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La ricerca di una nuova fede?




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LA RICERCA DI UNA NUOVA FEDE?

Per quanto le leggi della matematica si riferiscano alla realtà, esse non sono certe, e per quanto siano certe, esse non si riferiscono alla realtà.

[Albert Einstein]



Agli inizi del ‘900, la società si trova in piena crisi delle ideologie.

La scienza, su cui si era fatto affidamento, la filosofia, la Fede e le idee di uguaglianza e legalità erano crollate, sostituite da un mondo che sembrava procedere troppo in fretta.

Deceduto, in seguito, anche il mito del progresso, portato avanti con ostinazione dalla corrente futurista, l’uomo del XX secolo si trovò a fronteggiare da solo una realtà che non aveva più posto per la collettività.

Questa crisi delle certezze, fu la chiave che favorì la scalata al successo dei Regimi Totalitari che proponeva un ritorno ai vecchi albori della Nazione, alimentando un senso di sicurezza e di stabilità nella massa, bisognosa di appartenenza.

a) IL CROLLO DEL POSITIVISMO

“Il nostro motto dev'essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l'analisi della coscienza non chiara a sé stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica.”

[Karl Marx; da una lettera a Ruge]

Il termine positivismo indica una corrente filosofica, sociologica e culturale collocata nella prima metà dell'Ottocento e caratterizzata dalla fiducia nel progresso scientifico e dal tentativo di applicare il metodo scientifico a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana.

Questa corrente, tuttavia, verrà presto contrastata da quelli che Paul Ricouer definisce come i «Maestri del sospetto», ovvero i filosofi: Nietzsche, Marx e Freud.

Questi mineranno alle fondamenta del positivismo, ma soprattutto del concetto di coscienza dell’uomo, quindi, dell’Etica stessa.

Karl Marx, introducendo il concetto di ideologia (il modo di vedere la realtà della classe sociale dominante, secondo il materialismo storico marxista), riduce la morale a una mera espressione di interessi e rapporti di potere.

Similmente, Nietzsche ridurrà le nozioni principali dell’Etica (buono e cattivo, giusto e ingiusto, ecc…) a rapporti di forza che non agiscono più solo nella società, ma sussistono all’interno dell’individuo stesso.

L’uomo diventa, quindi, campo di lotte tra impulsi opposti; il suo comportamento sarà, quindi, il risultato di un provvisorio equilibrio raggiunto dagli impulsi, mentre la coscienza, considerata da sempre come istanza suprema, secondo una concezione Morale, non sarà altro che la maschera di questi scontri.

Alla prospettiva nichilista di Nietzsche si affianca la psicoanalisi di Freud che, dimostrando la molteplicità della psiche umana, fa crollare il soggetto stesso della scelta morale.

L’individuo a cui si rivolgeva l’imperativo morale sparisce, o si rivela inafferrabile: è questa l’eredità raccolta dal nostro secolo e traducibile in tre punti chiave:

1) LE FILOSOFIE ESISTENZIALISTE

“Nulla di finito, nemmeno l'intero mondo, può soddisfare l'animo umano che sente il bisogno dell'eterno.”

[Søren Kierkegaard; Aut Aut]

Un primo scossone al positivismo, che prevedeva la fiducia incondizionata nella scienza, viene dato dai filosofi precursori di quella corrente filosofica che, nel ‘900, prenderà il nome di Esistenzialismo.

Alla base dell’Esistenzialismo si trova la filosofia di Søren Kierkegaard.

Pensatore del XIX secolo; i suoi studi vennero inizialmente trascurati, per essere poi riscoperti successivamente agli inizi del ‘900.

Kierkegaard propone un’alternativa filosofica alla filosofia hegeliana, opponendo al pensiero oggettivo (che pretende di porsi di fronte alla realtà come di fronte a un oggetto, indebolendo, così, il legame tra oggetto e soggetto) di Hegel il pensiero soggettivo, che considera la realtà come una molteplicità di eventi e dati individuali unici e irripetibili.

La realtà diventa così fondamentale, in quanto non prevede la conciliazione degli opposti, ma l’opposizione tra questi, portando alla libertà di scelta e, quindi, alla libertà.

