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Il contributo femminile alla criminalita’




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IL CONTRIBUTO FEMMINILE ALLA CRIMINALITA’



 

1.1          DONNE E COMPORTAMENTO CRIMINALE

La nostra ricerca si concentrerà maggiormente sul trattamento penitenziario della donna, tuttavia per meglio affrontare tale argomento è bene fare un piccolo excursus storico riguardante le interpretazioni e gli studi criminologici della delinquenza femminile; d’altro canto il carcere è un’invenzione abbastanza recente ma il tema della criminalità è stato affrontato in ogni epoca.

1.1.1   Uno sguardo al passato (premesse criminologiche)

“Quello spettacolo avrebbe straziato qualunque altro cuore non fosse stato quello dei giudici. Si sarebbe detta una povera anima peccatrice interrogata da Satana sotto la rossa volta dell’inferno. Il misero corpo al quale stava per avvinghiarsi quello spaventoso formicaio di seghe, di ruote e di cavalletti, l’essere che quelle aspre mani di carnefici e di tenaglie stavano per maneggiare, era dunque quella dolce, bianca e fragile creatura. Povero grano di miglio che la giustizia umana dava da macinare alle spaventose macine della tortura!”

Duecento anni or sono Victor Hugo in “Notre-Dame di Parigi”, ambientato alla fine del Quattrocento, descriveva così la tortura della bella zingara Esmeralda accusata di omicidio e stregoneria.

L’epoca dei lumi doveva ancora venire, Beccaria  non aveva ancora cambiato indelebilmente il modo di concepire la pena e la criminologia come scienza non era ancora nata.  In un momento storico in cui il diritto era basato essenzialmente sui principi dell’intimidazione e della vendetta, nel quale la struttura sociale europea era fondata sull’autorità dispotica delle monarchie assolute e sulla detenzione dei beni di produzione (per lo più agricoli) da parte dell’aristocrazia e della Chiesa la  stratificazione sociale  era altamente rigida, l’esercizio dell’autorità penale era inflessibile e arbitrario come la struttura sociale .

Ecco che in questo scenario, dove per altro il controllo sociale sulle donne non aveva limiti, ci appare un interpretazione criminologica della realtà femminile.

Nel 1484 il pontefice Innocenzo VIII emanò una bolla intitolata Summis desiderantes affectibus nella quale i vescovi tedeschi erano esortati ad essere più energici nella lotta contro le streghe e gli stregoni; solo tre anni più tardi due domenicani tedeschi, Henrich Institor e Jakob Sprenger  pubblicarono un testo intitolato Malleus maleficarum (Il martello delle streghe). Il libro ebbe ben quattordici edizioni  fra il 1487 ed il 1520, altre venti tra il 1520 ed il 1669, un vero caso letterario per un testo nato come manuale per i giudizi del tribunale dell’Inquisizione.

Gli autori oltre a dare istruzioni sul modo di iniziare un’inchiesta e di condurre gli interrogatori, si soffermavano ad approfondire un tema particolare: perché l’haeretica pravitas si ritrova più facilmente fra le donne che fra gli uomini? La loro risposta si riassume rapidamente in questa frase: « La ragione naturale è che la donna è più carnale dell’uomo, come risulta in molte sporcizie carnali ». A questa tesi di fondo segue un ricco elenco di argomenti che riassume bene tutti i luoghi comuni dell’antifemminismo, la donna è un essere misterioso e imprevedibile, può essere di volta in volta Maria Vergine o Eva, ma non c’è dubbio che per gli inquisitori è la seconda connotazione a prevalere. D’altra parte è sorprendente constatare che la credenza nella stregoneria si ritrova non solo tra i monaci inquisitori o nel popolo superstizioso, ma anche fra magistrati di tribunale che giudicavano i malefici come reati di competenza dello Stato, lasciando all’Inquisizione l’aspetto diverso della repressione dell’eresia.

Siamo partiti dall’illustrazione di questa situazione medievale perché, curiosamente, ritroveremo tali pregiudizi nei confronti delle donne trasformati da superstizioni e fanatismi religiosi in teorie scientifiche, come a dire che certi atavici schemi sono duri a morire.

