti, Regina dialogava almeno con Belloli (e lo si ve- drà tra poco), Masnata e Benedetto



Il volume di Acquaviva viene recensito più volte presso varie testate, citando sempre il nome di Regina. Già nel febbraio del 1962 – ovvero prima che venisse stampato – se ne preannuncia ad esempio la pubblicazione sulla rivista spezzina «Gran Premio» , in un trafiletto che è però di ca- rattere esclusivamente informativo . In ottobre ne scrive su «La Penna» Umberto Zanetti , il quale tuttavia si limita a riportare ampi estratti dell'introduzione di Masnata e a fornire delle basilari informazioni sulla struttura del volume, senza apparentemente comprenderne il senso ultimo, e lo stesso si può dire per l anonimo recensore di D'Ars Agency», che ne scrive rapidamente nel nu- mero di novembre-dicembre . Nello stesso periodo una più ampia e puntuale recensione è pub- blicata su La Procellaria» a firma di Franco Saccà , che pur non condividendo le affermazioni della coppia Acquaviva-Masnata le riporta con rispetto e precisione ; in qualche modo, però, insi- stendo sul senso di nostalgia quale primum movens dell ipotesi critica acquaviviano-masnatiana, Saccà ne sta di fatto implicitamente sminuendo la portata. Infine, una tarda recensione esce nel luglio del 963 su «La Provincia Pavese» a firma di Federico Binaghi : riportata anche su «Il Giornale Letterario» di luglio-agosto , essa è tuttavia di scarso interesse, poiché Binaghi – che come Zanetti sembra non aver compreso il messaggio ultimo di Acquaviva – si limita per lo più a proporre un semplice resoconto di quanto nel volume si può trovare



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