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Gabriele D'annunzio: ricordati di osare sempre




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Gabriele D'annunzio: ricordati di osare sempre

         Introduzione : La vita……………………………………



I.                 IL Superomismo: L’ideologia del superomistica

            I.a I romanzi del superuomo

II.               L’estetismo: Il piacere

III.             Estetismo – Superomismo

IV.            L’impresa di Fiume

Introduzione:

La vita

Nato nel 1863 a Pescara, da agiata famiglia borghese, studiò in una delle scuole più aristocratiche del tempo. A soli 16 anni esordì con “Primo vere” un libretto in versi.

A 18 anni si trasferì a Roma, dove abbandonò gli studi per la vita mondana. E’ qui che iniziò per lui una più brillante avventura letteraria ed, insieme, umana.

Egli fu per anni cronista mondano dell’aristocrazia della capitale e s’immerse in una vita d’esteta, protesa fra amori e avventure e alla ricerca di piaceri raffinati: divenne famoso per la vita e le opere scandalose, creandosi la maschera dell’individuo superiore che rifugge dalla mediocrità, rifugiandosi in un mondo di pura arte che ha come regola di vita solo il bello e la ricerca dell’erotismo, ideale sulla base del quale si sforzerà continuamente di costruire una concezione della vita. Il rapporto strettissimo tra arte e vita lo porterà a realizzare opere d’arte come forme di vita e a 'vivere la vita come un’opera d’arte'.

Nei primi anni del 90 però D’Annunzio entrò in crisi, una sorta di crisi

dovuta ad una stanchezza dei sensi dopo l’orgia voluttuosa di piacere e di

mondanità. Tale crisi non fu però spiritualmente tanto profonda: segnò solo il passaggio dal primitivo estetismo a una diversa mitologia, quella appunto del superuomo. Si trattava di una variante  del sensualismo e dell’estetismo dannunziani ispirata ad una adesione superficiale alle teorie

del filosofo tedesco Nietzsche: dell’esaltazione, cioè della volontà di potenza di creature privilegiate, intese a costruirsi una vita inimitabile,

sempre sopra le righe, mai banale, come quella a cui tendeva l’estetismo, ma con, in più, una marcata volontà di affermazione nel mondo.

Egli non accetta di essere una persona qualunque, il poeta vuole essere qualcuno, vuole lasciare un’indelebile traccia della sua esistenza: ciò richiama le tesi fondamentali del mito del superuomo, apprese da D’Annunzio in maniera semplice e indiretta attraverso la mediazione degli spettacoli di Wagner. Egli puntava al “ vivere inimitabile”.

D'Annunzio condusse una vita da principe rinascimentale nella villa di Fiesole, tra oggetti d’arte, amori lunghi e tormentati (Eleonora Duse), con un dispendio di denaro che egli non riusciva a controllare. Proprio questa fu la contraddizione che non riuscì a superare: egli disprezzava il denaro borghese, ma non poteva farne a meno per la sua vita lussuosa. Proprio per l’immagine mitica che voleva dare di sé, tentò anche l’avventura politica, anche se in un modo ambiguo, schierandosi prima con la destra e poi con la sinistra.

In seguito rivolse la sua attenzione anche al teatro, poiché poteva

raggiungere un pubblico più vasto rispetto ai libri.

Ma nonostante la sua fama fosse alle stelle ed il “ dannunzianesimo” stesse improntando tutto il costume dell’Italia borghese, D’Annunzio, a causa dei creditori, dovette fuggire dall’Italia rifugiandosi in Francia.

L’occasione tanto attesa per l’azione eroica gli fu offerta dalla I guerra mondiale.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale D’Annunzio tornò in Italia ed iniziò una campagna interventista. Arruolandosi volontario fece imprese clamorose e combatté una guerra eccezionale non in trincea, ma nei cieli con il nuovissimo mezzo: l’aereo. Nel dopoguerra capeggiò una marcia di volontari su Fiume dove instaurò un dominio personale. Cacciato via, sperò di riproporsi come “duce” di una rivoluzione reazionaria ma fu scalzato da Mussolini. Il Fascismo lo esaltò come padre della Patria ma lo guardò anche con sospetto confinandolo nel “Vittoriale degli Italiani”, una villa di Gardone, che egli trasformò in vero mausoleo. Qui trascorse gli ultimi anni fino alla morte avvenuta il 1° marzo 1938 per una emorragia celebrale. L’influenza di D’Annunzio sulle cultura e sulla società fu lunga ed importante, lasciando un’impronta sul costume degli italiani e sulle nascente cultura di massa.

