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Tesina: la cultura e la cerimonia del tÈ giapponese (semplicità e meditazione per trovare l’armonia)




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TESINA: LA CULTURA E LA CERIMONIA DEL TÈ GIAPPONESE (semplicità e meditazione per trovare l’armonia)

INTRODUZIONE E SCELTA DELL’ARGOMENTO



Ho scelto questo tema, alquanto insolito, perché da qualche anno si è fatto strada in me un vivo interesse per la cultura e il popolo orientale. Il mondo dell'Est, giapponese e cinese in particolare, mi ha sempre affascinato, sia per la cultura, sia per il pensiero, ma allo steso tempo per la semplicità e la laboriosità, mista a tenacia, che questi popoli dimostrano ed hanno dimostrato. A colpirmi è stato anche come queste civiltà siano riuscite a mantenere i loro antichi valori senza sopprimerli a vantaggio del cosiddetto “progresso”, ma che li abbiano integrati con la modernità stessa in un connubio mistico tra antico e nuovo.

Ciò che mi ha spinto a scegliere come argomento per la tesina un soggetto così inconsueto, però, è stato anche lo scoprire come una bevanda così consumata ed usata nel mondo sia nata. Interessante è stato anche inoltrarmi in quelle culture così diverse dalla nostra ed allo stesso tempo così misteriose ed accattivanti.

Questa bevanda ha mille volti e storie e può essere guardata da infiniti punti di vista. Lo si può trovare come oggetto o soggetto nell’arte, nella musica, nella letteratura, nella medicina, nel cinema, nella pittura, nella storia, nella cultura, nella poesia…

Grazie all’apprendimento scolastico, ho potuto notare, inoltre, come già molti letterati ottocenteschi e novecenteschi avessero spesso fatto riferimento a questa bevanda. Un esempio è riscontrabile ne “Il piacere” di Gabriele d’Annunzio in cui il tè assume addirittura un connotato seduttivo, o ancora, ne “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carrol in cui si mette in evidenza il tema dell’imperialismo inglese o ne “Un amore di Swann” Marcel Proust in cui il tè è presentato come giustificazione dell’amore.

Il tè, dopo l’acqua, è la bevanda più consumata al mondo. Bisognerebbe chiedersi il perché. Chi non ha mai provato l’intimo piacere di un attimo di relax, magari dopo una giornata faticosa o particolarmente impegnativa, davanti ad una tazza di tè con dei buoni biscotti o una fetta di torta?

RIFERIMENTI NELL’INTRODUZIONE

“Il Piacere” G. D’Annunzio

[Elena]

«Accese la lampada sotto il vaso dell’acqua, aprì la scatola di lacca, dov’era conservato il tè, e mise nella porcellana una quantità misurata d’aroma; poi preparò due tazze. I suoi gesti erano lenti e un poco irresoluti, come di chi operando abbia l’animo rivolto ad altro oggetto; le sue mani bianche e purissime avevano nel muoversi una leggerezza quasi di farfalle, non parendo toccare le cose ma appena sfiorarle; dai suoi gesti, dalle sue mani, da ogni lieve ondulamento del suo corpo usciva non so che tenue emanazione di piacere e andava a blandire il senso dell’amante…»

[Maria]
'Ti farò il tè' disse. Egli s'accendeva, vedendola sul divano, tra i cuscini. [] Parlava d'un tè prezioso, giuntole da Calcutta, ch'ella aveva donato ad Andrea il giorno innanzi. [] Ella versò in una tazza la bevanda e gliela offerse, con un sorriso misterioso.

'Bada, c'è un filtro'.

Egli rifiutò l'offerta.

'Perché?'
'Dammi tu da bere'.

“Alice nel paese delle meraviglie” Lewis Carrol

C'era un tavolo apparecchiato sotto un albero davanti alla casa, e la Lepre Marzolina e il Cappellaio vi prendevano il tè: tra loro c'era un Ghiro profondamente addormentato, e se ne servivano come di un cuscino appoggiandovi i gomiti e parlando sopra il suo capo. 'Molto scomodo per il Ghiro', pensò Alice; però, visto che tanto dorme, non gli dà fastidio'.

Il tavolo era grande, ma i tre stavano pigiati in un angolo. 'Non c'è posto! Non c'è posto!' si misero a gridare quando videro Alice farsi avanti.

'Ce n'è moltissimo invece!' disse Alice indignata, e si sedette in una grande poltrona a capotavola.

'Prendi un po' di vino', disse la Lepre Marzolina in tono incoraggiante. Alice si guardò intorno dappertutto, ma non vide altro che tè.

“Un amore di Swann” Marcel Proust

Odette fece a Swann il “suo” tè, gli chiese: 'Panna o limone?' e, avendole lui risposto 'Panna', gli disse ridendo: 'Una nuvola!'. E, quando lui lo trovò buono: 'Vedete che so quel che vi piace'.
Quel tè, infatti, era parso a Swann qualcosa di prezioso, come a lei; e l'amore ha un tal bisogno di trovarsi una giustificazione, una garanzia di durata, in piaceri che invece non esisterebbero senza di esso e con esso finiscono, un tal bisogno che per tutto il percorso in carrozza lui aveva continuato a dirsi: 'Come sarebbe piacevole avere una personcina da cui poter trovare una cosa tanto rara, un buon tè'.

TESINA: LA CULTURA E LA CERIMONIA DEL TÈ GIAPPONESE

(semplicità e meditazione per trovare l’armonia)

La parola tè deriva da un carattere cinese pronunciato “tei”. Da questa pronuncia ne deriva la parola “tè” spagnola, inglese, italiana, francese e in generale di tutta la zona occidentale della Terra. Un’altra resa di quel carattere, però, è il cantonese “cha”: da questa lettura, ne deriva la pronuncia giapponese, persiana, araba, russa, tibetana, slovacca, turca e portoghese.

BOTANICA: LA PIANTA

Il tè è una pianta sempreverde appartenente alla famiglia delle Camelie. Nella produzione commerciale si riconoscono tre varietà: la Camellia sinensis (Cina, Giappone, Tibet), la Camellia assamica (India) e la Camellia assamica lasiocalyx (Cambogia). Oggi vi sono sostanzialmente tre tipi di pianta del tè: China o Sinensis, Assam e Cambogia. Il primo è un arbusto sempreverde che ramifica, ma quasi mai oltre i tre metri. Gli altri due crescono come albero da fusto. Tra queste varietà sono importanti anche la “camellia sasanqua” e la “camellia oleifera”.1 Le differenze tra i tipi di tè dipendono: dai periodi, dai luoghi e dai modi di raccolta, oltre che dalle lavorazioni. Il primo a descrivere la pianta del tè fu Carl Von Linne (Linneo)2 nel 1753 che la chiamò “Thea Sinensis”, cioè “Tè Cinese”. Tuttavia il nome venne cambiato in “camellia sinensis” in onore del gesuita italiano Padre Camelli che di ritorno dai suoi viaggi nell’estremo oriente importò in Europa il fiore e portò un grande contributo alla scienza.

Anche l’importazione della prima camelia in Europa ha la sua leggenda3.

Le foglie della camellia sinensis sono: brevemente picciolate, ellittiche, ottuse, cuneate alla base, generalmente lunghe dai cinque ai dieci cm, grossolanamente seghettate, lucide e color verde scuro, allo stadio giovanile ricoperte di una patina bianca e setosa. I fiori sono inclinati, i gambi robusti e verdi, le radici forti. La corolla può essere bianca o gialla, con sette od otto petali. I semi devono essere molto freschi perché deperiscono rapidamente e devono essere seminati in luoghi caldi. I semi possono essere spremuti per ottenere un olio dolciastro usato in cucina. Il frutto è simile alla noce moscata.

Questo tipo di camelia è originario della parte continentale del Sud e Sudest Asiatico, ma oggi è coltivata in tutto il mondo, soprattutto in regioni a clima tropicale e subtropicale nelle quali le precipitazioni possono raggiungere i due metri l’anno.

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Note:


1 I loro fiori secchi vengono usati dai cinesi per profumare il tè. In alcuni casi si potevano vedere delle siepi di queste varietà poste a confine dei campi di tè perché i cinesi pensavano che la fragranza dei loro fiori si sarebbe comunicata alla pianta del tè.

2 Botanico svedese ideatore della tassonomia ancora oggi in uso.

3 Sembra che i cinesi avessero ingannato gli europei che volevano esportare la pianta del tè, sostituendovi la camelia da fiore per impedire che il loro prodotto più prezioso fosse coltivato altrove.


Il terreno più adatto è quello acido e permeabile, senza ristagni d’acqua. Allo stato naturale può crescere ben oltre i due metri, ma per facilitarne la coltivazione generalmente si mantiene a dimensioni di cespuglio sempreverde o di piccolo albero. Era molto nota già nella botanica e nella medicina antiche poiché le si attribuivano importanti proprietà terapeutiche quali: offrire sollievo alla fatica, allietare l’animo, rafforzare la volontà, guarire problemi di vista; talvolta le sue foglie venivano somministrate per uso esterno, sotto forma di impacchi, per alleviare dolori di origine reumatica.

LA GEOGRAFIA E LA STORIA DEL TÈ: L’ORIGINE NELLA NOTTE DEI TEMPI

La cultura del tè nasce in Cina che è il luogo più remoto in cui si sono potuti documentare i primi usi di questa pianta. Riguardo alla scoperta/creazione della bevanda si sono prodotte numerose leggende:

LEGGENDE CINESI

Un’antica mitologia cinese afferma che il tè fu scoperto nel 2700 circa a.C. da Shen Nong, uno dei tre imperatori della dinastia San Huang.

In un giorno d’estate, l’imperatore, visitando una regione antica e sperduta del suo impero, per dissetarsi mise dell’acqua a bollire; mentre preparava l’acqua, delle foglie secche caddero da un cespuglio e finirono nel bollitore realizzando una nuova infusione. Quando provarono ad assaggiare quel preparato, lo trovarono dissentante, rinfrescante e delizioso. Esterrefatto dall’effetto piacevole ed eccitante esclamò: “T’sa”, che significa “il divino”. Ancora oggi il tè in cinese si chiama “Cha”. Quel momento dovrebbe mitologicamente segnare la scoperta del tè.

Un’altra storia, invece, racconta che tanto tempo fa, in Cina, ci fu un lungo periodo di siccità a causa del quale scoppiò un’epidemia di peste che fece morire molte persone. Quando la situazione diventò drammatica, alcuni anziani raccontarono dell'esistenza di una pianta il cui succo poteva curare gli ammalati e far divenire fertile la terra. La pianta si poteva trovare su una montagna nei dintorni di una fonte custodita da un drago. Dei giovani coraggiosi si recarono sulla montagna per prenderla, ma non tornarono, poiché il drago li aveva presi. Decisero di partire altri tre fratelli, due ragazzi ed una ragazza. Il fratello maggiore partì per primo, ma non tornò; partì allora il secondo, ma nemmeno lui tornò. Partì per ultima la ragazza. Quando questa raggiunse la fonte, si accorse che il drago aveva trasformato in pietre tutti quelli che lo avevano affrontato. Non volendo fare la stessa fine, invece di avvicinarlo, da lontano, lo colpì con una freccia. All'oscuro del suo avversario, il drago fu colpito a morte. La ragazza fu così in grado di raccogliere i germogli della pianta sacra; li annaffiò con l’acqua della fonte e, con sua sorpresa, questi diventarono immediatamente piante adulte. Raccolse i semi e li spremette sulle pietre; ad ogni goccia che cadeva una persona ritornava alla vita. Ritornati a casa, i fratelli piantarono altri semi sul pendio di una collina: altre piante nacquero subito. Con le foglie i ragazzi prepararono un infuso e lo diedero da bere a tutti. Le persone ammalate guarirono, la pioggia tornò a cadere e la terra fu di nuovo fertile. Da allora nessuno smise più di bere il sacro infuso del tè.