1.1.2              Criminologia e delinquenza femminile

Le indagini teoriche sulla delinquenza femminile all’inizio si attestarono al livello interpretativo proposto dai primi studiosi della delinquenza. Cesare Lombroso, primo grande criminologo della storia cui dobbiamo l’introduzione della metodologia scientifica operativa, nel suo famoso saggio “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” sosteneva che le donne criminali, a differenza dei maschi, sono scarsamente caratterizzate da segni di atavismo perché, essendo relativamente primitive, i segni degenerativi risulterebbero più difficili da identificare. La criminale nata (geneticamente più vicina al sesso maschile che a quello femminile, in quanto del tutto priva d’istinto materno), ha tutte le caratteristiche criminali dell’uomo unite alle peggiori caratteristiche della donna quali la falsità, l’astuzia, il rancore. La prostituzione sarebbe una tipica manifestazione della struttura criminale della donna e se la prostituta commette reati particolarmente gravi, lo deve alla sua scarsa intelligenza, debolezza fisica ed altre limitazioni.

Si crea la consapevolezza che le donne commettono meno reati degli uomini ma, quando li commettono, lo fanno perché in loro c’è qualcosa che le rende ancor più pericolose dell’uomo, false, astute e piene di rancore non si chiamano più  streghe, non si parla più di haeretica pravitas ma anche se mostrate sotto la lente della scienza, tramite spiegazioni biologiche ci accorgiamo che il filo conduttore di pensiero che viene dal medioevo non si è ancora spezzato.

Tale impostazione di studio è cambiata solo quando i ricercatori hanno cominciato ad uscire dalle maglie degli stereotipi per affrontare la questione in maniera diversa, partendo dal presupposto che, affinché una donna possa delinquere, non è necessaria la presenza di un’anomalia dell’istinto materno o da una qualche tara genetica; l’approccio biologico non può fornire da solo la spiegazione del crimine bisogna perciò  indagare attraverso altri strumenti del sapere umano e sotto altri punti di vista.

Molte correnti di pensiero hanno fatto la storia della criminologia dalla teoria delle classi pericolose (Fregier, 1840; Mayehw, 1861) all’individuazione della cosiddetta “criminalità dei colletti bianchi” di Shuterland e via dicendo, la genesi dell’atto criminale è stata studiata attraverso tante prospettive ma quello che è mancato sono studi attenti e continui  sullo specifico della criminalità femminile; perciò, ancor prima di chiedersi quali delitti e perché li compiono le donne, coloro che si apprestano ad analizzare la specificità della delinquenza femminile si chiedono: perché così poco interesse per il problema? Vale l’esiguità del numero di condannate rispetto agli uomini a giustificare tale scarsità di studi? E così pure noi ci domandiamo, è stata una società androcentrica fatta di giudici uomini, penalisti uomini, legislatori uomini, governanti uomini e criminologi uomini a far apparire la delinquenza femminile  un argomento trascurabile o da poter affrontare in poche battute?

Le domande elencate sono palesemente retoriche e ci basta segnalare che la maggior parte delle monografie, articoli e studi reperiti durante la raccolta del materiale per scrivere questo lavoro è stata elaborata da donne per capire come, per far emergere il fenomeno, era necessario un certo declino dell’androcentrismo.

Della minor incidenza statistica della criminalità femminile sono comunque state fornite molteplici chiavi di lettura delle quali nessuna si è rivelata completamente  esauriente e che devono essere prese in considerazione parallelamente.

Si può in primo luogo considerare che la minor criminalità della donna potrebbe essere più apparente che reale dal momento che una certa parte delle condotte criminose femminili non viene rilevata: il numero oscuro sarebbe cioè più elevato di quello dei delitti commessi dagli uomini. Anche se l’indagine statistica non consente di parlare di reati prettamente femminili , essa mostra un’attività criminosa maggiormente improntata a reati di natura appropriativa per fini economici piuttosto che a reati violenti. Reati come il taccheggio, i furti nei supermercati o quelli delle collaboratrici domestiche sono fra quelli che vengono identificati con meno facilità e che vanno ad incrementare il numero oscuro.

