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Il problema etico e l’intellettuale




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IL PROBLEMA ETICO E L’INTELLETTUALE



“Great men are seldom over-scrupoulous in the arrangement of their attire”

                                                       -Charles Dickens-

                                   

LO SCIENZIATO DEL NOVECENTO: PAZZO OPPURE SAGGIO?

 “…oggi è il dovere del genio restare misconosciuto…” così lo scienziato Möbius apostrofa i suoi colleghi Einstein e Newton nel secondo atto de “I fisici” dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt. In quest’opera del 1962 l’autore affronta il problema attuale ancor oggi della responsabilità etica dello scienziato descrivendo perfettamente la condizione in cui egli versa in un secolo di grandi scoperte scientifiche come il Novecento. Möbius, il vero scienziato, giunto a scoperte fisiche inimmaginabili, decide di sua spontanea volontà di fingersi pazzo per essere rinchiuso nell’esclusivo sanatorio privato “Les Cerisiers”. Paradossalmente Möbius è lo scienziato che sceglie la libertà considerato che “Per lo meno [il manicomio] mi da la garanzia di non venir sfruttato da uomini politici” (da “I fisici”- Dürrenmatt atto II). La figura di scienziato che ne emerge è quella di un uomo dotato, oltre che di grande intelligenza, di uno spiccato senso della moralità. Proprio come il re Salomone, del quale Möbius denuncia di avere visioni, anch’egli è in possesso di una grande saggezza ma questa gli si rivela inutile, vista l’impossibilità di sfruttarla senza condizionamenti politici. Ed è per questo che lo scienziato fugge dalla realtà con indosso la maschera del folle, “pazzo eppure saggio, prigioniero eppure libero, fisico eppure innocente” (da “I fisici”- Dürrenmatt atto II), per evitare che sia il mondo stesso a diventare un manicomio, sovvertito da quelle stesse scoperte scientifiche che avrebbero dovuto migliorarlo. Tuttavia per ben comprendere come il rapporto tra intellettuale e potere sia giunto ad una tale frattura bisogna analizzarlo alla radice. Si noti come, soprattutto in età antica, questo non fosse conflittuale ma perfino di collaborazione.

L’INTELLETTUALE E IL POTERE: POESIA NELLA CORTE ELLENISTICA

È proprio ad Alessandria d’Egitto alla corte di Tolomeo Filadelfo, in età ellenistica (323 a.C-30 a.C), che nascono la biblioteca ed il museo, la filologia e le scienze. L’intellettuale che ha la fortuna di vivere in questo contesto dispone di innumerevoli risorse come strumentazione e parchi naturali. È il caso di Callimaco di Cirene  (Libia) poeta della corte tolemaica vissuto nel III secolo a.C. Riuscito grazie alla versatilità dei suoi studi  ad ottenere un incarico presso la grande Biblioteca, Callimaco si guadagnò subito numerosi consensi all’interno della corte incluso quello del sovrano, componendo un “Inno a Zeus” per Tolomeo Filadelfo e, dopo la salita al trono del figlio di questo, Tolomeo III Evergete, dedicando un carme, intitolato “La chioma di Berenice” poi inserito nella raccolta elegiaca degli Aìtia, all’omonima regina, peraltro sua conterranea cirenaica. L’attività di Callimaco si svolge in maniera relativamente autonoma: se il poeta decide di omaggiare i sovrani con la sua arte, questa decisione nasce piuttosto spontanea senza nessuna richiesta o condizionamento da parte dei sovrani, elementi che, come si vedrà, influenzeranno in maniera non trascurabile una grossa produzione letteraria.

