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Tesina d’Esame - La Bellezza, Dagli scultori greci ai cultori della moda contemporanea




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Storia del costume da bagno femminile


STORIA DEL COSTUME DA BAGNO FEMMINILE 1825Maria Carolina di Berry, moglie

Oggi la moda, soprattutto quella in voga fra i giovani, è basata sul “casual”, sull’improvvisazione, sull’invenzione creativa che rifiuta regole e con


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Storia del costume da bagno femminile


STORIA DEL COSTUME DA BAGNO FEMMINILE 1825Maria Carolina di Berry, moglie



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Tesina d’Esame - La Bellezza, Dagli scultori greci ai cultori della moda contemporanea

Cos’è la “Bellezza?



“La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice.”                                                           (Francesco Bacone)

“La bellezza è una lettera aperta di raccomandazione che conquista subito i cuori.”                                                (Arthur Schopenhauer)

Platone concepiva il bello come manifestazione del bene; Hegel lo identificava con la verità; Aristotele (e con lui il medioevo e il rinascimento) lo definiva come simmetria; Baumgarten lo concepiva come perfezione sensibile.

Sarebbe bello definire il bello in modo irrefutabile: ma come si fa?

Il famoso proverbio: 'Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace' rende soggettivo e imprendibile il concetto di bellezza, poiché lo assimila o confonde con quello di piacere. D'altra parte, il proverbio capovolto: 'Non è bello ciò che piace ma è bello ciò che è bello', appare nettamente più logico e oggettivo, ma comporta la domanda: 'Chi stabilisce una volta per tutte i canoni della bellezza?'. E formulando un quesito sulla base del pensiero d’ascendenza platonica: 'Diciamo che esistono cose belle perché c'è la bellezza, o che c'è la bellezza perché esistono cose belle?'.

E cosa dire di oggi? Quali sono i canoni di bellezza propostici dal sistema-moda, dai media, dalla pubblicità?

Ma quanto è reale la bellezza che ci viene venduta ogni giorno?

della bellezza e della moda continua a creare un modello basato su stereotipi hollywoodiani che non contempla nessuna delle reali virtù della bellezza che è personale, intima e spirituale. Nell'universo visuale progettato dall'industria della musica, del cinema, della moda, e dei cosmetici viene utilizzato un comune denominatore per distrarre tutti da quelli che sono i reali bisogni umani: imparare a comunicare, a farsi delle domande sulla realtà e creare insieme un futuro sostenibile.

 Le multi-miliardarie industrie della dieta, della cosmesi, e della moda, creando un clima di paura e di bassa stima in se stessi sperano di rendere le donne dipendenti dalle loro soluzioni per migliorarle. Ogni giorno vengono introdotti nuovi prodotti per correggere i difetti delle donne creando un ciclo di ossessioni, costruite per raggiungere uno standard di bellezza impossibile da raggiungere.

Questo mito artificiale della bellezza domina così i mass media e l'intero apparato di marketing tanto da far sembrare naturale il risultato di un sondaggio, che conclude che 'solo il 2% delle donne si vede bella'. In questo modo il sogno di una bellezza impossibile continua a prosperare senza fine come le industrie che lo costruiscono.

Pubblicità martellanti con belle e bellissime inneggianti al corpo perfettamente in linea, riviste patinate dove il dominante sogno americano si concretizza in splendidi esemplari di palestrati alla Mister Universo, diete “sicuramente efficaci” per risolvere tutti i problemi di pancette e giunonici fianchi etc.  I giornali sono spietati, sovrabbondano di immagini femminili e maschili dalla forma smagliante e i prodotti dietetici.

Per quanto ci si voglia convincere che quel determinato prodotto ci renderà merito come lo è stato per la modella che lo pubblicizza, i conti con la realtà non tardano a venire e spesso la delusione prende il sopravvento sui sogni e le speranze.

Quello che non può essere accettato di questo modo di creare modelli è il fatto che eserciti un controllo su di noi e sul modo in cui definiamo la nostra vita e la nostra realizzazione.

'Sappiate che senza l'Inghilterra l'umanità potrebbe ancora vivere, senza la Germania pure, senza l'uomo russo lo potrebbe anche troppo bene, senza la scienza potrebbe, potrebbe senza il pane, solo senza la bellezza non potrebbe vivere, perché non ci sarebbe nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui. La stessa scienza non resisterebbe un minuto senza la bellezza, si convertirebbe in volgarità.'                                                                

                                                                 (F. Dolstoevskij - I demoni)

La sindrome del “magro sinonimo di bello” investe la collettività. Si sviluppa quella che viene chiamata “mentalità da dieta” si finisce con il litigare con la taglia che diventa la misura del nostro valore come persona.

Il Times stronca le nuove belle. Non hanno curve, sorridono poco, pesano come ragazzine appena sviluppate. Affollano le copertine delle riviste e le passerelle. Inquietanti, ambigue, forse intriganti. A volte il loro sguardo è triste, sofferente, quasi malato. Le top model più desiderate fanno comparire lo spettro dell'anoressia. L'Omega, la grande casa che produce orologi, ha ritirato la pubblicità da Vogue per protestare contro il modello femminile imposto dalla moda. Ma le evanescenti dee da passerella piacciono davvero?

Vengono messe sotto accusa le immagini proposte nei servizi di moda: “lanciano messaggi pericolosi e le ragazzine, per imitare quelle modelle, si ammalano. Queste donne non sono per niente belle e hanno poco a che fare con la femminilità”, afferma Naomi Wolf nel suo best-seller “Il mito della bellezza” (1991). Ma allora esiste ancora un canone estetico che sia collegato all'idea di salute e gioia di vivere?

L'ossessione del 'magrismo' arriva dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra: nasce addirittura l'indice di massa corporea, l'Imc, che si calcola dividendo il proprio peso per la propria altezza elevata al quadrato. In Italia l'allarme scatta arrivati a 30, in America già sopra i 22. Così il cibo diventa parte essenziale del “politically correct” : esser magri vuol dire stare bene in società.

E la bellezza in tutto questo cosa c'entra? Molto, se pensiamo alle parole del filosofo inglese di metà ‘700, Edmund Burke: “La bellezza è una qualità sociale, perché quando gli uomini e le donne ci danno un senso di gioia e di piacere nel guardarli, ci ispirano sentimenti di tenerezza e di affetto, ci piace averli vicini, ed entriamo volentieri in rapporto con loro”, scriveva nell’“inchiesta sul bello e il sublime.”

Ma se alcuni pensano che le Top del momento non siano belle perché sono troppo costruite e perfette, c'è chi dice che rappresentano invece le ragazze normali, quelle che si vedono ogni giorno per la strada.

Coco Chanel diceva che nella vita non si è mai troppo magri né troppo ricchi. Ma un conto è essere magri, un conto anoressici.

Per la stilista Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, esiste però un eterno femminino. “Ogni periodo ha una particolare zona del corpo femminile sulla quale puntare l'attenzione: le gambe, il fondo schiena, l'ombelico. Ma il vento cambia in fretta e per ogni tipo di bellezza c'è l'ora della rivincita. Io prediligo le modelle longilinee. Ma è una deformazione professionale: gli abiti ci guadagnano su ragazze magre, senza esagerazioni scheletriche. Le modelle hanno un grande fascino, sanno posare, più o meno magre che siano”. Ma la novità che sconcerta molti è che il bello sia anche sofferenza. Edmund Burke diceva: “La perfezione è così lungi dall'essere causa di bellezza, che tale qualità, là dove è più rilevante, cioè nel sesso femminile, quasi sempre porta con sé un'idea di debolezza e di imperfezione.”

'Non vedo una ricerca di perfezione fisica in queste nuove bellezze, ma una ricerca di identità', dice Patrizia Marasca, 'Il corpo è il tuo passaporto e la via che porta all'anoressia è il tentativo di oltrepassare un limite. La perfezione, il bello c'entrano poco'. La moda funzionerebbe solo da lente di ingrandimento di una tendenza esistente nella società.

Ma, a gettar fango sul mondo delle sfilate, sono state anche le stesse top, tra cui Carrè Otis, ex moglie di Mickey Rourke, che un anno fa lanciò un'accusa pesante contro gli agenti, dicendo : 'Istigano all'anoressia'.'Ma chi lo dice che stiamo male? Io sono così di natura', afferma Marpessa, 32 anni, modella olandese supermagra, che giura di avere una salute di ferro, così come molte sue colleghe. Persino Kate Moss, simbolo della nuova moda, (44 chili per 1,73 di altezza), non conoscerebbe la tortura del digiuno. Anzi, pare che adori i bigné alla crema. 'Questa è solo alta capacità di metabolizzazione', sostengono i dietologi delle top model.

Cos’è la “Moda”? E qual è il senso del suo “modo di dire”?

'Un abito è uno straordinario mezzo espressivo, strumento formidabile per essere.                                                                                               (G. Ferrè)

'L'eleganza è l'equilibrio tra proporzioni. emozioni e sorpresa'. (Valentino)
'Eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”.                    (G. Armani)
'Alcune persone pensano che il lusso sia l'opposto della povertà. Non lo è. È l'opposto della volgarità'.

'La moda è fatta per diventare fuori moda'

 'La moda passa, lo stile resta'                                              (Coco Chanel)
'Non dobbiamo mai confondere l'eleganza con l'essere snob”           (YSL)

“Va di moda” : spesso l’abbiamo sentito dire. Può andare di moda la gonna corta, l’automobile di una certa marca, l’arredamento svedese, il colore viola, la musica pop, o qualsiasi altra cosa che riguardi, occasionalmente, la nostra vita. Può andare di moda un libro che goda di una sua effimera celebrità, un modo di dire, un personaggio. Anche a certe idee può capitare di dover seguire il destino travolgente delle mode.

E non c’è niente di più definitivo che lo spegnersi di questo interesse collettivo, il “passar di moda”, per ritornare nell’anonimato. Il destino degli oggetti e persone toccati da questo fugace successo si conclude quasi sempre nell’abbandono, nella stanchezza e nella dimenticanza. I gusti della gente cambiano in fretta.

Il termine moda deriva dal latino modus, i, che significa maniera, norma, regola, tempo, melodia, ritmo. Compare per la prima volta, nel suo significato attuale, del “ vestire alla moda”, nel trattato “La carrozza da nolo”, dell'abate Agostino Lampugnani[1], pubblicato nel 1645.

E’ evidente che il fenomeno non fu contemporaneo alla parola che infine lo descrisse. La moda è sempre esistita, risvegliata agli albori della civiltà dalla stessa vanità dell’uomo.

Di solito si è stati e si è tuttora portati ad identificare la moda con l’abbigliamento, sua espressione più naturale e appariscente: a ogni stagione gli stilisti suggeriscono e impongono nuovi particolari che a poco a poco, trasformano gli abiti della gente. Chi subito, chi più tardi, ognuno finisce col cedere a questi cambiamenti.

Si pensi ad esempio alla trasformazione delle gonne negli ultimi anni. Perfino le suore hanno dovuto inchinarsi a certe regole e accorciare, sia pure con moderazione, un orlo che pareva destinato a rimanere lunghissimo per sempre.

La moda ha bisogno di tempo per imporsi. Essa passa attraverso le fasi della curiosità, del desiderio, dell’emulazione e magari anche dell’invidia e dell’adeguamento, tutto ciò per non sentirsi “diversi” dagli altri. L’opinione pubblica deve sempre superare un certo rifiuto iniziale, uno stupore ostile.