 Non solo, la partecipazione della donna che concorre o coopera in certi reati sarebbe più facilmente celata dal ruolo più nascosto, oltre che dall’atteggiamento di omertà e protezione dell’uomo nei suoi confronti.

Infine un ulteriore comportamento frequente sarebbe quello di favoreggiamento che spesso non emerge o talvolta non è prospettabile come reato; tale atteggiamento sarebbe legato al ruolo di appoggio nella famiglia che la donna in qualità di madre, moglie o convivente può attuare nei confronti del congiunto che svolge un’azione criminale e che si espone pertanto maggiormente al rischio di identificazione giudiziaria.

In secondo luogo, per spiegare la scarsa incidenza statistica della delinquenza femminile, possiamo prendere in considerazione la diversa posizione sociale della donna ponendo l’attenzione proprio alla sua minore partecipazione alle attività relazionali, al suo ruolo più appartato e quindi alla sua situazione più dipendente e meno esposta alla sollecitazione di stimoli ambientali. Questa supposizione è stata avanzata nel 1950 da Sutherland e Cressey i quali ipotizzarono una precisa teoria: il tasso di criminalità femminile  tenderebbe ad avvicinarsi a quello maschile nei paesi dove le donne godono della parità di diritti e di uguaglianza, mentre continuerebbe a discostarsene nei paesi dove le donne vivono in situazione di dipendenza e sottomissione. Successive verifiche sul lungo periodo relative a vari paesi non hanno confermato questa ipotesi e ci basti guardare la tabella 1 riguardante l’andamento percentuale delle condannate in Italia rispetto al totale dei condannati per notare che non è in vista degli anni in cui si è attuata maggiormente l’emancipazione femminile che il tasso di condannate cresce ma bensì sono stati altri fattori come le guerre (esprimeremo successivamente commenti a tal proposito) a far crescere la suddetta percentuale.

Con le mutate condizioni sociali è più corretto affermare che vi sia stato un cambiamento nella distribuzione dei tipi di reati commessi cioè un aumento, in valori assoluti, della partecipazione delle donne alle rapine e al terrorismo, mentre, al contrario, sarebbero in diminuzione gli infanticidi e i reati connessi alla prostituzione e, infine, non dobbiamo trascurare fenomeni quali la tossicodipendenza che hanno mutato radicalmente (e non solo da una prospettiva femminile) la tipologia delle condannate e i reati loro imputati.

Secondo altri studi, il persistente divario tra criminalità maschile e femminile sarebbe anche dovuto ad un atteggiamento indulgenziale da parte degli organi di polizia e della magistratura  nei confronti della donna che compie reati, essi denuncerebbero meno o irrigherebbero minori condanne sempre in funzione del ruolo subordinato e pertanto deresponsabilizzato delle donne. Anche questa interpretazione non può essere univocamente accettata e comunque, negli ultimi tempi, l’atteggiamento “cavalleresco” e protettivo sembra si sia modificato e questo è dovuto probabilmente anche al tipo di reati commessi e al diverso tipo di donne che compaiono davanti al giudice. Se pensiamo alle detenute politiche alla fine degli anni ’70  ci accorgiamo subito che propongono un’immagine di trasgressione femminile diversa da quella tradizionale. Scrive Franca Faccioli[1] :

“La loro trasgressione investe l’ordine sociale e non rimane circoscritta nella sfera domestica. Queste donne non sono rassegnate; spesso il loro delitto nasce da rabbia e insoddisfazione per condizioni di oppressione di cui vengono accusati i rapporti di potere. La loro storia non è quasi mai fatta di miseria e sottomissione e comunque, non viene chiamata in causa per giustificare la loro scelta di trasgredire”.

Dubitiamo che, di fronte a tali donne, il giudice sia stato “cavaliere” e ci domandiamo se questa presunta indulgenza in passato non fosse stata strettamente connessa al complesso delle forme di controllo sociale rivolto alle donne per cui la famiglia in primo luogo, i manicomi ed altri istituti specifici avevano sempre costituito gli ambiti in cui la società cercava di prevenire e reprimere i comportamenti femminili “irregolari”.



