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Il ribaltamento dell'equilibrio mondiale e intra-europeo: 1500-1700




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IL RIBALTAMENTO DELL'EQUILIBRIO MONDIALE E INTRA-EUROPEO: 1500-1700


Europa sottosviluppata o Europa sviluppata?

Non c'è dubbio che dalla caduta dell'Impero Romano sino agli inizi del Duecento l'Europa fu un'area sottosviluppata in relazione ai maggiori centri di civiltà del tempo. Gli stessi Europei erano consci della loro inferiorità culturale, economica e tecnologica.

Dal Mille, però, l'Europa si mosse e guadagnò progressivamente terreno, finché nel Cinquecento la situazione prevalente cinque secoli prima risultava completamente ribaltata. Rispetto ai livelli economici e tecnologici del tempo l'Europa occidentale non era più un'area sottosviluppata ma al contrario l'area più sviluppata dell'epoca.


L'Europa e i suoi rapporti con il resto del mondo

La conseguenza più spettacolare della supremazia acquisita dall'Europa in campo tecnico furono le esplorazioni geografiche e la successiva espansione economica, militare e politica dell'Europa.

Tra il secolo XI e il secolo XV l'Europa aveva mostrato una straordinaria aggressività sul piano economico, ma sul piano militare e politico era rimasta esposta ai rischi di potenziali invasioni. La debolezza dell'Europa era marcata dalla progressiva erosione dei suoi territori orientali. L'avanzata turca continuava inesorabile: nel 1453 cadde Costantinopoli, nel 1459 fu invasa la Serbia settentrionale, nel 1463-66 la Bosnia-Erzegovina.

Ma nel momento stesso in cui i Turchi sembravano prossimi a colpire il cuore stesso dell'Europa, si verificò un cambiamento improvviso e rivoluzionario. Aggirando il blocco turco, alcuni Paesi europei si lanciarono all'offensiva sugli oceani in ondate successive. La loro avanzata fu tanto rapida quanto inattesa. Mentre l'Europa atlantica attuava la sua espansione transoceanica, la Russia europea iniziava la sua espansione trans-steppiana verso Oriente. L'espansione russa verso Oriente non ebbe la rapidità dell'espansione transoceanica dell'Europa atlantica, essenzialmente perché per terra la superiorità tecnologica degli Europei non era così marcata come sugli oceani. L'avanzata russa divenne inesorabile solo dopo la metà del Seicento, quando la tecnica europea riuscì a sviluppare armi da fuoco più mobili a tiro rapido.

Soprattutto la fulminea espansione transoceanica dell'Europa ebbe conseguenze economiche profonde. Una delle conseguenze più mirabolanti fu quella della scoperta di giacimenti d'argento eccezionalmente ricchi nell'odierna Bolivia e in Messico nel XVI secolo.

Per oltre un secolo, dagli inizi del Cinquecento, le leggendarie Flotas de Indias spagnole trasportarono in Europa una massa imponente di metallo prezioso. Sul finire del Cinquecento la Spagna arrivò a importare dalle sue colonie oltre duemila tonnellate di argento all'anno.

Una parte del metallo, probabilmente un 25%, fu trasferito in Europa come reddito della Corona e fu immediatamente spesa, trasformata in domanda effettiva di servizi militari e di armi e vettovaglie. L'altro 75% del tesoro arrivò in Europa come domanda effettiva di beni di consumo e di beni capitali da parte degli emigrati e di servizi commerciali e di trasporto relativi al trasferimento dei beni in questione.

Questa domanda venne a coincidere con un generale aumento della popolazione europea durante tutto il secolo XVI. Per quanto l'offerta era elastica, l'aumento della domanda si tradusse in un aumento della produzione. Nella misura però in cui certe strozzature nell'apparato produttivo - soprattutto nel settore agricolo - frenarono l'espansione della produzione, l'aumento della domanda si tradusse in un aumento dei prezzi.

Il periodo 1500-1620 è stato etichettato dagli storici economici non senza una certa dose di esagerazione come il periodo della <<Rivoluzione dei prezzi>>.

L'aumento delle disponibilità liquide provocò comunque nei maggiori centri finanziari anche una tendenziale caduta del tasso di interesse. Ai primi del Seicento c'erano a Genova tassi di interesse che si aggiravano attorno all'1,5%, e ad Amsterdam nella seconda metà del Seicento era possibile prendere a prestito capitale al tasso del 3%. Era forse la prima volta nella storia dell'umanità che il capitale si offriva così a buon mercato.