LEGGENDA INDIANA

Per gli indiani a scoprire il tè fu il figlio del re delle Indie, il Bodhidharma. Questo venerabile principe venne in Cina per raggiungere il regno Wei del Nord. Predicò il buddismo e raccomandò la meditazione, la cultura dello spirito ed il superamento di tutte le illusioni materiali per la salute dell'anima. Bodhidharma aveva fatto voto nella sua vita di riuscire a non dormire per almeno sette anni durante la sua meditazione. Dopo qualche anno, però, la concentrazione venne meno lasciando il posto alla sonnolenza. Preso dall’istinto, raccolse delle foglie da un cespuglio e, per recuperare le forze e tenersi sveglio le masticò: in quel gesto trovò forza e nuova concentrazione. Quella era la pianta del tè.

LEGGENDA GIAPPONESE

I buddisti giapponesi hanno apportato una variante particolare alla leggenda indiana. Essi raccontano che Bodhidharma dopo tre anni di veglia ininterrotta si lasciò prendere dal sonno sognando alcune donne che aveva amato in gioventù. Al suo risveglio furioso per la sua debolezza, per punirsi si tagliò le palpebre e le sotterrò. Ripassando dopo qualche anno nello stesso luogo si accorse che dove aveva sepolto le sue membrane, era cresciuto un arbusto selvatico le cui foglie producevano una bevanda che donava forza ed aveva la proprietà di aiutare a mantenere gli occhi aperti durante le lunghe veglie di meditazione. La raccomandò ad amici e discepoli: nacquero così l'uso e la coltivazione del tè. Per il gusto squisito e l’aroma eccezionale questa bevanda fu considerata un dono “divino” ed ancora oggi i giapponesi per indicare le palpebre ed il tè, usano lo stesso simbolo.  [ まぶた ]   お茶

LEGGENDA SUL PIÙ FAMOSO DEI TÈ BIANCHI: IL PAI MU TAN.

Un tempo, un giovane ufficiale dell' esercito, stanco della corruzione del governo, decise di partire per altri luoghi in compagnia della madre. Nel corso del suo viaggio, un giorno, fu colpito da una fragranza presente nell'aria. Si fermò e chiese spiegazioni ad un anziano del luogo. L'anziano gli spiegò che, poco distante c'era un piccolo lago; in mezzo c'erano diciotto fiori di peonia. Erano questi a diffondere l'aroma. L'uomo e la madre raggiunsero il lago e, attratti dalla situazione, decisero di stabilirsi in quel posto. Dopo un po’ che vi si erano stabiliti, la madre si ammalò. L'uomo cercò a lungo piante medicinali per guarirla, ma non ne trovò, finché, stanco e deluso, si assopì. Nel sonno gli apparve un anziano uomo che gli disse di cucinare una carpa con un tè nuovo: questo avrebbe guarito la donna. Al risveglio, tornò a casa e, con sorpresa, seppe che anche la madre aveva fatto lo stesso sogno. Allora catturò una carpa e si mise a pensare a come trovare il nuovo tè. All'improvviso, un tuono squarciò l'aria e le diciotto peonie del lago divennero piante di tè; poiché erano state peonie, le piante avevano una superficie lanuginosa bianca. L'uomo prese le foglie e cucinò la carpa. La madre la mangiò e migliorò immediatamente. Una volta ristabilitasi completamente chiese al figlio di prendersi cura di quelle piante così straordinarie e lui fu d'accordo. La donna divenne immortale e un giorno volò via dalla Terra, divenendo la patrona del tè del luogo.

LA STORIA

Sebbene le origini del tè siano avvolte nel mistero, la sua nascita viene fatta risalire a circa 5000 anni fa in Cina.

La notizia storica più antica riguardo al tè è una lettera del 317 a.C. di un capo militare anziano che chiedeva al nipote un po’ di tè per rinvigorire il suo corpo.

Già nel III secolo il tè era diffuso e godeva anche di una considerevole popolarità tra le persone, che lo consideravano salutare e rigenerante. A poco a poco gli agricoltori aumentarono le coltivazioni finché tra il IV e V secolo il tè divenne molto popolare, anche se il suo uso era limitato ad imperatori ed a famiglie ricche ed importanti. Durante la dinastia Tang (618-907 d.C.) nacquero le prime piantagioni e la sua popolarità lo portò a diventare importante al punto tale da essere nominato bevanda nazionale e diventare oggetto di venerazione e commercio. Grazie alle riforme agrarie ed alla stesura di regole di raccolta e di lavorazione si aumentò la produzione ed il governo dell’epoca non si lasciò sfuggire il business delle esportazioni. Si pose maggiore attenzione alla ritualità della preparazione, ai suoi significati filosofici ed alla degustazione dell’infuso. Iniziò anche a fiorire la produzione del corredo di servizio, di porcellane e di cucchiaini. Tutti i contadini cominciarono a coltivare le piante di tè che erano poi raccolte, tostate, sminuzzate e conservate in vasi di porcellana. Per cucinarlo era impiegata l’acqua bollente, spezie, cipolla, zenzero o arancio, che erano aggiunti ai vari infusi per creare variazioni differenti di tè.

L’arte del tè raggiunse la sua massima espansione nell’epoca Song (960-1279). In questo periodo l’imperatore Hui Tsung, pittore e poeta, scrisse il libro Ta Kuan Lun (il trattato del tè)4.

Durante la dinastia Ming (1368-1644) la produzione aumentò con notevoli cambiamenti: in seguito al maggiore utilizzo dei bollitori il tè non fu più bollito, ma infuso, e si iniziarono a produrre tè neri ed aromatizzati con il metodo della fermentazione. Oggi il tè in Cina si beve in due modi.

Il primo, di pratica quotidiana, dedicato ai tè verdi le cui foglie vengono messe direttamente in infusione nelle tazze di forma svasata e senza manico.5

Il secondo è il rito del tè Kung Fu, che s’ispira alle prescrizioni di un manuale di epoca Ming, con cui nacquero le prime teiere. Una piccola teiera ed alcune piccole tazze vengono disposte su una ciotola bassa e larga detta “barca del tè”.

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Note:


4 In questo libro si celebravano le virtù benefiche e spirituali del tè, come mezzo per raggiungere la serenità interiore.

5 Queste sono dotate di un piattino per sollevarle senza scottarsi e di un coperchio per spostare le foglie quando è il momento di consumare la bevanda. Secondo i principi dello ying e dello yang, la tazza rappresenta l’uomo posto tra il cielo, il coperchio, e la terra, il piattino.


Si riempie la teiera d’acqua calda che viene poi versata nelle tazze. Questa serve per riscaldare le stoviglie e sarà poi raccolta in una grande scodella.  A questo punto si riempie di tè la teiera fino a metà, dopo poco si distribuisce questo primo infuso nelle tazze e si elimina.6 Si colma quindi la teiera fino all’orlo e s’irrora con acqua calda. Dopo un minuto si distribuisce il tè nelle tazze in modo che abbia in ognuna la stessa intensità. Con le stesse foglie si preparano altri due infusi.

Per quanto riguarda il Giappone, invece, la storia della nascita affonda le sue radici nel buddismo. Il monaco Dengyo Daishi, vissuto in Cina per due anni, ritornando a casa portò con sé alcuni semi della pianta che coltivò nel suo monastero. Nell’816 l’imperatore con un editto in cui ordinava la concentrazione del tè in cinque province vicine alla capitale, diede inizio alle prime coltivazioni di tè sull’isola. In seguito, a causa del conflitto con la Cina, se ne vietò il consumo in quanto prodotto prettamente cinese. Fu di nuovo grazie ad un monaco che, sempre di ritorno dalla Cina, portò con sé dei semi della pianta, che il consumo di tè riprese molti anni dopo. La degustazione dell’infuso divenne così importante che diventò parte integrante della tradizione giapponese. Nel XVI secolo il maestro del tè Rikyu ne codificò il cerimoniale che ancora oggi richiede delle regole.

In India le prime notizie storiche risalgono alla fine del XVI secolo quando un esploratore olandese sbarcò sulle coste occidentali della penisola dove era abitudine bere tè e consumare le sue foglie come verdura. Anche Marco Polo diffuse notizie della pianta nel suo “Il Milione”7 e la descrisse come “bevanda per donne ed anziani”. Dall’India il tè arrivò in Europa nel 1559 trasportato in Olanda ed in Portogallo dalle navi delle Compagnie delle Indie Olandesi; in seguito si diffuse in Francia, Germania, Russia ed Italia.

Il tè oggi è la bevanda più popolare di tutta l’India.8

La Germania scoprì il tè nel 1640. L’importazione si sviluppò a tal punto che furono aperte importanti industrie di porcellane.

In Italia, sì parlò di tè per la prima volta nella seconda metà dell’800 in un trattato di cucina in cui si differenziava il prodotto in tè verde e tè nero descrivendone le modalità di consumo.

In Francia si cercò di coltivarlo nei giardini botanici reali senza risultati accettabili. Qui il culto del tè rimase associato al rito dell’esposizione del corredo di servizio in occasioni importanti ed aristocratiche. Solo nell’800 diverrà apprezzato anche dalle classi borghesi.

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Note:


6 Questo infuso è detto “acqua dei piedi” e non si beve.

7 È un'opera saggistico-biografica che Rustichello da Pisa, prigioniero a Genova con Marco Polo, scrive sotto dettatura per raccontare le avventure del mercante ed esploratore veneziano. Quest'opera ebbe grande importanza per la conoscenza dell’Oriente e contribuì a segnare l'inizio di una nuova epoca: quella in cui l'uomo europeo, liberatosi delle paure dell'alto Medioevo, si affacciava al mondo esterno con sguardo curioso ed indagatore, come un conquistatore sicuro di sé e dei propri mezzi.

8 Il chay, cioè il tè speziato a base di latte, si trova ovunque ed a tutte le ore, venduto da ambulanti onnipresenti, ognuno con la sua speciale ricetta, sempre proti a ristorare il passante con una tazza del loro infuso.


In Russia il tè arrivò nel 1618, portato in dono allo zar Michele Romanov da parte dei cinesi. La bevanda inizialmente fu consumata solo dall’aristocrazia, ma dal 1900 la richiesta divenne così ingente che la Russia iniziò a coltivare le sue piantagioni. Quando il tè arrivò a Mosca rimase per quasi due secoli privilegio esclusivo della capitale tanto che i moscoviti venivano derisi dai loro connazionali come “bevitori di acqua calda”.