L’INTELLETTUALE ALLA CORTE DEL PRINCIPE: I DUE VOLTI DI VIRIGILIO

Perfetto esempio di quanto detto sarà costituito quasi due secoli dopo, nella Roma di Augusto, da Virgilio. A questi, entrato nel 39 a.C a far parte del circolo di Mecenate, cui egli stesso presenterà un anno dopo lo stesso Orazio, verrà commissionata nel 29 a.C un’opera in grado di esaltare il mito della fondazione di Roma e di legittimare l’auctoritas di Ottaviano Augusto come unico e valido strumento per il ritorno di Roma all’ordine e all’antico mos maiorum: l’Eneide. Poema epico in 12 libri lasciato incompiuto a causa della morte dell’autore, l’Eneide nasce da un’attenta e metodica revisione delle fonti e da una precisa scelta di particolari da evidenziare. Per esigenze encomiastiche, infatti. Virgilio ri-tratteggia la figura di Enea, di cui avevano gia parlato Nevio ed Ennio oltre ad Omero stesso, al fine di renderla prefigurazione mitica di Ottaviano Augusto. Secondo le testimonianze quest’ultimo sollecitava Virgilio tramite lettere ad inviargli parti di poema compiute e dalla “Vita”  del grammatico Donato si legge perfino che Virgilio tres omnino libros recitavit, secundum quartum sestum al cospetto di Augusto. Ma l’intento celebrativo di Virgilio non emerge solo dalle pagine dell’Eneide, anche nella Bucolica 1, composta insieme ad altri nove scritti tra il 42 a.C ed il 39 a.C, si può leggere un riferimento esplicito al giovane Ottaviano nel quale l’autore vede l’unica speranza di salvezza in un periodo buio come quello che Roma, segnata dalla guerra civile tra Cesare e Pompeo, ha attraversato. La figura di Virgilio, il suo rapporto con Augusto e la sua volontà di bruciare il capolavoro è il motivo ispiratore del romanzo “La morte di Virgilio” dello scrittore austriaco H. Broch che, in maniera originale e con la sensibilità di uno scrittore sfuggito al potere nazista, getta luce su aspetti molto differenti da quelli generalmente riportati dai libri di testo. Broch immagina il lungo monologo interiore di Virgilio durante le ultime diciotto ore della sua vita, arricchendolo con svariati dialoghi. Uno di questi è il discorso dell’imperatore Ottaviano Augusto in persona che, avendo saputo dell’intenzione del poeta di bruciare l’Eneide, è giunto al suo capezzale per persuaderlo a cambiare idea. Di fronte ad un Ottaviano ben poco interessato a conoscere le ragioni della decisione Broch descrive un Virgilio allo stremo delle forze eppure determinato nel sostenere l’incompiutezza della sua opera. Differentemente da quanto possa credere Augusto, egli dichiara: “io so che non si possono imporre all’arte doveri di alcuna specie, né il dovere di servire lo stato, né altri doveri, perché ciò sarebbe la negazione dell’arte […]”; nella rilettura moderna della vicenda di Virgilio emerge dunque un forte distacco tra il lavoro dell’intellettuale e la politica. Ma allora qual è il fine della poesia se non quello sociale? Il vero fine della poesia è la conoscenza; essa non è tuttavia mera conoscenza dei fatti, non è “fermare tutto ciò che accade” mettendolo per iscritto, la conoscenza a cui aspira Virgilio è “conoscenza della morte” perché “in verità, soltanto colui che conosce la morte, conosce anche la vita…”. L’intellettuale non è pertanto integrato nella vita dello stato, quest’ultimo gli sottrae piuttosto la sua opera: dal momento che il popolo romano è il soggetto dell’Eneide, essa “non è più la tua opera, è l’opera di tutti noi” dichiara Augusto a Virgilio.

IL SETTECENTO ILLUMINISTA:CONSENSO DALL’ALTO O RIFORMA DAL BASSO?

Vittorio Alfieri

 
Nel Settecento si consuma il vecchio modello ereditato dalla classicità nelle corti rinascimentali, si assiste al tentativo di instaurazione di un nuovo rapporto tra l’intellettuale (l’arte) ed il potere: l’idea generale era quella di riformare la società per renderla più giusta attraverso un governo illuminato, che seguisse cioè i dettami della pratica illuminista (supremazia della ragione e delle scienze contro ogni forma di fideismo, e riforme sociali e politiche). Per realizzare quest’idea, che nasce tra le fila della borghesia francese, gli intellettuali ed i filosofi mirarono soprattutto ad agire dall’alto, ossia a creare alleanze con i sovrani; esemplificativa a questo proposito è l’esperienza di Voltaire il quale fu poeta di corte prima presso Luigi XV e poi presso Federico II di Prussia e fu il principale propositore di questo sistema politico. Il limite del dispotismo illuminato con cui gli intellettuali dovettero fare presto i conti fu, tuttavia, la sostanziale somiglianza di ideologie tra i monarchi illuminati e i loro predecessori, essi erano convinti, infatti, che la corona gli fosse concessa per volere divino. L’impossibilità di una riforma sociale a

