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Giocare con le parole




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GIOCARE CON LE PAROLE

All’inizio del ‘900 molti autori e poeti, stanchi delle solite regole sintattiche, cercarono una nuova forma di scrittura, che contenesse delle innovazioni ma soprattutto che fosse il più coerente possibile con la realtà. Per raggiungere questo obiettivo  provarono addirittura a creare una poesia disegnata giocando con le parole.  Queste non seguivano più un nesso logico, la grandezza del loro carattere e il carattere stesso variava  entro poche righe, non esisteva più la grafica e spesso si ritrovavano, nel testo, anche segni matematici. Mi riferisco a uno dei più grandi movimenti d’avanguardia del 1900: il Futurismo.

La letteratura esaltò, fino ad oggi, l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.[1]



I valori principali espressi dai maggiori sostenitori del movimento furono il coraggio, l’audacia, la ribellione, il movimento, la violenza, la guerra, la velocità. Il problema fondamentale era trasformare tutto ciò in parole, ma non parole semplici, parole che solo leggendole avrebbero espresso tutto il sentimento e gli ideali del movimento. Le onomatopee rivestirono un ruolo fondamentale, così come i verbi all’infinito e i simboli matematici. Si gioca con il linguaggio, con le grafie, si rivoluziona la parola, trasgredendo le regole della sintassi, che ormai è inesistente: un esempio è il brano di Filippo Tommaso Martinetti, “ Correzione di bozze + desideri in velocità”.

Grazie all’uso delle “parole in libertà”, alla sola lettura  si percepisce il fragore di questi termini così strani, scritti senza una particolare logica.

E’ bene però ricordare che l’abilità degli autori futuristi fu proprio quella di giocare con il linguaggio senza ridicolizzarlo, ma rendendolo proprio e personalizzandolo. Seppero, quindi, dare movimento ai caratteri stampati su una semplice carta bianca, trasmettendolo magicamente fino al lettore.

L’uso delle onomatopee è fondamentale anche nella poesia di Palazzeschi, “Fontana malata” di cui si riportano alcuni versi.

Clof, clop, clock,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch  
5
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;  10
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,  15
un poco
si tace
di nuovo
tossisce.
 

Come si può notare, i termini onomatopeici “clof”, “clop”, “clock” esprimono una grandissima musicalità che rendono ancora più reale lo spasmo della fontana. Leggendo i versi si riesce ad immaginare perfettamente l’acqua che scende con difficoltà, sembra quasi di sentirla. In questo caso l’acqua è immagine di angoscia e sofferenza. Il suono ricorda anche il respiro affannoso di un malato; infatti utilizzando questi giochi di parole, Palazzeschi riesce a dare alla sua fontana un tono personale, creando delle vere e proprie personificazioni. La fontana è malata e tossisce come se fosse una persona, mette ansia all’autore e al lettore, sembra che smetta, poi ricomincia, riprendendo il suo affanno. A ciò probabilmente contribuisce anche il ritmo, ben studiato e calibrato, che non appesantisce la poesia e non la rende noiosa. Un altro aspetto fondamentale utilizzato anche da molti artisti quali Apollinaire ed Eliot è stato il “calligramma”. In greco significa “bella scrittura” ed è un testo poetico nel quale, attraverso la disposizione e la diversa lunghezza dei versi, il poeta realizza delle immagini figurative.

“ Si deve ora sperimentare poesie da vedere, oltre che da leggere”[2]

Come possiamo notare nella poesia di Palazzeschi, la struttura dei versi sembra richiamare lo scroscio dell’acqua, anche se questa nuova tecnica risulta più evidente nella “ La piccola auto” di Apollnaire.

Le parole non seguono più una regola, ma formano disegni, cerchi, richiamano la figura delle ruote dell’auto, dei sedili, del volante e le linee curve addirittura la forma della strada. Come nella “Correzione di bozze + desideri in velocità”, anche qui le parole hanno dimensioni e caratteri diversi, la sintassi è scomparsa ma è divertente leggere le parole scritte, seguendo l’andamento della strada, per poi entrare nella macchina, arrivare alle ruote e poi ancora sulla strada; una macchina fatta di parole che ci accompagna piacevolmente durante il racconto di questo viaggio, che improvvisamente si anima, sembrando più realistico.

Quando ho visto per la prima volta le parole disegnate per un testo poetico, ciò che più mi ha colpito è stato il fatto che le immagini che si susseguono nella poesia non propongono di evocare significati profondi e misteriosi, quanto di sperimentare accostamenti inattesi; l’effetto è stato creato grazie al gusto giocoso delle libere associazioni tra parole, che da un lato rinvia all’idea marinettiana delle parole in libertà, mentre dall’altro anticipa la tecnica surrealista della “scrittura automatica”.