A quegli anni risale anche l’introduzione del “samovar”.9 Da quando il tè iniziò a diventare un bene di consumo, questo oggetto divenne il focolare della vita familiare e conviviale; è, infatti, uno dei doni più preziosi ed importanti che degli sposi russi ricevano per il loro matrimonio.

L’infuso entrò ufficialmente in Gran Bretagna nel 1658: Thomas Garraway, commerciante londinese, mise all’asta questo prodotto per promuoverne la vendita e nel 1657 per primo si mise a vendere tè nella sua “Coffee House”. La diffusione del tè, in un primo momento, fu piuttosto lenta e rimase un prodotto di lusso per tutto il XVII e parte del XVIII secolo. Nel 1662 il tè arrivò a corte e fu molto apprezzato dalla famiglia reale di Carlo II; da allora divenne popolare sia nelle case aristocratiche sia nelle caffetterie londinesi. Nacque così il “tea time”, cioè l’abitudine di crearsi una pausa per gustarsi una tazza di tè. Agli inizi del 700 nacquero anche numerosi “tea gardens”.10

Carlo II decise di applicare una tassa sul tè, favorendo così l’insorgere di un mercato abusivo parallelo, arricchito dal forte aumento della richiesta. La più importante tassa sul tè fu la “Communication Act” del 1784. La conseguente diminuzione di prezzo favorì il diffondersi della bevanda anche tra le classi sociali povere che fino allora lo consideravano un prodotto proibitivo. Pensavano, infatti, che a differenza della birra e del caffè, che ai tempi monopolizzavano il mercato, il tè togliesse la virilità agli uomini e la bellezza alle donne. Comprare e degustare tè era un privilegio della città di Londra, in particolare nella “Coffee House” di Thomas Twining che si chiamava “Tom’s Coffee House”.

Il 28 giugno del 1838 fu incoronata la regina Vittoria ed in quel giorno agli alti dignitari fu offerto il primo “five o’clock tea” della storia dell’Inghilterra. In occasione della pausa del tè la regina era particolarmente benevola con i suoi ospiti. Da allora, alle cinque di tutti i giorni, ogni inglese si ferma per questo irrinunciabile appuntamento che fino agli anni ’70 era riconosciuto nell’esercito ed in fabbrica. La pausa del pomeriggio doveva offrire l’energia sufficiente per arrivare a sera, ma senza rovinare l’appetito. Il cibo, quindi, doveva essere stuzzicante, ma servito in piccole porzioni.

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Note:


9 Una sorta di autobollitore con una teiera posizionata nella parte superiore che contiene l’infuso. Al suo interno si trova un camino nel quale passa l’aria riscaldata che mantiene l’acqua ad una temperatura ottimale per l’infusione, mentre nella parte inferiore è dotato di un rubinetto.

10 Destinati esclusivamente ad un pubblico femminile, erano luoghi di ritrovo eleganti e civili. Nel giro di un secolo, però, il loro prestigio iniziò a tramontare: si andava volentieri fuori per un tè, ma era molto più raffinato offrirlo a casa propria.



Più preoccupati erano, invece, i birrai che, intuendo il pericolo del successo del nuovo prodotto, chiesero ed ottennero dal Parlamento pesanti tassazioni sulla vendita in forma di bevanda. Nel frattempo per ovviare agli alti costi d’importazione dalla Cina, gli inglesi optarono per una forma di scambio molto vantaggiosa: coltivare oppio nel Bengala per venderlo ai cinesi in cambio di argento da ricontrattare per acquistare il tè. Il commercio dell’oppio, essendo illegale per il governo, divenne causa di conflitto: la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Cina11 (1839-1842) e diede inizio al sequestro di tutte le esportazioni di tè. Gli inglesi cercarono quindi altri paesi in cui poter coltivare tè. A causa della guerra di Crimea12 (1853-1856), vedendosi chiudere tutti i mercati slavi, rivolsero le loro attenzioni commerciali verso l’Africa occidentale e trovarono nel Marocco uno sbocco molto proficuo. Nel 1823 un mercenario scozzese aveva scoperto che gli indigeni bevevano un tè fatto con foglie di piante autoctone nella regione dell’Assam Superiore. Scoperta la bontà del prodotto, nacquero le prime piantagioni in India, sorse così il mercato indiano. Le produzioni iniziarono ad espandersi e raggiunsero anche Ceylon, dove Thomas Lipton portò fama e successo grazie al suo intuito commerciale ed alle sue vendite dirette sui mercati inglesi. In quest’isola tra il 1869 e il 1877, infatti, un fungo sterminò le piantagioni di caffè che vennero sostituite da quelle di tè. Richard Twining III, per controllare l’enorme aumento del commercio, creò il “marchio di qualità” che garantiva per la prima volta costanti verifiche sulla provenienza, la vendita e la produzione della pianta. Il miglioramento dei trasporti contribuì a favorire le importazioni e l’aumento di consumo dell’infuso. Con la concorrenza iniziò anche l’era dei “clipper”,13 che spodestarono le navi della Compagnia delle Indie Orientali, i celebri “indiamen”.



Nel 1833 il Conte di Gray tolse il monopolio del tè alla Compagnia delle Indie Orientali. Sui prezzi della bevanda e della pianta cominciò così ad influire la velocità di trasporto, garanzia di freschezza delle foglie. La grande svolta fu avviata dagli americani. Tra loro e gli inglesi iniziarono delle gare di velocità nel trasporto. L’apertura del canale di Suez nel 1869, non percorribile dai clipper, e l’avvento dei battelli a vapore, che rendevano possibile le rotte con l’oriente in meno di un mese, fecero tramontare la stagione dei velieri da corsa. Per la bellezza e per le imprese rimasero nella storia e nella leggenda, accresciuta dal fatto che molti scomparvero misteriosamente in mare.14

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Note:


11 Le Guerre dell'oppio furono due conflitti, svoltisi dal 1839 al 1842 e dal 1856 al 1860, che contrapposero l'Impero Cinese al Regno Unito. Il conflitto si scatenò in risposta alla penetrazione commerciale britannica che aveva aperto il mercato cinese all'oppio e all’inasprimento dei divieti sulla droga imposti dalla Cina. La sconfitta dell'Impero Cinese costrinse il paese a tollerare il commercio dell'oppio ed a firmare con gli inglesi i trattati di Nanchino e di Tientsin, che prevedevano l'apertura di nuovi porti al commercio e la cessione di Hong Kong al Regno Unito.

12 Conflitto combattuto dalla Russia zarista contro una coalizione di stati europei alleati dell'Impero ottomano. Attorno al 1850 l’Europa vedeva l’impero Ottomano sull’orlo dello sfacelo, tanto da essere soprannominato “il grande malato”. Si aspettava il crollo turco per spartire i Balcani e la regione del Vicino Oriente. Ebbe così inizio il conflitto.

13 Velieri da corsa, con tre alberi e le stive aerate, munite di specchi, se si appannavano segnalavano l’umidità.

14 Unico sopravvissuto, fino ad oggi, è il “Cutty Sark”. Restaurato e trasformato in monumento galleggiante, oggi si trova nel museo navale di Greenwich. 


Dal 1904 la storia del tè si trasformò in cronaca. In quell’anno alla fiera mondiale di Saint Louis ci fu l’invenzione del “tè freddo”. Nel 1908 quella del “tè in bustina”.15


Anche in America il tè spopolò facendo propri i metodi d’uso e di preparazione inglesi. Gli inglesi imponevano tasse d’importazione molto elevate su tutti i prodotti che entravano nelle colonie americane. Con il tempo molti tributi furono eliminati, ma il tè continuò a rimanere pesantemente tassato. La tassazione imposta dal governo britannico diventò per gli americani il simbolo della tirannia inglese, ed il risentimento sfociò nella protesta denominata Boston Tea Party.16

ALCUNI TIPI DI TÈ

TÈ BIANCO

Tè molto pregiato, tanto che in passato veniva bevuto solo alla corte imperiale. Prende il nome dalla lanugine bianca presente sulle gemme. È il più raro e ricercato e già nell’antica Cina veniva offerto agli alti dignitari a prova della sua unicità. È chiamato anche Yin Zhen (aghi d’argento) per i suoi riflessi argentei. È un tè moderatamente fermentato il cui processo fondamentale è l’asciugatura in un luogo ombreggiato e ventilato.  La lavorazione è molto particolare: i germogli vengono raccolti prima dell’apertura e messi ad essiccare o appassire senza far uso di calore artificiale.

La produzione è molto ridotta (e unicamente in Cina) perché eseguita nel solo periodo primaverile.

TÈ GIALLO

Tè che non ha subito fermentazione, deve il nome al colore dell'infusione che produce. Ha germogli molto lunghi ai quali il processo di cottura a fiamma viva detto “uccisione del verde” fa assumere il caratteristico colore. I tè gialli sono piuttosto rari ed hanno una fragranza leggera e particolare. A causa del suo colore era destinato agli appassionati di tè della Cina poiché il giallo è il colore imperiale.  Fra i tè gialli c’è il Chü Shan Yin Chin, rarissimo da trovare. Ha la fama di portare fortuna perché le sue foglie, durante tutta l’infusione, restano sempre in posizione verticale.

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Note:


15 Thomas Sullivan inviò ai suoi clienti dei campioni confezionati in sacchetti di seta perché nel viaggio non si sciupassero. Questi vennero scambiati per assaggi ed il signor Sullivan venne travolto dalle richieste del tè in sacchetti.

16 La notte del 16 dicembre 1773 un gruppo di appartenenti ai “Figli della Libertà” travestiti da pellerossa assaltarono tre navi della Compagnia delle Indie nel porto di Boston, le saccheggiarono e gettarono in mare tutto il contenuto delle stive. A quest’atto dimostrativo ne seguirono altri. Il parlamento inglese pretese il pagamento dei danni, inviando la marina da guerra per ottenerli e sedare le dimostrazioni. Il porto di Boston venne chiuso a tempo indeterminato, innescando la scintilla che scatenò la guerra d’indipendenza. Le colonie si ribellarono e nel 1783, dopo dieci anni di guerra, conquistarono l’indipendenza. Il rifiuto del tè rimase sinonimo di patriottismo tanto che la dichiarazione del congresso di Filadelfia recita così: “Non importeremo mai da alcuna parte del mondo del tè delle Indie Orientali”. L’episodio determinò la preferenza degli americani verso il caffè.


TÈ VERDE

È l’unica varietà di tè non fermentata, ma è ottenuto con una particolare lavorazione che non permette l'ossidazione delle foglie, lasciando loro il colore naturale.  Raccolte le foglie vengono sistemate in vassoi di bambù e lasciate al benefico influsso del sole per alcune ore. Per eliminare l’acqua si comincia con il sottoporle al calore. Una volta intiepidite, le foglie vengono curvate in diversi modi. Poi si rimettono a scaldare, si piegano di nuovo e si mettono a seccare. Il rapido riscaldamento ne impedisce la fermentazione; in questo modo le foglie del tè mantengono inalterate tutte le caratteristiche naturali. In Cina sono usati metodi tradizionali manuali di lavorazione, soprattutto per le varietà più pregiate.

Molto ricco in principi attivi, il colore in tazza si presenta tra il verde ed il giallino. Il sapore si presenta erbaceo, in maniera più o meno accentuata secondo il tipo di tè.