Negli anni venti le prime che decisero di tagliarsi i capelli furono considerate quasi donne di malaffare. E se oggi questo giudizio può farci sorridere, pensiamo allo scandalo che sulle spiagge suscitava il bikini, anch’esso nient’altro che moda.

A volte, quando gli ultimi accolgono una moda, i primi, quelli che se ne sono entusiasmati all’inizio, già ne sono stanchi. Il tempo che occorre a questo ciclo varia a seconda del periodo storico. Gli stili degli abiti, dei gioielli, dei mobili delle case, duravano nei secoli: basti pensare a quanto resistette nelle abitudini la toga dei Romani.

Ieri la moda riguardava soltanto gli aristocratici e i ricchi e neppure riusciva a toccare le classi meno abbienti che per secoli continuarono a indossare gli stessi stracci ed accontentarsi degli stessi poveri oggetti.

Di solito era un personaggio di rilievo ad assumersi indirettamente la responsabilità di suggerire un cambiamento importante, scegliendo come palcoscenico un grande ballo, una serata a teatro, una qualunque occasione mondana. Bastava per esempio che il re dimenticasse di chiudere l’ultimo bottone del panciotto o che il cameriere del principe del Galles facesse un risvolto ai pantaloni troppo lunghi del suo padrone perché immediatamente quei particolari venissero imitati da tutti.

Oggi le mode sono più rapide, accompagnate sempre da propaganda che a esse fanno i giornali, televisione, radio e la pubblicità. Apriamo un giornale a caso ed ecco lì decine di proposte nuove, di idee di cui poi si impadronisce il commercio.

Supponiamo che in una stagione vadano di moda le righe azzurre e gialle: immediatamente i negozi e i grandi magazzini saranno provvisti di capi di vestiario a righe di quei colori, per tutti i gusti e tutte le esigenze, di varia qualità e quindi anche di prezzo.

Cos’è la Moda?

Da sempre gli abiti manifestano la personalità, il gusto, le condizioni economiche di chi li indossa. La motivazione della moda va ricercata anche in fattori diversi, quali il desiderio di attirare l’attenzione degli altri, oppure la volontà di distinguersi in base ai criteri del buon gusto e dell’eleganza.

Oggi, ancora più è diventata lo specchio dell’atteggiamento psicologico dell’individuo, un mezzo collettivo di espressione, un modo per affermare la propria individualità oppure la propria appartenenza ad un certo gruppo. L’abbigliamento, diviene, così, uno dei più importanti elementi simbolici della propria condizione sociale, creando quasi uno status symbol.

Può essere creata dall’alto , cioè dai grandi stilisti (basti pensare alla metà dell’800 e a Charles F. Worth[2], il primo stilista e l’inventore dell’haute mode, i quali creano continuamente nuovi modelli destinati ad imporsi sul mercato per un certo periodo. Talvolta sono proprio i giovani invece a “fare moda”, che viene solo in un secondo momento assimilata dagli stilisti e dalle grandi industrie dell’abbigliamento: un tipico esempio ne sono gli anni ’50 e ’60 e la nascita della moda casual.

I Tre Momenti

La moda ha due aspetti contrastanti: da una parte il desiderio di cambiare, dall’altra la tendenza a uniformarsi agli altri.

Questa duplice pressione è così forte che può essere osservata anche nei bambini, quando desiderano e chiedono ai genitori qualcosa che a loro piace è perché è nuovo e diverso ma anche perché altri compagni già lo posseggono.

Alla voglia di cambiare si aggiunge così la voglia di uniformarsi. Ma sarà dall’imitazione che poi deriveranno la noia, la stanchezza e quindi la voglia di cambiare ancora.

Da dove nasce  e come nasce la Moda?

La risposta che sorge più spontanea è quella correlata alla necessità dell’uomo di coprirsi con tessuti, pelli, materiali lavorati per sopravvivere, ma è certamente insufficiente per spiegare un fenomeno così vasto e complesso.

Nel corso del tempo gli studiosi hanno quindi avanzato numerose teorie riguardo alle origine del vestire, quali la naturale propensione degli uomini al pudore, il desiderio di una distinzione sociale ed economica (l’assunzione da parte dell’abito di una funzione sociale, atta a distinguere le varie classi e le mansioni sacerdotali, amministrative, militari), funzione simbolica dell’abito durante pratiche rituali e magiche.

Nella società contemporanea la moda è finita per assumere un tutt’altro significato.

Infatti, oggi, come già detto prima, la moda è lo specchio del costume, dell’atteggiamento psicologico dell’individuo, della professione, dell’indirizzo politico.

Oggi tutto nasce dal bisogno di far denaro, di proporre e vendere e poi proporre e vendere ancora: è la logica del consumismo che inventa le mode e le distrugge. Ieri invece le mode avevano origini più profonde,avevano motivazioni più radicate nella natura stessa dell’uomo.

Uno dei primi moventi della moda, qualunque essa fosse e qualunque cosa riguardasse, era il desiderio di farsi notare ed esprimere superiorità sociale. Il vestiario era opulento e vistoso.

I tessuti erano preziosi. Era una moda irraggiungibile, inimitabile perfino nel taglio: si pensi ad esempio a certe manche degli abiti medioevali, larghissime, spesso lunghe fino a toccar terra. Una persona impegnata nel lavoro non avrebbe mai potuto permettersi di portarle.

La moda, in ogni sua manifestazione, esprimeva anzitutto ricchezza e nobiltà.

Il consumismo, pur con le sue colpe, ha eliminato, per motivi commerciali ed economici, questa discriminazione e la moda oggi lusinga la vanità di chiunque, agisce per settori, si rivolge perfino ai giovanissimi stimolandone i desideri.

Se attraverso la televisione e il cinema si propaga la moda del robot e ogni bambino sente il desiderio, anzi, il bisogno, di averne uno o più di uno, ecco che l’industria non spreca questa possibilità di fare affari ad ogni livello e propone tanto il robot perfezionatissimo e costosissimo, quanto il robot di plastica da pochi soldi .

Il desiderio di farsi notare non  è più importante come quello di dire “c’è l’ho anch’io”.

Un altro importante movente della moda di ieri, ma ancora spesso valido, consisteva nella ricerca estetica, nel piacere di possedere qualcosa di bello o che abbellisce. Ecco dunque il periodico interesse per questo o quel colore, per questo o quel tessuto, per questo o quel design come oggi si dice indicando la linea di un oggetto o il suo stile.

Questa ricerca estetica si esprime a maggior ragione nell’abbigliamento. In definitiva, una donna si è sempre vestita per sembrare più attraente o almeno più interessante. Le ragazze che, per esempio, scelgono di  vestirsi come “zingare”, con ampie gonne fiorate e golfini fuori misura lasciando che i capelli crescano in modo disordinato intendono anch’esse a lanciare un messaggio estetico, facendosi notare per la loro spregiudicatezza, per la loro “diversità”, che però nella massa diventa di nuovo moda, imitazione, conformismo.

Ma più spesso è il proprio aspetto fisico che si vuole valorizzare e una parte del proprio corpo: questo spiega certi stili che di volta in volta hanno messo in evidenza petto, fianchi, gambe e tuttora insistono in questo “gioco”.

Negli anni venti il corpo di una donna era piatto come una tavola ma le gonne, cortissime, rappresentavano assai più che un gusto corrente: erano anche una manifesta ribellione, un addio all’Ottocento e a tutto ciò che il passato rappresentava, a tutti i pudori e alle proibizioni che avevano caratterizzato un secolo severo e puritano.

Le gambe femminili, una volta oggetto di scandalo se mostrate, sia pure all’altezza delle caviglie, diventano simboli di tempi nuovi. Ecco allora il terzo movente: il desiderio di differenziarsi dalle generazioni precedenti, di apparire, anche all’esterno, diversi.

Quando nell’ultimo dopoguerra comparvero in tutta Europa le lunghe gonne a campana di Christian Dior e i tacchi a spillo, alla nuova moda fu dato un nome augurale e pertinente: “New Look”, cioè nuovo aspetto.

L’entusiasmo con cui venne subito adottata dimostrò non soltanto il gradimento del nuovo stile  ma anche il piacere di abbandonare negli abiti, nelle calzature, nelle pettinature, il ricordo di un tragico e miserabile passato di sofferenze e privazioni.

Quanto vale per l’abbigliamento vale anche per tutto il resto.     

Perfino per un genere di musica o di film. Si dice “va di moda” ma si potrebbe anche dire “ci piace, lo abbiamo scelto perché non assomiglia affatto a quello che piaceva e che veniva scelto ieri”.

Ripercorriamo ora le fasi più significative dello sviluppo del “sistema-moda” e dei contesti storici in cui esso si è sviluppato:

Anni ’50 : i giovani diventano protagonisti nella cultura e nel costume. Si cominciano a prendere in considerazione i loro problemi , i loro valori e le loro aspettative nei confronti della società. Molti di loro tuttavia , passano attraverso una presa di coscienza sociale e politica, o un malessere dettato dall’insoddisfazione e dalle ingiustizie e le ipocrisie della società consumistica. I tentativi di soluzione vanno dalla fuga alla ricerca di se stessi (come in “On The Road di Jack Kerouac) fino a forme di ribellione estreme (come in Gioventù Bruciata con James Dean).

Ognuna delle culture giovanili che emergono elabora un proprio costume, che ha la funzione di strumento di aggregazione e di provocazione nei confronti degli altri. L’intento è di manifestare la propria differenza per affermare la propria identità.

E in una società ipocrita, consumista in cui i mass media ci propongono ideali e icone di bellezza irraggiungibili, a mio parere, la moda è proprio questo, un bisogno disperato dell’uomo di comunicare con gli altri e di affermare la propria individualità.

In questi anni nasce il costume a due pezzi (il termine bikini deriva dal nome di un atollo del pacifico sede, nel 1946, di un esperimento nucleare). Il bikini fu presentato per la prima volta a Parigi nel 1946 da due stilisti francesi , Louis Réard e Jacques Heim.

Nei primi tempi, in molte spiagge pubbliche, è considerato un’offesa al comune senso del pudore, e chi lo indossa rischia addirittura l’arresto.

Anni ’60 : gli anni della ribellione e dell'anticonformismo; un periodo di profondi sconvolgimenti politici, sociali e culturali. I rapporti tra le razze, le generazioni, le classi si modificano in modo irreversibile, in una direzione di maggior apertura, tolleranza e democrazia. A prezzo di dure lotte, le nuove generazioni hanno cercato di cambiare la loro condizione, battendosi ciascuno nel proprio ambito, contro il potere costituito: le minoranze razziali contro la segregazione, le donne contro la società maschilista, i giovani contro gli adulti.

Le arti, la letteratura e la musica subiscono profonde innovazioni, adottando nuovi linguaggi espressivi, che pur riferendosi ai miti della società dei consumi, li rielaborano e li criticano ( come è accaduto per la Pop Art, utilizzata in un periodo successivo dagli stilisti, i quali ne hanno copiato i colori sgargianti e i disegni astratti, per riprodurli sugli abiti).

Si diffondono tra i giovani i valori di pacifismo e non violenza, e la televisione, che entra in tutte le case, fa conoscere ovunque le nuove idee e i nuovi stili di vita.

Quella degli anni ’60 è una rivoluzione culturale che ha come manifesto la musica dei Beatles e dei Rolling Stones, i blue-jeans di James Dean, la magrezza di Twiggy, le minigonne di Mary Quant.

