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Il trattamento: un tema aperto - istituti penitenziari rieducazione




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Il trattamento: un tema aperto [1] - istituti penitenziari rieducazione



Un’isola felice dentro ad un’isola felice: è questa la radiosa definizione con la quale la redazione di Ristretti Orizzonti[2] definisce l’attività che coordina e gestisce il periodico di informazione del Due Palazzi, con l’accompagnamento, vera e propria vocazione, di alcuni volontari. Sì, perché la Casa di Reclusione padovana, a detta di chi ha vissuto altre carceri,  “gode” di una realtà che altre istituzioni penitenziarie neppure lontanamente sognano e la redazione sembra un atollo dal mare limpido e cristallino, dove circa una ventina di persone ristrette trascorrono alcune ore delle loro giornate, sedute davanti ad un computer, per scrivere, per impaginare, per raccontarsi, con una ruvidità che spesso lascia frastornati; testimonianze umane capaci di una seria discussione, che affrontano senza remore ciò che si vorrebbe mettere a tacere, per sfatare il mito della galera come vacanza forzata.

Un coro di voci che da vita ad arringhe dottrinarie, spingendo la mente umana oltre i confini della discrezionalità imposta dalle mura della galera; storie di vita, problematiche reali, questioni da sempre irrisolte e per questo continuamente dibattute. Si discute di salute, di affetti, di istruzione, di lavoro, di sessualità. Si discute sul carcere e sulle sue reali necessità, sui reali problemi che le persone vivono in quel luogo eterno e da sempre mitizzato, da sempre quello strumento per eccellenza che ha l’immane potere di marchiare a fuoco chiunque vi transiti, per imprimere il ricordo di un errore.

Eppure solo un graticolo rosso alle finestre ricorda l’ubicazione di quella stanza, i cui muri incorniciano, in bell’ordine, le copertine dei giornali realizzati; e ancora stampe, libri, riviste e qualche risata riportano ad una realtà diversa. Perché quando si varca la soglia della redazione si scorda tutto il resto. Niente più cancelli, niente più blindi, niente più agenti, niente più tintinnio di chiavi pesanti.

Seduti a tavolino, abbiamo aperto una discussione sull’ormai nota e triste funzione rieducativa della pena. Come un’umile uditrice ho preso posto tra di loro e nel silenzio ho ascoltato le parole dei destinatari di nozioni snaturate e prive di una concreta fruibilità. Ho ascoltato le parole di chi se lo suda quel trattamento per poter aspirare a qualche beneficio. Ci sono quelli che ci credono, quelli che ci credono un po’ meno, chi concepisce la validità del trattamento se solo fosse un po’ diverso.

Il trattamento è una leggenda che serpeggia tra le carceri, insinuandosi nella concessione dei benefici, tiranneggiato come percorso obbligatorio per la redenzione personale o, al contrario indulgente e sopraffatto da vane aspirazioni. Tutto ciò che ruota attorno al trattamento è inscindibilmente connesso al concetto di rieducazione; il trattamento, cardine fondamentale della riforma del ’75 “è la cosa più importante che sia stata fatta per i detenuti (…) che andrebbe sostenuta, rafforzata, difesa, perché è l’unica alternativa al carcere custodiale” e secondo l’O.P. rientra a pieno titolo nella prospettiva della rieducazione ed è diretto alla promozione di processi in grado di modificare gli atteggiamenti ostativi la costruttiva partecipazione al circuito sociale.

La relativa applicabilità del beneficio” consente una valutazione del riesame ma soprattutto spinge, a fronte dell’ampio margine di recidivismo che sembra contrastare e sminuire la funzione rieducativa della pena, alla formulazione di un’attenta questione: il coinvolgimento della popolazione detenuta in attività formative e trattamentali, o presunte tali, è realmente utile nel perseguire un effettivo e graduale percorso di reinserimento? 

La risposta ad un quesito quanto mai discutibile in via strettamente ipotetica eleva l’attenzione su temi ben precisi, quali l’importanza delle attività trattamentali, l’individualità del trattamento, il consolidamento delle capacità del singolo, il problema delle pene lunghe, la revisione critica e la riparazione del danno.