Attualmente pensiamo si possa fare solo un discorso generale per il quale per tutti gli imputati, donne e uomini che siano, esistono svariate forme di rischio, strettamente correlate alle variabili della decisione; tali forme di rischio, scrive Luigi Lanza[2] , “costituiscono una specie di «repertorio di parzialità del giudice» che può turbare la correttezza e l’autenticità del giudizio”.

Dire quindi che i giudici osservano, accanto alla legge, altre regole di applicazione e a queste regole appartiene sicuramente anche il “giusto” trattamento delle donne non può spiegare la minore incidenza della criminalità femminile rispetto alla maschile.

Per chiarire il fenomeno menzionato sono state avanzate anche interpretazioni psicopatologiche  per cui vi sarebbe nella donna una maggior tendenza a tradurre in senso nevrotico o autoplastico e cioè  attraverso ansietà, depressione, instabilità emotiva la conflittualità provocata da fattori ambientali disturbanti; mentre nell’uomo gli stessi fattori agirebbero provocando un comportamento alloplastico favorendo il passaggio all’atto e l’anomalia di comportamento. Tale comportamento autoplastico potrebbe essere indotto anche dalla differenza nei processi di socializzazione delle donne rispetto agli uomini; ad esse vengono ( è già il caso di dire “venivano”?) insegnati valori che fanno capo alla passività, alla sottomissione, al maggior conformismo, alla non competitività  contrariamente a quanto accade per i maschi, e tali valori vengono rafforzati nei rapporti sociali, nella maggior subordinazione e nel minor prestigio anche nell’ambito del lavoro che tutt’ora vede le donne in molti settori escluse dalle posizioni più prestigiose.

Ancora, spesso è stato ritenuto significativo (fin dagli studi di Lombroso) il fatto che la prostituzione offrisse alla donna una modalità di esprimere un comportamento altrettanto disadattato di quello criminoso che però non era penalmente punibile.

Bisogna infine ricordare le interpretazioni in chiave biologica che centrarono l’attenzione prima sulle diversità fisiologiche e ormoniche, poi sulle differenze del patrimonio genetico per spiegare la scarsa propensione al delitto del sesso femminile. Certo non si possono negare differenze biologiche tra donne e uomini, tuttavia “quel che occorre tener presente, per questo, come per altri problemi criminologici in cui si è fatto ricorso a una spiegazione in termini biologici, è la pratica impossibilità di nettamente distinguere, nell’umanità, tra natura e cultura”.[3]

1.2          Approccio ad un’ analisi statistica

La criminalità femminile è realmente molto inferiore a quella maschile? Che tipo di reati commettono le donne? Come possiamo intuire la reale entità del numero oscuro?

Per cercare di rispondere a queste ed alle altre domande che si presentano costanti quando si affronta la questione della delinquenza femminile  possiamo analizzare i dati statistici forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia e le statistiche giudiziarie e penali degli annuari dell’ ISTAT; non solo, oltre alle suddette fonti dirette abbiamo la possibilità di avvalerci/consultare di ricerche svolte in aree specifiche del territorio italiano in anni recenti (Toscana, Veneto).

Prendere in considerazione i dati aiuta a far luce sull’entità di un fenomeno in un dato contesto storico e  in un dato contesto ambientale, tramite queste informazioni siamo in grado, per così dire, di “fotografare” la realtà carceraria femminile in vari momenti ma questo può solo essere un punto di partenza. Valutare il tipo di criminalità, provare ad individuarne le cause, lavorare sulla ricerca degli interventi preventivi e di sostegno è il compito che viene subito dopo, fermarsi ad osservare i dati è poca cosa.

Non bisogna poi dimenticare che la criminalità è frutto di una convenzione, il delitto è un fatto sociale (mala quia prhoibita), perciò comportamenti un tempo puniti ed in seguito depenalizzati (o vice versa) hanno influito sulla realtà della popolazione carceraria  come non bisogna scordare che la criminalità è solo un aspetto della devianza e, come accennavamo nell’introduzione, vi sono comportamenti devianti che non sono puniti penalmente.  Per chiarire quanto appena detto ci basti pensare all’uso personale non terapeutico di sostanze stupefacenti/ psicotrope il quale, nel nostro Paese, non è punito penalmente ma a cui sono legati tanti fenomeni criminosi oppure alla prostituzione, anch’essa non punita penalmente, ma espressione di una realtà deviante e legata drammaticamente a fenomeni di vera e propria schiavitù.