TÈ OOLONG

È una via di mezzo tra il tè nero e quello verde. Il suo nome ha origini inglesi, poiché i britannici storpiavano così il termine cinese Wu Long (drago nero) che si produce principalmente in Cina. Subisce una parziale fermentazione e si presenta con foglie di colore verdastro (fermentazione breve) o con tendenza al rosso/bruno (fermentazione media). Il gusto è intenso e molto aromatico con un aroma che ricorda alcuni legni e frutti secchi di sottobosco. In funzione della fermentazione cambia anche il tempo di raccolta delle foglie. Si colgono tardivamente, si lavorano appena raccolte e si lasciano appassire al sole per collocarle in recipienti di bambù che vengono poi scossi ed agitati per frantumare i bordi delle foglie. La foglia lasciata a seccare ingiallisce, i bordi diventano rossastri grazie alla reazione delle sostanze chimiche rilasciate dalle foglie durante la frantumazione. Il processo di lavorazione è basato su combinazioni di tecniche usate sia per il tè verde sia per quello nero. Le varietà sono diverse secondo il tipo di pianta da cui le foglie sono raccolte e dal processo di lavorazione.

TÈ PU-ERH O TÈ ROSSO

Originario dello Yunnan, al confine con il Tibet, dove si trovano piante del tè secolari. È un tè post-fermentato; le foglie di colore verde diventano nere dopo essere state ammucchiate per il processo di fermentazione. È conosciuto anche come “tè medicinale”, poiché ha effetti benefici sull’organismo. Da bere invecchiato è un tè che è prodotto con una metodologia molto particolare a doppia fermentazione (microbica ed enzimatica). Le foglie sono avviate alla fermentazione come se si dovesse ottenere un tè nero, in seguito vengono trasferite in ambienti sotterranei dove avviene una trasformazione che caratterizza il gusto di terra umida e le proprietà salutistiche. Le foglie di questo tè vengono vendute sia sciolte, sia compresse. Documenti del V secolo attestano che, compresso in tavolette, divenne moneta ed usato dai nomadi oltre la Grande Muraglia cinese. Sulla superficie delle tavolette di tè compaiono spesso rilievi, motivi decorativi o ideogrammi benaugurali. Oltre a poter essere bevuti subito tagliando dal blocco la quantità necessaria, possono esser lasciati invecchiare ulteriormente, offrendo lo stesso piacere del possesso di un vino d’annata.

TÈ NERO

Si distingue dagli altri tipi di tè per il processo di fermentazione totale subito dalle foglie che una volta raccolte devono essere lavorate entro sei ore per far sì che non perdano molte delle loro proprietà. Le foglie vengono fatte prima appassire sopra ad un setaccio metallico, poi vengono arrotolate. In qualche caso l’operazione è ancora manuale, mentre in molti casi sono usate macchine pigiatrici. Il tè arrotolato viene poi srotolato in luoghi freschi ed umidi cosicché assorba ossigeno e, per reazione chimica, le foglie assumano il caratteristico colore rosso ramato. Le foglie così fermentate vengono fatte essiccare passando in condotti d’aria calda, in forni, oppure in grandi padelle messe sulla fiamma. Esiste un altro metodo di lavorazione chiamato CTC (cut-tear-curl, taglia-straccia-arrotola) utilizzato per produrre tè adatti per l’utilizzo in bustina: le foglie appassite attraversano i rulli di una macchina che rompe le foglie in frammenti minuscoli. Il tè viene poi selezionato e diviso in base alla pezzatura delle foglie.

Appassimento, arrotolamento, fermentazione ed essiccamento sono le fasi fondamentali della preparazione. L’arrotolamento spurga le foglie degli oli essenziali, fissa l’aroma ed il colore. Dopo essere state srotolate le foglie restano in un luogo freddo ed umido ad ossigenarsi per alcune ore. Grazie all’ossigeno ricevuto in questa fase si ha la fermentazione che colora di rosso le foglie che si scuriranno grazie all’essiccazione. In tazza si propone con una colorazione piuttosto intensa ed ambrata. Il gusto è forte e corposo nei tè indiani di pianura o di Ceylon, o delicato, ma molto aromatico nei tè indiani o nepalesi d’alta quota. È il più diffuso in Italia.

TÈ SCENTED

Di antica tradizione cinese, è ottenuto con un tè di base miscelato con fiori profumati e/o frutti o spezie, ma senza aggiunta di aromi.

TÈ AROMATIZZATO

Nato dalla cultura europea, è ottenuto con un tè di base miscelato con aromi e, eventualmente, con fiori, frutti e/o spezie. Nella tradizionale maniera cinese di prepararlo si aggiungono alle foglie di tè, petali oppure boccioli di fiori che, però, alla fine vengono tolti. Il gelsomino, il crisantemo dolce, il loto ed i petali di rose sono i più rari, ma al tempo stesso i più apprezzati. Ci sono poi quelli creati con gli oli essenziali.


TÈ PRESSATO

Esclusivamente d’origine cinese è un tè che subisce una particolare lavorazione a vapore in stampi di legno. Nato per essere trasportato più agevolmente dalle carovane, un tempo era usato anche come moneta di scambio. Può essere a forma di nido, di disco, di pallina o di mattonella.


TÈ “ALTERNATIVO”: ROOIBOS (ROTBUSH)

Detto anche ' tè rosso' è un arbusto sudafricano che viene sminuzzato per infusione. Il gusto è aromatico e simile a quello del tè. La pianta è interessante dal punto di vista salutistico perché ottima fornitrice di minerali e vitamine. L'infuso ha inoltre proprietà calmanti dello stomaco e rinforzanti del sistema immunitario, in particolare nei confronti delle allergie. Non contiene caffeina.

TÈ E SALUTE

L’azione benefica dell’infuso di tè deriva dalla combinazione di numerosi principi attivi. Il tè è uno stimolante cardiorespiratorio ed encefalico grazie alla presenza di teina e di altri vasodilatatori naturali. Gli studiosi hanno, inoltre osservato, che nelle popolazioni che fanno grande uso di Tè verde, l'incidenza dei tumori è assai inferiore.

A prova degli effetti positivi della bevanda, nel 1925 un medico svizzero elaborò un test matematico per dimostrare che il tè interagiva positivamente sulla sfera dell’intelletto: i soggetti prescelti erano invitati, prima e dopo aver consumato tre tazze di tè, in seguito si fece risolvere loro una serie di addizioni in un tempo indicato ed il 90% dei partecipanti dimostrò maggiore velocità e precisione dopo aver bevuto l’infuso.

Alcune componenti del tè sono:

1.     La teofillina: allevia la tensione nervosa, ha un effetto diuretico ed aiuta la digestione stimolando i succhi gastrici. Ha azione rilassante sulla muscolatura liscia, in particolare su quella dei bronchi; ne consegue un'attività positiva su problemi respiratori di varia natura, come asma e bronchite.

2.     La teina: ha un effetto diverso secondo la tipologia di tè; grazie ad essa il tè facilita il lavoro intellettuale e muscolare, favorisce una stimolazione a livello di sistema nervoso centrale e accelera la respirazione

3.     I flavonoidi: hanno proprietà antiossidanti e, nel tè nero, proteggono dall’infarto e dal colpo apoplettico.

4.     Il fluoro: contrasta l’azione delle carie dentarie ed assicura l’integrità dello smalto dei denti.

5.     Le catechine: hanno un’azione calmante su stomaco ed intestino ed un potente effetto antibatterico.

6.     Lo zinco: accelera il processo di guarigione delle ferite e rinforza il sistema immunitario.

Degli studi hanno rivelato, inoltre, che il consumo di tè verde e nero contribuisce a ridurre i rischi di cancro, in particolare del colon, dei polmoni e della pelle.

Ci sono, però, delle attenzioni da avere poiché alcuni soggetti devono consumare tè limitatamente o addirittura astenersi. La presenza di caffeina e teofillina, ad esempio, provoca una stimolazione a livello nervoso centrale che può portare i soggetti più sensibili o ipertesi ad alterazioni del sonno o ad irregolarità cardiache come palpitazioni e tachicardia. Inoltre l’elevata presenza di tannini riduce l’assorbimento intestinale del ferro.

Altri effetti benefici del tè sono:

1.     dà sollievo allo stomaco ed all’intestino, ha un effetto diuretico, antiossidante e disintossicante

2.     riduce il tasso di colesterolo nel sangue, tonifica i vasi sanguigni, ha un effetto benefico su cuore e circolazione

3.     combatte la depressione, aumenta capacità cerebrali ed efficienza fisica

4.     favorisce la normalizzazione degli effetti della tiroide

Effetti negativi in caso di ipersensibilità o consumo sbagliato:

1.     fenomeno del teismo, cioè la dipendenza psichica da tè in caso di consumo eccessivo

2.     interferenza con l’assorbimento del ferro, soprattutto nei soggetti anemici

3.     contrazione dei muscoli dello stomaco, mal di stomaco e nausee, se bevuto a stomaco vuoto da soggetti delicati

4.     irregolarità cardiache

5.     mancanza di riposo ed interferenze nel sonno

6.     disidratazione, poiché in caso di consumo eccessivo segue un eccessivo sforzo dei reni

Si possono poi avere degli usi alternativi del tè, tra cui il più noto è quello in cosmesi. Già dall’antichità veniva usato come ingrediente di creme, profumi e lozioni. Alcuni usi:

1.     Un infuso di tè per purificare e tonificare la pelle

2.     Cosparso sul corpo protegge dai raggi ultravioletti riducendo il rischio d’invecchiamento della pelle e usato come detergente favorisce il mantenimento dell’abbronzatura

3.     Massaggiato su pelli grasse ha un effetto astringente

4.     Un impacco di tè nero allevia il bruciore agli occhi e fortifica la vista

5.     L’olio essenziale del tè verde, diluito, aiuta a combattere l’acne, massaggiato sui capelli aiuta ad eliminare la forfora

6.     Come detergente per le mani quando si pulisce il pesce o elementi che lasciano un odore sgradevole, ma anche per lavare stoviglie e detergere vetri e specchi

7.     Un sacchetto di foglie di tè usate e fatte essiccare messe all’interno del frigorifero aiuta ad assorbire i cattivi odori

8.     Il fumo delle foglie di tè fatte bruciare allontana le zanzare

9.     Le foglie di tè verde usate, sono utili per la lettiera del gatto, perchè aiutano a disperdere gli odori e allontanano le pulci

10.  Per la moquette o i tappeti, si possono ravvivare i colori e pulirli facilmente

11.  Per dissetare le piante da giardino o in vaso

IL TÈ ED I SUOI PERSONAGGI: I MAESTRI DEL TÈ

I maestri del tè ritenevano che l’autentica comprensione dell’arte fosse possibile solo per coloro che la consideravano capace di influire sulla vita. Per loro l’arte era vita. Cercavano, quindi, di adeguare la loro esistenza quotidiana ai livelli di raffinatezza raggiunti nella stanza del tè. La serenità di spirito doveva essere conservata in ogni circostanza e la conversazione tale da non turbare l’armonia dell’ambiente. Il maestro del tè cercava di essere qualcosa di più di un artista: voleva incarnare l’arte stessa. Questo era lo zen dell’estetica. Per questo i contributi che i maestri del tè diedero all’arte furono molteplici: rivoluzionarono l’architettura classica e l’arredamento d’interni creando uno stile nuovo che influì sui palazzi e sui monasteri moderni; inoltre, tutti i più celebri giardini giapponesi furono progettati dai maestri del tè. Così concepirono motivo e colore di molti tessuti, apportarono innovazioni nella pittura e nell’arte della lacca, portarono ad un più alto grado la ceramica. Per quanto riguarda le innovazioni in campo artistico, esse sono nulla se paragonate all’influenza esercitata sullo stile di vita. Si avverte, infatti, la loro presenza, non solo negli usi dell’alta società, ma anche in tutti i dettagli della vita quotidiana.