A causa delle sue sperimentazioni superomistiche in ambito politico divenne celebratore di se stesso e con lui tramontò definitivamente la figura del poeta-vate, compromessa da una avventura storica che ne aveva bruciato la credibilità.

Gli elementi che caratterizzano la personalità letteraria dannunziana sono:



Il superomismo

L’estetismo

I. Superomismo:

L’ideologia superomistica.

D’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche banalizzandoli: il rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari che schiacciano la personalità, l’esaltazione di uno spirito dionisiaco, cioè di un vitalismo gioioso, libero dalla morale, il rifiuto della pietà dell’altruismo, il mito del superuomo, assumono una coloritura antiborghese, aristocratica e antidemocratica. Vagheggia l’affermazione di una nuova aristocrazia che sappia elevarsi a superiori forma di vita attraverso il culto del bello e l’esercizio della vita eroica.

Il mito Nietzschiano del superuomo è interpretato da D’Annunzio come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare il loro dominio sulla massa. Questo nuovo personaggio ingloba in sé l’esteta; l’artista-superuomo ha funzione di vate, ha una missione politica di guida, diversa da quella del vecchio esteta. D’Annunzio non accetta il declassamento dell’intellettuale e si attribuisce un ruolo di profeta di un ordine nuovo.

Egli, infatti, come detto poc’anzi intese a costruirsi una vita inimitabile, sempre sopra le righe, mai banale, proponendo così un nuovo

superomismo, una sorta di suggestione letteraria che si fonda sul

sensualismo e sulla fede nel culto della bellezza.

Il superuomo di Nietzsche venne quindi mal interpretato e nel D’Annunzio si limitò a nuove avventure erotiche e alla esaltazione della propria personalità eccezionale proponendo così un dannunzianesimo basato sul costume e sulla moda esaltato da una borghesia ambiziosa e megalomane.

I.a I romanzi del Superuomo

 

Il romanzo “Il trionfo della morte” rappresenta una fase di transizione fra le due figure del superuomo. L’eroe Giorgio Aurispa è un esteta simile ad Andrea Sperelli (del Piacere) che, travagliato da una malattia interiore, va alla ricerca di un nuovo senso della vita. Un breve rientro nella sua famiglia acuisce la sua crisi, perché

reimmergersi nei problemi della vita familiare e soprattutto rivivere il conflitto col padre, contribuisce a minare le sue energie vitali: per cui è indotto ad identificarsi nella figura dello zio, a lui simile nella sensibilità e morto suicida.

La ricerca porta l’eroe a tentare di riscoprire le radici della sua stirpe. La soluzione gli si affaccia nel messaggio dionisiaco di Nietzsche, in un’immersione nella vita in tutta la sua pienezza, ma l’eroe non è ancora in grado di realizzare tale progetto: prevalgono in lui, sull’aspirazione alla

vita piena e gioiosa, le forze negative della morte; egli al termine romanzo si uccide, trascinando con sé la “Nemica”.

Il romanzo successivo “Le Vergini delle rocce” segna la svolta ideologica radicale, nel quale l’eroe è forte e sicuro. E’ stato definito il “Manifesto politico del Superuomo”. Esso contiene le nuove teorie dannunziane.

Anche “Il Fuoco”(manifesto artistico del Superuomo) conferma tale sorte.

Tutti i protagonisti dannunziani restano sempre deboli e sconfitti, incapaci di tradurre le loro aspirazioni in azione. La decadenza, il disfacimento, la morte esercitano sempre su di essi un’irresistibile attrazione.