L'aumento della disponibilità di metallo prezioso significò aumento della liquidità internazionale il che favorì lo sviluppo degli scambi.

Si può affermare che il commercio intercontinentale nei secoli XVI e XVII consistette essenzialmente di una cospicua corrente d'argento che muoveva verso Oriente prima dalle Americhe verso l'Europa e poi dall'Europa verso l'Estremo Oriente e di una corrispondente corrente di merci che fluivano in direzione opposta: prodotti asiatici diretti all'Europa (soprattutto spezie e seta) e prodotti europei diretti alle Americhe.

Le esplorazioni geografiche e l'espansione transoceanica arricchirono gli Europei di conoscenze circa nuovi e inusitati prodotti. Nuove piante ed erbe entrarono a far parte della farmacopea europea, sempre nelle Americhe gli Europei impararono a conoscere e a usare il tabacco, il cacao, il pomodoro, il mais e la patata.

Nel secolo XVIII si verificò in Europa una notevole diffusione del tè, del cacao e del caffè.

L'espansione transoceanica dell'Europa ebbe conseguenze:

a)     tecnologiche;

b)     economiche;

c)     demografiche.

Per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo della navigazione oceanica sollecitò e a sua volta dipese dalla creazione e dall'evoluzione di nuovi strumenti e di nuove tecniche (cronometro marittimo, cartografia nautica, artiglieria navale, costruzioni navali, uso della vela), che ebbero anche aspetti e conseguenze economici (sviluppi nell'orologeria, nell'industria metallurgica, nell'industria dell'armamento.).

Per quanto riguarda le conseguenze economiche, molte sono implicite in quanto si è già detto a proposito dell'afflusso di metalli preziosi e di nuovi prodotti, ma un altro fatto di base fu che il commercio transoceanico  comportò grossi rischi e grosse perdite ma soprattutto molto più grossi profitti. A Londra come ad Amsterdam il commercio di importazione e riesportazione permise una notevole cumulazione di capitale.

In deciso contrasto con le conseguenze tecnologiche ed economiche, le conseguenze demografiche dell'espansione transoceanica furono fino al secolo XIX del tutto trascurabili. Fino all'Ottocento l'espansione europea fu essenzialmente un'avventura commerciale.


La rivoluzione scientifica

Fatti quali la scoperta di mondi nuovi e di nuovi prodotti, la prova della sfericità della terra, l'invenzione della stampa, il perfezionamento delle armi da fuoco, lo sviluppo delle costruzioni navali e della navigazione furono all'origine di una rivoluzione culturale.

Gli Europei cominciarono a guardare ottimisticamente in avanti, proiettati nel futuro e pensando sempre più in termini di progresso e di ricerca del nuovo.

Il secolo VII vide svolgersi una violenta battaglia intellettuale tra gli <<antichi>> e i <<moderni>>, tra chi sosteneva l'onniscienza dei classici e chi opponeva al dogma la ricerca critica e sperimentale e poneva in rilievo gli errori e le assurdità degli scrittori antichi.

La fisica e in particolare la meccanica fecero progressi spettacolosi e il fascino di tali progressi fu tale che venne progressivamente a prevalere una concezione meccanicistica dell'universo. Fece inoltre parte di questi sviluppi una decisa tendenza verso la misurazione quantitativistica.

Una delle caratteristiche fondamentali della Rivoluzione scientifica del secolo XVII fu quella di distogliere la speculazione umana da problemi irrisolvibili e assurdi e indirizzarla invece verso problemi che potevano avere una risposta. La Rivoluzione scientifica non consistette soltanto nell'adozione sistematica del metodo sperimentale ma anche nel rinnovamento radicale della problematica e nell'adeguamento di una cosa all'altra.

La statistica e la demografia moderne nacquero praticamente allora e le informazioni quantitative sulla popolazione, la produzione, il commercio, la moneta si fecero progressivamente sempre più numerose e più attendibili.


La crisi del legno

Il legname aveva sempre rappresentato il combustibile per eccellenza e il materiale di base per le costruzioni edili, per le costruzioni navali, per la fabbricazione dei mobili e della maggior parte degli attrezzi e delle macchine. A partire dai secoli XII e XIII, soprattutto nell'area mediterranea, il legname aveva cominciato a scarseggiare e nell'attività edile lo si andò sempre più sostituendo col mattone, con la pietra o con il marmo.