Questa visione della realtà si basa sul meccanismo della scelta che, escludendo una possibilità a vantaggio di un’altra, va a confermare il contrasto interiore che attanaglia il singolo(colui che si assume la responsabilità di scegliere in prima persona) e che costituisce la concretezza dell’esistenza.

Questo fatto porta a due conseguenze fondamentali:

-        l’unica conoscenza è di tipo etico-religioso

-        la verità concreta è paradosso

Quindi, l’esistente si può cogliere solo in campo etico, perché questo è il primo stadio in cui il paradosso trova giustificazione.

L’Etica, per Kierkegaard, diventa quindi il compito per cui l’individuo si impegna a cercare il significato dell’esistenza, rapportandosi personalmente alla Verità.

Su queste basi, nasce la corrente sopraccitata dell’Esistenzialismo.

C’è un abbandono di moduli ottocenteschi ancora dominanti. L’Esistenza diventa il fulcro dell’indagine filosofica; non v’è più la disperata ricerca di essenze o di assoluti, bensì il pensiero si orienta verso l’analisi dell’uomo stesso, del suo essere tale.

Da questo punto di vista, l’Esistenzialismo diviene simbolo di quella crisi della filosofia presente nell’intera riflessione novecentesca.



L’esistenza, tuttavia, non viene descritta tramite accezioni positive.

È un’esistenza gettata, impregnata d’angoscia, di crisi, di irripetibilità del singolo e di smarrimento dello stesso: è una filosofia che trascrive il disagio appartenente all’intero pensiero del XX secolo.

Questo viene dimostrato anche in letteratura, dove autori come Dostoevskij, Kafka, Moravia, Sartre analizzano l’uomo in ogni suo singolo aspetto, mettendo in luce l’angoscia (o noia, o nausea) che ne affligge l’esistenza stessa.

Si sviluppano, sulla base di questa filosofia, le correnti letterarie del decadentismo, dell’ermetismo e del romanzo psicologico, dove l’esistenza umana viene mostrata in ogni sua più piccola minuzia ma, soprattutto, è la psiche dell’individuo ad essere sviscerata, mettendo in evidenza il paradosso stesso dell’essere umano: l’eterno conflitto tra razionalità e sentimento.

2) LA FRAMMENTAZIONE DELL’INDIVIDUO

“Altrettanto sconosciuto nella sua natura più intima quanto lo è la realtà del mondo esterno, e a noi presentato dai dati della coscienza in modo altrettanto incompleto, quanto il mondo esterno dalle indicazioni dei nostri organi di senso.”

[Sigmund Freud; L’interpretazione dei sogni]

“Ciascuno di noi si crede 'uno' ma non è vero: è 'tanti', signore, 'tanti', secondo tutte le possibilità d'essere che sono in noi: 'uno' con questo, 'uno' con quello diversissimi! E con l'illusione, intanto, d'esser sempre 'uno per tutti', e sempre 'quest'uno' che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero!”

[L. Pirandello; Sei personaggi in cerca d’autore]

Ad influire notevolmente sulla crisi delle certezze, contribuisce la nascente scienza della psicoanalisi ad opera di Sigmund Freud.

Al centro della psicoanalisi vige l’assioma secondo cui l’individuo nasconde dentro di sé un insieme di pulsioni, derivategli dal primo periodo dell’infanzia.

Questo caos interiore prende il nome di inconscio.

L’inconscio non si può manifestare se non per via indiretta, in quanto fenomeno inconsapevole e non presente alla coscienza che, tuttavia, ne risulta continuamente influenzata.

Senza supporre l’esistenza dell’inconscio, infatti, molti atti consci rimarrebbero incomprensibili e/o sconnessi.

Per questo motivo, Freud finisce a spiegare il meccanismo della psiche tramite la suddivisione della stessa in tre regioni:

- Es: inconscio, parte oscura e direttamente inaccessibile della personalità. È determinato dal principio del piacere (soddisfacimento immediato delle pulsioni.)

