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Il lavoro: elementi per una definizione




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IL LAVORO: ELEMENTI PER UNA DEFINIZIONE

Con il termine lavoro[1] si indicano i differenti modi secondo i quali i gruppi umani modificano o utilizzano le risorse che il loro ambiente naturale offre, per sopperire alle necessità dell’esistenza. Oltre alla necessità di nutrirsi l’uomo desidera anche sicurezza, stabilità e abbondanza di cibo. Alle attività strettamente legate al procacciamento di cibo si collegano la fabbricazione di strumenti che agevolano questo compito principale. A volte il cibo è procurato individualmente, altre in seguito a rapporti di cooperazione, di sfruttamento, di dominazione e in questo caso superano l’ambito strettamente lavorativo. “Oltre al rapporto degli uomini con la natura, lo studio delle attività denominate lavoro implica l’analisi di una serie di rapporti sociali e ideologici”[2]. Dagli aspetti sul lavoro qui sopra menzionati possiamo notare come ritornino alcuni concetti esposti nel capitolo precedente. Si definisce, infatti, il lavoro sia come necessità per la sopravvivenza dell'uomo, sia come azione facente parte di rapporti sociali e produttrice di sicurezza e stabilità per l'uomo.



L’economista Sergio Ricossa, per parte sua, nella sua definizione, offre alcuni aspetti interessanti che ampliano ed arricchiscono i contenuti suesposti. Egli definisce il lavoro come fattore principale per eccellenza che entra nella produzione di tutti i beni e ne costituisce gran parte del valore commerciale. Il lavoro è remunerato col salario, ma a volte è gratificante di per se stesso: “se vi sono lavori odiosi, ve ne sono per contro, e fortunatamente, di amabili per chi li compie”[3]; si può quindi dire che il lavoro è pervasivo, l'intera realtà umana è intrisa di lavoro.

Appartengono alla forza lavoro sia i lavoratori «dipendenti», sia quelli «autonomi», o «liberi professionisti», che usano strumenti di lavoro di cui sono proprietari o affittuari.

La soddisfazione che si può ricavare dal lavoro non si valuta esclusivamente col salario; vi sono altri importanti aspetti del lavoro, quali la natura dell’attività prestata, confacente più o meno ai gusti del lavoratore, la sicurezza del posto del lavoro, l’ambiente di lavoro, la carriera possibile, il tempo libero residuale. In condizione di povertà il salario domina sul resto, mentre col miglioramento del tenore di vita ci si sofferma maggiormente sugli aspetti non pecuniari. Il mercato del lavoro è un mercato particolare, in esso non si tratta una merce qualsiasi, ma l’uomo, il suo sforzo, il suo tempo, la sua sensibilità, la sua cultura, la sua individualità. Dunque, l’aspetto puramente economico non è il solo elemento da tenere presente. Gli aspetti psicologici, sociali, morali e politici sono spesso messi in secondo piano; persino il lavoro disoccupato è ormai remunerato, mediante appositi sussidi pubblici.

Secondo Ricossa è necessario mettere da parte il problema della disoccupazione, senza illudersi che questo problema possa essere del tutto risolto. Egli sostiene il concetto di «tasso naturale di disoccupazione», cioè il concetto di una disoccupazione inevitabile, date le caratteristiche strutturali del mercato. È necessario che i disoccupati restino in tale condizione per un breve periodo, e che durante tale permanenza ricevano un indennizzo congruo a svolgere una vita dignitosa.

Donati non si trova del tutto d'accordo con Ricossa, anzi si può dire che affronti la problematica della disoccupazione da un punto di vista più complesso e più articolato. Egli sostiene che si può essere stimolati a lavorare per svariate motivazioni; esse, infatti, 'fanno riferimento a cause di necessità oppure a finalità. Si può essere spinti a lavorare:

·       per necessità materiali;

·       per obbligo religioso, morale o semplicemente sociale;

·       per piacere, autoaffermazione e autoespressività;

·       per esigenze di integrazione sociale, sia da parte del soggetto lavoratore (che ha bisogno di rapporti umani) sia dal punto di vista della società (che ha bisogno di ordine sociale);

·       per una finalità che trascende l'attività pratica di lavoro ma non la nega, bensì la valorizza e la eleva nei suoi significati etici (virtù umane) e nelle sue valenze espressive'[4].