I giovani si impegnano a violare deliberatamente i canoni del “buon gusto” rappresentati da stilisti come Chanel, YSL, Pucci etc. ; contrappongono la loro nuova moda a quella del classico completo.

Ma anche gli stilisti della moda “adulta” giocano un ruolo importante, e rielaborano il loro tradizionale gusto formale attraverso nuove forme, autonome ed originali, dando vita anche a creazioni ricche di suggestioni artistiche ed etniche.

Gli abiti sono soggetti in questo periodo alle continue sperimentazioni degli stilisti che li ornano con audaci fantasie, estrose combinazioni di colori e nuovi tessuti.

Anni ’70 : una società in cui domina l’incertezza, sulla quale incombe lo spettro di una crisi economica, cresce la disoccupazione, e all’interno della quale le fasce più svantaggiate della popolazione danno vita ad iniziative di protesta.

In alcune fasce della popolazione (neri, donne, studenti, subculture), cresce l’attivismo politico e la consapevolezza di un’identità di gruppo  diversa e ben definita, dall’altra la stanchezza nei confronti di una società piena di conflitti e problemi da vita a tendenze all’evasione, al disimpegno e all’individualismo.

Nella moda, sembra che sia arrivato il momento di abbandonarsi a ogni tipo di esagerazione. Esaurito lo slancio creativo degli anni ’60, sembra che gli stilisti si chiudano ognuno nella “propria uniforme”, e che non si possano realizzare altro che pesanti caricature di ciò che è stato, scomponendolo nei suoi elementi e ricomponendolo nella ricerca di un’identità stabile: troviamo allora gli “zatteroni”, i pizzi e le gale romantici.

Il punk, il sistema antimoda per eccellenza, che esplode alla fine del decennio, esprime la rottura definitiva di questo sistema, negandone sia il passato, che un ipotetico futuro.

In queste condizioni, l’alta moda attraversa un periodo di grande difficoltà; la crisi petrolifera e la recessione economica, nonché il pessimismo della situazione politica internazionale, non incoraggiano la spesa nel settore dell’abbigliamento. Diversi grandi stilisti dedicano un’attenzione sempre maggiore al Prêt-à-porter[3], che tende ad abbandonare le sperimentazioni più audaci e a concentrarsi piuttosto sulle esigenze della gente comune, che vive e lavora all’interno della società, e predilige una moda essenziale e classica. Così i fluidi indumenti di Muir & Rykiel e i tailleur pantaloni di taglio maschile di Yves Saint Laurent diventano la divisa delle donne in carriera.

Anni ’80 : Sono stati definiti l’epoca dei progressi tecnologici, della ricchezza, diffusa e ostentata, dell’individualismo e dell’edonismo, e soprattutto della tirannia dell’immagine, o  meglio, del look.

Mai con in questo momento il sistema economico sollecita, esalta, inventa, nuovi bisogni per l’individuo, proiettandolo in una dimensione illusoria in cui la felicità equivale al successo e al benessere economico .

Con il Prêt-à-porter l’aspetto industriale della produzione di beni di consumo ha decisamente la meglio sulla creazione artigianale dell’ haute couture[4]. Il mercato, in questo periodo, detta le sue leggi, e i consumatori non subiscono più passivamente i gusti degli stilisti, che guardano sempre più alla “strada” e al mondo del lavoro.

Rimane salda nell’immaginario comune, la convinzione che l’opera sia un’emanazione dello stilista, del quale porta l’impronta individuale.

Come afferma Volli invece,viene a mancare l’identità fisica, il rapporto personale con lo stilista, del quale rimane il marchio. Il consumo di marca in questi anni, è una delle manifestazioni più significative dell’opulenza degli anni Ottanta: non si valuta il prodotto, il rapporto qualità-prezzo, ma si bada esclusivamente al prestigio del nome.

Il fenomeno della falsificazione degli indumenti di marca, che conosce proprio il suo apice in questi anni, si basa sulla stessa logica, paradossalmente e senza inganno per l’acquirente. “Se l’apparenza è più importante della sostanza, se la qualità non conta nulla, e conta solo il marchio, tanto vale acquistare il falso, che se non altro costa meno… (Veblen)”

L’immagine, o aspetto esteriore, o apparenza, acquista un nome peculiare : look. In inglese la parola ha un significato piuttosto complesso: “sguardo” , ma anche “apparenza” e maschera. Rimanda a un’idea di superficialità, di maschera sociale di travestimento; possiamo definirlo come ciò che decidiamo di presentare agli occhi del mondo, effimero e “intercambiabile”. Il look diventa una strategia per ingannare, per non far scoprire la propria vera identità nascosta dalle molteplici fogge dell’apparenza (Volli).

In questi anni l’intero abbigliamento acquista un taglio deciso e mascolino, tuttavia le donne tentano di coniugare la praticità all’eleganza senza rinunciare agli attributi classici della femminilità. Se da una parte diventa più comune l’uso del pantalone, le giacche e i cappotti si allargano e si imbottiscono, d’altra parte le gonne si accorciano e si restringono e le scollature diventano più profonde. I colori sono appariscenti (i preferiti il rosso, viola, blu, giallo), le scarpe hanno il tacco molto più alto e fino.

Il dominatore indiscusso di questi anni è Giorgio Armani. Come era già successo negli anni precedenti con Dior, Chanel, YSL, Armani sa interpretare il suo tempo : le prospettive, i bisogni, le incertezze di uomini e donne che hanno successo ma non vogliono veder inaridire fascino ed eleganza.

Gli anni ’80 sono anche gli anni del gusto per il lusso e per l’esibizionismo; tornano alla ribalta gli abiti da sera, più appariscenti e costosi che mai, con tutto il loro armamentario di maniche e gonne a sbuffo, paillettes, merletti, tulle e taffettà. Sono due italiani a distinguersi.

Valentino Garavani, per tutti Valentino, ha sin da bambino un’idea molto chiara dell’eleganza, e un colore preferito: il rosso, che sarà sempre il suo colore distintivo. Maestro di lusso e femminilità. Riesce a coniugare la classicità con la modernità; i fiocchi dei suoi abiti da sera ne sono un magnifico esempio di rielaborazione.

Agli antipodi dell’eleganza classica di Valentino troviamo quella eccentrica e aggressiva proposta da Gianni Versace, diventato immediatamente famoso per gli esperimenti con rifiniture e tessuti stravaganti: gioielli e pelli finte (leopardo, zebra, coccodrillo), maglia metallica, cinture e catene, il simbolo della medusa trionfante sui suoi capi. Fa della comunicazione uno dei suoi punti di forza, costruendo un’immagine aggressiva, sfacciata, quasi di “cattivo gusto”; è il primo ad esaltare la bellezza delle indossatrici, che grazie a lui si trasformeranno in top model.

L’imitazione e La Distinzione

Il tentativo di sembrare diversi da come la moda imperante vorrebbe non è un fatto nuovo. Oggi sono molti di più i giovani che si ribellano alle mode imposte dall’alto. Ieri erano le classi superiori che si preoccupavano, quando la borghesia voleva imitare i nobili, di cambiare subito stile. Talvolta si arrivò addirittura a prendere provvedimenti per impedire che gli abiti e gli accessori dell’aristocrazia venissero copiati: nell’808 Carlo Magno pubblicò un’ordinanza per regolare il modo di vestirsi di tutte le classi sociali e così frenare il fenomeno dell’emulazione e quindi della confusione tra i ceti.

Quando col passare dei secoli la borghesia acquistò una maggiore importanza economica non ebbe bisogno di guardare in alto per scegliere i modelli di comportamento. Essa stessa creò una moda propria e il bisogno di essere eleganti venne soddisfatto in modo autonomo. Tuttavia i borghesi mantennero ancora per molto tempo un atteggiamento emulativo nei confronti dell’aristocrazia benché questa continuasse a perdere poteri e mezzi finanziari. Alla ricca signora senza titoli interessava soltanto sembrare una vera dama: la moda divenne allora un fatto di modi, di galateo; l’eleganza coincise con la forma. Non bastava avere un bel vestito, bisognava saperlo indossare con classe.

E spesso, a questa voglia di guardare in alto, verso stereotipi che spesso non avevano più consistenza, nell’Ottocento e al principio del Novecento, si aggiunsero in ogni settore nuovi elementi di discriminazione.

La borghesia volle affermare la propria superiorità in base ai soldi di cui disponeva, ricreare dentro di sé quelle differenze contro le quali la rivoluzione francese si era battuta. Tutto venne diviso in classi: c’erano l’alta, la media, la piccola borghesia e poi c’era il popolo. Il sogno dell’uguaglianza si perse nell’ambizione e si frantumò in una quantità di mode e di comportamenti. Tutto fu diviso in prima, seconda e terza classe: i vagoni ferroviari, i posti a teatro, gli alberghi.

Nelle mani dell’alta borghesia, sempre più potente, la moda acquistò un’importanza sociale superiore a quella che aveva avuto nelle mani degli aristocratici. I ricchi borghesi non avevano né titoli né corone per affermare la loro presunta superiorità. Però avevano i soldi e tutto quello che i soldi potevano comprare. Le apparenze diventarono essenziali per mostrarono subito il proprio rango: la moda fu quasi lo spartiacque tra i vari scalini della borghesia. Il cappello piumato della moglie di un ricco banchiere del primo Novecento era assai diverso da quello, piccolo e moderato, di una maestria: e non era soltanto una questione di soldi, ma di opportunità sociale.

I romanzi dell’Ottocento sono stracolmi di queste testimonianze: dalla descrizione dell’abito si potevano riconoscere, immediatamente, la gran signora, la ballerina, la ragazza di famiglia decaduta, la popolana.

Dove gli abiti non bastavano a stabilire le differenze interveniva, appunto, il galateo. Alla moda si alleavano le buone maniere che contribuivano ad innalzare nuove barriere sociali. Poi si comincio a parare del buon gusto, altro elemento discriminatore tra una classe e l’altra. E il buon gusto, a poco a poco, moderò l’esibizione del denaro, tentazione troppo forte per i neoarrichiti, che subito considerano elegante che costa di più. Errore: l’alta borghesia trovò nella moderazione un nuovo elemento di distinzione.

Nell’800 e nel ‘900, fin quasi ai nostri tempi, l’abbigliamento dei ricchi fu raffinato ma fondamentalmente semplice, basato su un particolare del taglio, sulla perfezione degli accessori, sulla qualità del tessuto e ogni abito fu, come si disse, “vissuto” da chi l’indossava.

Prese a farsi strada il concetto di donna di classe. Questo nevrotico sforzo per essere sempre diversi, semplici e migliori condusse infine alla fortuna dei grandi sarti. Era molto più facile fare un vestito ricco che uno elegante. Per confezionare il primo infatti bastava sovraccaricarlo di gioielli, di chilometri di nastri e pizzi, scegliendo i tessuti più preziosi(come dimostrano certi ritratti dei secoli scorsi). Per fare il secondo occorre invece un taglio sapiente, una semplicità quasi architettonica, un’originalità indiscussa.

Ecco dunque che la moda, in mano a questi creatori è diventata Haute mode. Ancora una volta si sono innalzate le barriere sotto forma di “divise” per i diversi strati sociali.

Plotino l’incessante ricerca del bello sulle orme dell’eros platonico

“Infelice è colui che non consegue il Bello, il solo Bello. [] Ciascuno diventi bello e simile al Dio se intende contemplare e Dio e il Bello.”

