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Assimilazione, prigionizzazione, carcerizzazione




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Assimilazione, prigionizzazione, carcerizzazione

Quando un detenuto entra per la prima volta in carcere porta con sé il proprio bagaglio culturale che riflette l’ambiente in cui è vissuto. Ben presto si accorge che tutto ciò che ha imparato deve lasciarlo alle spalle o metterlo tra parentesi perché il mondo che sta per conoscere non riconosce assolutamente la sua personalità o tende a ridimensionarla se essa è troppo forte.



   Quando una persona o un gruppo di nuovi arrivati entra in un altro gruppo e si fonde con esso, si può dire che è avvenuta un’assimilazione. «[Essa] implica un processo di acculturazione in un gruppo i cui membri in origine erano chiaramente differenti da quello del gruppo con cui si mescolano»[1]; «è un processo di fusione attraverso cui persone e gruppi acquisiscono memorie, sentimenti e attitudini di altre persone e gruppi, e vengono incorporati in una vita culturale comune»[2]. I nuovi arrivati finiscono con il condividere i sentimenti, le usanze e le tradizioni del gruppo originale.

   In carcere avviene qualcosa di simile che Clemmer ha definito “processo di prigionizzazione”. Si tratta di un processo graduale, lento, progressivo nel tempo, ma caratterizzato da fasi alterne e stadi differenziati e talora irreversibile, che culmina nell’identificazione più o meno completa con l’ambiente, con l’adozione cioè da parte del detenuto dei costumi, della cultura e del codice d’onore del carcere. «Il grado di “prigionizzazione” è dato dalla misura in cui il detenuto imita i modelli forniti dalla cultura della prigione»[3].

   Secondo Clemmer, tutti i detenuti sono esposti alle cause generali della prigionizzazione, ma non tutti rispondono in modo identico, anche se sono pochi quelli che riescono a resistere e ad imporsi all’ambiente, e sono la grande maggioranza quelli che, invece, lo subiscono[4]. Quindi il “processo di prigionizzazione” rende il detenuto succube della subcultura della comunità carceraria e della sua ideologia.

Nel suo saggio The Prison Community, Clemmer evidenzia i fattori che influenzano il processo; essi sono: l’età, la cultura, il recidivismo, l’ambiente di provenienza, la personalità, l’atteggiamento inizialmente assunto di fronte alle regole e alle usanze della popolazione carceraria; e poi fattori fortuiti, come la tipologia dei membri dei gruppi con cui si viene a contatto all’interno dell’istituzione e dei compagni di cella. È difficile resistere al processo di prigionizzazione, ma è fondamentale il ruolo della famiglia, la quale spesso è l’unica che gli permette di avere un contatto con il mondo esterno attraverso i colloqui visivi o telefonici.

   L’indagine di Clemmer fu ritenuta molto importante tra gli addetti ai lavori tanto che molti autori condussero una serie di importanti ricerche, tra cui quella del sociologo americano Stanton Wheeler[5], il quale divise i detenuti di una prigione americana in tre gruppi: quelli che, indipendentemente dalla durata della condanna, si trovavano all’inizio, a metà, alla fine del periodo di detenzione. Risultava evidente che la prigionizzazione cresceva fortemente verso la metà del soggiorno, ma si indeboliva nuovamente avvicinandosi il momento della scarcerazione, secondo un andamento rappresentabile con una curva a campana (curva di Gauss). Il detenuto si preparava al rilascio liberandosi, in certa misura, delle norme e dei valori che avevano caratterizzato in grado crescente la prima fase della detenzione[6].

   Quando Clemmer parla di prigionizzazione mette in evidenza un regime di stretta sorveglianza che opera contro la riabilitazione del detenuto, e anche se denuncia la subcultura carceraria come una delle cause di tale processo, non mette in evidenza come essa influenza praticamente il processo stesso di prigionizzazione. Questo lavoro è teso proprio a questo fine: evidenziare che la pratica carceraria e le consuetudini dei carcerati, diventate nel tempo vere e proprie regole di comportamento, sono più influenti negativamente sulla personalità e la psiche dell’individuo rispetto alle pratiche burocratiche della struttura totalitaria. Essenzialmente per un motivo ben preciso: l’imposizione delle norme comunitarie è recepita con molta facilità dal detenuto, si ha la sensazione già dai primi contatti con gli altri che quelle norme siano le uniche a regolare la vita interna, se non altro per il fatto che vengono ricordate e applicate in continuazione. Non sono regole scritte, come quelle giuridiche, che hanno bisogno di una denuncia formale per essere sanzionate. Il detenuto « è sempre alla portata d’occhio e di orecchio di qualcuno»[7], qualsiasi atteggiamento o comportamento che si allontani dalla “normalità” viene sottolineato da chiunque e ciò comporta un’attenzione maggiore alle regole fino ad arrivare ad interiorizzarle molto più velocemente rispetto alle altre. Tali norme “governano” la vita quotidiana individuale e nei rapporti con gli altri, fino a sentirsi parte integrante di una comunità a sé stante,  tendenzialmente conformista, sovente in opposizione a quella esterna, come avviene, per esempio nel caso in cui il “nuovo giunto” decida di “affiliarsi” (vedi cap. 2). Ma c’è un altro fattore, a mio avviso, che ha contribuito a rendere più oppressivo il carattere totalizzante dei rapporti con gli altri detenuti rispetto a quello della struttura carceraria in sé: il cambio generazionale tra gli agenti di custodia. Il loro approccio con il carcerato sembra diverso che nel passato, anche se bisogna tener conto sempre delle eccezioni. Il rapporto tra detenuto e agente è tendenzialmente più umano, più rispettoso della dignità dell’uomo, frutto anche di un atteggiamento diverso anche del detenuto verso l’agente. Si può dire che negli ultimi tempi le due figure tendono a venirsi incontro considerandosi semplicemente parte opposta di una stessa medaglia.




   Credo che per questo si possa parlare di processo di carcerizzazione, proprio perché le norme imposte dalla comunità carceraria assumono importanza particolare, anche in vista di una riabilitazione, scopo dichiarato della struttura carceraria. Un altro motivo mi spinge a differenziare carcerizzazione da prigionizzazione, anche se quest’ultimo ha assunto ormai un carattere internazionale: il termine prigione è un termine che nel linguaggio carcerario non esiste, se non tra detenuti politici (infatti questi preferiscono essere chiamati prigionieri, non detenuti, forse proprio per differenziare soprattutto il loro tipo di cultura e la loro provenienza); e poi prigione sembra un termine soft, direi quasi vecchio e rinascimentale anche un po’ romantico. Dal punto di vista linguistico, non rispecchia la realtà e la durezza del carcere di oggi, in cui “carcerato” è un termine usato negativamente.



[1] Santoro E., (1997), Carcere e società liberale, pag. 206, G. Giappichelli Editore, Torino.

[2] Berzano L., Prina F., (1995), Sociologia della devianza, pag. 72, Carocci Faber, Roma.

[3] Santoro E., (1997), Carcere e società liberale, pag. 40, G. Giappichelli Editore, Torino.

[4] Ibidem.

[5] S. Weeler, 1961, Socialization in Correctional Communities, in T. Mathiesen, 1996, Perchè il carcere?, pag. 78, Edizioni Gruppo Abele, Torino.

[6] Ibidem.

[7] Goffman E., (2001), Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Edizioni di Comunità, Torino.

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