- Io: territorio psichico conscio, che si assume i rapporti col mondo esterno, sottostando a questo e alle richieste del Super-io. Tiene a bada le pulsioni dell’Es, determinato dal principio di realtà (accettazione delle leggi del Super-io).

- Super-io: attività censoria e giudicante della nostra attività psichica, in parte inconscia. Si forma in seguito alla teoria delle pulsioni, ovvero quel legame emotivo con i genitori che si sviluppa nell’infanzia e che si configura in base al: “complesso edipico” e alla “libido” (pulsione sessuale e piacere erotico che va oltre i fini riproduttivi, visibile nei primi mesi dell’infanzia).

Di fronte a questa frammentazione della psiche umana, è chiaro che la ragione (intesa secondo l’opinione ottocentesca) perda il suo ruolo primario di chiarire e oggettivare tramite la riduzione del reale a propria immagine.

Freud, tuttavia, non nega alla ragione il suo ruolo, solo la pone a combattere con le forze dell’inconscio. La ragione viene così ridimensionata dal confronto con le pulsioni; la comprensione è solo «ciò che è si nasconde e fugge (…) ciò che si tende a trascurare e a rifiutare».

È a questa visione della psiche frammentata che si ispira Luigi Pirandello.

Lo scrittore mostra, nelle sue opere, tutta la fragilità dello spirito umano.

L’uomo nasconde, dentro di sé, pulsioni, sogni e desideri che la società e l’educazione non permettono di mostrare e che, quindi, devono essere celati dietro la forma.

«Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci.»

L’uomo, quindi, si “costringe” all’interno di uno schema, arrestando il flusso vitale che scorre in lui e cristallizzandolo.

Tuttavia, come afferma lo stesso Pirandello:

«Dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi ci imponiamo, componendoci una coscienza, costruendoci una personalità.»

E la forma, sotto questo flusso vitale che potremmo, a mio giudizio, interpretare come l’Es freudiano:

«…investite dal flusso tutte quelle forme fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti (…) in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto.»

Però, dopo un primo momento di “liberazione”, l’uomo è costretto ad indossare nuovamente la maschera che si è creato, per vivere nel mondo: non può stare senza una forma.

Ne è emblematico esempio il protagonista del libro Il fu Mattia Pascal che, trovandosi finalmente libero dalla sua forma originale (marito, bibliotecario, ecc…), è costretto a crearsi un’altra maschera: Adriano Meis.

Nella conclusione, Mattia Pascal cerca di riacquistare la sua forma primordiale (dopo aver “ucciso” Adriano Meis), ma questo suo tentativo fallirà.

Allora accetterà la forma che la sua stessa lapide gli propone:

«– Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?
Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:
– Eh, caro mio Io sono il fu Mattia Pascal.»




Come ci si può, allora, liberare della forma?

L’unica strada, secondo Pirandello, è la follia, ovvero l’andare contro al senso comune; alla moralità comune.

Lo sa bene il protagonista di Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Mostarda che tenta di distruggere l’immagine di sé percepita dal mondo, di cancellare ogni maschera, ogni forma, fino alla propria identità e al proprio nome.

Un comportamento, a giudizio di tutti, folle e in merito a questa sua follia viene rinchiuso in un ospizio: il vero varco verso quel mondo dove il flusso vitale è finalmente libero di scorrere, privo da ogni costrizione:

«Io non l'ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.»

Quindi, l’individuo, bisognoso delle sue maschere, delle sue forme, è, in realtà, alla continua e ossessiva ricerca della propria libertà.

Soffoca di fronte al mondo che gli si presenta davanti e che esige, da lui, un determinato comportamento ma, come gli si prospetta la possibilità di essere veramente libero, la rifiuta e ricerca, inevitabilmente, un’altra maschera da indossare.

Sarà questo desiderio di una forma definita, che permetta di vivere nella realtà, a contribuire all’adesione di massa di una popolazione insicura sull’avvenire a regimi politici che parevano fornire un’idea di stabilità.

3) LA CRISI DELLA FISICA CLASSICA

“Quando un uomo siede un'ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.”