Nella seconda metà del Quattrocento in certe zone la scarsità di legname si fece sempre più acuta. Nel corso del secolo XVI l'aumento della popolazione, l'espansione della navigazione oceanica e delle costruzioni navali, lo sviluppo della metallurgia e il conseguente aumento del consumo di carbone di legna per la fusione dei metalli provocarono in Europa un rapidissimo aumento del consumo di legname. Il prezzo del legname crebbe dunque vertiginosamente.

Se si considera il ruolo che il legname giocava nell'economia del tempo come fonte di energia calorica e come materiale per la costruzione di navi, attrezzi, macchine e mobili, la crisi avrebbe potuto rappresentare una strozzatura pericolosa per quelle aree d'Europa che erano in fase di sviluppo; ma la crisi servì invece a spingere più avanti l'Europa nord-occidentale sulla via verso la Rivoluzione industriale.


Il ribaltamento degli equilibri economici all'interno dell'Europa: 1500-1700

Nella letteratura storico-economica corrente il Seicento, in contrasto col secolo precedente, viene dipinto a tinte fosche e spesso si parla di <<crisi del secolo XVII>>.

In effetti il secolo XVII fu nefasto per buona parte della Germania dove la Guerra dei Trent'anni causò danni e rovine su vasti territori. Fu un secolo nefasto anche per la Turchia, e anche per la Spagna e l'Italia. Ma, per l'Olanda, l'Inghilterra e la Svezia, il Seicento fu, salvo brevi periodi, un secolo di successi e di prosperità.

Per la Francia la maggior parte del secolo XVII non fu un periodo di prosperità ma nel trentennio 1660-90 l'economia francese conobbe tempi fastosi: la prosperità francese fu anche in quel trentennio legata soprattutto al commercio con il Levante e al commercio coloniale con i possedimenti nelle Americhe.

Alla fine del Quattrocento l'area decisamente più sviluppata d'Europa era l'area mediterranea e in particolare l'Italia centro-settentrionale. Nel corso del Cinquecento, grazie all'afflusso dei tesori americani, la Spagna conobbe un periodo di splendore che servì a mantenere all'area mediterranea una posizione di rilievo. Alla fine del Seicento l'area mediterranea era definitivamente un'area arretrata. Il baricentro dell'economia si era spostato sul Mare del Nord.


Il declino economico della Spagna

L'afflusso massiccio d'oro e d'argento dalle Americhe e l'espansione della domanda effettiva in cui tale afflusso si tradusse avrebbero potuto stimolare un notevole sviluppo economico del Paese, ma la Spagna del secolo XVI può servire come classico esempio per dimostrare che la domanda è un elemento necessario ma non sufficiente per attuare lo sviluppo.

La Spagna nel suo insieme si arricchì notevolmente nel corso del Cinquecento e il suo peso nell'economia europea aumentò in maniera drammatica perché l'argento e l'oro erano mezzi liquidi accettati internazionalmente in pagamento di merci e servizi.

Il fallimento della Spagna fu dovuto alle strozzature nell'apparato produttivo (soprattutto la deficienza di lavoro specializzato, l'aumento del numero delle corporazioni e la loro politica restrittiva). L'incremento della domanda riuscì a provocare un certo qual aumento dell'offerta. Ma proprio a causa delle strozzature di cui si è detto prima l'aumento dell'offerta fu ben lungi dal corrispondere all'aumento frenetico della domanda. Di conseguenza i prezzi rialzarono e larga parte della domanda si riversò sui prodotti e servizi stranieri.

Tramite le importazioni, sia legali che di contrabbando, la domanda effettiva spagnola alimentata dal metallo americano finì col sollecitare lo sviluppo economico dell'Olanda, dell'Inghilterra e di altri Paesi europei. La mentalità corrente in Spagna considerava le importazioni piuttosto come motivo di orgoglio, anziché come una possibile minaccia per le manifatture del Paese.

