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PerchÉ la guerra fa bene all’economia?




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PERCHÉ LA GUERRA FA BENE ALL’ECONOMIA?


Nella storia economica degli Stati Uniti, da un secolo a questa parte, c’è una costante:  la stretta correlazione fra interventi militari e ripresa economica. Sul sito di un istituto governativo americano , è possibile consultare una dettagliata tabella in cui sono elencati i diversi cicli economici americani e da cui si può notare come le forti espansioni economiche avvengano nei periodi di guerra (wartime expansions) e le successive contrazioni, invece, nei periodi post-bellici. Il nesso tra guerra e ripresa economica è quindi un dato di fatto accertato e molto ricorrente.




Prendendo in considerazione gli interventi bellici americani, non possiamo che confermare ciò di cui abbiamo parlato finora.  Ne è un esempio la Seconda Guerra Mondiale.

Fu proprio grazie all’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale, e non al “New Deal” di Roosvelt, che gli USA riuscirono a risollevarsi dopo la grande crisi degli anni Trenta. Gli investimenti del Presidente americano in opere pubbliche non fecero altro che “mitigare” la crisi ma di certo non la risolsero. Lo ha nientemeno confermato il premio nobel per l’economia, C. North, il quale, replicando ad un giornalista che attribuiva i meriti al keynesismo per l’uscita dalla crisi degli anni Trenta, affermò: “non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale”[2]. Le cifre, d’altronde, parlano da sole. Durante il New Deal roosveltiano la spesa pubblica civile crebbe dai 10,2 miliardi di dollari del ’29 ai 17, 5 del ’39. Nonostante ciò, il PIL diminuì da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari e la disoccupazione crebbe dal 3,2 al 17,2% della forza lavoro complessiva. Lo scenario cambia però nel ’39, quando il sistema economico viene tonificato dalla vendita di armi agli Inglesi ed ai Francesi (anche se le grandi imprese americane, come IBM e Ford, non ci pensarono due volte a fare contemporaneamente affari con i nazisti) e poi totalmente rilanciato con l’ingresso degli USA in guerra nel dicembre del ’41.

Le conseguenze per l’economia americana furono più che positive: il PIL crebbe a dismisura e la disoccupazione venne praticamente azzerata.

La conversione dello sfrenato neoliberismo americano a favore delle teorie keynesiane e quindi dell’ intervento dello Stato nel sistema economico è limitata e in certi aspetti solo apparente. Il welfare state (lo Stato di benessere) a cui gli USA avrebbero ricorso sia dopo il crollo di Wall Street del ’29 e sia dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre, in realtà si è rivelato un Warfare State: senza dubbio, in entrambi i casi, la spesa pubblica dello Stato americano è aumentata, ma ci si dimentica di aggiungere che la stragrande maggioranza di questa spesa (dal 70 all’80%) è attribuibile alle spese militari.



Il concetto della guerra come “fonte di ricchezza” può sintetizzarsi in un articolo del Corriere della Sera del 13 ottobre 2001: “Un dollaro speso dal Pentagono non solo fa crescere la domanda nel momento in cui viene impiegato, ma ha un forte effetto moltiplicatore”.

Che la spesa militare e la guerra facciano bene all’economia capitalista è una realtà che riguarda non solo gli USA e non è una cosa recente. Le spesse militari sono una forma di deficit spending con cui lo Stato finanzia l’economia anche a costo di indebitarsi. La domanda che può sorgere spontanea è: perché si preferisce ricorrere al “Warfare” anziché al “Welfare” ? Una spiegazione economica c’è, la motivazione di questa scelta sicuramente, va ricercata nei vantaggi che genera questa “economia di guerra”.




Vedi National Bureau of Economic Research, 'US Business Cycle Expansions and Contractions', all'indirizzo: https://www.nber.org/cycles/

“North: ‘una nuova economia di guerra’” , intervista pubblicata sul Sole 24 ore del 10 ottobre 2001.

I dati che seguono sono tratti da F. Battistelli, Armi: nuovo modello di sviluppo?, Torino, Einaudi, 1980, pp. 68-77, e da V.A. Ramey, M.D. Shapiro, 'Costly Capital Reallocation and the Effects of Government Spending', NBER Working Paper, 1999.

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