Le attività culturali, come il circuito del Centro di Documentazione, si pongono come “una sfida”, la dimostrazione tangibile che il soggetto è dotato di capacità che se fossero state prontamente valorizzate avrebbero, forse, consentito di scegliere una condotta di vita regolare, lontana dai circuiti devianti della criminalità, lontana dalla sofferenza inerte che, purtroppo, relega la persona ristretta ad uno stile di vita altamente degradante e dai confini tormentati che colpisce in modo diretto anche le famiglie di coloro che vivono la situazione detentiva. Una realtà che contribuisce al loro allontanamento dalla società dei benpensanti che, incuranti del fatto che dietro a quelle sbarre vivono delle persone che hanno sì commesso un errore ma che tentano di riappropriarsi di quella dignità che loro stessi si sono negata, si disinteressano del “destino delle persone che sbagliano (…)”. “Non importa a nessuno chi eri, cosa facevi, perché l’hai fatto o altro. Hai sbagliato e ora paghi”.

Le attività, quali “momento di riflessione” possono allestire, dunque, il terreno per una redenzione in previsione di un rientro nella società? La risposta che una collettività offesa può dare, forse, non si allontana così tanto dagli ideali di chi il carcere lo vive e ribadisce l’ineluttabilità di saldare il debito contratto senza alcuna forma di remissione.

Un eufemismo accordabile si dipana attestando che il “poter trascorrere una parte della giornata in redazione e senza un vero e proprio controllo da parte degli agenti è già qualcosa di positivo. Esperienze come questa sono positive” perché consentono di ritagliarsi quell’autonomia in grado responsabilizzare il soggetto che riesce, in tal modo a “non perdere quello che in realtà è un beneficio e non un dato acquisito nel carcere”, una fiducia ed una responsabilità accordati che rischiarano l’orizzonte trattamentale, rendendolo effettivo o quanto meno credibile.

(…) attività come queste sono create molto bene, ma purtroppo per un numero limitato di persone. Creano o rischiano di creare delle discriminazioni (…)”.



Tali attività, dunque, rivestono un ruolo valido “ma creare queste “isole felici” all’interno di strutture che ospitano 700 detenuti, solo per 30-40 persone non è costruttivo”.

Il principio dell’individualizzazione del trattamento, a cui è dedicato l’art. 13 O.P., esprime l’esigenza di dare rispetto e rilievo all’individualità di ciascun detenuto e di fornire una risposta diversificata a seconda dei problemi e delle necessità del singolo.

“(…) pensare a un’attività di trattamento e rieducazione generalizzato è assurdo, il trattamento, e lo dice anche l’ordinamento, deve essere individuale e questo non accade (vedi mancanza di educatori, di psicologi ecc.). Cioè, continua ad esserci una dicotomia tra un principio che vuole la rieducazione e il reinserimento sociale delle persone e il sistema di pene che invece le scaraventa fuori dalla società.”

Il problema dell’individualità del trattamento è una costante che negli ultimi anni si è massicciamente intensificata in conseguenza dell’aumento della popolazione carceraria, direttamente proporzionale alla carenza di organico deputato alla rieducazione del reo.

Il trattamento mirato al singolo soggetto, portatore di una situazione che si discosta dal parametro generale e che va considerata nella sua specificità “ (…) dovrebbe iniziare già nelle aule dei tribunali, perché la prima persona che ci giudica è quella che in fin dei conti ha in mano tutta la nostra vita, e non è di primaria importanza l’entità della pena, è come ti viene imposto di scontare la pena che inizialmente dovrebbe far riflettere, perché moltissime persone potrebbero essere reinserite senza il timore di reiterazione del reato”.

Il trattamento può trovare compimento e concreta attuazione nella valorizzazione delle capacità del singolo, individuandone attitudini e competenze specifiche: “se si hanno delle attitudini, vanno individuate e la persona va indirizzata in quel senso per una prospettiva di lavoro esterno, in base appunto alle proprie capacità”; se è finalizzato a ricoprire i buchi di noia, di disperazione, di tracotanza e di abbrutimento si rivela effimero ed inutile, perché indirizzato più ad un’alternativa alla monotonia della cella che non all’offerta di risposte alle reali necessità, ed il pericolo in cui si può incorrere non è trascurabile: “non mi serve a niente imparare ad usare un pennello o qualsiasi altra cosa se non riesco ad imparare a gestirmi uno spazio di autonomia e responsabilità nella società. Rischio di continuare ad essere quello che ero prima”.