Per di più, impantanatasi in guerre senza fine, l'amministrazione spagnola spendeva malamente (cioè improduttivisticamente) i proventi dell'imposizione fiscale e i tesori delle Indie prima ancora di percepirli. Di conseguenza l'amministrazione fu sempre in balìa di banchieri che le anticipavano le somme richieste e gliele trasferivano nelle zone geografiche dove ce n'era il bisogno. Sino al 1555 circa prevalsero i banchieri tedeschi tra cui soprattutto i Fugger; dopo la bancarotta del 1557 i tedeschi si ritirarono in buon ordine e il loro posto fu preso dai Genovesi che dimostrarono un'abilità straordinaria tanto nel maneggiare anticipi (guadagnandoci il tasso di interesse) e trasferimenti (guadagnandoci sui tassi di cambio) quanto nel massimizzare i profitti derivabili da tali operazioni; il predominio dei Genovesi durò sino a circa il 1630, quando dopo l'ennesima bancarotta spagnola i Genovesi cedettero il posto ai banchieri ebrei portoghesi.

Nel corso del Seicento l'afflusso di metallo prezioso dalle Americhe diminuì drasticamente e le ragioni furono possibilmente tre:

a)     un possibile (ma dubbio) ristagno nella produzione mineraria nelle colonie americane;

b)     le colonie si resero economicamente sempre più indipendenti producendo in loco quanto prima usavano importare dalla madrepatria;

c)     più importante di tutto fu però il successo dei contrabbandieri olandesi, francesi e inglesi che riuscirono a deviare verso i loro rispettivi paesi una crescente quota dei tesori in arrivo dalle Americhe tagliando fuori la Spagna.

La principale fonte dell'euforico benessere spagnolo venne così ad inaridirsi, e il Paese sprofondò in una tragica decadenza.


Il declino economico dell'Italia

A partire dal Trecento la decadenza dell'ordinamento comunale e l'instaurarsi delle Signorie avevano comportato un deciso deterioramento della vita sociale: le masse si sentirono sempre più alienate dall'amministrazione pubblica. Tuttavia per quanto chiaramente delineata questa tendenza non aveva ancora assunto un peso predominante.

Ma all'improvviso tra il 1494 e il 1538 l'Italia divenne il campo di battaglia di un conflitto internazionale che coinvolse Spagnoli, Francesi e Germanici. Con la guerra vennero le carestie, le epidemie, le distruzioni del capitale e le interruzioni nei traffici.

Con la metà del secolo tornò la pace, la ripresa del Paese fu pronta.

La seconda metà del Cinquecento fu un periodo di prosperità per l'economia dell'Italia centro-settentrionale, ma la ricostruzione fu ricostruzione di vecchie strutture e la ripresa avvenne secondo direttrici tradizionali. L'ordinamento corporativistico si rafforzò; il numero delle corporazioni artigiane, animate soprattutto da egoistici interessi di gruppo, crebbe a dismisura irrigidendo pericolosamente la struttura produttiva del Paese. Questi elementi vennero a pesare negativamente sulla competitività delle manifatture e dei servizi italiani sui mercati internazionali.

La prosperità dell'Italia, per sua natura povera di materie prime, dipendeva tradizionalmente dalla capacità di esportare un'alta percentuale delle manifatture e dei servizi prodotti. Nel corso del Cinquecento e soprattutto nella seconda metà del secolo altri Paesi e in particolare i Paesi Bassi settentrionali e l'Inghilterra svilupparono le loro attività manifatturiere e amatoriali su scala e con metodi nuovi. I loro prodotti si affermarono presto sul mercato internazionale.

Tra il secondo e il terzo decennio del secolo XVII una serie di pesanti fattori (tra cui la Guerra dei Trent'anni, il peggioramento del mercato turco e la guerra turco-persiana) capovolsero la situazione economica internazionale.

Il crollo combinato del mercato spagnolo, di quello tedesco e di quello turco e la contrazione nella liquidità internazionale ebbero ripercussioni immediate sulla scena economica internazionale. Per i produttori marginali non ci fu più posto e l'Italia era ormai un produttore marginale. I produttori italiani non furono eliminati solo sui mercati stranieri ma anche sugli stessi mercati della Penisola. La perdita combinata dei mercati esteri e del mercato interno provocò un drastico crollo della produzione e massicci fenomeni di disinvestimento nei settori manifatturieri e dei servizi.

