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Accenni sulla morte




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Accenni sulla morte

Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit.



Ita est: non accipimus brevem vitam sed fecimus[]

(tratto da Epistulae ad Lucilium di Seneca)

 










Non si può parlare d’immortalità senza aver prima condotto una riflessione propedeutica sulla morte.

Tutto ciò che nasce deve avere necessariamente anche una fine e l’uomo certamente non è esente da questa implacabile legge di natura. A differenza però degli altri animali, l’uomo ha una caratteristica sua, cioè, quella dell’essere consapevole e cosciente della sua stessa finitezza, del suo essere destinato alla morte corporale. Questa consapevolezza è ciò che permette all’uomo di riflettere su di essa, che genera paura e speranza di poterla in qualche modo evitare; l’immortalità si pone proprio come l’ultimo sogno, l’ultima speranza, l’ultimo tabù da infrangere.

Dal punto di vista etimologico, il vocabolo latino mors-mortis è affine al sanscrito mer e un’identica radice, che assomma in sé diversi significati, tra i quali spiccano attrarre e consumare, si trova in quasi tutte le lingue del ceppo indoeuropeo. Quest’ultimo significato è quello che è rimasto nella lingua latina: la morte è in fin dei conti la consumazione di ciò che è esistito in vita, la cessazione di ogni spirito vitale. La possibilità che l’uomo ha di conoscere il suo essere destinato alla morte, gli permette anche di cercare di figurarsi la vita o il momento stesso della morte, del quale egli non può avere conoscenza diretta.    

Nella novella “Di sera, un geranio”, Luigi Pirandello, scrittore siciliano tra i più importanti del primo Novecento italiano, recide i legami con l’ambientazione realistica, tipica delle sue prime novelle, per dedicarsi a una tematica fantastica,o parapsicologica. Il protagonista è colto nel momento successivo alla morte corporale, quando la sua coscienza, sospesa nel vuoto e separata dal suo stesso corpo, mantiene per un attimo la lucidità e cerca di indagare le cose che costituivano la sua precedente quotidianità in relazione a quel nuovo punto di vista, prima di spegnersi completamente. Il narratore emerge saltuariamente nel racconto, descrivendo in terza persona la morte, intesa come progressiva metamorfosi, come disgregazione di identità. Si crea un’atmosfera onirica, il protagonista infatti s’è liberato nel sonno, e surreale, dove non vigono più le normali leggi spazio-temporali, ma dove al contrario si crea una dissoluzione dell’io del protagonista; la morte è liberazione dal peso del corpo e abolizione del confine tra soggetto e oggetto. Nella morte si perde la propria identità e ci si riunisce alle cose, ci si perde in esse, in quelle cose che prima, da vivi, osservavamo da lontano con la vista. Dice infatti l’autore:”Lui è ora quelle cose; non più com’erano, quando avevano ancora un senso per lui;quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono più niente per lui. E questo è morire”. 



Di Sera Un Geranio

         S'è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando s'affonda nell'acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giù.
         Dormiva, e non è più nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell'aria della sua camera chiusa.
         Alienato dai sensi, ne serba più che gli avvertimenti il ricordo, com'erano; non ancora lontani ma già staccati: là l'udito, dov'è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov'è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giù il pavimento col tappeto, e quell'uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s'indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull'occhio.
         Lui, quello! Uno che non è più. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d'addormentarsi. Difatti poi, nel sonno
         Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:
         - Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un'operazione così rischiosa?
         - Al punto in cui siamo, il rischio veramente
         - Non è il rischio. Dico se c'è qualche speranza.
         - Ah, poca.
         - E allora -
         La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.




         Ma dopo tutto, ora s'è liberato, e prova per quel suo corpo là, più che antipatia, rancore. Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell'immagine come la cosa più sua.
         Non era vero. Non è vero.
         Lui non era quel suo corpo; c'era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s'agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza più vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.
         Già, ma ora, senza più il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d'addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza più lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.
         Lui è ora quelle cose; non più com'erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono più niente per lui.
         E questo è morire.
         Il muro della villa. Ma come, n'è già fuori? La luna vi batte sopra; e giù è il giardino.
         La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.
         L'acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.
         Come chiara quest'acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d'acqua già caduta è come un'eternità di oceano.
         A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d'acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell'acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s'ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingoiate, come se non fosse bello nuotar lievi e così bianche sul cupo verde vitreo dell'acqua. Ma se sono cadute! se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!
         Sparire.
         Sorpresa che si fa di mano in mano più grande, infinita: l'illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c'erano; suoni, colori, non c'erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com'era. Quel verde Ah come, all'alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l'umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un'erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz'aver più nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza più tempo, nella tristezza infinita d'una così vana eternità.
         Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio

         - Oh guarda giù, nel giardino, quel geranio rosso. Come s'accende! Perché?

         Di sera, qualche volta, nei giardini s'accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.








Riflettere sulla morte può inoltre condurci a rivalutare la vita. Lucio Anneo Seneca, filosofo latino, originario dalla Spagna, nelle sue Epistulae ad Lucilium, raccolta epistolare in cui il pensatore latino tratta una serie di tematiche morali secondo la sua fede stoica, destinandole all’educazione del giovane nipote Lucilio, soffermandosi spesso sul tema della morte.


Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit. Infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde adulescentiam. Usque ad hesternum quidquid trans;t temporis perit; hunc ipsum quem agimus diem cum morte dividimus. Quemadmodum clepsydram non extremum stilicidium exhaurit sed quidquid ante defluxit, sic ultima hora qua esse desinimus non sola mortem facit sed sola consummat; tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus. [21] Haec cum descripsisses quo soles ore, semper quidem magnus, numquam tamen acrior quam ubi veritati commodas verba, dixisti, mors non una venit, sed quae rapit ultima mors est. Malo te legas quam epistulam meam; apparebit enim tibi hanc quam timemus mortem extremam esse, non solam. [22] Video quo spectes: quaeris quid huic epistulae infulserim, quod dictum alicuius animosum, quod praeceptum utile. Ex hac ipsa materia quae in manibus fuit mittetur aliquid. Obiurgat Epicurus non minus eos qui mortem concupiscunt quam eos qui timent, et ait: 'ridiculum est currere ad mortem taedio vitae, cum genere vitae ut currendum ad mortem esset effeceris'. [23] Item alio loco dicit: 'quid tam ridiculum quam appetere mortem, cum vitam inquietam tibi feceris metu mortis?' His adicias et illud eiusdem notae licet, tantam hominum imprudentiam esse, immo dementiam, ut quidam timore mortis cogantur ad mortem. [24] Quidquid horum tractaveris, confirmabis animum vel ad mortis vel ad vitae patientiam; [at] in utrumque enim monendi ac firmandi sumus, et ne nimis amemus vitam et ne nimis oderimus. Etiam cum ratio suadet finire se, non temere nec cum procursu capiendus est impetus. [25] Vir fortis ac sapiens non fugere debet e vita sed exire; et ante omnia ille quoque vitetur affectus qui multos occupavit, libido moriendi. Est enim, mi Lucili, ut ad alia, sic etiam ad moriendum inconsulta animi inclinatio, quae saepe generosos atque acerrimae indolis viros corripit, saepe ignavos iacentesque: illi contemnunt vitam, hi gravantur. [26] Quosdam subit eadem faciendi videndique satietas et vitae non odium sed fastidium, in quod prolabimur ipsa impellente philosophia, dum dicimus 'quousque eadem? nempe ex pergiscar dormiam, esuriam, algebo aestuabo. Nullius rei finis est, sed in orbem nexa sunt omnia, fugiunt ac sequuntur; diem nox premit, dies noctem, aestas in autumnum desinit, autumno hiemps instat, quae vere compescitur; omnia sic transeunt ut revertantur. Nihil novi facio, nihil novi video: fit aliquando et huius rei nausia.' Multi sunt qui non acerbum iudicent vivere sed supervacuum. Vale.



Nel passo riportato dell’ epistola XXIV del terzo libro si afferma il concetto già espresso che “si muore ogni giorno” e che qualunque tempo è trascorso fino al giorno precedente è ormai perduto; la morte di cui abbiamo timore non produce da sola la morte, ma la compie; non è l’unica morte quella che noi consideriamo come l’ultima. L’uomo si rapporta con la morte in maniera sbagliata, alcuni la temono, altri provano piacere nel morire, molti giudicano il vivere semplicemente superfluo, poiché tutte le cose naturali si ripetono ciclicamente. Il saggio al contrario non deve fuggire dalla vita ma uscirne.


Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aeui gignimur, quod haec tam uelociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso uitae apparatu uita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et imprudens uulgus ingemuit; clarorum quoque uirorum hic affectus querellas euocauit. 2 Inde illa maximi medicorum exclamatio est: 'uitam breuem esse, longam artem'. Inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conueniens sapienti uiro lis: 'aetatis illam animalibus tantum indulsisse, ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare.' 3 Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa uita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. 4 Ita est: non accipimus breuem uitam sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum peruenerunt, momento dissipantur, at quamuis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt: ita aetas nostra bene disponenti multum patet. Quid de rerum natura querimur ?Illa se benigne gessit :vita, si uti scias, longa est. Alium insatiabilis tenet avaritia ; alium in supervacuis laboribus operosa sedulitas ; alius vino madet, alius inertia torpet; alium defetigat ex alienis iudiciis suspensa semper ambitio, alium mercanti praeceps cupiditas circa omnis terras, omnia maria spe lucri ducit; quosdam torquet cupido militiate numquam non aut alienis periculis intentos aut suis anxios; sunt quos ingratus superiorum cultus volontaria servitute consumat; [..]


In quest’altro passo Seneca afferma che la maggior parte degli uomini si lamenta della malvagità della natura che ci ha generato concedendoci un tempo esiguo. La folla, il popolo sprovveduto, ma anche taluni uomini illustri credono che la vita scorra inesorabilmente e che ci abbandoni in quella stessa parvenza di vita. Il filosofo spagnolo aggiunge inoltre che la vita è sufficientemente lunga e si dà completamente nella realizzazione delle cose più grandi, se viene tutta impiegata proficuamente. Essa diviene breve ed esigua se viene vissuta nel lusso e nell’indifferenza.

Seneca, dunque, pur non riconoscendo la possibilità di evitare la morte e anzi accettandola come inevitabile, afferma che l’uomo deve tener presente il monito di oraziana memoria di carpere diem e cercare di realizzarsi pienamente nella vita terrena, seguendo i precetti della filosofia stoica, cosicché possa quindi dare un senso alla propria vita nella morte.

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