Il tema dei giochi linguistici è stato ripreso anche da Eliot nella “Waste Land”, sebbene in modo meno evidente. Si riportano alcuni versi della quinta parte dell’opera, “What the Thunder said”.

Here is no water but only rock  

Rock and no water and the sandy road  

The road winding above among the mountains  

Which are mountains of rock without water  

If there were water we should stop and drink

Amongst the rock one cannot stop or think  

Sweat is dry and feet are in the sand  

If there were only water amongst the rock  

Dead mountain mouth of carious teeth that cannot spit  

Here one can neither stand nor lie nor sit 

There is not even silence in the mountains  

But dry sterile thunder without rain  

There is not even solitude in the mountains  

But red sullen faces sneer and snarl  

From doors of mudcracked houses

                                 If there were water 

  And no rock  

  If there were rock  

  And also water  

  And water  

  A spring 

  A pool among the rock  

  If there were the sound of water only  

  Not the cicada  

  And dry grass singing

L’opera rappresenta l’Europa dopo la prima guerra mondiale, prevale il senso di isolamento, incertezza, la mancanza di valori e di comunicazione.

Come si può notare il verso è libero e quello che più sorprende è che la struttura  non è casuale, anzi, osservando bene la disposizione delle parole, si potrebbero individuare due parti. Quella superiore, assomiglia ad una grande nuvola e quella inferiore,  suggerisce l’idea di pioggia o di un lampo. Non a caso il titolo della quinta parte, tradotto in italiano, significa proprio “ Cosa disse il tuono”. 

La disposizione delle parole e la rigidità del suono rimandano ancora più fortemente al senso di aridità e al tema  principale, il contrasto tra la fertilità di un passato mitico e la sterilità spirituale del mondo presente.

In  questo caso, come nei precedenti, giocare con le parole ed il linguaggio non è una vera e propria trasgressione. Certo, sono presenti numerose innovazioni, molte novità, ma io non definirei ciò un “non seguire le regole”. Il termine “trasgressione”, in campo letterario, non sempre ha una connotazione negativa, in questo caso era dettata dall’esigenza di innovazione e dai vari mutamenti di inizio secolo; la fuoriuscita dagli schemi tradizionali è servita per creare qualcosa di nuovo, di originale. Così l’apparente trasgressione futurista è stata l’occasione per staccare definitivamente con il passato, proiettandosi verso un nuovo futuro che si doveva adeguare alla vita moderna industriale  e metropolitana. “Cambiare la vita” era un po’ il motto di tutti i gruppi di avanguardia del 900.  Fu proprio con i futuristi che i giochi di parole raggiunsero la loro massima espressione, in quanto elemento essenziale del loro “fare poesia”. Per Eliot, invece, la composizione di parole si limita alla rappresentazione estetica delle stesse e alla disposizione espressiva che queste hanno nel testo.

Tuttavia, in qualunque modo le parole siano disposte, ciò che veramente conta è il messaggio che esse esprimono e come questo giunga a noi; insomma, devono saper esprimere chiaramente dei concetti. Giocare con le parole a volte può essere importante ma bisogna anche considerare che il linguaggio è uno strumento usato per vivere nel mondo ed è fondamentale che ci sia comprensione tra gli interlocutori. Non bisogna quindi esagerare nel mescolare a proprio piacimento le parole, per evitare che il risultato diventi solo un agglomerato confusionario di lettere. Parlare di “linguaggio” quindi, non significa soltanto parlare del mezzo di comunicazione per eccellenza, ma anche di una fitta rete di strumenti, che possono essere utilizzati in vari modi.  Molti sono stati i filosofi che hanno approfondito il concetto di gioco; ritroviamo Hiuzinga, Fink, Caillois, Winnicot.  Uno in particolare ha destato il mio interesse: Wittgenstein. Nella sua opera maggiore “Il Tractatus” egli si sofferma proprio sul concetto di linguaggio come gioco e sulle regole che stanno alla base di questo.                                                                                                                                                                                    



[1] Terzo punto del Manifesto del Futurismo: “Le Figaro” , 20 febbraio 1909

[2] Guillaume Apollinaire, nato a Roma da una nobildonna polacca e vissuto dal 1880 al 1918. Morì a causa di febbre spagnola, poco dopo aver pubblicato le poesie di  “Calligrammi”

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