La ragione fondamentale per cui i prodotti e i servizi italiani vennero soppiantati da quelli stranieri fuori d'Italia e nella stessa Italia fu che i manufatti e i servizi inglesi, olandesi e francesi erano offerti a prezzi più bassi. I prodotti italiani erano più cari perché di miglior qualità e perché i costi di produzione erano più alti in Italia che in Olanda, in Inghilterra e in Francia. Ciò dipese essenzialmente da tre circostanze:

a)     l'eccessivo controllo delle corporazioni obbligò i manifatturieri italiani a continuare con metodi di produzione e di organizzazione aziendali superati dai tempi;

b)     la pressione fiscale negli Stati italiani sembra essere stata troppo alta e mal congegnata;

c)     il costo del lavoro sembra essere stato troppo elevato in Italia rispetto ai livelli salariali dei paesi concorrenti.

Nel corso della <<Rivoluzione dei prezzi>> del secolo XVI oltralpe i salari nominali non riuscirono a tenere il passo con i prezzi dei prodotti di maggior consumo. In Italia invece grazie a una più forte organizzazione corporativa i lavoratori riuscirono a ottenere continui adeguamenti salariali. Se i più alti livelli salariali fossero stati compensati da più alta produttività, l'Italia non avrebbe perduto in competitività. Ma la produttività del lavoro italiano era addirittura inferiore a quella del lavoro inglese, olandese o francese.

Le conseguenze di tutte queste circostanze sull'economia italiana furono:

a)     il drastico declino delle esportazioni;

b)     un prolungato processo di disinvestimenti manifatturieri, armatoriali e bancari;

c)     la tendenza delle manifatture a spostarsi dai grossi centri urbani ai piccoli centri rurali o semirurali (nei centri minori e in campagna si sperava fosse più facile sfuggire alla vigilanza degli organi fiscali e ai controlli restrittivi delle corporazioni).

Anche l'economia del Regno di Napoli mostrò a partire dal secolo XVI prima una grave stagnazione e poi un pesante declino, dovuti  all'eccessiva e mal distribuita pressione fiscale, che schiacciava i settori produttivi sui quali si basava la ricchezza del Paese e quindi in primo luogo l'agricoltura.

Nel 1630-31 l'Italia centro-settentrionale fu devastata dalla peste, e questo crollo della popolazione drastico e immediato ebbe l'effetto di spingere al rialzo i salari e di mettere le esportazioni italiane in posizione ancor più difficile.

Alla fine del Seicento l'Italia importava su ampia scala manufatti da Inghilterra, Francia e Olanda ed esportava oramai prevalentemente solo materie prime o semilavorate. L'Italia era ridotta a una posizione passiva anche in fatto di servizi marittimi e aveva iniziato la sua carriera di Paese sottosviluppato d'Europa.


Il <<miracolo>> olandese

Nel corso dei secoli XI-XV i Paesi Bassi  meridionali furono i protagonisti di uno sviluppo economico e civile eccezionale per quei tempi. Il centro internazionale di affari più importante dell'Europa del Nord nei secoli XIII e XIV fu Bruges nella contea di Fiandra e nel secolo XV e nella prima metà del secolo XVI fu Anversa nel Ducato di Brabante.

I Paesi Bassi settentrionali non tennero il passo con le province meridionali, ma il loro sviluppo, sebbene molto meno brillante, ci fu e fu consistente. Esso si fondò specialmente sulle attività agricole e di allevamento, e sulla pesca e sul commercio con i territori del Mar Baltico.

Con la rivolta contro la Spagna e la lunga guerra che ne derivò venne la rovina dei Paesi Bassi meridionali: furono distrutti mulini da follatura, arrecati gravi danni a vari centri di produzione tessile, saccheggiato selvaggiamente il centro finanziario e commerciale di Anversa.

Dalla pace del 1609 le Province Unite settentrionali emersero con l'indipendenza politica e la libertà religiosa. L'economia del nuovo Stato era di gran lunga la più dinamica, la più sviluppata, la più competitiva di tutta Europa.

Tra le ragioni del <<miracolo>> ci fu l'intolleranza spagnola nei Paesi Bassi meridionali, che oltre a provocare distruzioni di ricchezza e capitale fisico, causò la fuga di <<capitale umano>>. Infatti i profughi delle Province meridionali si diressero un po' ovunque: in Inghilterra, in Germania, in Svezia, ma soprattutto nei Paesi Bassi settentrionali.