                                                                                     (dalle Enneadi, I, 4, 1-5)

L’uno di cui Plotino parla, quello che egli identifica con il sommo Bene, è anche fonte e principio del Sommo Bello: non è quindi strano che nella dottrina plotiniana trovi posto una teoria estetica e che l’arte venga considerata un mezzo per attingere le forme ideali dello spirito. In contrasto con la concezione classica, che identificava la bellezza con la summetria, ossia con l’armonica proporzione delle parti, Plotino afferma in ciò consiste la manifestazione esteriore del bello, ma non la sua essenza, che va invece cercata nell’unità.

La vera arte non può dunque essere mimesi della realtà sensibile, ma deve tendere alla contemplazione del bello assoluto, che è l’Uno; è proprio per questo che  Plotino, pur dimostrando interesse per la pittura e la scultura, assegna un posto privilegiato alla musica, unica tra le arti a non prendere come modelli oggetti corporei e a non utilizzare la materia, ma solo armonia e ritmo.

Plotino rende ancora più di Platone questo distacco dal corpo , probabilmente anche per via del periodo in cui vive; é stato definito ' Plato dimidiatus ' , Platone dimezzato , in quanto in lui manca la politica , che tanto contava per Platone ; per quel che riguarda l' arte critica Platone per averla definita 'copia di copia', lo scultore invece non si ispira alla persona fisica, ma all' idea. .

La bellezza si trova soprattutto nella vista; ed è anche nell'udito, nella combinazione delle parole e nella musica di tutti i generi; infatti le melodie e i ritmi sono belli; ed è anche, risalendo dalla sensazione verso un dominio superiore, nelle occupazioni, nelle azioni e nelle maniere d'essere che sono belle; e ancora c'è bellezza nella scienza e nella virtù. C'è una bellezza anteriore a questa? Ecco il tema di cui adesso tratteremo. Che cosa fa in modo che la vista possa percepire la bellezza nei corpi e l'udito nei suoni?     

Perché tutto ciò che è intimamente legato all'anima è bello? Ed è di una sola e identica bellezza che tutte le cose belle sono belle, oppure c'è una bellezza che è propria dei corpi e ce n'è un'altra per gli altri esseri? E che cosa sono queste differenti bellezze o, meglio, che cos'è la bellezza? Certi esseri, come i corpi, sono belli non per la loro stessa essenza, ma per partecipazione; altri sono belli in se stessi, come la virtù. E questo è evidente: infatti gli stessi corpi a volte sono belli, a volte non lo sono, come se l'essere del corpo fosse differente dall'essere della bellezza. Che cos'è questa bellezza che è presente nei corpi? Questa è la prima cosa da ricercare.

Che cos'è dunque che attira lo sguardo di chi osserva, e fa volgere il capo, e fa provare la gioia della contemplazione? Se noi scopriamo che cos'è questa bellezza dei corpi, forse potremo servircene come di una scala per contemplare le altre bellezze. Tutti, per così dire, affermano che la bellezza visibile nasce dalla simmetria delle parti, l'una in rapporto all'altra, e ciascuna in rapporto all'insieme; a questa simmetria si aggiunge la bellezza del colore; dunque la bellezza di tutti gli esseri è la loro simmetria e la loro misura; per chi pensa così, l'essere bello non sarà un essere semplice, ma soltanto e necessariamente un essere composto; l'insieme di questo essere sarà bello e ciascuna parte non sarà bella in sé, ma solo nella sua armonia con le altre. Però, se l'insieme è bello, bisogna pure che le parti siano belle anch'esse; certo, una bella cosa non può essere fatta di parti brutte: tutto ciò che la compone deve esser bello.

E ancora: se fosse vera questa opinione, i colori belli, come la luce del Sole, sarebbero al di fuori della bellezza, perché sono semplici e non derivano affatto la loro bellezza dall'armonia delle parti. E l'oro, come mai è bello? E le luci che vediamo nella notte che cosa le rende belle? La stessa cosa per i suoni: svanirebbe la bellezza di un suono semplice, mentre spesso ciascuno dei suoni che compongono un brano musicale è bello anche da solo. E quando si vede lo stesso viso, con le proporzioni che restano identiche, ma un po' appare bello, un po' brutto, come si fa a non riconoscere che la bellezza che è nelle proporzioni è cosa diversa dalle proporzioni stesse, e che è per un'altra ragione che un viso ben proporzionato è bello?

Il Concetto di “BELLO” in Filosofia

 

Da Platone a Kant

 

Per Platone il bello è ciò che offre proporzione,armonia,ordine e misura, in modo che la varietà degli elementi si componga in un tutto plasmato e ordinato dalla vita dello spirito, il quale, liberandosi gradatamente da tutto ciò che è corporeo e sensibile, può essere tratto verso il bello in sé, verso l'idea del bello, eterna, perfetta, immortale. L'arte dell'uomo non è altro che un' imitazione della natura, che a sua volta è un'imitazione dell'idea, quindi un'imitazione dell'imitazione, non un'espressione diretta del bello.

Per Aristotele gli elementi del bello sono: l'ordine, la proporzione, il limite; la fonte del bello è nel senso innato del ritmo e dell'armonia e nell'istinto d'imitazione, raffinato da due facoltà: vedere le cose con chiarezza e rappresentarsele con perfetta obbiettività.

Per Plotino il bello non è nella simmetria, ma è ciò che risplende nella simmetria; una statua è bella per la forma che l'arte vi ha introdotto. Il bello è l'intuizione dell'artista, il suo genio che crea l'unità fra le parti molteplici d'un oggetto. L'arte non è più imitazione, come per Platone e Aristotele, ma creazione dell'intelligenza. Questa teoria viene ripresa nel Rinascimento.

Per Kant è bello ciò che procura una soddisfazione di carattere universale, non esprimibile mediante concetti, libera da qualsiasi fine utilitario e morale: le cose non sono belle per la loro intima costituzione, che in se stessa resta a noi sconosciuta, ma perché sono capaci di eccitare e tendere in maniera armoniosa le nostre forze spirituali.

Platone – Eros e paideia (dal Simposio)

Nel dialogo che segue, ambientato in casa de poeta tragico Agatone, Socrate espone gli insegnamenti trasmessigli dalla sacerdotessa Diotima di Mantinea, tracciando il percorso che conduce l’individuo dall’attrazione fisica per una sola persona alla contemplazione della bellezza ideale, nella sua pura essenza.

Chi vuole rettamente procedere a questo fine- disse – conviene che da giovane cominci ad accostarsi a bei corpi e dapprima, se il suo iniziatore lo inizia bene, conviene che s’affezioni a quella persona sola e con questa produca nobili ragionamenti; ma in seguito deve comprendere che la bellezza di un qualsiasi corpo è sorella a quella di ogni altri e che, se deve perseguire la bellezza sensibile delle forme, sarebbe insensato credere che quella bellezza non sia una e la stessa di tutti i corpi. Convinto di ciò deve diventare amoroso di tutti i bei corpi e allentare la passione per uno solo, spregiandolo e tenendolo di poco conto. Dopo ci giunga a considerare che la bellezza delle anime è piu preziosa di quella del corpo, cosicché se qualcuno ha l’anima buona ma il corpo fiorisca di poca bellezza, egli ne sia pago lo stesso, lo ami, ne sia premuroso, e produca e ricerchi ragionamenti tali da rendere migliori i giovani per essere poi spinto a contemplare la bellezza nelle attività umane e nelle leggi, e a vedere come essa e dappertutto affine a se stessa finchè non si convinca che la bellezza del corpo è ben piccola cosa. Ma dopo le attività umane, l’iniziatore lo deve condurre alle varie scienze perché veda ancora la loro bellezza e , ormai fatto l’occhio a una bellezza così vasta, non sia più affezionato, come un servo di casa, a un solo aspetto della bellezza,di un fanciullo o di un uomo, o di una sola attività, né sia di più, come un servo sciocco e frivolo, ma, rivolto a contemplare il vasto mare ella bellezza, cavi fuori da se un gran numero di nobili ragionamenti e splendidi pensieri, nell’illimitata aspirazione alla sapienza, finchè, rinvigoritosi e sviluppatosi, possa scorgere una scienza unica e siffatta che è la scienza delle bellezze che ti dirò. Sforzati ora di offrirmi il massimo della tua attenzione.

Chi sia stato educato fin qui nelle questioni d’amore attraverso la contemplazione graduale e giusta delle diverse bellezze, giunto che sia ormai al grado supremo dell’iniziazione amorosa, all’improvviso gli si rivelerà una bellezza meravigliosa per sua natura, quella stessa, o Socrate, in vista della quale ci sono state tutte le fatiche di prima: bellezza eterna, che non nasce e non muore, non s’accresce e non diminuisce, che non è bella o brutta secondo certi rapporti,; né bella qui o brutta là, né come se fosse bella per alcuni, ma brutta per altri. In più questa bellezza no gli si rivelerà con un volto né con mani, né con altro che appartenga al corpo, e neppure come concetto o scienza, né come risedente in cosa diversa da lei, per esempio un vivente, o in terra, o in cielo, o in altro, ma come essa è per sé e con sé, eternamente univoca, mentre tutte le altre bellezze partecipano di lei in modo tale che, pur nascendo esse o perendo, quella non s’arricchisce né scema, ma rimane intoccata. Ecco che quando uno partendo dalle realtà di questo mondo e proseguendo in alto attraverso il giusto amore dei fanciulli, comincia a penetrare questa bellezza, non è molto lontano dal toccare il suo fine. Perché questo è proprio il modo giusto di avanzare o di essere da altri guidato nelle questioni d’amore: cominciando dalle bellezze di questo mondo in vista di quella ultima bellezza salire sempre, come per gradini, da uno a due e da due a tutti i bei corpi e dai bei corpi a tutte le belle occupazioni, e da queste alle belle scienze e dalle scienze giungere infine a quella scienza che è la scienza di questa stessa bellezza, e conoscere all’ultimo gradino ciò che sia questa bellezza in sé. Questo  è il momento della vita, Caro Socrate, continuava la forestiera di Mantinea, o mai più altro, degno di vita per l’uomo, quando contempli la bellezza in sé. Che se un giorno tu mai la scorga, ella non ti parrà da commisurarsi con la ricchezza e il lusso, o gli stupendi fanciulli e giovani, vedendo i quali ora rimani smarrito, e sei pronto, tu e molti altri, pur di tenere gli occhi addosso sui vostri amori e di starvene insieme, a non mangiare, se fosse possibile, a non bere, ma solo a contemplarli e convincerci. Che cosa allora dovremmo pensare, se capitasse ad uno di vedere la bellezza in sé, pura, schietta, non tocca, non contagiata da carne umana né da colori, né da altra vana frivolezza mortale, ma potesse contemplare la stessa bellezza nell’unicità divina della sua forma? Forse credi che sia una vita da sciocco quella di un uomo che tenga lo sguardo su di lei e la contempli con il mezzo che le conviene e viva insieme a lei? O non pensi che solo qui, mirando la bellezza per mezzo di ciò per cui è visibile, potrà produrre non simulacri di virtù, in quanto non è a contatto di un simulacro, ma virtù vera, perché è a contatto col vero; e che avendo dato alla luce e coltivato vera virtù, potrà riuscire caro agli dei e , se mai altro uomo lo divenne, immortale?”