[Albert Einstein]

Alla fine del diciannovesimo secolo, la fisica sembrava aver toccato il suo apice.

Le leggi gravitazionali, descritte da Newton, la termodinamica e la teoria elettromagnetica di Maxwell avevano segnato il culmine della parabola ascendente della disciplina che, pareva, progredire sempre di più.

Tutto, quindi, lasciava prevedere un miglioramento, non uno sviluppo, incessante nei campi della termodinamica, del magnetismo e della meccanica e nessuno, a quel tempo, avrebbe mai ipotizzato la rivoluzione che, invece, sconvolse il mondo della fisica, fino a portare all’apice della fisica moderna, configurata nella fisica atomica.

La rivoluzione della fisica nasce in seguito a numerosi studi, effettuati su fenomeni fino a quel momento trascurati:

1)     Il corpo nero: oggetto in grado di assorbire e di emettere onde elettromagnetiche di qualsiasi lunghezza. Per questo motivo, costituisce un sistema ideale da studiare, in quanto risponde a due proprietà principali e generali:

Ø               Legge di Stefan-Boltzmann

Ø               Legge di Wien

Entrambe le leggi si basano su un dispositivo progettato da Kirchhoff nel 1860, che si comporta come un corpo nero ideale: un contenitore cavo mantenuto a temperatura uniforme su cui viene praticato un piccolo foro, da cui fuoriesce una minima parte di onde elettromagnetiche.Grazie a questo dispositivo, si sono potute condurre varie e accurate ricerche sul corpo nero, giungendo alle due sopraccitate proprietà fondamentali.

2)     L’effetto fotoelettrico: secondo grande incipit della crisi della fisica classica, si basa sul principio secondo cui è possibile estrarre elettroni dalla superficie di un metallo facendo incidere su di essa luce dall’opportuna lunghezza d’onda.

Il maggior studioso di questo effetto, fu Lenard che, tramite un apparato sperimentale costituito da un circuito elettrico in cui è presente una differenza di potenziale tra due elettrodi, riuscì a definire il potenziale d’arresto, ovvero il valore assoluto della differenza di potenziale negativa tra i due elettrici che fa annullare la corrente elettrica che fluisce nel circuito ed è dipendente dall’energia cinetica massima K degli elettroni emessi da un metallo, attraverso la relazione: K = eΔV.

Queste scoperte dettero origine, successivamente, alla formulazione della teoria quantistica di Albert Einstein.

Einstein prese per vera la teoria di Planck (che ipotizzò una discontinuità nello scambio d’energia tra gli atomi della cavità e la radiazione, in modo tale che avvenisse attraverso lo scambio di piccoli “tributi” energetici che presero il nome di quanti.) estendendola fino alle estreme conseguenze.

Nella sua trattazione del corpo nero, Planck aveva commesso l’errore di considerare la radiazione elettromagnetica come la sovrapposizione di onde elettromagnetiche classiche; Einstein, invece, suppose che la luce stessa fosse composta da piccoli pacchetti energetici: i fotoni.

Il fotone è una particella luminosa priva di massa che trasporta un’energia E, direttamente proporzionale alla sua frequenza. L’energia risulta, quindi, quantizzata, secondo l’ipotesi di Planck.

Questa definizione, oltretutto, non entra in contraddizione neanche con l’equazione di Maxwell, in quanto i fotoni si muovono sia individualmente, sia come corpo unico, generando un’onda.

Tuttavia, la peculiarità dell’effetto fotoelettrico risiede proprio nell’individualità del fotone che, dalla sua interazione con un singolo elettrone, riesce a separarlo dal metallo se l’energia E del fotone è uguale al lavoro di estrazione We.

Siccome hf ≥ We, esiste una frequenza minima f = We/h al di sotto della quale l’effetto fotoelettrico non avviene.



Si esce, quindi, dal campo della fisica classica per entrare in quello della fisica quantistica.

Alle basi della fisica quantistica, vi è il principio di indeterminazione di Heisenberg, basato sul fatto che la Fisica prende in considerazione solo le grandezze fisiche, ovvero misurabili.