LU YU

È il personaggio più importante in assoluto nel mondo del tè. Denominato 'il dio del tè' e considerato dagli orientali il massimo esperto della bevanda, è l’autore del tradizionale 'Il canone del tè', che riassume in modo sintetico le funzioni del tè e suddivide i luoghi di produzione del tè in otto maggiori zone. Di lui non esiste una vera e propria biografia, ma attorno alla sua figura si sono create molti miti e leggende.

Lu Yu nasce nella provincia di Hupei, in Cina. Si dice sia stato subito abbandonato dai genitori sulla sponda di un fiume. Il neonato venne fortunatamente trovato da un abate del Monastero Zen del Dragone della Nuvola, il maestro Chi Ch'an. Questi adottò il bambino e lo chiamò Lu Yu17 prendendo spunto dal testo dell'I Ching (Libro dei Mutamenti). Durante la crescita, il ragazzo, nonostante le sollecitazioni paterne, non s’interessò alle dottrine mistiche Zen, ma preferì gli insegnamenti di Confucio, più adatti ad un uomo di stato. Il padre, per metterlo in difficoltà, gli assegnava vari compiti come pulire gli orinatoi del monastero o seguire una mandria di buoi. La voglia di conoscenza del giovane fu più forte.18 Ad un certo punto, vinto dalla noia, decise di abbandonare il padre ed andarsene con un gruppo di musicisti ambulanti.

Lu Yu non era bello d'aspetto ed aveva qualche difficoltà di linguaggio, ma riuscì a supplire al problema con una certa dose d’umorismo, in più fu piuttosto dotato nello scrivere testi di spettacoli e poesie. Diventò in poco tempo rinomato musicista e poeta e sviluppò un'altra forte passione: quella per il tè. Dopo un certo periodo da girovago ritornò dal padre, ma vi rimase poco. Ripartì e andò a stabilirsi nella provincia di Chekiang dove diventò famoso per il suo talento. Qui visse gli ultimi decenni della sua vita, da solo, a rivedere i suoi scritti tra i quali spicca 'Il canone del tè'. 19

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Note:


17 Il significato di questo nome è complesso: l'oca selvatica avanza guardinga verso la terraferma (Lu); le sue piume (Yu) possono essere utilizzate a scopo rituale (quindi: buona fortuna).

18 Un racconto lo descrive a cavallo di un bue, mentre si esercita nella scrittura.

19 La sua opera, unica nel genere, descrive la pianta del tè e le coltivazioni, gli strumenti adatti alla coltura e gli utensili necessari per la lavorazione delle foglie, la preparazione dell'infuso fin nei minimi dettagli, parla del tipo d’acqua più adatto e dei vari tipi di tè.


Da tutte le narrazioni emerge che Lu Yu è il massimo esperto dell'epoca e che ha una capacità unica nel riconoscere la qualità dell'infuso; al punto da riconoscere se l'acqua usata per l'infusione è stata presa al centro di un fiume o nelle vicinanze della riva. Ulteriore conferma di questa conoscenza viene dal padre adottivo. Si narra che all'abate piaceva talmente l'infuso preparato da Lu Yu che, quando questi se ne andò per la seconda volta di casa, smise di bere tè perchè ne era talmente dispiaciuto e perchè nessuno era in grado di farlo in tal modo. Da parte sua, Lu Yu, amava molto il padre adottivo. In una composizione, nel ricordare la morte del vecchio, con abile suggestione poetica, afferma che: 'per quanto ritenga importante l'acqua attinta dalle pure sorgenti di montagna, berrebbe volentieri tè preparato con acqua comune se questa provenisse dal luogo dove viveva il padre'.

SEN NO RIKYU

Il personaggio più importante per la diffusione della cerimonia del tè giapponese è il monaco buddista zen Sen no Rikyu (o Sen-No-Rikkyu o Rikyo) vissuto dal 1521 al 1591. Sen no Rikyu non apparteneva alla classe dei samurai né a quella dei nobili, ma era un mercante del porto di Sakai, città cosmopolita, non lontano da Osaka. Prima di entrare in monastero si chiamava Yoshiro. 

Si deve a Rikyu la codificazione delle rigide regole che il cerimoniale osserva ancora ai nostri giorni, infatti, egli sottrasse la cerimonia del tè all’imitazione di quella cinese di epoca Sung. Niente più tazze d’importazione o d’imitazione cinese, ma tazze apparentemente grossolane, niente eleganze fuori luogo, troppo lussuose, o troppo ricche, ma la ricerca di una povertà monacale. Quindi la povertà dello Zen e il gusto del vuoto, come aveva insegnato il primo maestro della Cha no yu (Murata Juko) che per primo aveva consacrato lo shogunato al rito. Il giardino era piccolo, con pietre scrupolosamente lavate e qualche pianta. Lo illuminavano le lanterne di pietra che un tempo si vedevano solo nei cimiteri (l’ispirazione gli venne in un cimitero vicino a Kyoto). Gli utensili erano di bambù e le tazze quelle che un tempo erano state dei contadini. Le tazze si chiamano raku, poiché un giorno stanco degli incidenti che si verificavano durante la cerimonia della Cha no yu (rovesciate o rotte), il maestro ebbe l’idea di farsi fare da un ceramista coreano (a quel tempo i coreani erano considerati poco più che dei paria) addetto alla produzione di tegole, una tazza pesante senza usare il tornio, ma come le facevano i poveri cioè semplicemente modellando la forma concava partendo da un pezzo di argilla. L’operaio eseguì la commissione e il risultato fu talmente straordinario che Rikyu stesso giudicò la tazza perfetta sia dal punto di vista estetico, poiché l'aspetto rozzo rispondeva a quell'esigenza di austerità che si prefiggeva ma anche da un punto di vista pratico, in quanto la tazza bassa e larga aveva una stabilità ideale ed era quindi adattissima per l'utilizzo sul tatami senza pericolo che i numerosi spostamenti cui era soggetta durante la cerimonia ne causassero il ribaltamento. Ottenuto l’oggetto che recava l’impronta delle mani, il modo più semplice ed antico per bere, Rikyu lo sottopose allo shogun da cui dipendeva; anche lui ne fu altrettanto entusiasta e conferì al vasaio l'autorizzazione a fregiarsi, con tutti i suoi discendenti, del sigillo Raku. Questa parola significa 'comodo', 'piacevole' e da allora la famiglia assunse questo nome.

L'essenza del pensiero di Rikyu fu il concetto di wabi e la vita stessa di Rikyu fu un paradigma di esso; così la sua morte: scarna, dignitosa, quasi disumana. Rikyu, infatti, fu costretto al seppuku20 dallo shogun e per sottrarsi al suo destino non fece nulla. Protestò contro l'atto del tiranno nella forma più semplice possibile: avviandosi alla morte senza concedere nulla alla debolezza ed alla fragilità umana. Scelse di morire partecipando un’ultima volta alla cerimonia del tè. Finita la cerimonia prese la sua tazza, “contaminata dalle labbra della sventura”, e la ruppe in mille pezzi. Prima di morire scrisse una poesia di addio, secondo l'usanza, ed incise un ultimo chashaku.21 Nel tokonoma era appeso uno scritto di un monaco sulla caducità delle cose terrene.

Dopo la morte del maestro non ci furono particolari atti persecutori nei confronti della sua famiglia o dei suoi discendenti che con l'avvento dell'era Tokugawa ritornarono nelle case dei Sen.

I nipoti fondarono varie scuole ancora oggi esistenti; le due principali sono l'Ura Senke e l'Omote Senke. Il nome deriva dalla posizione delle case davanti (omote) o dietro (ura) rispetto al fronte della strada.22

La storia di Sen no Rikyu è stata resa nota al pubblico mondiale grazie ad un film del regista giapponese Kumai Kei: Morte di un maestro del tè.

SCUOLE DI CHA NO YU

Le tre scuole principali della Cerimonia del tè giapponese, secondo lo stile wabi-cha, sono state fondate dai figli del nipote di Sen no Rikyū:

v    Da Sensō Soshitsu (1622-1697), la scuola Ura Senke,

v    Da Koshin Sōsa (1613-1672), la scuola Omote Senke

v    Da Ichiō Sōshu (1593-1675), la scuola Mushanokōji Senke

Il termine Senke si compone di: Sen (da Sen no Rikyū) e ke (casa, famiglia), e indica quindi 'Case di Sen no Rikyū'.

Oltre questi tre importanti lignaggi d’insegnamento, esistono in Giappone molte altre scuole che fanno riferimento al wabi-cha, alcune di dimensioni molto piccole, in questo caso si indicano come ryū ovvero 'stile”.

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Note:


20 Suicidio rituale praticato da guerrieri ed aristocratici, detto più comunemente Harakiri, cioè taglio della pancia

21 Il cucchiaino di bambù che si usa per preparare il tè, cui diede il nome di “Namida” cioè 'Lacrime'. Si dice che in quest'ultimo oggetto Rikyu abbia trasfuso tutta la sua forza spirituale, tutto il suo credo estetico.

22 Le case sono ancora lì: in una via periferica di Kyōto, con tutto il loro contenuto di tesori sia materiali che spirituali.



LA CERIMONIA DEL TÈ (cha no yu )

La cerimonia del tè, o cha no yu, che alla lettera significa “acqua calda e tè”, nella cultura orientale, soprattutto in quella giapponese, ha un profondo significato simbolico e non è soltanto una celebrazione di purezza e bellezza, dove gesti, scenari e strumenti sono attori di un'elaborata estetica. La tecnica richiede anni d’esperienza ed un gioco di polso grazioso ed elegante al tempo stesso.

La cerimonia del tè è qualcosa che va oltre la semplice preparazione di una bevanda. È forse l'espressione più pura dell’estetico zen, tanto che un detto giapponese recita: cha zen ichimi, cioè tè e zen un unico sapore.

Il Cha no yu è la quintessenza della perfezione dei gesti e dell'armonia del momento e trasporta i partecipanti in un mondo parallelo di piena contemplazione. È l'essenza stessa della natura e rappresenta anche i cinque elementi: terra, acqua, legno, fuoco, metallo.

Esprime una filosofia di vita.

Gli ospiti che intervengono alla cerimonia devono trovarvi all’interno un'oasi di pace e di tranquillità dalle ansie del mondo, dove la mente possa aprirsi ad una serena riflessione o meditazione. La cerimonia del tè incarna la ricerca della bellezza del popolo giapponese, la cui raffinatezza si esprime tramite la semplicità e la povertà delle cose.

