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Profit o non-profit




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PROFIT O NON-PROFIT  



Il termine terzo settore identifica una zona economica che agisce all'interno del mercato ma fuori dai meccanismi costi-profitto che caratterizzano lo stesso, dando un riconoscimento ed una risposta adeguata ai bisogni e alle necessità della società: non a caso le aziende e le attività economiche del non-profit hanno avuto più vasta realizzazione nel settore sanitario o di intervento socio-umanitario.



Ma cos'è il terzo settore?  Tale espressione indica tutte quelle attività economiche, di vario genere, che hanno come loro caratteristica il non distribuire alcuna somma di denaro a titolo di utile: l'eventuale extra profit viene destinato a scopi di utilità sociale.

“In particolare si è soliti identificare il Terzo Settore per il fatto di essere costituito nel suo insieme da organizzazioni espressione dell'iniziativa e dell'impegno privato senza scopo di lucro, che svolgono attività di produzione e di prestazione di beni e servizi, per il conseguimento di finalità socialmente rilevanti.”[1]

Negli ultimi due decenni si è evidenziato che il mercato e lo Stato non sono in grado di rispondere a tutte le esigenze della società. Ci sono bisogni che non possono essere soddisfatti adeguatamente né nel mercato né nelle strutture dello Stato. Il mercato, per sua costituzione, entra in azione, con i meccanismi della domanda e dell'offerta, solo quando queste esigenze procurano un profitto, un guadagno. Ma ci sono bisogni dai quali la risposta del mercato non può trarre un guadagno significativo. Lo Stato dal canto suo, pur riconoscendo come diritti del cittadino queste medesime necessità non riesce ad organizzare a livello strutturale risposte adeguate, sia per i costi, sia per difficoltà ideologiche che non permettono - forse a ragione - di fare dello Stato la succursale del mercato. In questo panorama di mancanze si inserisce il terzo settore o economia non-profit o ancora economia civile.

“La transazione al post-fordismo conosce una pluralità di sentieri che, a parità di risultati sotto il profilo dell'efficienza del sistema, consentono di realizzare modelli diversi di ordine sociale.

“La competizione crescente in questa epoca di sviluppo non è tra imprese isolate, ma tra interi complessi di strutture socio-politiche nei quali le imprese  sono inserite e dei quali sono parte integrante. Se ne trae che il successo e il benessere di un paese sempre più saranno l'esito di quel paese di costruire solide reti di fiducia e di favorire l'accumulazione del così detto capitale morale.”

Secondo l’analisi del prof. Zamagni, noto sostenitore dell’economia non profit, la separazione tra l’uomo-lavoratore (portatore della forza produttiva) e l’uomo consumatore (portatore dei bisogni) cessa di esistere nella società post-fordista . In essa il lavoro ha senso se inteso come attività lavorativa, ed il consumo acquista rilevanza sociale in quelle forme di espressione dei diritti del cittadino-consumatore: pensiamo per esempio al “consumo etico”[3]….

E' possibile, allora, che attività economiche produttive vengano avviate sull'onda  non di uno spirito di lucro, ma da motivazioni diverse, come la condivisione, la solidarietà.

Alcune tipologie di non-profit interessano la pubblica utilità anche a carattere mutualistico, servizi cioè destinati esclusivamente ai propri soci alle famiglie o alle imprese; servizi di natura pubblica o privata i cui promotori possono essere Enti pubblici o Organizzazioni private o anche privati cittadini.

Lo sviluppo dello Stato Sociale, concetto derivante dalla assimilazione popolare dei principi fondamentali del Welfare State, ha creato in Europa come in Italia, una mentalità di aspettative, di pretese, di diritti senza i corrispondenti doveri e responsabilità. Bisogna allora “Staccarsi da questa solidarietà statalista per passare alla solidarietà sociale e responsabile, alla quale molto può dare il Terzo Settore”[4]

Il non-profit in Italia ha una tradizione antica, preesistente al costituirsi dello Stato; esso ha avuto sempre un ruolo marcatamente economico e finanziario (basti pensare alla società di mutuo soccorso, banche popolari, casse di risparmio, casse rurali). Anche la Costituzione, all'art. 2 afferma nei suoi principi fondamentali, accanto ai diritti inviolabili del singolo il ruolo delle formazioni sociali nelle quali si svolge la personalità dell'individuo.

Ma il principio di sussidiarietà è ben diverso dalla mentalità di 'solidarietà statalista': lo Stato non può essere considerato il principale e migliore promotore del benessere, perché la parola stato non significa nulla se non si intende con essa la società civile, strutturata e istituzionalizza.  In questo senso lo Stato non può essere altro che Stato Sociale, anzi meglio si dovrebbe parlare di Società Sociale

In Merito Giovanni Paolo II nella sua enciclica Centesimus Annus:

“L’attività economica, in particolare quella dell’economia di mercato, non può svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico. Essa suppone, al contrario, sicurezza circa le garanzie della libertà individuale e della proprietà, oltre che una moneta stabile e servizi pubblici efficienti. Il primo compito dello Stato, pertanto, è quello di garantire questa sicurezza…”



Tuttavia, continua Giovanni Paolo II, dimostrando una notevole lucidità di analisi storica:

“Non potrebbe lo Stato assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i cittadini senza irreggimentare l’intera vita economica e mortificare la libera iniziativa dei singoli.”[6]

Ribadisce, infatti, il Pontefice che la responsabilità di sorvegliare e guidare l’esercizio dei diritti umani nel settore economico spetta in primis non allo Stato ma bensì ai singoli e ai diversi gruppi e associazioni in cui si articola la società.

In linea con il principio di sussidiarietà sancito dalla Costituzione, tramite l'intervento delle istituzioni statali a favore delle persone e dei gruppi, contestualmente alla imposizioni di limiti, si dovrebbero sviluppare i rapporti tra lo Stato e le formazioni sociali; in questo modo si lasciano ai singoli e ai gruppi ampi margini di autonomia per l'esercizio dei diritti fondamentali. In questi decenni, tuttavia, lo Stato ha preteso di legittimare da sé l'esistenza e l'azione delle formazioni sociali: con il termine Welfare State, si indica un sistema in cui lo Stato si assume il compito di promuovere il benessere dei cittadini attraverso provvidenze istituzionalizzate e oggi in profonda crisi. I vari sistemi di Welfare avrebbero dovuto assolvere a tre funzioni: redistributiva, assicurativa e produttiva (o di sostegno alla produzione).

Oggi però questo sistema deve essere rimodellato e aggiornato sulle esigenze dello Stato e della società.

La trasformazione dello Stato Sociale, per A.Q.Curzio, sta proprio nella crescita del Terzo Settore: in particolare il primo deve contrarsi per lasciare spazio al secondo.[7]

In questo panorama il non-profit si è inserito come

'tertium' fra stato e mercato (per questo motivo viene anche identificato col termine terzo settore).





G.Pastori, Il Terzo Settore nelle tendenze attuali dell'ordinamento. Sta in Atti del Convegno La società italiana verso il 2000: opportunità e prospettive del Terzo Settore, Milano 17 marzo 1997, p.47


S.Zamagni, Economia Civile come forza di civilizzazione per la società italiana

S.Zamagni, Lavoro, occupazione, economia civile. Sta in Ripensare il lavoro, proposte per la Chiesa e la società. A cura di L.Caselli ed. EDB


A.Q.Curzio, op. cit.

A.Q.Curzio op, cit

Centesimus Annus n°48 ed. LDC

A.Q.Curzio, Il Terzo settore in un'Italia europea: una sfida per l'occupazione e i servizi. Sta in Atti del ConvegnoMi '97


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