E’ dunque fondamentale la linea guida che il trattamento deve seguire per essere efficace ed efficiente, i suoi risvolti devono poter essere tangibili o quanto meno verificabili; “se è indirizzato a indottrinare o formare o dare ad uno un qualcosa di diverso da quelle che sono le reali necessità non serve a niente né per la rieducazione, né per la risocializzazione. Cosa si risocializza in un momento di attività se tutto quello che devi fare è quello che ti dice il professore o il volontario?”.

L’Italia, paese di Beccaria, è caratterizzato dalle pene detentive più lunghe, da limiti edittali troppo alti a cui si aggiungono le pene interdittive e la riparazione del danno.

La condanna che pesa sulle spalle di chi delinque, dunque, non si limita all’espiazione della pena detentiva ma sembra destinata a perpetuarsi. Alla privazione della libertà si accompagnano dei sistemi vincolanti la concessione di determinati benefici, quali la revisione critica del danno, l’attività risarcitoria ed il contatto con le vittime del reato.

Durante il gruppo di lavoro è emersa l’emblematica questione della giustizia riparativa che si pone oggi quale modalità alternativa alla pena retributiva e riabilitativa.

Come già ribadito, nell’O.P., l’adoperarsi in favore della collettività, attraverso il risarcimento del danno, la prestazione di un lavoro di pubblica utilità ed il contatto con la vittima, viene espressamente citato solamente in due casi [3].

E’ palese, tuttavia, che la non accettazione dell’adoperarsi nei confronti della vittima, laddove possibile, può compromettere la concessione della misura alternativa, qualunque essa sia (e non limitatamente all’affidamento in prova ai servizi sociali, unico istituto che, ufficialmente, contiene nel verbale la prescrizione per cui l’affidato deve adoperarsi in favore della vittima del suo reato).

L’attività risarcitoria si accompagna, dunque, in ogni caso, alla misura alternativa in corso; la pena viene cioè gravata di un’aggiunta imposta forzatamente, perdendo così il carattere di volontaria riparazione del danno cagionato e riducendosi a mero stereotipo che regola l’esecuzione penale, “un’ulteriore condanna che non è prevista in sentenza”, un ariete che scardina con violenza le porte della volontà, una scelta obbligata alla quale non ci si può sottrarre ma che sminuisce l’effettiva volontà che il soggetto custodisce di redimere se stesso attraverso un’azione proficua anche e soprattutto per la società.

Penso d’averlo pagato il mio debito. Questa richiesta di attività risarcitoria mi sembra in più. Ma che sarei anche disposto a fare se in qualche maniera mi venisse alleggerita la condanna. Ma così… inoltre non è volontariato, perché mi viene imposta. Precisiamo che se questa fosse l’unica strada percorribile per ottenere qualcosa la farei, ma non parlatemi di volontariato, perché questo non lo è.“(…) il volontariato è una cosa che bisogna sentirsi di fare, non deve essere imposta, altrimenti non è più volontariato. Comunque l’accetti perché devi. Perché non puoi danneggiarti da solo.”




Ma se mi viene chiesto di fare una cosa che non posso rifiutarmi di fare, altrimenti non potrei ottenere un qualsiasi beneficio… quello non è volontariato. Qual è il fine? Quello di farmi capire che ho fatto un danno alla società e che quindi devo riparare facendo questo? Tutto questo non mi insegna niente (…)”

Una questione, senza ombra di dubbio, delicata e lacerante è il contatto con le vittime del reato perché “mettere a confronto chi ha commesso il reato con chi l’ha subito è difficilissimo”, un confronto che, fino ad oggi, ha dato i suoi frutti quasi esclusivamente nell’ambito della mediazione minorile o comunque relativamente reati di lieve entità.