Vittorio Alfieri



 
partire dall’alto, e cioè dal sovrano, si tradurrà nel tentativo degli intellettuali e filosofi illuministi, ormai allontanatisi dal potere, di muovere una riforma dal basso, e quindi dal popolo: di qui le cause scatenanti della rivoluzione francese. Anche in Italia, come in Francia, la frattura tra l’intellettuale ed il potere diventa sempre più profonda. Ne è l’esempio il trattato di Vittorio Alfieri Della tirannide del 1777 in cui l’autore critica aspramente questa forma di governo come la più mostruosa di tutte le forme e etichetta addirittura il tiranno come un “infrangi-legge” che queste leggi “può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d'impunità” ( da Della tirannide ). Nel suo trattato Alfieri non esita a dichiarare che “non vi può esser maggior gloria che di generosamente morire per non viver servo” definendo quindi la virtù nel suo sommo grado quando si sia pronti a morire per la propria libertà ( da Della tirannide ).

L’INTELLETTUALE E GLI INTRIGHI DI CORTE

La morte di Seneca – Jacques Louis David

 
La teoria alfieriana trova un esempio pratico nella vita stessa di Seneca, che lo stesso autore cita come modello per la sua morte eroica. Sebbene l’autore latino sia preso a modello di eroe che muore per non scendere a compromessi con il degenerato governo di Nerone, i rapporti di Seneca con i principes dell’età giulio-claudia sono alquanto contradditori. Nonostante la pesante critica all’imperatore Claudio nell’Apocolocintosi e nonostante  Caligola lo avesse quasi condannato a morte, Seneca va anche ricordato come il precettore del giovane Nerone, all’alba del suo principato nel 54 d.C. Proprio con le lodi di Nerone si apre infatti il “De clementia”, trattato scritto negli anni 55 d.C -56 d.C per insegnare al giovane princeps la pratica del buon governo, fondato appunto sulla clemenza atta a stabilire un mutuo rapporto tra quest’ultimo ed il popolo. Quasi sicuramente invischiato negli intrighi della corte neroniana finanche ad ipotizzare una sua partecipazione all’omicidio di Agrippina, madre di Nerone, nel 59 d.C come testimonia Tacito nel libro XIV degli Annales (3,10), è certo che per un motivo o per l’altro Seneca decise di ritirarsi a vita privata nel 62 d.C inaugurando la fase detta del secessus.Tre anni dopo, nel 65 d.C morirà costretto al suicidio dai sicari di Nerone che lo aveva condannato per un presunto coinvolgimento nella congiura dei Pisoni.

L’ETICA FERREA DELL’INTELLETTUALE: FOSCOLO E LA DIFESA DEI VALORI

Ugo Foscolo (1778-1827)

 
Il suicidio di Seneca (descritto da Tacito nel libro XV degli Annales 60-64), che peraltro rientrava perfettamente nella dottrina stoica della quale egli era un convinto seguace, è proprio l’aspetto dell’intellettuale considerato da Alfieri con forte valenza esemplificativa. Egli deve essere infatti contraddistinto da un’integrità morale così profonda da essere anche disposto all’extrema ratio del suicidio pur di non rinunciare ai propri valori;è proprio questa la convinzione teorizzata da Alfieri che verrà presa a modello dal Foscolo e perfettamente illustrata ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis. In questo romanzo epistolare pubblicato nella versione definitiva nel 1817 Foscolo descrive la sua medesima delusione politica in seguito alle vicende napoleoniche di Campoformio (1797) che hanno visto Venezia ceduta agli austriaci e deluse le speranze degli intellettuali veneziani di proclamare la liberà dall’aristocrazia. Con Campoformio, infatti, veniva abolita la Repubblica Cispadana, istituita quella Cisalpina ed annessa a questa la repubblica Transpadana (ex ducato di Milano) con la cessione agli austriaci della repubblica veneta. Nella finzione letteraria la delusione del Foscolo, sotto le mentite spoglie dell’Ortis, si traduce nell’estrema conseguenza del suicidio: il personaggio di Jacopo Ortis rispetta, dunque, i canoni dell’eroe descritto da Alfieri, che dovendo scegliere tra la compromissione dei suoi ideali e la morte, preferisce la seconda nell’ottemperanza del modello stoico. Il protagonista è lacerato dallo straziante contrasto tra l’ideale illusorio di un’Italia libera dallo straniero e la drammatica realtà dell’Italia “schiava, denudata, venduta”, è la lotta dell’individuo estromesso dalla società ed esiliato in terra straniera. Alla decadenza comune l’intellettuale Foscolo/Ortis contrappone l’eroismo individuale che deve pur sempre fare i conti con una società della quale non si sente parte e della quale accusa la frammentazione, la disorganizzazione e graduale perdita delle radici culturali. Le ultime lettere di Jacopo Ortis e la vicenda politica reale del Foscolo sono l’esempio di come alla fine del Settecento si sia ormai ben lontani da quell’ideale illuministico di fiducia nella storia e al contrario ci si avvicini sempre più ad una totale destituzione del senso stesso di questa, cosa che avverrà anche in Leopardi (cfr. La sera del dì di festa).