La parte di discorso di Diotima verte sul percorso educativo ch conduce dall’amore per corpi belli alla contemplazione dell’idea di bello in sé.

Il primo grado dell’ascesa erotica consiste nell’allentare il vincolo esclusivo di dipendenza nei confronti di una sola persona, comprendendo che la bellezza fisica è la stessa di tutti i corpi belli e quindi estendendo e generalizzando l’attrazione per essa.

Platone non vuole elogiare un atteggiamento di incostanza né tantomeno elogiare l’infedeltà; si tratta di relativizzare la figura dell’amato, comprendendo che il valore della bellezza non può esaurirsi nella dimensione di un individuo particolare, e di compiere così un primo passo verso l’universale.

Il secondo passo da compiere è quello di spostare l’interesse della bellezza esteriore del corpo a quella intima e interiore dell’anima. È il momento in cui l’eros  diviene capacità di attenzione alla personalità spirituale dell’amato, e quindi forza educativa. Si tratta di un momento di interiorizzazione, un ulteriore avviamento alla contemplazione dell’idea.

Il terzo stadio consiste nel riconoscere la bellezza non più negli individui, ma nelle loro opere. Si tratta inoltre di percepire la bellezza nella molteplicità delle sue espressioni. Appare qui il nesso fra bellezza e sapienza.

Lo stadio finale consiste appunto nella contemplazione del bello in sé. Essa corrisponde, potremmo dire, “all’idea del bene e alla sua posizione dominante nel sistema della paideia descritto ella Repubblica. Il bello e il buono sono infatti solamente due aspetti, strettamente affini, di una e identica realtà, che come abbiamo visto, perfino il comune uso linguistico greco, fonde in un concetto unico(kalos e agathos).

Come già accennato precedentemente, la bellezza è intesa come un contatto dell’anima con ciò che è differente da sé, e proprio perché tale contatto è frutto di amore, possiamo definirla un contatto generativo.

Tenendosi vicino all’idea del bello, l’uomo può “partorire” la vera virtù, rendendosi, per quanto ciò gli è possibile, divino.

Il discorso di Diotima si chiude circolarmente, riprendendo il tema della contemplazione del bello, esposto all’inizio. Questa educazione attraverso l’amore è strutturalmente simile al percorso illustrato nel “mito della caverna”. L’attrazione fisica è considerata solamente uno stadio transitorio: è possibile cogliere nell’itinerario platonico un movimento ascetico, che pur recuperando la funzione educativa dell’eros, ne riconosce il valore, solo nel momento in cui, depurato da ogni componente sensibile, esso si tramuta in amore per l’idea. Tuttavia, l’esperienza del corpo non può essere annullata, in quanto, per l’uomo, che vive in un mondo sensibile, rappresenta l’unico punto di accesso alla conoscenza delle verità esterne.

I. Kant   -  La Critica Del Giudizio”

Nella Critica del Giudizio (1790) I. Kant mira a individuare un punto di vista trascendentale che definisca il contatto fra il regno fenomenico,della Natura, della necessità (studiato nella Critica della Ragion Pura) e quello Noumenico, della libertà (analizzato nella Critica della Ragion Pratica).

Cosa significa Giudicare? Significa “pensare il particolare come contenuto dell’universale”.

Ciò può avvenire in due modi :

§       sussumendo il particolare sotto una legge universale data (giudizio determinante).

§       muovendo da un particolare alla ricerca di un universale (giudizio riflettente).

Il giudizio determinante: è costitutivo in quanto permette appunto di costituire i molteplici termini della Natura in termini di oggettività.

Il giudizio riflettente: svolge una funziona euristica, di guida alla scoperta di una connessione fra oggetti ; muove dal particolare alla ricerca delle leggi che permettono di spiegare l’infinita varietà delle forme e dei fenomeni che l’esperienza ci mostra esistere in natura.

Serve appunto a stabilire un ponte tra il mondo naturale (necessità) e il mondo della libertà (rivelato dalla volontà morale) e a dare la risposta alla domanda : qual è il fine della natura? Che senso ha il mondo che mi circonda?

Il giudizio riflettente considera il mondo naturale come se organizzato secondo un fine, secondo una direzione unitaria di tutte le sue parti. In esso entra in gioco una facoltà intermedia tra il conoscere e la sfera della azione morale, il sentimento;

Il giudizio determinante “determinava” appunto gli oggetti fenomenici mediante le forme a priori( spazio,tempo,categorie)

(es. : 'questo tavolo è rotondo, basso, di legno ecc')

Il giudizio riflettente invece “riflette'su un oggetto già dato il nostro 'sentimento' nei suoi confronti.

(es. “Che bel tavolo”, “Che bel tramonto”)

“Il Giudizio in generale è la facoltà di pensare il particolare in quanto contenuto nell’universale. Se l’universale (la regola, il principio, la legge) è dato, il Giudizio che sussume sotto questo il particolare [] è determinante. Se invece è dato soltanto il particolare, ed il Giudizio deve trovargli l’universale, allora esso è meramente riflettente. []

Ora, poiché il concetto di un oggetto, nella misura in cui contiene anche il principio della realtà di questo oggetto, si dice scopo , mentre si dice finalità della forma d’una cosa l’accordo di questa con quella costituzione delle cose che è possibile solo mediante fini, il principio del Giudizio, rispetto alla forma delle cose naturali sottoposte a leggi empiriche in generale, è la finalità della natura nella varietà delle sue forme. In altri termini, la natura viene rappresentata, mediante questo concetto, come se un intelletto contenesse il fondamento unitario della molteplicità delle sue leggi empiriche.

La finalità della natura è, dunque, un particolare concetto a priori, la cui origine va cercata nel solo Giudizio riflettente.”

                                                                                 (da I.Kant Critica Del Giudizio cit.)

Kant esclude il sentimento, in quanto soggettivo, da ogni ruolo di fondazione sia della conoscenza sia dalla moralità, che devono essere universali e necessarie. Si può valutare una rappresentazione qualsiasi in rapporto al sentimento di piacere o dispiacere che questa ci provoca. Il piacere è sempre legato alla rappresentazione di un oggetto dal punto di vista della finalità.

“Il conseguimento di qualunque scopo è accompagnato da un sentimento di piacere”

Il giudizio riflettente dunque può esprimersi in due modi:

§       nel giudizio estetico (viene vissuto immediatamente e intuitivamente dalla nostra mente in relazione con l'oggetto e riguarda la bellezza della cosa.)

§       nel giudizio teleologico (attraverso un ragionamento perviene al fine dell'oggetto in relazione al mondo).

Giudizio Estetico

“Per distinguere se qualcosa è bello oppure no, non riferiamo la rappresentazione mediante l’intelletto all’oggetto,per la conoscenza, ma invece mediante l’immaginazione al soggetto e al sentimento di piacere e dispiacere di questi. [] Ma quando si domanda se qualcosa è bello, non si vuol sapere se a noi o a chicchessia importi qualcosa dell’esistenza della cosa; si vuole invece sapere come la valutiamo facendone semplicemente oggetto di considerazione. […] Per dire che l’oggetto è bello e per dimostrare che ho gusto,ciò che conta è ciò che faccio in me stesso di questa rappresentazione,non ciò in cui dipendo dall’esistenza dell’oggetto.

 Chiunque deve confessare quel giudizio sulla bellezza nel quale si mescola il minimo interesse è senz’altro un giudizio di parte e non un giudizio di gusto che sia puro. Per fare il giudice nelle cose del gusto non bisogna avere la minima propensione per l’esistenza della cosa, ma serve invece , sotto questo riguardo, del tutto indifferenti.”

                                                                                                                           

                                                        (da I.Kant , Critica della capacità di Giudizio, cit.)

Qui Kant chiarisce quella che è la differenza tra giudizio determinante (conoscitivo) e riflettente (giudizio di gusto). Inoltre si riferisce la rappresentazione all’oggetto di cui valuto la conformità rispetto a determinanti canoni funzionali o costruttivi. Nel giudizio di gusto riferisce invece la rappresentazione al soggetto, (che potrà piacere o dispiacere), unificando la singola rappresentazione con il complesso.

Kant ne da quattro definizioni principali:

  • il disinteresse: un oggetto è bello solo se è tale disinteressatamente quindi non per il suo possesso o per interessi di ordine morale, ma solo per la sua rappresentazione
  • l'universalità: il bello è ciò che piace universalmente, condiviso da tutti, senza che sia sottomesso a qualche concetto o ragionamento, ma vissuto spontaneamente.
  • la finalità senza scopo: un oggetto è bello non perché fosse il suo scopo esserlo
  • la necessità: è bello qualcosa su cui tutti devono essere d'accordo necessariamente,non perché può essere spiegato intellettualmente (Kant pensa che il bello è qualcosa che si percepisce intuitivamente quindi non ci sono dei principi razionali del gusto tanto che l'educazione alla bellezza non può esistere in un manuale ma solo nella contemplazione delle cose belle).

Il giudizio estetico è appunto quello che si riferisce al bello e al sublime. Ma che cos'è bello per Kant?

Il Bello

Il colore verde dei prati è una sensazione oggettiva, in quanto percezione d’un oggetto del senso; la gradevolezza invece è una sensazione soggettiva, mediante la quale nessun oggetto è rappresentato: vale a dire, un sentimento, nel quale l’oggetto viene considerato come oggetto di soddisfazione (e non di conoscenza). [] Definizione del bello desunta dal primo momento: Il gusto è la facoltà di giudicare d’un oggetto o d’una specie di rappresentazione, mediante una soddisfazione od insoddisfazione scevra d’ogni interesse. L’oggetto d’una tale soddisfazione si dice bello. []

Chi giudica si sente completamente libero nei confronti della soddisfazione con cui si volge all’oggetto, per cui non riesce ad attribuire tale soddisfazione ad alcuna circostanza particolare, esclusiva del proprio oggetto, e deve quindi considerarla fondata su ciò che può presupporre in ogni altro: di conseguenza dovrà credere d’aver motivo di attendersi da ciascun altro una simile soddisfazione.

 Ne consegue che al giudizio di gusto si deve annettere, con la consapevolezza del suo carattere disinteressato, una pretesa di validità universale, senza che tale universalità poggi sull’oggetto; vale a dire, la pretesa ad una universalità soggettiva deve essere legata al giudizio di gusto.

Definizione del bello desunta dal secondo momento: È bello ciò che piace universalmente senza concetto. [] La soddisfazione che noi, senza concetto, giudichiamo universalmente comunicabile, e quindi causa determinante del giudizio di gusto, non può consistere in altro che nella finalità soggettiva della rappresentazione di un oggetto, senza fini di sorta (né oggettivi né soggettivi), quindi nella semplice forma della finalità nella rappresentazione con la quale un oggetto ci viene dato, nella misura in cui ne siamo coscienti. []

Non può esservi alcuna regola oggettiva di gusto, capace di determinare tramite concetti che cosa sia il bello. Infatti, ogni giudizio che scaturisca da questa fonte è estetico, trova cioè il proprio principio di determinazione nel sentimento del soggetto e non nel concetto d’un oggetto. Definizione di bello desunta da questo terzo momento: La bellezza è la forma della finalità d’un oggetto, in quanto viene percepita in questo senza la rappresentazione d’uno scopo. [] Quanto al bello, si pensa che esso abbia col piacere una relazione necessaria […]Bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto d’una soddisfazione necessaria.        