Alla luce di queste riflessioni capiamo che per leggere correttamente i dati non dobbiamo perdere di vista i periodi storici che prendiamo in considerazione ed i mutamenti sociali e politici che li hanno attraversati altrimenti rischieremmo di avere una visione distorta della realtà e potremmo trarre conclusioni errate.

Tornando allo specifico femminile bisogna evidenziare come il reperimento dei dati e dei documenti a riguardo sia stato a tratti difficoltoso proprio perché alcuni ricercatori non hanno preso in considerazione la differenza di genere nell’esposizione dei loro studi.

Abbiamo reperito, ad esempio, un approfondimento del 1999 sulla delinquenza degli stranieri in Francia[4] e, tra le svariate serie di informazioni messe a disposizione, solo una piccola tabella, per altro priva di adeguata didascalia  segnalava distinzione di genere.

 Ci si stupisce  di questa lacuna proprio perché se, come illustravamo poc’anzi, la lettura dei dati ci serve ad individuare problemi, settori d’intervento e metodi dell’intervento stesso allora, come considerare la differenza statistica tra maschile e femminile un dato trascurabile?

Allora il problema di fondo nello studio della delinquenza femminile, come scrive Luisella de Cataldo Neuburger[5], è l’insufficienza dell’interesse e della ricerca criminologica per cui si consolida il dubbio che l’indifferenza per la criminalità femminile valga anche a giustificare la sua relativa “invisibilità” ed “insignificanza” ; “come dire, se gli studiosi non se ne occupano è perché non ne vale la pena; e se non ne vale la pena, il problema non esiste”.

1.2.1              Guida alla lettura dei dati

Nell’osservazione del materiale raccolto viene alla nostra attenzione la distinzione , all’interno delle tabelle, fra tre tipi di dati che è bene chiarire fin da adesso per una corretta lettura dell’esposizione.

 Le statistiche distinguono tra :

I       detenuti presenti: sono coloro che in un dato momento si trovano all’interno degli istituti di prevenzione e pena, questi possono a loro volta essere distinti in detenuti a disposizione dell’autorità, condannati all’arresto, alla reclusione o all’ergastolo e sottoposti a misure di sicurezza;

I       condannati: questo dato racchiude tutti i soggetti condannati in un determinato periodo di tempo perciò comprende sia persone che si trovano in carcere sia persone che sono già uscite o non vi sono mai entrate, sia condannati definitivi, sia condannati in primo grado ed in seguito appellanti o ricorrenti in Cassazione;

I       entrati dallo stato di libertà e usciti in libertà: questa voce include sia condannati che per la prima volta entrano in carcere, sia condannati che erano stati sottoposti a misure alternative alla detenzione e che sono state per vari motivi revocate; include inoltre sia usciti perché hanno scontato la pena, sia usciti perché hanno avuto accesso a misure alternative.

Proprio perché il nostro lavoro inizia con l’analisi del contributo femminile alla criminalità il primo dato che prenderemo in considerazione sarà il numero delle detenute condannate in una prospettiva storica attenta ai cambiamenti ed alle variazioni del numero stesso.

 



[1] Franca Faccioli “I soggetti deboli. I giovani e le donne nel sistema penale”, Franco Angeli editore, 1990.

[2] Luigi Lanza “La variabile del genere nelle dinamiche della decisione in Corte di Assise” in “La criminalità femminile tra stereotipi culturali e malintese realtà” a cura di L. de Cataldo Neuburger, CEDAM 1996.

[3] Gianluigi Ponti “Compendio di criminologia”, Raffaello Cortina Editore 1990.

[4] Pierre Tournier  “La delinquenza degli stranieri in Francia. Analisi delle statistiche penali”  in Dei Delitti e delle Pene, anno IV 3/99.

[5] Luisella de Cataldo Neuburger “Dati e tendenze della criminalità femminile in prospettiva internazionale” in “La criminalità femminile tra stereotipi culturali e malintese realtà” , op. cit.

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