Anche il fenomeno della disoccupazione non risponde a un'unica causa. La disoccupazione per Donati può essere intesa come assenza di lavoro 'per carenza di mezzi inerenti al sistema economico, come perdita di lavoro a causa di un percorso di vita, come assenza di lavoro per effetto distorsivo di certe misure di welfare, come carenza di lavoro in relazione a problemi di identità soggettiva'[5].  Quindi questo fenomeno assume varie sfumature e identità. I dati che in genere abbiamo a disposizione non tengono conto di queste differenze, risulta perciò difficile un intervento differenziato. I rimedi alla disoccupazione possono tener conto dei mezzi economici, delle politiche pubbliche, degli stili di vita o di norme di scambio sociale, o di più aspetti considerati assieme.

La soluzione o le soluzioni non sono così scontate, né univoche come invece prospetta Ricossa[6].

Altre definizioni interessanti circa la natura del lavoro provengono dal pensiero filosofico e sociologico.

1.     La definizione filosofica che Nicola Abbagnano dà del lavoro è la seguente: il lavoro è 'l'attività diretta a utilizzare le cose naturali o modificare l'ambiente per l'appagamento dei bisogni umani. Il concetto del lavoro implica perciò: 1) la dipendenza dell'uomo, quanto alla sua vita e ai suoi interessi, dalla natura: il che costituisce il bisogno; 2) la reazione attiva a questa dipendenza, costituita da operazioni più o meno complesse dirette all'elaborazione o all'utilizzazione degli elementi naturali; 3) il grado più o meno elevato di sforzo, di pena o fatica, che costituisce il costo umano del lavoro'[7].

2.     La definizione sociologica che Luciano Gallino dà del lavoro è la seguente: il lavoro è 'un'attività intenzionalmente diretta, mediante un certo dispendio di tempo e di energia, a modificare in un determinato modo le proprietà di una qualsiasi risorsa materiale (un blocco di metallo, un appezzamento di terra) o simbolica (una serie di cifre o di parole) (…) - modo che rappresenta lo scopo del lavoro - onde accrescerne l'utilità per sé o per altri, col fine ultimo di trarre da ciò, in via mediata o immediata, dei mezzi di sussistenza'[8].

Daniele Loro, propone una riflessione sulle due definizione qui sopra proposte, mettendole a confronto.  Egli sostiene che la prima definizione va a porre l'accento per così dire sugli  aspetti  «negativi»  del  lavoro,  cioè  solo  sulla



necessità di lavorare per sopravvivere; la seconda mette invece in risalto, in senso «positivo», l’intenzionalità dell’uomo. Da entrambe si può trarre la conclusione che il lavoro è costitutivo della vita della persona, “dal momento che il lavoro rappresenta una delle condizioni più strutturali e condivise dell’adultità”[9]. Dunque, accanto al lavoro come «fatica» vi è un aspetto complementare: il lavoro come «progetto». Egli sottolinea l'aspetto dell'«essere» del lavoro e quindi i suoi lati liberante ed espressivo. Riferendosi alla riflessione di Spaltro in cui afferma che 'quanto più si partecipa e tanto più ci manca il tempo, quanto più si è lavoro tanto più c'è stress da lavoro, quanto più il lavoro piace tanto più il lavoro assorbe, quanto più si è attivi tanto più si è dipendenti dal lavoro, quanto più si gode il lavoro tanto più poi si ha bisogno di godere, quindi si è dipendenti da un lavoro piacevole molto più che da un lavoro spiacevole, quanto più si è lavoro tanto meno il tempo è nostro'[10], Loro sottolinea il fatto che ci può essere 'il rovescio della medaglia'[11] e cioè la difficoltà ad essere liberi dal lavoro e quindi il pericolo di viverlo maggiormente secondo la prospettiva dell'«avere».