La cerimonia del tè ha come caratteristiche principali la sobrietà e la compostezza. Il tè è simbolo dell'Essenza ed il singolo che lo prepara e lo assume è partecipazione meditativa, abdicazione dell'ego, rinuncia dell'individualità.

Esistono varie scuole di cerimonia del tè che differiscono le une dalle altre per i dettagli e le regole, ma tutte mantengono intatta l'essenza della cerimonia che il grande maestro Sen no Soeki detto Rikyu aveva istituito. Quest'essenza è arrivata fino a noi incontestata ed il rispetto per il fondatore è uno degli elementi che tutte le scuole hanno in comune. Egli ha raccolto i principi fondamentali (o virtù) della cerimonia del tè in quattro semplici parole:

1.     wa: armonia tra le persone che prendono parte alla cerimonia e con la natura, armonia degli utensili e il modo in cui vengono usati, e del cibo consumato. Ogni cosa deve seguire le stagioni, il tempo, il naturale fluire delle cose secondo un ideale di perfetta armonia. Questa dimensione comprende la relazione: ospite-invitato, gli oggetti scelti, il cibo servito. Queste corrispondenze devono riflettere il ritmo impermanente delle cose e della vita. Il temporaneo insito in tutte le cose viene confermato, infatti, dal loro mutamento costante. Ma essendo l'effimero l'unica realtà in cui ci si muove, esso si eleva a Realtà ultima. Ospite e invitato, quindi, sono in realtà intercambiabili in quanto agiscono coerentemente in questa dimensione di consapevolezza. Prima di offrire il tè, l'ospite porge dei dolci all'invitato o, a volte, un pasto leggero. Tutto deve essere all'insegna della stagione in corso, al ritmo naturale delle cose. Il principio dell''Armonia' significa dunque essere affrancati da ogni pretesa e da qualunque estremismo, incamminati lungo la moderazione propria degli antichi insegnamenti buddisti.

2.     kei: rispetto. È il riconoscimento in ogni persona, ma anche nei più semplici oggetti, della presenza di un’innata dignità e sentire per la loro esistenza una sincera gratitudine. Coltivare questo vissuto nella Cerimonia del tè e nella vita permette di comprendere la comunione dell'essenza di tutto ciò che ci circonda. È la parte della Cerimonia che insegna a rispettare e benedire ogni singola cosa nutrendo per questa un profondo rispetto vivendo in comunione con tutto ciò che fa parte dell’esistenza.

3.     sei: purezza interiore, ma anche pulizia delle cose che ci circondano. Non è l’antitesi dell’impurità, poiché per gli insegnamenti zen “puro” ed “impuro” partecipano insieme alla Realtà ultima, ma è la parte della Cerimonia che invita a spazzare dalla stanza ciò che è costituito da vecchie energie ed a predisporsi ad accogliere il bello ed il nuovo consentendo di esprimerli. Anche nella vita, questo è un principio che invita a “spazzare via” i complessi, i vincoli, i dubbi, le inutili preoccupazioni ed accogliere il bello, l’ordine, l’armonia, la perfezione e la vera essenza della bellezza per consentire esperienze altrimenti non esperibili. Mentre pulisce la stanza del tè, l'ospite riordina anche se stesso.

4.     jaku: tranquillità e pace della mente, conseguente alla realizzazione dei primi tre principi. E’ il principio che invita a vivere all’unisono con i ritmi della natura, liberandosi dai vincoli e legami del mondo materiale. E’ un apprezzamento verso la comodità e la tranquillità. Chi prepara e beve il tè lo deve fare contemplando il sublime stadio di serenità e calma. Questo principio permette di “trovare una serenità duratura in noi stessi in compagnia d'altri”. 

La base della filosofia della cerimonia del tè è l'armonia con la natura. La cerimonia si svolge solitamente in piccole costruzioni di legno, bambù e paglia, con finestre e porte costituite da pannelli scorrevoli di legno e carta di riso, che sorgono all'interno di meravigliosi giardini d’aspetto totalmente naturale, con piante fresche, acque e rocce. Il pavimento è ricoperto da tatami, le stuoie in paglia tipiche delle abitazioni tradizionali.

La cerimonia è caratterizzata da un'estrema semplicità: la casa del tè è quasi spoglia nella sua totale mancanza di arredi e nel suo rigore. Gli utensili sono in materiale naturale e variano durante i diversi mesi dell'anno per essere sempre in accordo con la stagione. Gli strumenti, solitamente poco decorati, hanno forme estremamente semplici e funzionali, in linea con il gusto dei giapponesi, che ammirano più il garbato riserbo rispetto alla vistosa ostentazione. Tutto è semplice, umile, frugale.

Un vero e proprio rituale guida, non solo l'abile tecnica del maestro di cerimonia, che ha studiato per anni, ma anche i gesti degli ospiti intervenuti, che sorbiranno il tè seguendo precise regole. La cerimonia del tè fu anche una rivoluzione della cucina giapponese, con la creazione dello stile kaiseki. Fu Rikyu a chiedere un nuovo e leggero stile di cucina che si armonizzasse con il suo rituale.

La casa del tè (sukiya) comprende: una sala per il tè (chashitsu) e una stanza per la preparazione (mizuya), una sala d'attesa (yoritsuki) ed un sentiero (roji) che, attraverso il giardino, porta fino all'ingresso della casa del tè, situata generalmente in un angolo del giardino particolarmente boscoso.

Per la cerimonia sono da preferire abiti con colori discreti. Nelle occasioni di grande solennità, gli uomini e le donne indossano un kimono decorato con lo stemma familiare e le tradizionali calze bianche giapponesi (tabi). Gli invitati devono portare con sé un piccolo ventaglio pieghevole ed un pacchetto di fazzolettini di carta (kaishi).

La cerimonia del tè comprende di solito una prima parte nel corso della quale viene servito un pasto leggero di sette portate (kaiseki), non relegato alla funzione primaria di mangiare per nutrirsi, ma parte integrante dell'arte nella sua forma più pura. Il cibo deve essere bello a guardarsi, non soltanto al momento in cui viene servito, ma già prima di essere cotto: le fette devono essere regolari, le guarnizioni devono creare piacevoli effetti di colore, tutto deve sempre essere una carezza per l'occhio. I piatti sono molto diversi da quelli occidentali, perché sono scelti in funzione non uno dell'altro, ma ciascuno di ciò che deve contenere. Il colore è la cosa più importante; subito dopo viene la forma. Raramente i giapponesi usano piatti bianchi; perlopiù ne hanno con disegni con una varietà di colori. Il principio di fondo è quello dell'armonia tra il colore e la forma e tra il piatto ed il cibo che esso contiene.

Si ha poi un breve intervallo: il nakadachi; segue il goza iri che è la parte principale della cerimonia, durante la quale viene servito un tè denso (koicha); e l'usucha durante il quale viene servito un tè meno denso del precedente.

Nel koicha viene utilizzato un tè proveniente dalle foglie più giovani delle piante più vecchie della piantagione. Viceversa nell’usucha viene utilizzato un tè proveniente dalle foglie più vecchie delle piante più giovani, risultando al gusto leggermente più amaro del tè denso. Tutta la cerimonia completa dura circa quattro ore; spesso, tuttavia si svolge soltanto l'usucha, il quale richiede al massimo un'ora.

Gli invitati, di solito in numero di cinque, si riuniscono nella sala d'attesa. L'ospite li raggiunge e li conduce per un sentiero attraverso il giardino fino alla sala del tè. Lungo il sentiero vi è una conca in pietra piena d'acqua, dove gli invitati si lavano le mani e si sciacquano la bocca. L'entrata nella sala è così piccola che essi devono superarla in ginocchio, quasi in un atteggiamento d’umiltà. Nell'entrare nella stanza, che è dotata di un focolare fisso o di un braciere portatile per il bollitore, ciascun invitato s’inginocchia davanti al tokonoma e fa un rispettoso inchino. Poi, tenendo il proprio ventaglio pieghevole davanti a sé, egli ammira il kakejiku, la calligrafia scelta di volta in volta dal padrone di casa, appeso nel tokonoma; quindi, rivolge nello stesso modo il proprio sguardo verso il focolare o il braciere. Non appena tutti gli invitati hanno terminato di ammirare tutto ciò, occupano il loro posto, a cominciare dall'invitato più importante che si siede vicino all'ospite. Dopo lo scambio delle formalità, viene servito il pranzo con dei dolci tipici per terminare il pasto leggero.

Su suggerimento del loro ospite, gli invitati si ritirano e vanno ad aspettare sulla panchina che si trova fuori, nel giardino interno, vicino alla sala del tè. L'ospite fa suonare il gong sospeso vicino alla sala per indicare che la cerimonia principale sta per iniziare. L'uso vuole che egli colpisca il gong da cinque a sette volte. Gli invitati si alzano in piedi ed ascoltano attentamente; poi, dopo aver ripetuto il rito della purificazione alla vasca piena d'acqua, entrano di nuovo nella stanza. I pannelli di bambù, sospesi all'esterno davanti alle finestre vengono ritirati da un assistente al fine di illuminare l'ambiente. Il kakejiku è stato tolto e nel tokonoma è stato sistemato un vaso con un ikebana (“fiori vivi”). Queste composizioni hanno il compito di dare uno stile alla stanza. Una composizione non si ripete due volte e in ogni composizione un ramo simbolico è sempre rivolto verso il cielo.

Il recipiente per l'acqua fresca e la scatola in ceramica del tè sono al loro posto prima che l'ospite entri portando con sé la ciotola per il tè contenete il frullino di bambù ed il mestolo per il tè. Gli invitati guardano ed ammirano i fiori ed il bollitore come avevano fatto all'inizio della cerimonia. L'ospite si ritira nella stanza per la preparazione per ritornare poco dopo con il recipiente per l'acqua, il mestolo, ed un appoggio per il bollitore e per il mestolo. Asciuga poi la scatola del tè ed il mestolo con un telo speciale, chiamato fukusa, e lava il frullino nella ciotola del tè contenente acqua calda presa dal bollitore con il mestolo. Svuota quindi la ciotola, versando l'acqua nel recipiente vuoto che aveva portato in precedenza e lo asciuga con un pezzo di tela di lino. Quindi prende la scatola del tè e con l'apposito cucchiaio prende del matcha (tè verde in polvere), tre cucchiai pieni per invitato; poi, prende un mestolo di acqua calda dal bollitore e ne versa circa un terzo nella ciotola ed il resto di nuovo nel bollitore. Infine, rimescola con il frullino fino a che non si addensa, diventando come un passato di piselli sia per la consistenza sia per il colore. Il tè così preparato si chiama koicha. Il matcha usato proviene dalle giovani foglie di piante di tè che hanno da venti a settanta anni o anche più. L'ospite depone la ciotola al suo posto, presso il focolare o il braciere, e l'invitato più importante si avvicina in ginocchio per prenderla; si china, quindi, davanti agli altri invitati e mette la ciotola sul palmo della sua mano sinistra, sorreggendone un lato con la mano destra. Dopo averne bevuto un sorso, ne loda l'aroma, quindi beve ancora uno o due sorsi. Pulisce il punto della tazza da cui ha bevuto con il kaishi e passa la ciotola al secondo invitato, che beve ed asciuga la tazza esattamente nello stesso modo. La ciotola viene così passata al terzo, al quarto ed al quinto invitato perché tutti possano gustare il tè. Quando l'ultimo invitato ha finito, porge la ciotola al primo, che a sua volta la restituisce all'ospite. All'ospite poi, può essere chiesto se intende assegnare un nome poetico (mei) al chashaku; lui a questo punto può citare una poesia o un verso o semplicemente fare un riferimento alla stagione. Molto indicati sono i kigo: riferimenti stagionali contenuti nell'ultimo verso di un haiku, quindi frasi come aki no kure (sera d'autunno) oppure momono hana (fiori di pesco) ecc.