                                                                                    ( da I. Kant, Critica del Giudizio)

Il bello non è 'ciò che comunque piace', altrimenti sarebbe ad esempio. bello per un assassino trucidare le persone, ma è definito da Kant, in un primo senso, come 'ciò che piace nel giudizio di gusto'. Gli uomini hanno una facoltà specifica per giudicare appunto il bello e questa è chiamata facoltà del gusto. Una cosa è quindi bella per Kant se:                            

·       è oggetto di un piacere estetico puro (non collegato alla reale esistenza dell’oggetto rappresentato).

·       è disinteressato.

·       è concepita come un a finalità senza scopo, è un 'libero e vissuto gioco di armonie formali' che non risulta imprigionabile in nessun schema conoscitivo.

Kant si riferisce soprattutto alla bellezza naturale e non alla bellezza del corpo (che non è sempre oggetto di piacere disinteressato).

·       è oggetto di un piacere universale e necessario, su cui tutti debbono convenire.

Non si può dire “è  bello per me” ma soltanto “è  piacevole per  me”, proprio per il motivo che, se una cosa è giudicata bella, essa esige da tutti lo stesso giudizio, e tutti noi parliamo in forza di una voce universale che ci sentiamo dentro come affine a quella di ogni altro. Il bello è universale perché deve valere per tutti gli uomini, però questa universalità si riferisce ai sentimenti e dunque è 'senza concetto', cioè non può essere razionale, logica, conoscitiva.



IL “BELLO” NELL’ARTE - La poetica neoclassica e i suoi maggiori esponenti

“L'umiltà e la semplicità sono le due vere sorgenti della bellezza.                                                         (J.J. Winckelmann)

Il Neoclassicismo è un movimento artistico che ebbe inizio nella seconda metà del 1700, per concludersi con la fine dell’impero napoleonico nel 1815.

   Il termine “classico” è legato all’arte del mondo antico greco-romano, arte che fu riscoperta e ristudiata con maggior attenzione e interesse, grazie alle numerose scoperte archeologiche (Ercolano e Pompei) ed a quella che veniva considerata la sua rinascita nella cultura umanistica del XV e XVI secolo con Raffaello e Michelangelo.

La poetica neoclassica è stata teorizzata tra la metà del XVIII sec. e quello successivo da

Winckelmann, che nei suoi scritti, Considerazioni sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura (1755), Storia dell’arte nell’antichità(1763), affermava il primato dello stile classico, quale mezzo per ottenere la bellezza “ideale” contraddistinta da “nobile semplicità e calma grandezza”, è stata poi approfondita dal pittore boemo Raffaello Mengs.

Per Winckelmann l’arte greca del periodo classico è quella che la critica indica come più vicina al concetto di arte; gli artisti antichi, soprattutto greci, avevano realizzato il “bello ideale”,la perfezione, consistenti in un’armonica fusione di linee e di volumi che non rappresentassero nessun aspetto particolare della Natura e si librano invece nella sfera platonica delle “pure idee”.

La Bellezza negli antichi monumenti – E’ noto che il grande Bernini fu di quelli che contestarono sia la maggiore Bellezza della natura dei Greci, sia la Bellezza ideale delle loro figure. Fu anche dell’opinione che la natura sapesse dare ad ogni sua parte la Bellezza che le conviene: l’arte consisterebbe nel saperla trovare. […] A chi vorrà raggiungere la conoscenza del bello perfetto, lo studio della natura sarà per lo meno più lungo e faticoso che non lo sia quello dell’antico; […] La differenza fra noi e i Greci sta in questo: che i Greci riuscirono a creare immagini perfette, anche se non ispirate da corpi bello, per mezzo della continua occasione che avevano di osservare il bello della natura la quale, invece, a noi non si mostra tutti i giorni, e raramente si mostra come l’artista la vorrebbe.

(da J.J. Winckelmann – Pensieri sull’imitazione dell’arte greca nella pittura e nella scultura, 1755)

Il Neoclassicismo non nasce come un movimento spontaneo, ma è indotto dalle critiche rivolte al periodo immediatamente precedente, Barocco e Rococò. Assumendo appunto l’arte greco-romana come modello di armonia, equilibrio,misura,chiarezza, si condannano gli eccessi si un’arte troppo fantasiosa e virtuosistica, che aveva la sua sede nell’immaginazione e mirava a eccitarla negli altri. Il Barocco inoltre proponeva l’immagine delle cose nella loro bellezza esteriore; il neoclassicismo invece vuole che questa corrisponda anche ad una razionalità interiore.

Oltre a rappresentare quei principi di armonia, equilibrio, compostezza e proporzione, e l’immagine del potere imperiale di Napoleone che ai segni della romanità aveva affidato la consacrazione dei suoi successi politico-militari, il Neoclassicismo rappresentò anche la riscoperta dei valori etici e morali propri del mondo antico.

L’arte greca e romana si identificano con il concetto stesso dell’arte e possono essere contemplate come supremi esempi di civiltà, ma non continuano nel presente e non aiutano a risolvere i problemi del mondo contemporaneo. L’artista, assumendosi l’intera responsabilità del proprio agire, non si astrae dalla realtà storica, ma dichiara di essere e di voler essere del proprio tempo e spesso affronta tematiche e problematiche attuali.

L’arte neoclassica è concepita come un momento di assoluto disimpegno dalla vita quotidiana,

di liberazione da ogni passione, e come un’occasione di pura contemplazione della bellezza.

Un’arte tutta cerebrale e razionale, fondata su canoni di bellezza astratta, che trovò un immediato riscontro nell’attività scultorea di Canova e Thordvalsen.

E’ nella scultura neoclassica che si avverte il legame più diretto ed immediato con l’idea di bellezza classica. I caratteri della scultura neoclassica sono la perfezione di esecuzione, l'estrema levigatezza del modellato, la composizione molto equilibrata e simmetrica, senza scatti dinamici.

I pittori neoclassici si ispirarono stilisticamente alla pittura rinascimentale italiana, in particolare Raffaello, non all’arte classica vera e propria. Ripresero quindi la costruzione prospettica, volume risaltato con il chiaroscuro, la precisione del disegno, immagini nitide senza giochi di luce a effetto, la mancanza di tonalismi sensuali. I soggetti delle opere d’arte neoclassiche diventarono personaggi e situazioni tratte dall’antichità classica e dalla mitologia.

Le storie di questo passato, oltre a far rivivere lo spirito di quell’epoca serviva alla riscoperta di valori etici e morali, di alto contenuto civile, che la storia antica proponeva come modelli al presente. Ciò è riscontrabile in un pittore come David nei cui quadri la storia del passato è una metafora per proporre valori ed idee per il proprio tempo.

Antonio Canova Un’arte cerebrale

    Ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo e soprannominato per questo il nuovo Fidia. Fu soprattutto il cantore della bellezza ideale femminile, priva di affettazioni, basti pensare alle opere ispirate alle Tre Grazie o alla statua dedicata a Paolina Borghese.

Canova oltre ad aver subito, specialmente nel primo periodo di produzione artistica, l'influenza dello scultore del Seicento Gian Lorenzo Bernini, indiscusso maestro dello stile barocco, più di qualsiasi altro scultore ebbe il merito di far rivivere, nelle sue opere, l'antica bellezza delle statue greche e soprattutto la grazia, non più intesa come sensualità del Rococò, ma come una qualità, che solo attraverso il controllo della razionalità può trasformare gli aspetti leggiadri in un'idealità che solo l'artista può rappresentare, evitando le violente passioni e i gesti esasperati.

Prendiamo in esame “Amore e Psiche”:

    La prima rappresentazione scultorea corrisponde a un bozzetto in cui abbiamo la manipolazione dell’argilla da parte dell’artista stesso.

Nella seconda rappresentazione, non è invece presente la mano di Canova. L’artista da importanza all’idea, al progetto (Michelangelo – importanza dell’idea) e attraverso questi scarica il suo impeto creativo. Il bozzetto tuttavia già indica in sé quello che sarà la scultura dopo.

Se l’artista fosse intervenuto direttamente sull’opera avrebbe ottenuto una rappresentazione sporcata dall’impeto creativo, dal sentimento. Quello che egli invece voleva raggiungere era una rappresentazione totalmente cerebrale, un’opera d’arte fredda. Il raggiungimento della perfezione, dell’ideale di bello consisteva quindi in un’opera d’arte che rappresentasse in tutto e per tutto la razionalità.

    Come già detto precedentemente Canova , soprattutto nella produzione giovanile, subì l’influsso dello scultore barocco Bernini.

Possiamo quindi paragonare “Amore e Psiche” con l’”Apollo e Dafne” del Bernini.

Pur essendo molto diverse le due opere cono “fotografate” nell’attimo prima in cui avviene l’azione.

    Nell’Amore e Psiche tuttavia è rappresentata l’azione conclusa. Le figure, disposte su due diagonali, ci danno a primo impatto l’impressione di un equilibrio precario e di una costruzione artificiosa; la costruzione triangolare tuttavia (rappresentata dalla base e dalle due diagonali) ci porta a rilevare una staticità nella dinamicità e di conseguenza un senso di equilibrio.

Il “Bello” nella letteratura europea – l’estetica di D’Annunzio e Wilde.

 

Estetismo: consiste nel privilegiare la Bellezza quale valore supremo. Esso si incontra in ogni epoca, ma assume connotati più organici soprattutto negli ultimi decenni dell’800. L’uso di questo termine in senso proprio e perciò oggi solitamente ristretto a indicare un aspetto del Decadentismo, legato a quella che e la teorizzazione “dell’arte per l’arte”, al culto della Bellezza e all’identificazione di arte e vita; l’estetismo ponendo la bellezza al di sopra di tutto, rifiuta di rispondere ad altra morale che non sia quella stessa del proprio canone estetico.

L'Estetismo è chiave di lettura che accomuna i romanzi di tre autori d'eccezione, Oscar Wilde, Gabriele D'Annunzio e di J.K. Huysmans, e impronta di vita di protagonisti straordinari: Dorian Gray, Andrea Sperelli e Des Esseintes.

Una vita da esteti chiede di essere vissuta alla ricerca della bellezza, del sublime e del capolavoro e viene indirizzata verso ogni possibile esperienza estrema, intellettuale, morale e fisica. Dorian Gray e Andrea Sperelli sono eroi decadenti, amorali e privi di valori. Il termine “estetismo” allude alla ricerca, anche esasperata, di tutto ciò che è bello, superfluo, “ricercato”, in contrapposizione a ciò che è necessario, utile, ovvio, mediocre, che appartiene cioè alla vita di tutti i giorni.

Gabriele D’Annunzio

 Nato nel 1863 a Pescara, viene considerato il maggior esponente della poesia decadente e della corrente estetica italiane. Abbandonati gli studi per la vita mondana a 18 anni, si trasferì nella capitale,immergendosi in una vita d’esteta, protesa fra amori e avventure e alla ricerca di piaceri raffinati.

Divenne famoso per la vita e le opere scandalose, creandosi la maschera dell’individuo superiore che rifugge dalla mediocrità, rifugiandosi in un mondo di pura arte che ha come regola di vita solo il bello e la ricerca dell’erotismo, ideale sulla base del quale si sforzerà continuamente di costruire una concezione di vita. Il rapporto strettissimo tra arte e vita lo porterà a realizzare opere d’arte come forme di vita e a 'vivere la vita come un’opera d’arte'.