III. L’ESTETISMO:Il Piacere

Trattato precedentemente, rappresenta il fulcro della poesia dannunziana, la fonte ispiratrice e “di vita” per lo stesso autore, tanto che, come già accennato, sulla base di esso fondò la sua intera esistenza. L’espressione “estetica” corrispondente in qualche modo al romanzo A rebours di Huysmans confluisce nell’opera “estetica” più rappresentativa di D’Annunzio: “Il Piacere” (nel quale rintracciamo degli ovvi riferimenti con la voluttà e l’estetismo, capisaldi dannunziani).

Il romanzo del 1889 vede protagonista Andrea Sperelli, il doppio di D’Annunzio stesso; è un giovane aristocratico ed il principio “fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte” diviene una forza distruttiva. La

crisi è molto evidente nel suo rapporto con le donne: è diviso fra due donne Elena, la donna fatale e Maria, quella pura. Ma l’esteta mente a sé stesso: la figura della donna angelo è solo oggetto di un gioco erotico sottile e perverso, e funge da sostituto di Elena, che Andrea desidera ma lei essa rifiuta. Infine viene abbandonato da entrambe, in particolare da Maria quando dubbiosa riguardo la sincerità di Andrea e la veridicità dell'amore nei suoi confronti, ottiene la certezza di ciò quando, per sbaglio, Andrea la chiama “Elena”.

Il romanzo pur essendo monotono e non rappresentando la massima espressione artistica di D’Annunzio ebbe grande successo più che per ragioni artistiche, appunto, per ragioni sociologiche, poiché interpretava le esigenze di certo gusto contemporaneo.

Alla base di tutto possiamo quindi sottolineare “Il culto dell’Arte per l’arte”, l’identificazione del ruolo dell’artista con quello di un sacerdote di pura bellezza, senza preoccupazioni morali. D’Annunzio afferma che l’arte si spiega con l’arte. Ed è questa la differenza con Pascoli, poiché quest'ultimo considera l'arte (ricca di fini morali) istigatrice di buoni costumi.

A volte l’estetismo mostra i suoi lati peggiori ed in certe situazioni può disgustare per brutalità e per mistura blasfema di religione e lussuria, ma a volte si carica di autentico patos e si identifica con l’anima stessa della poesia.



VI. Estetismo-superomismo

Il suo Estetismo, in seguito, si unirà con l’altro elemento costituente di gran lunga la letteratura dannunziana: il superomismo. Da questa unione feconda D’Annunzio si operò a fornire un nuovo tipo di estetismo che non fosse solo professione mondana, ma gesto, impresa, avventura. Ed è proprio l'unione di questi due aspetti fondamentali che contribuisce all'esaltazione del proprio io dannunziano. Comune ad ambedue è l'esaltazione di quella che il poeta chiamò, come detto poc'anzi, la 'quadriga imperiale' della sua anima, cioè l'unione di voluttà e istinto, orgoglio e volontà, anche se i due ultimi termini sono propri, soprattutto dell'esperienza 'superumana'.

V. L’impresa di Fiume

”Mio caro compagno, il dado è tratto! Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto, febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio.”

Gabriele D'Annunzio 11 settembre 1919

Così Gabriele D'Annunzio scriveva a Benito Mussolini: iniziava l'impresa di Fiume.

D'Annunzio, che non ha mai rinunciato a rivendicare i diritti dell'Italia su Fiume, organizza un corpo di spedizione. A Venezia egli raggruppa gli

ufficiali che fanno parte di un nucleo d'agitazione che ha per motto 'O

Fiume o morte!'. Questi ufficiali assicurano a D'Annunzio un contingente armato di circa mille uomini, ai quali altri se aggiungono poi durante la marcia sulla città irredenta.
Gabriele D'Annunzio si autonomina capo del corpo di spedizione e il giorno 12 settembre 1919 entra in Fiume alla testa delle truppe. La popolazione acclama i granatieri italiani ed il 'poeta soldato'.
L'impresa di D'Annunzio riesce anche grazie alla compiacente collaborazione del generale Pittaluga, comandante delle truppe italiane schierate davanti a Fiume, il quale concede via libera al piccolo esercito. Le truppe alleate di stanza nella città non oppongono resistenza e sgomberano il territorio chiedendo l'onore delle armi. Di fronte al colpo di mano il presidente Nitti, nel duplice intento di salvare la nazione da un pronunciamento militare e di non provocare incidenti internazionali, pronuncia un violento discorso:“L'Italia del mezzo milione di morti non deve perdersi per follie o per sport romantici e letterari dei vanesii”.