L'usucha differisce dal koicha nel fatto che il matcha usato proviene dalle giovani foglie di piante che non hanno più di tre o cinque anni. La bevanda che ne deriva è verde e schiumosa. Le regole osservate nel corso di questa cerimonia sono simili a quelle seguite durante quella del koicha, con le seguenti differenze essenziali: il tè viene preparato individualmente per ciascun invitato con due cucchiai di matcha; ogni invitato è tenuto a bere interamente la sua parte; l'invitato pulisce la parte della tazza che ha toccato con le labbra con le dita della mano destra e poi si asciuga le dita con il kaishi. Dopo aver trasportato gli utensili fuori della stanza, l'ospite in silenzio s’inchina davanti agli invitati, indicando che la cerimonia è finita. Gli invitati lasciano il sukiya accompagnati dal loro ospite.

Le varie procedure di preparazione e svolgimento sono dette temae.

La Cerimonia del tè rappresentava il congiungimento tra mondo divino e mondo umano. I movimenti di chi prepara il tè, di chi lo versa e di chi lo beve sono archetipi degli dei. La stanza del tè è il luogo fisico deve si svolge la cerimonia, ma è anche un luogo mentale. In essa sono stati trasfusi gli ideali dell'estetica zen. Ai concetti precedenti di yūgen e di sabi, Rikyu aggiunse quello di wabi.

Lo yugen era l'incanto sottile, impossibile da trasmettere con le parole, infatti, il termine può significare anche oscuro, sebbene questa oscurità sia una metafora per indicare ciò che vi è di misterioso, profondo, incerto e sottile. Le classiche immagini di yugen sono la luna che brilla dietro un velo di nubi o la foschia del mattino che vela un paesaggio montano.

Il sabi può significare antico, sereno, classico, maturo, esperto, oltre che solitario e malinconico. La presenza del sabi è spesso suggerita dalla patina o da altri segni del tempo su un pezzo antico e custodito come un tesoro e che rende gli oggetti affascinanti ed ispiratori di tranquillità ed armonia.

Il wabi di Rikyu aggiunse qualcosa di rivoluzionario: la povertà ricercata ed il rifiuto assoluto dell'ostentazione. Wabi può significare malinconico, schivo, solitario, desolato, calmo, tranquillo, silenzioso, impoverito, modesto e soprattutto rustico, non perfetto. Quest’ultima idea d’imperfezione è la più importante e viene ripresa tanto nel giardino, come negli utensili. È una sensazione soggettiva evocata da un oggetto. La classica raffigurazione è quella di una capanna di pescatori abbandonata, lungo una spiaggia solitaria battuta dal vento in una grigia giornata Invernale.

Rikyu amava lo stile semplice, cioè vedeva la stanza del tè come dimora della fantasia o della creatività o dimora del vuoto poiché priva di attaccamenti. Spogliata da ogni possibile artificio, con pareti grezze e priva di alcun contenuto che non fosse di pensiero. I personaggi che si muovono in essa escono temporaneamente dal mondo e dai suoi affanni per contemplare brevemente il vuoto. Il concetto di mu-shin (letteralmente non-mente), quindi il dimenticare la razionalità per giungere ad un approccio totalizzante con le cose e le persone, è rappresentato perfettamente dallo spazio racchiuso nella stanza del tè. Al vuoto materiale deve corrispondere il vuoto mentale. Nella stanza tutti dovevano entrare disarmati e tutti erano uguali, si dovevano inginocchiare e dovevano 'subire' le stesse regole.

Il principio del wabi di Rikyu sconvolse anche l'arte della ceramica. Le ceramiche finissime d’origine cinese furono scalzate rapidamente da quelle all’apparenza rozze che incarnavano l'ideale estetico di semplicità e povertà che il maestro intendeva affermare.

La cerimonia del tè ha sostanzialmente tre funzioni:

v    evento sociale

v    momento estetico

v    dimensione religiosa

L’EVENTO SOCIALE

Gli ospiti si riuniscono in un’ora prestabilita perché gli sia servito da mangiare e da bere. Può essere un tè informale che consiste nel servire un dolce e del tè o anche un piccolo pasto con il dolce ed il tè. Questo tipo di cerimonia informale si chiama Chakai e può durare da venti minuti ad un’ora; può esserci un solo invitato o anche tanti quanti l’ospite è in grado di servirne. Si può essere invitati anche per una riunione più formale chiamata Chaji che implica un rituale di riunione altamente strutturata: è servito un pasto di molte portate, si fa una pausa in giardino, c’è poi una solenne cerimonia del tè seguita da una cerimonia ridotta e meno solenne. In uno Chaji possono essere presenti al massimo cinque invitati. Sia il Chakai che il Chaji hanno lo stesso scopo, servire cibo e tè agli invitati. La differenza è nella quantità di cibo e di tè serviti e nel crescente numero di movimenti ritualizzati, che è necessario quando si servono più cose e lo si fa nel modo più elegante possibile.



IL MOMENTO ESTETICO

Nella cerimonia del tè l'attenzione per la bellezza è ricercata così fortemente da farla diventare una vera e propria forma d’arte. Il movimento del corpo è una coreografia, fino alla posizione di un singolo dito. Gli utensili usati possono essere di una qualità tale che si possono trovare nei musei d’arte di tutto il mondo. La disposizione del cibo può essere così forte nelle ricerca della bellezza e così sottile nella scelta e nella forma che assomiglia ad una forma di poesia. Tanto che in Giappone si dice che il cibo si deve gustare con gli occhi prima che con la bocca. Inoltre una domanda frequente è: «Quanto ci vuole ad imparare la cerimonia del tè?», che equivale a chiedere «Quanto tempo ci vuole per imparare a suonare il piano?». “Se impari alla svelta potrai suonare un semplice motivetto in dieci settimane, ma se vuoi veramente imparare a suonare il piano allora ti ci vogliono più di dieci anni. “

La cerimonia del tè abbraccia in sé molte altre forme d’arte, l’architettura, il giardinaggio, la tessitura, la calligrafia, la disposizione dei fiori e la cucina oltre ad altre antichissime arti arcane, come la scultura con la cenere e la costruzione di un bel fuoco.

In Giappone c’è una storia su tre Maestri del Tè che avevano una magnifica sala da tè con uno straordinario allestimento. Un giorno la sala prese fuoco e i tre Maestri corsero per salvare tutto ciò che potevano. La prima cosa che salvarono fu la cenere! Ciò che questa storia vuol dire è che a tutto ciò che è coinvolto nella cerimonia del tè si dà un’assoluta attenzione dal punto di vista estetico, persino alla cenere. Andare ad una cerimonia di alta qualità può essere, in tutto e per tutto, un’esperienza estetica come andare a visitare un museo o andare a teatro. 

LA DIMENSIONE RELIGIOSA

La mentalità religiosa, frequentemente trasportata nella cerimonia del tè è quella del Buddismo Zen.  Nello Zen si dice che si può incontrare un intero universo, bevendo una tazza di tè, questo avviene nel darti totalmente al qui ed ora e nel partecipare totalmente alla cerimonia con un cuore libero da sentimenti di egoismo.  Si dice, comunque, che anche se i seguaci di Zen sono interessati al tè e le persone del tè sono interessate allo Zen, il tè è il tè e lo Zen è lo Zen. Si potrebbe trasportare una mentalità cristiana o anche islamica, nella cerimonia del tè e, a dire il vero l’odierno Gran maestro, incoraggia molto questa possibilità. Darsi completamente al qui ed ora con un cuore libero dall’egoismo, è un pensiero che può essere condiviso da tutte le più grandi religioni del mondo.  In quest’ambiente il tè trovò una duratura collocazione nei secoli; le foglie, infatti, erano considerate un ingrediente fondamentale di quell’elisir di lunga vita vagheggiato invano dai monaci taoisti.

IL GIARDINO

I giapponesi, diversamente dagli occidentali, hanno una concezione del giardino più filosofica e religiosa che estetica. Pur cercando di riprodurre l’ambiente naturale, nel giardino giapponese le piante, le rocce, i sentieri e tutti gli elementi d’arredo sono disposti in modo da rappresentare non la natura selvaggia, ma luoghi, oggetti, divinità e scene mitologiche di ispirazione religiosa. Pietra, piante, acqua, infatti, sono i tre elementi che sono quasi sempre presenti nel giardino giapponese. L'equilibrio tra questi elementi è assai delicato e ha diversi scopi.

Uno è quello di provocare nell'osservatore la sensazione che il giardino sia di grandi dimensioni; verranno quindi posizionate le piante piccole sullo sfondo e le grandi nel centro; i corsi d'acqua e i laghetti saranno formati in modo da simulare le forme di un lago che si estende in lontananza; le pietre ricorderanno dei rilievi montuosi.

Un secondo scopo è di generare un senso di pace e d’armonia generale attraverso alcuni accorgimenti che i giardinieri giapponesi hanno col tempo codificato basandosi sull'osservazione del mondo naturale. Dal punto di vista geometrico sono da evitare le simmetrie ed in generale i numeri pari, elementi che troppo ricordano tutto ciò che è artificiale. I gruppi di rocce devono essere composti sempre da elementi diversi e in numero dispari, alternando elementi 'maschili' (alti e spigolosi) ad elementi femminili (bassi e dalle forme morbide). Ad ampi spazi vuoti si dovranno alternate zone fitte ed apparentemente disordinate; a linee geometriche si contrapporranno elementi dalle forme naturalmente irregolari. La scelta delle essenze vegetali cade solitamente su piante tipiche degli ecosistemi giapponesi: pino, acero, bambù, azalea, ecc.

Il 'giardino del tè' è un giardino del Cinquecento, così chiamato perché in origine era uno spazio verde adiacente al locale dove si svolgeva la 'cerimonia del tè'. Il nome giapponese di questo tipo di giardino è Roji (sentiero rugiadoso): essenzialmente, esso è costituito da un sentiero di pietre (naturali o levigate) affiancato da sempreverdi, bambù, arbusti da fiore e rocce. Nel Roji erano presenti alcune strutture di utilità pratica che divennero, nel tempo, elementi d’arredo tipici di ogni giardino giapponese: i bacili scavati nella roccia e le famose lanterne in pietra a forma di pagoda o di pozzo.

Il giardino è la perfezione in terra, immutabile nella sua armonia e si rinnova incessantemente. Il giardino e la cerimonia del tè rappresentano un muoversi nell’immutabilità. Corrispondono al bisogno dell’uomo di rassicurarsi della sua caducità. Il tempo viene scandito,  lentissimamente, fino a tramutarsi in un non-tempo, tanto diradato, quanto irraggiungibile. Nel giardino perfetto regna l’illusione della lontananza dalla decomposizione e, movimenti e fiori, diventano archetipi di se stessi.