L’INTELLETTUALE PER LO STATO E CONTRO LA SOCIETÀ 

A questo modello di intellettuale che preferisce allontanarsi dalla società attraverso l’esilio, come nei casi di Seneca e Foscolo, fa tuttavia da contraltare la figura dell’erudito che invece, pur criticando la società, preferisce rimanere al servizio dello Stato senza venir comunque meno,  ai suoi principi morali. Nella storia romana, il personaggio che meglio incarna questo modello intellettuale è Tacito, storico vissuto nell’età dei Flavi e personalità di spicco nella Roma del I secolo d.C. Al periodo di disaffezione dalla cultura e dalla letteratura, caratterizzato dalla fine del mecenatismo e da un diffuso servilismo che è l’età dei Flavi, Tacito sembra assistere in silenzio manifestando sporadicamente il suo dissenso come nel caso delle critiche a Tiberio (Annales libro I, 7-12 passim) e Nerone (Annales libro XIV, 3-10). Il ruolo di Tacito come storico di opposizione emerge principalmente dalle opere in cui egli denuncia il declino della società ed il servilismo del ceto senatorio di cui egli stesso fa parte: Tacito, infatti, non è un oppositore del principato anzi ne riconosce la necessità storica, il suo bersaglio è altresì la decadenza dei costumi romani a cui, ad esempio, oppone la ferrea e sana disciplina delle tribù germaniche nella monografia dedicata alla Germania (ad esempio vd. La Germania 18-19). D’altronde modello della condotta politica di Tacito, è come dichiara egli stesso, suo suocero Giulio Agricola cui dedica una monografia a lui intitolata. Il generale descritto nelle pagine è l’esempio vivente di come sia possibile essere un vir bonus anche sotto un regime tirannico: l’intellettuale Tacito dunque non contempla né la possibilità del suicidio poiché non sarebbe altro che un venir meno ai propri doveri nei confronti dello stato in modo plateale per procurarsi gloria, né il servilismo, pratica a causa della quale anche il Senato, rimasto l’unico polo dialettico in grado di opporsi al princeps, ha perso la sua funzione. Nell’ Agricola, pubblicato nel 98 d.C dopo la morte di Domiziano, prende inoltre corpo una dura critica al regno di quest’ultimo, reo di aver allontanato i filosofi dalla città e di altri crimini contro la libertà di pensiero e di parola. La figura del generale Giulio Agricola il quale svolge le sue funzioni attendendo alle responsabilità a cui è chiamato e così contribuendo al buon funzionamento della macchina dello stato è fortemente esemplificativa se si considera quella burocratizzazione della responsabilità che prenderà piede specialmente sotto i regimi totalitari. Essa porterà alla totale deresponsabilizzazione dell’intellettuale, il quale rimettendosi agli ordini del regime, in virtù del suo lavoro per lo Stato tralascerà completamente la problematica etica.

 

LA CRITICA SOCIALE IN INGHILTERRA: L’EPOCA VITTORIANA

Il problema della critica sociale nella storia moderna, prende piede agli inizi dell’Ottocento, in tutta Europa. È il caso, in Inghilterra, ad esempio, degli scrittori dell’epoca Vittoriana (1837-1901) i cui romanzi si impiantano principalmente sulla denuncia degli innumerevoli problemi sociali che la middle-class si sforza di ricoprire con un velo di ipocrisia. Tra i maggiori esponenti del Vittorianesimo si distingue Charles Dickens (1812-1870) le cui opere si focalizzano principalmente sullo sfruttamento del lavoro minorile: è il caso del suo capolavoro Oliver Twist. Lo scrittore, di famiglia disagiata,  aveva infatti vissuto sulla sua pelle gli svantaggi che la seconda rivoluzione industriale aveva causato agli strati inferiori della popolazione come il varo delle poor laws o l’apertura delle work-houses.




