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L’etÀ moderna: l’utopia disincantata




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L’ETÀ MODERNA: L’UTOPIA DISINCANTATA

“L'utopia è come l’'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l'orizzonte si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. A cosa serve, allora,  l'utopia? A questo: serve a continuare a camminare.”



[Eduardo Galeano]

Dopo il crollo dell’URSS e degli ultimi regimi totalitari sopravvissuti in Europa, gli Stati Uniti assumono una posizione egemonica sul piano politico, economico, culturale e militare.

Solo la Cina, percorsa da forti correnti innovative a livello economico, sebbene ancora chiusa sul piano della democratizzazione interna, sembra porsi come futuro rivale dell’America.

Comincia, tuttavia, un’evoluzione dell’Europa che mira a diventare una potenza in grado di contrastare la supremazia americana.

Già nel 1973 (con la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa) e nel 1979 (con l’elezione del primo parlamento europeo) il processo d’aggregazione degli stati europei aveva preso forma, per compiersi definitivamente negli anni ’90, quando nasce l’Unione Europea (con il trattato di Maastricht del 1992, si estendono le competenze comunitarie oltre l’ambito strettamente economico).

Tuttavia, il processo d’aggregazione europea e le prospettive d’omogeneizzazione tipiche della società globale finiscono per contrapporsi alle rivendicazioni localistiche e nazionalistiche dei nuovi Stati emergenti dopo il crollo dell’URSS.

Ne consegue una crisi degli stati-nazione tradizionali, stretti in una morsa di rivendicazioni particolaristiche da un lato e d’aspirazioni a entità politiche più ampie dall’altro.

Al fenomeno crescente della globalizzazione, quindi, si affiancano numerosi motivi di preoccupazione.

Il mondo si trova diviso tra Paesi sopra e sottosviluppati, in eterno conflitto tra di loro; questo fenomeno dà vita a due correnti principali:

-        la migrazione dai paesi sottosviluppati verso i paesi dell’Occidente

-        gli scontri ideologici contro “l’impero capitalistico” americano e tra fazioni religiose.

Le recenti questioni internazionali, l’attacco alle Twin Towers, la guerra in Afghanistan e Iraq, il crescente terrore del terrorismo, una migrazione continua che alimenta le reazioni xenofobe della popolazione, la perdita del ruolo di controllore dell’O.N.U…. tutto alimenta il panorama di crisi internazionale, ponendo in primo piano la necessità di individuare nuove strategie geopolitiche che conducano ad un ordine mondiale stabile che, tuttavia, pare ancora molto lontano dal realizzarsi.

a)     TRA ETICA E CONSUMISMO

“Che cos'è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall'ansia economica di esserlo? Che cos'è che ha trasformato le «masse» dei giovani in «masse» di criminaloidi? L'ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una «seconda» rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la «prima»: il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo «reale», trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra male e bene. Donde l'ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall'assoluta mancanza di ogni traduzionale conflitto interiore. Non c'è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c'è stata: la scelta dell'impietrimento, della mancanza di ogni pietà”

[P. P. Pasolini]

La seconda metà del Novecento, si trova quindi tesa verso il fenomeno della globalizzazione, ovvero l’aspirazione verso un ordine mondiale più ampio che comprenda tutte le piccole unità geopolitiche del Pianeta.

Ci si trova, quindi, inseriti in un sistema di mondializzazione economica che, tuttavia, se da un lato (grazie soprattutto ai mezzi di comunicazione, all’utilizzo di internet e a una diffusione maggiore della cultura) rende extraterritoriali i membri delle classi colte, dall’altro favorisce le piccole istanze politiche locali, ancora strettamente legate a un concetto politico-geografico di Nazione.

È in questo contesto di disagio, di decadenza, che, secondo Bauman, prende corpo la solitudine del cittadino globale.

Le politiche neoliberiste, che a partire dagli anni Ottanta hanno fatto del mercato l’unico orizzonte di riferimento occidentale, esaltando la libertà individuale di scelta e d’espressione hanno sacrificato in gran parte la sicurezza prodotta dalla civiltà.

Il cittadino globale è insicuro: la vita frenetica a cui è sottoposto lo spinge ad effettuare scelte troppo frettolose e senza possibilità di tornare indietro.

Questo causa un decadimento del concetto d’identità, di cui il germe si era sviluppato già dai primordi del secolo.




Per recuperare la propria identità, la famosa forma pirandelliana, l’uomo moderno ricerca continuamente segni d’affermazione che si configurano, inevitabilmente, nella logica del possesso.

Gli abiti, gli oggetti, la posizione sociale sono sempre stati, nella storia, l’affermazione di uno status simbol che però, nella società moderna, viene messo in discussione più rapidamente che nell’antichità.

Questo porta a un mutamento della forma troppo rapido, che non fa che alimentare il bisogno del consumo, come sostiene Bauman:

«Quella che noi chiamiamo “crisi” non è soltanto lo stato in cui si scontrano forze di natura contrastante, ma soprattutto uno stato in cui nessuna forma emergente sembra destinata a consolidarsi e a sopravvivere così a lungo.»

A questa frenetica corsa verso il possedere si contrappone la ricerca di una nuova Etica.

La nascente corrente della bioetica, della tecnoetica e delle banche etiche fanno riferimento non più

a una dottrina degli imperativi, né a una dottrina dei beni, né a una filosofia della storia.

Ci si muove verso un’Etica che si configura come una dottrina del dialogo sociale, nel quale si costruiscono e si destituiscono, in un continuo processo di collaudo e d’aggiustamento degli individui tra loro e interno ad ogni individuo, i valori e le regole cui si richiamano i singoli e i gruppi.

b)     LA LEGGE MORALE DELL’UOMO

“La moralità non è propriamente la dottrina del come renderci felici, ma di come dovremmo diventare degni di possedere la felicità.”

[Immanuel Kant]

È, quindi, in questo clima di contrapposizione che Habermas approfondisce la tesi della complementarità tra di diritti della libera persona, affermati dal liberalismo, e quelli democratici della partecipazione politica.

Proprio in virtù del problema della composizione di tradizioni e valori diversi entro un ordine provvisorio, Habermas propone la strada di un universalismo sensibile alle differenze, che sia fondato sul concetto di Inclusione, da lui stesso descritta come:

«Inclusione dell’altro significa che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche – e soprattutto – a coloro che sono reciprocamente estranei e che estranei vogliono rimanere.»

È in base a questo concetto che la filosofia moderna si sviluppa su basi aperte al multiculturalismo, ovvero la creazione di un’entità globale a carattere multirazziale che difenda le differenze, conciliandole al tempo stesso, senza scivolare né nel radicalismo, né nell’omologazione.

L’Etica moderna risulta, quindi, orientata verso la liberazione delle differenze (come sostiene il filosofo Vattimo), ovvero un processo che garantisca l’espressione autentica delle minoranze culturali, etniche, religiose e sessuali.

Quest’ipotesi era già sostenuta da Bertrand Russel che, nel suo libro “Un’Etica per la Politica, sostiene:

«Rientra nei nostri poteri diminuire incommensurabilmente la quantità totale di sofferenza e di miseria del mondo, ma non riusciremo a farlo finché lasceremo che credenze opposte e irrazionali dividano la razza umana in gruppi tra loro ostili.»

E ancora:

«Un’umanità saggia (…) può nascere solo dalla consapevolezza che anche i gruppi più imponenti sono formati da individui, che possono essere felici o infelici, e che nel mondo ogni individuo che soffre rappresenta uno scacco per la saggezza umana e per la comune umanità.»

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