Nei primi anni del 90 però D’Annunzio entrò in crisi, dovuta ad una stanchezza dei sensi dopo l’orgia voluttuosa di piacere e di mondanità. Tale crisi non fu però spiritualmente tanto profonda: segnò solo il passaggio dal primitivo estetismo a una diversa mitologia, quella appunto del superuomo.

Si trattava di una variante del sensualismo e dell’estetismo dannunziani ispirata ad una adesione superficiale alle teorie del filosofo tedesco Nietzsche: dell’esaltazione, cioè della volontà di potenza di creature privilegiate, intese a costruirsi una vita inimitabile, sempre sopra le righe, mai banale, come quella a cui tendeva l’estetismo, ma con, in più, una marcata volontà di affermazione nel mondo.

Egli non accetta di essere una persona qualunque, il poeta vuole essere qualcuno, vuole lasciare un’indelebile traccia della sua esistenza: ciò richiama le tesi fondamentali del mito del superuomo, apprese da D’Annunzio in maniera semplice e indiretta attraverso la mediazione degli spettacoli di Wagner.

Egli puntava al “ vivere inimitabile”. D'Annunzio condusse una vita da principe rinascimentale nella villa di Fiesole, tra oggetti d’arte, amori lunghi e tormentati (Eleonora Duse), con un dispendio di denaro che egli non riusciva a controllare.

Questa fu la contraddizione che non riuscì a superare: egli disprezzava il denaro borghese, ma non poteva farne a meno per la sua vita lussuosa. Proprio per l’immagine mitica che voleva dare di sé, tentò anche l’avventura politica, anche se in un modo ambiguo, schierandosi prima con la destra e poi con la sinistra.

L’occasione tanto attesa per l’azione eroica gli fu offerta dalla I guerra mondiale.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale D’Annunzio tornò in Italia ed iniziò una campagna interventista. Nel dopoguerra capeggiò una marcia di volontari su Fiume dove instaurò un dominio personale. Cacciato via, sperò di riproporsi come “duce” di una rivoluzione reazionaria ma fu scalzato da Mussolini. Il Fascismo lo esaltò come padre della Patria ma lo guardò anche con sospetto confinandolo nel “Vittoriale degli Italiani”, una villa di Gardone, che egli trasformò in vero mausoleo. Qui trascorse gli ultimi anni fino alla morte avvenuta il 1° marzo 1938 per una emorragia celebrale.

L’influenza di D’Annunzio sulle cultura e sulla società fu lunga ed importante, lasciando un’impronta sul costume degli italiani e sulle nascente cultura di massa. A causa delle sue sperimentazioni superomistiche in ambito politico divenne celebratore di se stesso e con lui tramontò definitivamente la figura del poeta-vate, compromessa da un’avventura storica che ne aveva bruciato la credibilità.

Gli elementi che caratterizzano la personalità letteraria dannunziana sono i concetti di “superuomo” e di “estetismo”.

Estetismo dannunziano

L’arte e concepita da D’Annunzio come Bellezza, sai nel senso classicistico ereditato da Carducci, sia nel nuovo senso dell’estetismo decadente.  Da una parte, D’Annunzio, può proclamarsi come l’ultimo umanista, dall’altra proporsi come moderno esteta al cospetto della società di massa. Questo atteggiamento indica un rapporto di tensione con la nuova condizione dell’arte, ben presente nella riflessione di scrittori precedenti come Baudelaire e Zola, ormai gettata nel mercato, che la gestisce come un prodotto qualsiasi.

Per un verso D’Annunzio reagisce a questa degradazione negandola: la Bellezza e per lui al di sopra di tutto, è un valore assoluto; ma per un altro verso egli è il primo a sfruttare con consapevole abilita i meccanismi complessi dell’industria culturale, del mercato librario, delle mode: sa propagandare se stesso , costruendo il proprio successo e organizzando il consenso alla propria opera e il suo consumo di massa.

Il paradosso messo in scena da D’annunzio è quello di offrirsi quale mito di massa, pur creando nel momento stesso una figura di genio solitario e superiore, che disprezza aristocraticamente le masse e si circonda di esperienza esclusive e raffinate.

Queste contraddizioni possono essere risolte solo in un modo, e cioè facendo coincidere l’arte e la vita, la Bellezza e la merce, facendo della propria esistenza un’opera d’arte, un’esibizione, uno spettacolo, ed infine mercato.

Il concetto di estetismo rappresenta il fulcro della poesia dannunziana, la fonte ispiratrice e “di vita” per lo stesso autore, tanto che, come già accennato, sulla base di esso fondò la sua intera esistenza.

L’espressione estetica dannunziana, corrispondente in qualche modo al romanzo “Controcorrente” di Huysmans, confluisce nell’opera più  rappresentativa di della sua ideologia: “Il Piacere (nel quale rintracciamo degli ovvi riferimenti con la voluttà e l’estetismo, capisaldi dannunziani).

Il romanzo del 1889 vede protagonista Andrea Sperelli,alter ego dell’autore ed eroe dell’estetismo, è un giovane aristocratico ed il principio “fare della propria vita un’opera d’arte” diviene una forza distruttiva.

La crisi è molto evidente nel suo rapporto con le donne: è diviso fra due donne Elena, la donna fatale e Maria, quella pura.

Ma l’esteta mente a sé stesso: la figura della donna angelo è solo oggetto di un gioco erotico sottile e perverso, e funge da sostituto di Elena, che Andrea desidera ma lei essa rifiuta. Infine viene abbandonato da entrambe, in particolare da Maria quando dubbiosa riguardo la sincerità di Andrea e la veridicità dell'amore nei suoi confronti, ottiene la certezza di ciò quando, per sbaglio, Andrea la chiama “Elena”.

Alla base di tutto possiamo quindi sottolineare “Il culto dell’Arte per l’arte, l’identificazione del ruolo dell’artista con quello di un sacerdote di pura bellezza, senza preoccupazioni morali.

Per Andrea, così come per D’annunzio, l’arte rappresenta un valore assoluto,la vita stessa viene concepita come arte, e “l’arte per l’arte” non è solo un programma estetico, ma anche uno stile di vita. Tuttavia identificare arte e vita significa subordinare tutto, anche la morale, a una visione estetica della vita; la raffinatezza, la bellezza, come doni preziosi e aristocratici, vanno raggiunte a ogni costo, in un processo sociale d’innalzamento al di spora degli altri.

D’Annunzio afferma che l’arte si spiega con l’arte. Ed è questa la differenza con Pascoli, poiché quest'ultimo considera l'arte (ricca di fini morali) istigatrice di buoni costumi.

A volte l’estetismo mostra i suoi lati peggiori ed in certe situazioni può disgustare per brutalità e per mistura blasfema di religione e lussuria, ma a volte si carica di autentico patos e si identifica con l’anima stessa della poesia.

Il suo Estetismo, in seguito, si unirà con l’altro elemento costituente di gran lunga la letteratura dannunziana: il concetto di superuomo. Da questa unione  D’Annunzio si operò a fornire un nuovo tipo di estetismo che non fosse solo professione mondana, ma gesto, impresa, avventura.

Ed è proprio l'unione di questi due aspetti fondamentali che contribuisce all'esaltazione del proprio io dannunziano. Comune ad ambedue è l'esaltazione di quella che il poeta chiamò, come detto poc'anzi, la 'quadriga imperiale' della sua anima, cioè l'unione di voluttà e istinto, orgoglio e volontà, anche se i due ultimi termini sono propri, soprattutto dell'esperienza 'superumana'.

Analisi di un testo tratto dal libro I, capitolo II, de “Il Piacere”

(Andrea Sperelli, ritratto di un esteta)

Il carattere contraddittorio di Andrea Sperelli: egli concentra su di se tutte le caratteristiche dell’esteta, costituendo un’incarnazione dell’autore: è tutto impregnato d’arte, ha il gusto delle cose d’arte, il culto spassionato della bellezza, in più è dotato di una forza sensitiva, una sensibilità eccezionale, che lo rende particolarmente incline alla bellezza e ai piaceri.

Tuttavia questa alta sensibilità comporta anche una “corruzione”, dovuta all’alta cultura e all’esperienza edonistica della vita. D’altra parte la stessa corruzione rientra nelle necessità ideologiche dell’esteta, del dandy. In Andrea tutto ciò è vissuto con un’intima sofferenza; queste massime estetiche presuppongono un spirito forte, capace di dominare la propria esistenza e le sue debolezze; quello di Andrea invece è un carattere debole, tale da farlo divenire vittima della propria stessa recita sociale.

Inoltre il protagonista, perdendo la sincerità, perde anche  il libero dominio su di sé, la capacità di agire senza ambivalenze, cioè di godere pienamente i piacere inseguiti.

Diviene così una figura a metà strada tra il superuomo e l’inetto, anticipando una tematica che diverrà centrale nella narrativa novecentesca (Svevo, Pirandello …)

Aestheticism

 

Aestheticism was a literary movement originated in France and developed throughout Europe by the middle of the 19th century. It was a reaction against the moralistic view of Victorian society. The term ' aestheticism' derives from Greek and means: 'Perceiving through senses'. The message of the aestheticism is: 'Living the beauty!'. The aesthete, like the romantics have done, gave free rein to imagination and fantasy but they took these conceptions to the extremes. By applying these new “canons” to their lives, the aesthetics lived a life devoted to the cult of the beauty, this life was unconventional, disorderly but exciting. The figure of the aesthete has some correspondences with the figure of the French Decadent “poète maudit” who excluded himself from the masses because he didn’t respect the simple, genuine values of life and hated mediocrity. He tried to avoid contact with reality and refuges himself within himself with the help of drugs (in the so-called “paradis artificiels”: imaginary or exotic artificial worlds where illusion replaced reality). He was charmed by what sounded perverse and loved vices and corruption. The aesthete too refuses the moral rules and the conventions, he arrives to accept the crime because it indicates free action without rules. The movement evocates a return to the art of Middle Ages, when the artist is a sort of craft man, who creates his art- work with his creativity, he is free from any rules, he creates entirely his work, not only a piece of it. In France the best representative of Aestheticism is J.K.Huysman with 'A ribour' (1884), whose protagonist becomes the ideal incarnation of the aesthete.

Oscar Wilde - The Decadent Aesthete

“Eletti sono coloro per i quali le cose belle non hanno altro significato che di pura bellezza.”

“La bellezza, la vera bellezza, finisce dove  inizia l'espressione intellettuale.”

“La bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed è un possesso per tutta l'eternità.”  

“La Bellezza non può essere interrogata: regna per diritto divino.”

“La bellezza è una forma del Genio, anzi è la più alta del Genio, perché non necessita di spiegazioni. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso dell’acqua scura, di quella conchiglia d’argento che chiamano luna.”

In England the most important aesthete is Oscar Wilde (Dublin 1854 - Paris 1900). However he wasn't only an aesthete, but above all a Decadent.

There is a difference between him and the other decadents: he didn't live outside world, he did all of his best to become popular and famous.

Until 1895 hedonism dried up his poetic qualities and his wit didn't help him no more. Wilde is also a Victorian, in fact the precept 'Art for art's sake' is for him a moral and an aesthetic imperative. Wilde is numbered among English decadents not as a poet but as a novelist and as a 'poseur'.

He wrote 'The picture of Dorian Gray' under the influence of Huysmans’ novel and of  his two teachers in Magdalene College at Oxford: John Ruskin who taught him socialist ideas and his creed of beauty of manual labour and Walter Pater who taught him his conception of art.