Il lavoro, dunque, contempla sempre due aspetti, mai nettamente separabili, “uno obbligante e l’altro liberante”[12]. Tra questi due aspetti si gioca una parte consistente della realizzazione individuale della persona e del suo benessere sociale.

Donati propone una riflessione teorica proprio sull'aspetto dell'«essere» o dell'«avere» nel lavoro, quando cerca di approfondire la differenza fra la cultura secolarizzata e quella umanistica del lavoro. Egli afferma che 'una cultura è secolarizzata se e nella misura in cui prescinde da (o si oppone a) riferimenti spirituali trascendenti o, in altre parole, religiosamente ispirati (…). Nel gergo reso comune dalla modernità, secolarizzato è il puramente terreno (wordly) e, in specifico, sta a significare una cultura che vede il lavoro come attività che non ha valenze o fondamenti religiosi. Una cultura secolarizzata è portata ad assoggettare il lavoro al mercato e/o allo Stato in contrasto con gli orientamenti della religione'[13]. Una cultura si definisce invece umanistica 'se e nella misura in cui valorizza gli elementi propriamente umani (soggettivi e intenzionali) di contro a quelle caratteristiche che non sono distintive della specie umana, ma possono essere anche di altri esseri viventi o delle macchine (come la forza fisica)'[14]. Dopo aver cercato una definizione dei due tipi di culture, Donati prone una via di mezzo. Egli parla della 'nascita di una cultura secolare - ma non secolarizzata - che individua la distinzione-guida di un nuovo modo di vivere il lavoro che va oltre i dilemmi della modernità'[15].  Da una funzione del lavoro prettamente funzionale alla sopravvivenza del lavoratore, o al profitto che ne può ricavare il datore di lavoro, Donati avanza la proposta di una visione relazionale del lavoro, che contempla in sé vari aspetti (politico-economico-sociali-strutturali), perciò più evoluta e quindi più complessa.



[1] FABIETTI Ugo e REMOTTI Francesco (a cura di), Voce «Lavoro», Dizionario di Antropologia, Bologna, Zanichelli, 1999, pp. 409-410.

[2] Ibid p. 409, il corsivo è dell'autore.

[3] RICOSSA Sergio, Voce «Lavoro», Dizionario di Economia, Torino, Utet, 1988, p. 259.

[4] DONATI Pierpaolo, Il lavoro che emerge, op. cit., p. 107.

[5] Ibid., p. 109.




[6] Ibid., p. 111.

[7] ABBAGNANO Nicola, Voce «Lavoro», in Dizionario di filosofia, terza edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero, Torino, ed. UTET, 1998, p. 626. Il corsivo è dell'autore, in LORO Daniele, Competenze della professionalità docente, Verona, Libreria Editrice Universitaria, 2002, p. 25.

[8] GALLINO Luciano, voce «Lavoro», in Dizionario di sociologia, Torino, ed UTET, 1978, ristampa riveduta e corretta 1983, p. 407, in LORO Daniele, Competenze della professionalità docente, Verona, Libreria Editrice Universitaria, 2002, p. 25.

[9]LORO Daniele, Competenze della professionalità docente, Verona, Libreria Editrice Universitaria, 2002, p. 26.

[10] SPALTRO Enzo, Avere ed essere il lavoro: la doppia contraddizione della libertà, in P. L. Eletti (a cura di) Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm: 'Dalla necrofilia alla biofilia: linee per una psicoanalisi umanistica, Firenze, novembre 1986, Firenze, ed. Medicea, 1988, pp. 47-52, in LORO Daniele, Competenze della professionalità docente, Verona, op. cit., p. 29.

[11] Ibidem.

[12] Ibid., p. 30.

[13] DONATI Pierpaolo, Il lavoro che emerge, op. cit., p. 70.

[14] Ibid., p. 71.

[15] Ibid., p. 81.

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