La mediazione penale in Italia, come già ribadito, riveste un ruolo puramente sperimentale, ma sul tema le discussioni non mancano; vige una diatriba che contrappone chi, da un lato, attende il momento giusto per contattare le vittime del reato, quel momento che non sottende alcuna richiesta, alcun beneficio, alcuna clemenza, alcuno sconto, e chi, dall’altro lato, ha sentito la necessità di doverlo e volerlo fare, per manifestare lo sgomento, l’indignazione, la sofferenza e l’impotenza che si accompagnano inevitabilmente al riconoscimento dell’errore commesso.

Ma non è facile incrociare lo sguardo di chi è stato ferito, non è facile dare spiegazioni. Non è facile perché la consapevolezza di una riparazione totale si situa in un orizzonte utopico. “(…) non esiste che io scriva loro una lettera…ma poi per dirgli cosa?

Se da un lato, dunque, matura nel reo questa difficoltà, del tutto comprensibile, dall’altro lato non si può mantenere nell’ombra chi il reato l’ha subito, chi, in modo più o meno deleterio, è stato protagonista e vittima di una storia scritta da qualcun altro. Dal momento che attualmente poco viene fatto per aiutare le vittime ad elaborare il vissuto in preparazione di un eventuale incontro con l’autore del reato, non è difficile ipotizzare quanto possa essere difficile per le stesse e per i familiari, rivivere il dramma. Un’idea che spesso viene allontanata con forza; ed anche questo è del tutto comprensibile.

Altrettanto complessa è la revisione critica del passato e delle condotte illecite messe in atto dal soggetto. E’ da una consapevolezza di fondo che si può prospettare qualcosa di diverso, è dall’umana esigenza di raggiungere un equilibrio interiore anche nella difficile situazione creata dalle detenzione che il soggetto può, attraverso varie fasi, ripensarsi in termini nuovi; appropriazione del passato, accettazione del presente e motivazione per il futuro, rappresentano una possibilità preziosa per migliorarsi, perché “senza adesione di chi è coinvolto su un tentativo di tipo diverso da quello di stare in carcere ad aspettare di uscire, qualsiasi cosa si faccia, salta. Salta perché non c’è il presupposto”.

La revisione, “una questione interiore ed intima”, un’autocritica profonda e, a volte, dolorosa, a volte minimizzata, su cui è, forse, più facile mentire perché ammettere i propri errori e mettere a nudo paure, ansie e timori reali, in una società in cui la colpa tende ad essere soffocata, non è certo facile, ma richiede una forte dose di coraggio e di remissività.

La triade monadica rieducazione-risocializzazione-trattamento, termini strettamente correlati ed interdipendenti, profetizza una realtà che per la sua abnorme complessità sembra non trovare concreta attuazione: i tre concetti chiave sono aspramente criticati perché usati in modo effimero, spogliati del loro senso, rapportati ad una situazione, quella detentiva, miope rispetto a ciò che si propone.

Eppure, a distanza di quasi 30 anni dalla riforma penitenziaria, punto di svolta del sistema custodiale, molte questioni rimangono irrisolte e la rieducazione è rimessa a semplice metro pleonastico e con essa il trattamento sui quali si tende a misurare la capacità del singolo di gestirsi e lasciarsi gestire.

Il trattamento deve essere quello di dare ai detenuti la possibilità di scontare la carcerazione in un determinato modo e possibilmente essere seguiti per quello che sono stati i reali motivi che li hanno fatti finire in questi posti mentre invece tutto questo non avviene”. C’è chi sottolinea non tanto la precaria funzionalità del trattamento, quanto, piuttosto, chi ne denuncia la mancata presenza.

Sì, perché il carcere com’è oggi sembra destinato a deturpare, ad abbrutire; perché “dal carcere così com’è adesso è più facile uscire peggiorati”.

Quando si sbaglia, se vieni preso paghi e non c’è da parte di nessuno la vera volontà di fare qualcosa per reinserirti. Tutto quello di cui discutiamo fa emergere sempre più le reali condizioni che giustamente o meno il detenuto subisce. Un vero trattamento non esiste. Il reinserimento non viene agevolato; tendenzialmente accade che nella stragrande maggioranza delle carceri sconti la tua pena in cella e senza benefici, eccetto la liberazione anticipata. E in aggiunta alla pena ti vengono fatte nuove richieste, che poi non sono non sono richieste, ma imposizioni.