KARL MARX E LA CRITICA DEL SISTEMA

Sfruttamento minorile nell’età Vittoriana

 
All’incirca nello stesso periodo una forte critica sociale viene teorizzata dal filosofo ed economista tedesco Karl Marx nei Manoscritti economico-filosofici, pubblicati solo nel 1932 e nel Capitale del 1867. Nei Manoscritti Marx parla di quella che egli definisce l’alienazione del lavoro ovvero il divario che si crea tra l’operaio e il prodotto. Secondo la concezione marxista, infatti, l’uomo si realizzava originariamente come uomo solo nel momento in cui egli sfruttava la natura e la manipolava per soddisfare i suoi propri bisogni in piccole comunità, il corso della storia tuttavia ha fatto si che ampliandosi le comunità di uomini e moltiplicandosi i bisogni fosse necessaria la divisione del lavoro. Il lato negativo di questa “riforma” è che si vengono così a creare due grandi classi: i capitalisti che danno lavoro e gli operai, che lo svolgono.  Quando un operaio viene assoldato da un capitalista per lavorare, non accade più che egli manipoli la natura per soddisfare i propri bisogni, bensì egli lavora per soddisfare i bisogni di qualcun altro e ciò che produce gli viene sottratto insieme agli strumenti con i quali lo produce; perciò il lavoro è lavoro forzato e solo fuori di esso l’operaio si sente se stesso. Dalla descrizione di questi principi teorizzati da Marx emerge come gli spunti della sua critica sociale e di quella di Dickens fossero in parte simili.

L’ INDIPENDENZA INTELLETTUALE E LA MORTE DEI VALORI

Karl Marx (1818-1883)

 
Nemmeno i più illustri intellettuali italiani si dimostrano estranei a questa forte denuncia sociale: è il caso di Luigi Pirandello. A differenza di Marx, la cui critica si basava anche e principalmente sull’indipendenza politica del filosofo che esortava alla lotta di classe nel tentativo di “detronizzare” la classe borghese dalle sue alte vette, lo spunto sociale di Pirandello deriva da una rivendicata indipendenza intellettuale rispetto alla società. Egli vive la crisi delle certezze, da un lato è legato ai valori antichi ma al contempo ne vede il crollo. Una volta raggiunta la coscienza di questa crisi Pirandello preferisce smontare il congegno sociale smascherandone le contraddizioni e le falsità. È, questa, la figura di quell’intellettuale che, una volta calato all’interno di un contesto come quello novecentesco in cui il crescente pragmatismo sta trasformando tutte le discipline in scienza, si riscopre inutile nella misura in cui egli è improduttivo. Egli di tutta risposta non sa e non vuole vivere in quella società che lo rigetta ma si vede costretto a ciò: dopo aver

Luigi Pirandello (1867-1936)

 
individuato, infatti, attraverso la sua opera i contorti meccanismi che la mantengono in vita e dopo averne accuratamente dimostrato la fatiscenza, con un umorismo amaro, l’intellettuale re-indossa la sua maschera e torna a quella tela di ragno, a quel guscio fragile che è la società. “Ecco il guscio di questo lumacone o uomo […].Senza questo è impossibile la vita” (dalla Lettera alla sorella Lina), quello che Pirandello ha tristemente accettato è che vivere fuori dagli schemi è impossibile e l’unico modo per dimenticarsi di questa condizione di prigionia si presenta, almeno all’inizio della sua carriera, la letteratura; così scrive a conclusione di una lettera inviata a sua sorella Lina nel 1886: “Io scrivo e studio per dimenticare me stesso – per distormi dalla disperazione.”. Ma presto anche la letteratura perderà il suo senso e l’intellettuale si troverà a fare il cacciatore di topi (si veda Il fu Mattia Pascal) in una polverosa e dimessa biblioteca, condannato a svolgere il proprio compito nell’inerzia. Anch’egli, privato del suo senso e della sua medesima funzione, non più un punto di riferimento è solo uno straniero nella società. Anche dal punto di vista politico si ripresenta lo stesso problema: nonostante Pirandello non osteggi il fascismo vedendo in esso un modo per mantenere in ordine la società, la sua adesione politica rimane sempre poco incisiva in un periodo di crisi per il regime, come quello dopo il rapimento Matteotti.  Il fascismo, dal canto suo, non sosteneva a piene mani l’operato di un intellettuale quale Pirandello, la cui condotta era completamente aliena da qualsiasi tipo di orientamento dittatoriale ma al contempo vedeva con favore il prestigio che la sua fama internazionale poteva portare al regime.  