Both the teacher were the theorists of  Aesthetic doctrine: Pater, in opposition to Ruskin’s theories, claimed that art was to be autonomous and distinct from morality.

Wilde’s work was published in 1890 and in 1891 it was added the 'Preface' which became the Manifesto of English Aestheticism and embodied his view of art and the artist (he asserted that the artist must always be in accord with himself). It can be also read as a kind of poem. The work however is inferior  to its French model because of its intrinsic compromise.

When 'The Picture of Dorian Gray' appeared, it was defined as immoral but now it is read with a sort of morality;  the conclusion sounds like a punishment of a life completely devoted to the pursuit of sensation.

Moreover, the lack of any realistic description makes the work as a hymn to hedonism.

'The picture of  Dorian Gray' - Plot                                                                                                                                                                                                                                                        

The artist Basil Hallward is painting a portrait of a beautiful aristocratic young man, Dorian Gray. A friend of the artist, Lord Henry Wotton, comes to Hallward's studio to meet Dorian and he says him that beauty and pleasure are everything in life and that the time to enjoy them is very short.

So Dorian expressed the wish that the portrait might age and not himself. This wish come true and, when he abandons his life-companion and she kills herself, on the portrait appear the signs of cruelty.

Dorian hides it. In the meanwhile, Dorian devotes himself to the exploration of the pleasure thanks to a Lord Henry's book: he stimulates his senses with perfumes, jewels, but this behaviour causes the ruin of the young man. Dorian disappears into parts of  London because he has caused a lot of damages but his face is as pure and innocent as never, while the portrait became more and more repugnant.

Hallward asks Dorian if it's true that he has caused a lot of damages, so Dorian shows him his portrait and then he murders him because he feels him responsible of all this.

After 18 years, the brother of the woman who kills herself for Dorian's sake, asks revenge but he is killed in an accident. Dorian feels tormented, so he tries to destroy the portrait. His servants find a repugnant old man died, with a knife in his chest and a beautiful portrait near him.

Wilde is Dorian Gray himself. Lord Henry Wotton is Walter Pater (the teacher of the cult of beauty) and the Picture represents the soul of the protagonist (it is the speech of the soul).

LA LUCE DEL MEDIOEVO

La Bellezza spirituale di Beatrice

Beatrice si sostituisce al poeta latino nel ruolo di guida attraverso i nove cieli del Paradiso. Giunti nel decimo cielo, l'Empireo, Beatrice torna al suo seggio nella Candida Rosa ed il ruolo di guida, nell'ultimo tratto del viaggio ultraterreno, viene assunto da S. Bernardo di Chiaravalle.

L'incontro con Beatrice diventa il punto di svolta della maturazione umana e poetica di Dante, la cui vita è, da quel momento 'rinnovata dall'amore'.
Nella Vita Nuova viene delineato il cammino interiore che porta il poeta a comprendere come il fine del suo amore non sia legato a nulla di materiale, neppure al semplice saluto, elemento pur così caro all'amor cortese. Unico fine dell'amore è per il poeta cantare le lodi della sua donna: Beatrice è per Dante uomo stimolo per l'introspezione spirituale e per Dante poeta fonte di ispirazione letteraria.

Il ruolo e la funzione della donna sono però di portata ben diversa rispetto a quelli descritti nella giovanile Vita Nuova.

Nella Commedia infatti Dante rappresenta l'intera umanità, in nome della quale compie il suo viaggio, voluto da Dio. In questa nuova dimensione il miracolo che Beatrice, incarnazione della rivelazione divina, aveva rappresentato per Dante acquista un nuovo significato ed una nuova pienezza.

Il compito di Dante è quello di indicare all'intera umanità la via per giungere alla salvezza: il miracolo che era avvenuto per Dante diventa così il miracolo di tutta l'umanità.

Se nella Vita Nuova Beatrice era stata 'figura' di Cristo per il solo Dante, ora è rivelazione incarnata e simbolo di Cristo per l'intera umanità.
La donna amata da Dante, divenuta l'ispiratrice della sua poesia è, nella Divina Commedia, maestra di verità, il tramite che permette a Dante e all'intera umanità di arrivare al Paradiso e alla contemplazione di Dio. Essa è espressione della magnificenza, della meraviglia di Dio, è la Forma visibile della Bellezza Assoluta. Sedotto da tale bellezza, Dante compie la sua evoluzione spirituale e intellettuale, simile a una vera e propria conversione.

Petronio – elegantiae arbiter – il ritratto tacitiano

Tacito in due capitoli degli Annales analizza la figura di Petronio Arbitro, comunemente identificato con quello che è l’autore del Satyricon, uomo che morì suicida nel 66 a.C. e di cui Tacito ci riporta un dettagliato ritratto. E importante dire che lo storico non ritrae Petronio come un uomo degno onesto, ma come un amante del lusso dei piaceri;esce qui dagli schemi comuni. Petronio trascorreva le sue giornate dormendo, all’operosità preferiva l’ozio, ostentava noncuranza nel comportamento e libertà nell’espressione. I suoi usi e i suoi costumi piuttosto inclini ai vizi e ai piaceri gli diedero accesso alla corte di Nerone, dove divenne un arbiter elegantiae, una sorta di maestro di buon gusto, un’autorità ne campo delle raffinatezze.

Il ritratto di Petronio non riporta quindi i tratti tipici dell’uomo PIUS, saggio, virtuoso, ma ne costituisce piuttosto l’antitesi; Paratore afferma infatti che Petronio costituisce icasticamente ciò che potrebbe esser definito il paradosso della virtus romana. Nonostante questo ritratto non del tutto positivo che Tacito ci propone, sappiamo che egli prova simpatia per questo; ci riferisce infatti che come uomo politico , Petronio fosse stato comunque all’altezza dei propri compiti. I critici tuttavia pensano che questa simpatia derivi dall’ammirazione di Tacito per il coraggio mostrato da Petronio nell’opporsi al regime; (nonostante la sua condotta di vita non proprio tipica dell’uomo saggio e virtuoso, egli si è riscattato in punto di morte).

Questo ritratto (indiretto), ci è presentato da Tacito con tratti quasi paradossali, del tutto  antitetici rispetto al modello tradizionale della virtus.

Anche di fronte alla morte il suicida, non smentisce quello che è stato il suo comportamento fino a quel momento, la medesima leggerezza con cui ha affrontato la vita, contraddistingue anche questo momento. Circondato dagli amici, a differenza del prototipo del saggio, non disquisisce di argomenti impegnativi , quali l’immortalità dell’anima o precetti di saggezza dei filosofi, ma ascolta poesie leggere, scherzose.

Sembra quindi che Tacito mostri quasi una certa simpatia verso la dissacrazione degli esempi degli exitus illustrium virorum operata da Petronio, e sembra inoltre apprezzarne l’autenticità e la fermezza, non inferiore a quella dimostrata da altri suicidi celebri.


Le forme del Bello, R. Bodei, Il Mulino


Il Doriforo, Policleto

Le Tre Grazie, Antonio Canova


Amore e Psiche, Antonio Canova


THE DANDY

C. Worth, primo stilista




Primavera-estate 2008 Haute Cotuture, Christian Dior , Jessica Stam

Autunno Inverno – Haute Couture - Fendi

Roberto Cavalli – haute couture – Jessica Stam


Bibliografia

G.C. Argan, L’Arte Moderna, Sansoni, Milano, I edizione 1970, N.E. 1988,  I capitolo

G.C. Argan, L’Arte Moderna 1870-1970, Sansoni, Milano, N.E. Maggio 2002

R. Bodei, Le forme del Bello, Il Mulino, Urbino, 2007

M. Casertano e G. Nuzzo, Storia e Testi della Letteratura Greca, Palermo, aprile 2006

F. Cioffi, G. Luppi, S. O’Brien, A. Vigorelli, E. Zanette, Diàlogos, B. Mondadori, Torino, 2000, vol. 1 (filosofia antica e medievale percorso 27, Testo 36 ; vol. 3 (filosofia moderna), Testi 77 e 78.

L. Cocciolo e D. Sala, Atlante della Moda, Demetra ed, Verona, 2001

G.B. Conte, E. Pianezzola, Corso Integrato di Letteratura Latina vol. 4 (la prima età imperiale), Le Monnier, Firenze, 2004

E. De Boysson, Tutto forse troppo, Mondatori, febbraio 2007

G. Dorfles, C. Dalla Costa, M. Maragazzi, I mestieri dell’arte, Atlas editore, Milano, 2001

U. Eco , La Storia della Bellezza, Bompiani, Torino, Novembre 2007

M. Gastel, Il Mito Versace, Baldini Castaldi Dalai editore, Milano, maggio 2007

I. Kant, La Critica del Giudizio, 4 edizione a cura di V. Verra, Universale la Terza, Roma - Bari, 1979, traduzione a cura di A. Gargiulo, passi scelti

Petronio, Satyricon, A. Mondadori editore, traduzione a cura di p: Chiara, Introduzione di F. Ronconi, Rocca San Casciano (FO), 2000, passi scelti

M. Spiazzi e M. Tavella, Only Connect 2 (The Nineteenth Century), Zanichelli, Milano, 2005

J.J. Winckelmann, Il Bello Nell’arte. Scritti sull’arte antica, Nuova Universale Einaudi, 1942 (varie edizioni) passi scelti

Supplemento al num. 683 di Vogue, Condè, Milano, luglio 2007

Fonti internet (www.style.com , www.wikipedia.it, www.filosofico.net ecc)



[1] Il primo italiano che storicamente fece uso di questo termine fu un sacerdote, padre Lampugnani appunto, che nel 1645 scrisse un feroce libretto di critica contro la “moda e i modanti”. Ma questa seconda parola non piacque: su quelle pagine nacque e morì. Dopo Lampugnani nessun altro la usò.

[2] Charles Frederick Worth (Bourne, 18251895), stilista britannico. Si fa risalire a Worth l'origine della haute couture francese per come attualmente è intesa. Iniziò la sua carriera nel 1838 lavorando come commesso nel grande magazzino di tessuti e guarnizioni in Regent Street a Londra, Divenne così sarto alla corte di Metternich corte nel 1864. L’alta borghesia costituiva la maggioranza della sua clientela, di cui seppe conquistare la stima a tal punto da ottenerne l’incondizionata fiducia, riuscì ad imporre, per la prima volta nella storia, le proprie idee alle dame e determinò così l’Haute-Couture.

[3] Prêt-à-porter è un'espressione della lingua francese che significa 'pronto da indossare'. In opposizione all'alta moda (la haute couture), il Prêt-à-porter è costituito da abiti realizzati non su misura del cliente, ma venduti finiti in taglie standard pronti per essere indossati. Rappresenta il passaggio dalla sartoria artigianale e dal vestito su misura alla industrializzazione del tessile con la standardizzazione delle taglie che permette la produzione in serie degli abiti.

[4] L’haute couture è il settore dell'abbigliamento nel quale operano i creatori di abiti di lusso. Il settore ruota attorno a varie case d'alta moda, alcune delle quali assai antiche, conosciute grazie a marchi ben pubblicizzati presso il grande pubblico. In ognuna di queste case lavorano grandi stilisti, disegnatori e addetti al marketing. Essi propongono le loro innovative creazioni per mezzo di sfilate aperte alla stampa e ai compratori (buyer), con l'intento di anticipare le tendenze della moda.

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