È ovvio che, aggirandoci nel campo del microscopico, ottenere dati misurabili diventa molto più complesso rispetto al campo del macroscopico.

Il principio d’indeterminazione semplifica l’intero processo, affermando che:

Ø     Tra l’indeterminazione Δx sulla posizione di una particella e l’incertezza Δp sul modulo della quantità di moto, vale la disuguaglianza: ΔxΔp ≠ h/2π

Ø     Se la durata di Δt e la sua indeterminazione ΔE sull’energia sono strettamente legate tra loro dalla seguente relazione: Δt ΔE ≠ h/2π

Le scoperte di Einstein e la formulazione del principio d’indeterminazione, portarono ad uno sfasamento nella concezione di spazio e tempo tradizionale che, da idee e/o categorie fisse, divennero concetti relativi.

b) IL CULTO DELLA NAZIONE

“Il nazionalismo è sete di potere frammista ad illusione. Ogni nazionalista è capace della più atroce disonestà ma è anche — in quanto consapevole di servire qualcosa di più grande di lui — incrollabilmente certo di essere nel giusto.”

[George Orwell]

La crisi dei valori razionalistici, legati a un’idea positiva di progresso e di storia; l’assuefazione a una violenza determinata dal clima bellico successivo alla Prima guerra mondiale; l’esaltazione di una giovinezza interpretata come potenza (questa, dovuta soprattutto al clima edonista propugnato in Italia dal D’Annunzio e dalla nuova letteratura decadente), spregiudicatezza  e libertà assolute, produssero una tendente radicalizzazione dei movimenti mirati a rovesciare quegli ordini ormai in piena crisi e ritenuti “superati”.

Questo “capovolgimento”, si basava su vere e proprie rivoluzioni condotte in modo deciso e violento, basate su ideologie totalitarie che miravano a creare una nuova civiltà che vedesse nella partecipazione dell’individuo all’organizzazione dello Stato o del Partito la sua realizzazione più alta.

Emilio Gentile ha definito il processo attuato da queste rivoluzioni «Sacralizzazione della Politica», ovvero l’assunzione da parte dell’azione e del coinvolgimento politici di caratteristiche tipiche dell’integralismo religioso.

Simbologie, miti, rituali e liturgie adottate, specie di matrice militare, diventavano idee-forza con cui suscitare le passioni delle folle e spingerle all’azione e all’obbedienza.

Il fascino del misticismo funge da collante per la massa, spinta verso la realizzazione dell’individuo nello Stato; verso la creazione di un uomo nuovo, propria di ogni totalitarismo.

Dal Un altro esempio di uomo nuovo è quello rifondato sul base razziale, discendente da una radicale sfiducia nella natura umana e dal presupposto di decadenza dell’uomo civilizzato.

È questo, quello che caratterizza il movimento del Nazismo, che fonda il suo scopo sulla creazione di un uomo determinato e spietatamente forte che prescinde da ogni consapevolezza morale.

Differentemente dall’ideologia fascista, che si basava sul mito della Nazione e della rinascita dell’Impero Romani, il nazionalismo tedesco si fonda su una superiorità razziale di tipo biologico.

Dalla cultura della crisi, nasce, quindi, il mito del Superuomo che, affidandosi alla propria volontà di potenza, viene stimolato a ricreare una società di massa che sia capace di recuperare i miti e la vitalità culturale propria della vitalità nazionale e delle sue tradizioni.

La ripresa di queste tradizioni e, con essere, dei valori etici propugnati dai miti antichi, si accompagna, però, a un progetto di modernizzazione che esalta contemporaneamente il coinvolgimento attivistico dei singoli individui nella mobilitazione di massa e moltiplica i mezzi tecnologici e industriali di sfruttamento delle risorse.

L’attuazione della volontà di potenza nazionale, quindi, si configura in forme, sì d’espansionismo economico-politico, ma va anche a coincidere con un progetto di modernizzazione, mirato a sostenere lo sviluppo industriale e tecnologico dello Stato e a sviluppare una forte identità collettiva che mira alla realizzazione di un progetto egemonico teso a disegnare una nuova Europa sotto il controllo della razza ariana.

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