Il trattamento, poi, non si limita al dispiego di attività culturali e ricreative ma ricopre una superficie più ampia, includendovi i rapporti intercorrenti con il personale (educatori, polizia penitenziaria, assistenti sociali, …); entra in gioco la “socialità umana”, tutte quelle “situazioni nelle quali il detenuto si trova a vivere quotidianamente” e che “dovrebbero permettere alla persona di non regredire, di non sentirsi esclusa dal mondo esterno, di non isolarsi in cella o mentalmente”.

Allargandosi al contesto della rieducazione, sembra che la situazione si areni in uno stato di parziale ed a volte totale insoddisfazione: “resto convinto che qui non si possa insegnare l’educazione e che questa parola, in questi posti, non dovrebbe nemmeno essere usata”.



La risocializzazione, voltafaccia della medesima realtà nonostante la semantica accezione la faccia apparire più gradevole agli occhi, si esaurisce in sé, non trova un proseguo confortante per quella diffidenza, a volte peraltro giustificata, da parte della società, protagonista della vicenda, che sceglie senza remore ed indecisioni il suo ruolo: quello della vittima.

La funzione rieducativa si gioca anche in questo caso per fornire al reo la capacità di “saper affrontare il mondo esterno quando ti verrà data la possibilità di farlo, ti diano la capacità di saper fronteggiare i disagi che immancabilmente si presenteranno. E’ molto importante, secondo me, che si insegni anche questo, altrimenti in un attimo si rischia di perdere tutto quello per cui si sono fatti sacrifici enormi per ottenerlo”.

Un polo dai confini altrettanto marcati è quello relativo la popolazione straniera nelle carceri italiane, per altro costituente una percentuale dominante. Un breve accenno solamente per qualche considerazione che sottolinea come il percorso trattamentale, e non solo, sia maggiormente scosceso per coloro che si trovano a dover espiare una pena in un paese diverso dal proprio per lingua, abitudini e cultura; “ Vorrei sottolineare la situazione degli extracomunitari, perché se il trattamento è così irto di difficoltà per i detenuti italiani, figuriamoci come deve essere per noi che non abbiamo nessuna tutela a termini di legge, oltre a una totale mancanza, che possano permetterci di ottenere qualcosa. Oggi secondo me va tenuta presente anche la popolazione detenuta straniera che dai dati che abbiamo in possesso è già numerosa e in continuo aumento. A causa di questo ultimo dato bisogna tener presente il trattamento che agli stranieri viene applicato. Se gli italiani si lamentano dei colloqui, cosa dovremmo dire noi che per la stragrande maggioranza non ne possiamo fare e che l’unica possibilità per contattare i nostri famigliari sono i 10 minuti di telefonata settimanale e a cui non sempre viene concessa questa possibilità?”.

 

L’idea di fondo sembra dare credito al fatto che la rieducazione, termine alquanto infelice per la valenza surreale che si propone, è “una scelta” che matura all’interno della persona, che si alimenta sulla riscoperta di un sistema di valori prima occultati, che si rafforza sperimentando sulla propria pelle quanto il carcere toglie alla vita; un’ideazione che emerge dalle parole di chi ha fatto della galera la residenza per eccellenza: “Il balordo che c’è in me in qualche modo è ancora vivo, ma in qualche modo l’ho mandato in pensione e lo sto facendo morire di morte naturale. Non perché qualcuno (…) mi abbia rieducato, semplicemente per una mia scelta, perché voglio riappropriarmi di quella fetta di vita che mi rimane accontentandomi di quello che la vita mi vorrà ancora offrire. Voglio dire che la funzione rieducativa non funziona, non puoi dire a certe persone che magari hanno già 45-50 anni “Io ti modello come voglio, ti cambio ecc.”.  Non c’è più niente da cambiare. Quello che non faccio è perché io non voglio più farlo”.



[1] In corsivo gli interventi dei detenuti del gruppo di Ristretti Orizzonti che hanno preso parte al gruppo di discussione.

[2] Oltre alla redazione del giornale ed alle attività di formazione scolastica, la Casa di Reclusione di Padova ha all’attivo un laboratorio di legatoria, un laboratorio di Rassegna Stampa ed il TG2 Palazzi.

[3] nell’art. 27 del DPR 230/2000 e nel comma 7 dell’art. 47 l. 354/75.

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