GLI UTENSILI E GLI OGGETTI

1.     Sensu: ventaglio pieghevole, rappresenta l’ospite (Kyaku) è grande per gli uomini e piccolo per le donne

2.     fukusa: simbolo di colui che offre il tè, è un tovagliolo di seta privo di decorazioni o disegni, utilizzato per pulire alcuni oggetti. E’ piegato a forma di triangolo e portato dall'ospite, avvolto nella cintura alla vita. I movimenti con cui viene estratto e quelli con cui viene utilizzato sono estremamente codificati a dimostrazione della presenza mentale dell'ospite che lo impiega. Questi movimenti variano secondo gli stili delle scuole in cui la cerimonia viene eseguita.

3.     hanaire: vaso di fiori. La presenza dei fiori ha più di un significato: da quello di allietare l’ospite, testimoniandogli simpatia e rispetto, a quello di favorire la serenità della contemplazione e del raccoglimento.

4.     chaki e natsume: contenitori per il tè, laccati e decorati. Sono i recipienti in cui il tè matcha è conservato prima di essere portato nella stanza del tè. I chaki non sono i recipienti in cui è conservato il matcha per lungo tempo, ma sono utilizzati esclusivamente per la durata della cerimonia del tè. In seguito sono svuotati e puliti, mentre il matcha avanzato è conservato in contenitori a chiusura ermetica e riposto in un luogo fresco. Tradizionalmente fatti di legno, bamboo o ceramica, sono classificati secondo il materiale usato e la forma, oltre che al tipo di tè (leggero, usucha; o denso, koicha) che devono contenere e che caratterizzano il tipo o fase di Cerimonia del tè.

Un natsume è un recipiente di legno con un coperchio, designato per contenere tè leggero ovvero quel tipo di tè destinato alla Cerimonia Usucha. Tradizionalmente sono realizzati a mano usando legno o bambù, che possono poi essere laccati o lasciati non trattati. Possono inoltre presentare dei disegni, dipinti, applicati o scolpiti sul recipiente. Il nome 'natsume' viene dal frutto natsume (giuggiolo o dattero cinese), che alcuni di questi contenitori sembrano ricordare.

5.     chawan: tazza per il tè. In essa si ha lo shōmen, cioè il punto della parte esterna che fa da riferimento per orientarla. La tazza va appoggiata sullo kobukusa cioè un piccolo fazzoletto

6.     chashaku: cucchiaio per prendere la polvere di tè e trasferirla nella tazza dove poi verrà mescolato con dell’acqua bollente. Originariamente era in avorio e veniva utilizzato nelle botteghe che commerciavano farmaci. Altri materiali con cui era fabbricato erano: l'argento, il legno di gelso ed i gusci di tartaruga. Nel XVII secolo, tuttavia, i maestri del tè gli preferirono il più semplice e sobrio materiale di bambù, proveniente dalla locale cultura contadina. La punta viene curvata lungo le venature di crescita del bambù, risalendo verso il manico il cui inizio è segnalato da una scanalatura; la struttura si ingrossa e termina con un taglio netto.

7.     chasen: frustino per fare il tè. Questo frullino è fabbricato da un singolo pezzo di bambù. A partire da esso nella parte superiore il bambù viene sfilacciato per generare delle striscie sottili ripiegate verso l'interno. Al centro della rosa composta dalle strisce di bambù, una parte di queste vengono riunite a formare il chajimi che è il cuore del chasen. Alla loro base, tutte queste strisce vengono raccolte da una cordicina di tessuto nero. Sotto un nodo della venatura, si forma il manico. I colori del bambù e quindi le tonalità variano secondo le scuole

8.     chakin: asciughino per la tazza dopo il suo lavaggio; è una piccola pezza bianca di lino. Prima del suo utilizzo, effettuato per mezzo di precisi gesti cerimoniali atti a manifestare la presenza mentale dell'ospite della Cerimonia, questa pezza viene piegata in terzi e poi a metà

9.     hishaku: mestolo per acqua calda e fredda e futa oki: sostegno per il mestolo

10.   tatami: stuoie che compongono il pavimento; è l’unità di misura fondamentale dell’edificio giapponese

11.  ro: buca quadrata in cui si pone la kama, cioè il bollitore per l’acqua in uso da novembre ad aprile. Il bollitore all’interno della buca poggia su un treppiede di ferro detto gotoku. Da maggio ad ottobre, invece, si usa il furo, un Braciere appoggiato sul tatami

12.  mizusashi: recipiente per l'acqua

13.  okashi e kaiseki: dolci che all’occorrenza vengono tagliati con un piccolo strumento di metallo detto Kashi-yōji

COME SI BEVE IL TÈ

Il tè va servito in apposite (ciotole), come quelle in ceramica raku, che nella loro semplicità e rusticità ispirano serenità: non sono perfettamente rotonde ed il bordo superiore non è liscio, ma ondulato, per offrire una sensazione piacevole quando viene portato alle labbra. Allorché la ciotola viene offerta, va presa con la mano destra ed appoggiata lentamente sul palmo della mano sinistra, tenendola davanti a sé. Si fanno, quindi, due inchini per esprimere riconoscenza e gratitudine: uno nei confronti del maestro e uno per il Budda. Insieme al tè vengono offerti dei dolci tipici. Prima di bere, si prende la ciotola con la mano destra e poi si gira verso sinistra, in senso antiorario, finché la parte esterna più bella della ciotola è verso l’esterno. Questo procedimento serve per “rispettare la tazza”, che nella sua essenza ha una faccia e una fronte. Quindi non è rispettoso sporcare con le labbra la faccia della tazza. A questo punto si sorseggia il tè, facendo percepire il suono del tè che viene sorbito. Si pulisce la parte su cui si sono appoggiate le labbra con il pollice e l’indice della mano destra. Si gira, quindi, ancora una volta la ciotola verso sinistra, in modo da poter ammirare il lato più bello e si appoggia davanti a sé.

CUCINA

Il tè viene servito in ogni momento della giornata, è il simbolo dell'ospitalità ed ha quindi un significato molto importante nella cucina e nella cultura giapponese. Con il tè si può accompagnare qualsiasi tipo di pietanza. Proprio come accade per il vino, il tè può esaltare il sapore di certi piatti se giustamente abbinato.

BISCOTTI AL TÈ VERDE (per accompagnare il cha no yu)

ingredienti: 360 g farina integrale di frumento o di farro, 3 cucchiaini da caffè di lievito in polvere, 1 cucchiaino da caffè di sale, 60 g di zucchero greggio di canna fino, 50 g di burro, 2 uova, 100 ml / 1 dl di tè verde concentrato (preparato con 3 g di foglie).

Preparazione: Pre-riscaldare il forno a 180°C. Mescolare farina, lievito, sale e 50 g di zucchero greggio di canna. Impastare il burro con la farina, aggiungere le uova frullate con il tè verde. Lavorare bene il composto per ottenere un impasto morbido e liscio. Stendere l'impasto dello spessore di un centimetro su una superficie infarinata. Ritagliare quadrati di 5 cm. Ripiegare ogni quadrato in modo da formare un triangolo (senza premere). Distribuire I triangoli su una teglia imburrata. Spennellare con tè verde. Spolverizzare con zucchero grezzo. Cuocere I triangoli nel forno pre-riscaldato per ca. 25 minuti. Servire caldi.

BIBLIOGRAFIA

1.     101 storie zen (a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi editore 1990)

2.     Il tao della filosofia corrispondenze tra pensieri d’oriente e d’occidente (di Giangiorgio Pasqualotto, pratiche editrice)

3.     Il racconto del tè, la sua storia, il rito, la cucina (supplemento a cura de “la cucina italiana”)

4.     Il tè e le tisane (i grandi libri del vino e Co. Supplemento al Giornale)

5.     Regard sur le Japon (illustre) [日本の上にちらっと見てください]

6.     Le garzantine, l’Universale botanica

7.     Lo Zen e la cerimonia del tè (Oriente Universale Economica Feltrinelli)

8.     Estetica del vuoto (Giangiorgio Pasqualotto - il vuoto nel cha no yu, pag. 77, pag. 90)

SITI

1.     http://www.teatime.it/storia.htm (il portale del tè in Italia)

2.     http://spazioinwind.libero.it/culturatradizionalegiapponese/cerimoniadelte.htm (la cerimonia del tè)

3.     http://www.zenhome.it/

4.     http://guide.supereva.it/miti_e_leggende/interventi/2004/12/188993.shtml (la storia del tè tra mito e leggenda)

5.     http://www.praderwilli.it/giornalino%20n3/Pagina5.pdf (leggende)

6.     http://www.dethlefsen-balk.de/ITA/10730/ItemPage.aspx (la leggenda del tè in Cina, India e Giappone)

7.     http://www.letteratour.it/altro/A01_letteratura_e_te.htm (letteratura e tè)

8.     http://www.teaway.it/?p=legends (leggende sul tè)

9.     http://www.unife.it/dipartimento/biologia-evoluzione/strutture/orto-botanico/giardini-a-tema (giardini e tè)

10.  http://www.ancorainviaggio.it/curiosit%C3%A0_1.htm (curiosità sulla camelia)

11.  http://www.signoredelte.it/index.html (il signore del tè)

12.  http://darkgothiclolita.forumcommunity.net/?t=4553770 (cha no yu)

13.  http://www.giardinigiapponesi.it/giardinogiapponese.htm (giardini giapponesi)

14.  http://www.lerboristeria.com/index.php?p=articoli/2007_01.php (tè verde in erboristeria)

15.  http://archiviostorico.corriere.it/2001/dicembre/07/Seguaci_del_theismo_Qui_scegliere_cl_0_0112071475.shtml (fenomeno del teismo)

16.  http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.ancorainviaggio.it/406bbbb.jpg&imgrefurl=http://www.ancorainviaggio.it/curiosit%25C3%25A0_1.htm&usg=__sRRuAD9v2X9wh9qu9GERJ7H6ihE=&h=450&w=326&sz=26&hl=it&start=9&tbnid=sPUuJbe5lf-9lM:&tbnh=127&tbnw=92&prev=/images%3Fq%3Dleggende%2Bt%25C3%25A8%26gbv%3D2%26hl%3Dit%26sa%3DG (camelia)

17.  http://www.natural-space.com/news_completa.asp?id=71 (cucina giapponese)

18.  http://www.tuttocina.it/fdo/artcul.htm (arte culinaria giapponese)

19.  http://www.italiaatavola.net/articoli.asp?cod=9918 (tè e cancro)

20.  http://www.insiemeate.net/2009/01/04/il-sol-levante/ (blog sul tè)

FILMOGRAFIA

1.     morte di un maestro del tè (Sen no Rikyu 1989 di K. Kumai)

2.     Rashomon – Kurosawa 1950

3.     tè e simpatia 1956

v    testimonianza di una maestra del tè con partecipazione e visione di una cerimonia del tè

Scarica gratis Tesina: la cultura e la cerimonia del tÈ giapponese (semplicità e meditazione per trovare l’armonia)
Appunti su: per la cerimonia del te che te usano3F, tesina semplicitC3A1, content,







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