Mussolini, fronteggiando l'attacco contro il suo amico D'Annunzio, scrive sulle colonne del Popolo d'Italia:

”Il suo discorso è spaventosamente vile. La collera acre e bestiale di Nitti è provocata dalla paura che egli ha degli alleati. Quest'uomo presenta continuamente una Italia vile e tremebonda dinanzi al sinedrio dei lupi,

delle volpi, degli sciacalli di Parigi. E crede con questo di ottenere pieta'. E crede che facendosi piccini, che diminuendosi, prosternandosi, si ottenga qualche cosa. E' piu' facile il contrario”

Gabriele D'Annunzio ottiene così piena autonomia qualificandosi come

Comandante della città di Fiume e dichiarando Fiume 'Piazzaforte in tempo di guerra'.

Sull'onda del successo, D'Annunzio esprime a Mussolini un proprio progetto: marciare su Roma alla testa dei suoi uomini e impadronirsi del potere. Mussolini lo dissuade e lo convince che la cosa finirebbe in un fallimento. In realtà la marcia su Roma è il suo grande sogno ma egli vuole ancora aspettare perché intende essere il solo condottiero di quella marcia, e non certo l'articolista di D'Annunzio, in questo momento più popolare di lui. Nel frattempo le potenze alleate ammoniscono il governo italiano sulle complicazioni che l'impresa fiumana può portare nelle trattative ma la loro presa di posizione è abbastanza moderata, tale da indurre Nitti a non intervenire con la forza contro D'Annunzio ma a intavolare con lui pacifici negoziati.
Arriviamo così alla vigilia delle elezioni. D'Annunzio riprende la sua attività espansionistica ed il 14 novembre sbarca a Zara, debolmente contrastato dal governatore militare. Occupata Zara, D'Annunzio riparte pochi giorni dopo lasciando una guarnigione a presidiare la città, mentre corre voce che egli stia per tentare altre imprese del genere a Sebenico e a Spalato.

Gli italiani vanno alle urne ignorando le ultime imprese di D'Annunzio, perchè il governo blocca la notizia attraverso la censura, temendo che il nuovo fatto d'armi possa mutare il corso della consultazione. Le elezioni del 1919 vedono la sconfitta dei fascisti e nel giugno del 1920 Giolitti subentra come Presidente del Consiglio a Nitti.
Il 1920 vede la conclusione definitiva dell'avventura fiumana di Gabriele D'Annunzio.
I rappresentanti delle potenze alleate si riuniscono a Rapallo. Il 12 novembre viene firmato un trattato che dichiara Fiume stato indipendente e assegna la Dalmazia alla Jugoslavia tranne la città di Zara che passa all'Italia. Il 'poeta soldato' viene invitato ad andarsene da Fiume.

Questa volta l'esercito e la marina italiana non potranno più mostrarsi compiacenti con D'Annunzio. Il generale Enrico Caviglia viene inviato a Fiume per far sgomberare la città dagli occupanti. E' Natale. D'Annunzio dichiara che quello sarà un Natale di sangue e promette che verserà anche il suo, ma il generale Caviglia ordina ad una nave da guerra di aprire il fuoco contro il palazzo del governo. Le prime bordate segnarono la fine dell'avventura di D'Annunzio che se ne va. I suoi legionari lo seguono. Portano una divisa che diverrà famosa: camicia nera sotto il grigioverde e fez nero.

Non resta che concludere ricordando il motto latino che D'Annunzio coniò durante la guerra:

“Memento audere semper'

                                Ricordati di osare sempre

                                                                Gabriele D’Annunzio

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