Già di per sé vitali, rinvigorite dall'iniezione di una nuova poderosa carica di vitalità, favorite dalle mille nuove opportunità dei traffici oceanici, le Province Unite settentrionali entrarono nella loro epoca d'oro. Amsterdam divenne per numerosi prodotti il principale mercato mondiale. Il settore più dinamico dell'economia delle Province Unite nel periodo aureo fu senza dubbio il commercio internazionale: da un lato c'era il commercio a grande distanza con le Indie orientali e quelle occidentali, e dall'altro lato c'era il commercio nel Mare del Nord e nel Mar Baltico.

La prosperità dei Paesi Bassi settentrionali non si basò comunque soltanto sull'attività commerciale. L'agricoltura olandese divenne una delle più avanzate d'Europa grazie a progredite tecniche di canalizzazione, d'irrigazione e di rotazione dei raccolti. Si calcola che i rendimenti agricoli in Olanda nel secolo XVII fossero due o tre volte più elevati che nella maggior parte d'Europa.

Quanto alle manifatture, esse conobbero, tra il 1560 e il 1660, uno sviluppo per quei tempi straordinario. Chiaramente il settore manifatturiero era profondamente condizionato dal commercio internazionale; spesso gli Olandesi importavano materie prime che lavoravano e riesportavano poi in forma di prodotti manifatturati. Sempre strettamente legati allo sviluppo della navigazione e del commercio internazionali furono lo sviluppo della cartografia e lo sviluppo dell'industria delle costruzioni navali.


Lo sviluppo dell'Inghilterra

Sul finire del secolo XV l'Inghilterra era un Paese sottosviluppato in relazione agli standard dei Paesi sviluppati di quel tempo quali l'Italia, i Paesi Bassi, la Francia e la Germania meridionale. Sia dal punto di vista tecnologico che dal punto di vista economico era in posizione di arretratezza rispetto alla maggior parte del continente.

L'Inghilterra comunque produceva la migliore lana in Europa, e col secolo XIV era passata dallo stadio tipico del Paese sottosviluppato che esporta soprattutto materia prima locale allo stadio più evoluto di Paese che esporta oltre che materia prima locale anche manufatti basati sulla materia prima stessa.

Tradizionalmente i mercanti della Germania meridionale si rifornivano di pannilana sui mercati dell'Italia settentrionale e li ridistribuivano poi nell'Europa centrale e orientale. Come si è già visto però con gli inizi del secolo XVI, a causa della guerra e di tutti i disastri che ne seguirono, la produzione italiana subì un drammatico collasso. Quando i fornitori italiani non furono più in grado di soddisfare le richieste dei mercanti tedeschi, la domanda di questi ultimi si riversò sui pannilana inglesi. Un'epoca d'oro si aprì così per le esportazioni inglesi. Il settore delle manifatture tessili fu ovviamente il primo  ad avvertire gli effetti del boom delle esportazioni.

Alla metà del Cinquecento, l'Inghilterra si presentava con caratteri ben diversi da quelli dell'Inghilterra di mezzo secolo prima: l'Inghilterra della metà del Cinquecento era un Paese prospero, dinamico, che si stava mettendo in linea con i più avanzati Paesi dell'Europa del tempo.

Nel periodo 1550-1650 l'Inghilterra entrò in una nuova fase del suo sviluppo economico, differenziando la propria economia in produzioni diverse come quelle di ferro, piombo, armi, vetro, seta. Così la lana e i suoi prodotti non giocarono più il ruolo esclusivo che avevano avuto nelle fasi precedenti.

La politica mercantilistico-protettivistica della corona ebbe ottimi risultati, e i Navigation Acts (1651, 1660, 1662) potenziarono nettamente la marina mercantile inglese.

Le risorse interne che consentirono agli Inglesi di sviluppare il loro commercio estero furono essenzialmente:

a)     il capitale umano in forma di marinai;

b)     il capitale fisso sotto forma di navi, cannoni, attrezzature portuali, ecc.;

c)     un governo profondamente sensibile e intelligentemente favorevole alle aspirazioni della classe mercantile.

A sua volta il commercio internazionale contribuì notevolmente allo sviluppo economico generale.

Il notevole sviluppo del commercio internazionale:

a)     contribuì all'espansione della domanda di prodotti delle manifatture britanniche;

b)     consentì di accedere a materie prime che ampliarono la gamma dei prodotti delle manifatture britanniche;

c)     permise una cumulazione di capitale che andò anche a favore dello sviluppo dell'agricoltura e del settore manifatturiero;

d)     comportò stimoli per lo sviluppo di attività assicurative e di trasporto;

e)     favorì lo sviluppo delle grandi città.





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