L’IPOTESI DI GRAMSCI: INTELLETTUALE ORGANICO O DI PARTITO?

Seguendo il filo della storia moderna, tuttavia, questa condizione dell’intellettuale è destinata a venire meno: verso gli inizi del Novecento si viene, infatti, definendo l’ipotesi gramsciana dell’intellettuale organico. Chi è costui? A differenza delle figure sopra citate, egli detiene una fondamentale funzione sociale: è il trait-d’union tra società e partito. Quando in Italia si cominciano a formare le prime associazioni di uomini accomunati da una stessa finalità politica, essi comprendono l’essenzialità dell’egemonia intellettuale per il conseguimento di quella politica: nasce così l’intellettuale organico. Egli è una figura di intellettuale sostanzialmente autonomo e volontariamente legato ad un gruppo sociale (partito) nel quale svolge la funzione di diffondere l’ideologia partitica per guadagnare consensi nel sociale. Proprio la funzione che egli ricopre lo differenzia in maniera sostanziale da un intellettuale borghese, quale poteva essere il Foscolo, in primo luogo per la maggiore autonomia di cui gode ed in secondo luogo per la sua vicinanza al proletariato più che alla borghesia. Proprio l’autonomia dell’intellettuale fu terreno di scontri e dibattiti verso la metà del Novecento. Si veda in proposito la polemica tra il direttore della rivista Il Politecnico, Elio Vittorini e il segretario del Pci (Partito Comunista Italiano) Palmiro Togliatti, sorta nel 1946. Al centro di questo dibattito, era, per l’appunto, il ruolo dell’intellettuale: da un lato Togliatti a dichiarare che l’opera intellettuale dovesse essere messa al servizio della causa (cioè del partito comunista), re-interpretando in senso lato la teoria dell’intellettuale organico gramsciano e quindi identificandolo con l’intellettuale a servizio del partito; dall’altro Vittorini a sostenere l’indipendenza della cultura e del giudizio, al fine di porre sempre nuovi problemi alla classe operaia senza necessariamente prescindere da un coinvolgimento politico dell’intellettuale stesso con il partito. La vera adesione di quest’ultimo dev’essere adesione ai temi più che adesione formale e spesso acritica al contenuto: si rifiuta pertanto di suonare il piffero della rivoluzione.

L’INTELLETTUALE DELLA RETORICA O LA RETORICA DELL’INTELLETTUALE?

Circa un decennio dopo, al termine delle guerre mondiali, i mezzi di comunicazione di massa cesseranno di svolgere una funzione propagandistica per il regime ma diverranno potenti strumenti critici in mano agli intellettuali nei confronti della società. Ne è un esempio il caso dello scrittore Carlo Emilio Gadda il quale, attraverso i mass-media  metterà nuovamente in discussione il ruolo stesso dell’intellettuale. Nel 1958 viene trasmesso radiofonicamente un dramma a tre voci Il guerriero, l’amazzone e lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo da lui scritto, nel quale egli sfata definitivamente il mito dell’intellettuale che si distingue su tutti gli altri per una irreprensibile condotta morale, portando in luce gli errori e le contraddizioni di illustri personalità da Foscolo a Napoleone a Cicerone. A fronte di questa visione se ne afferma una più demistificata e realistica dell’intellettuale, pregevole seppure con quelle contraddizioni che lo rendono umano come tutti gli altri: è questa, dunque, la figura che dev’essere oggetto di analisi e di studio nella scuola moderna. Gadda rivendica perciò un ruolo critico per la cultura, in maniera simile a quanto aveva fatto Vittorini nel dibattito con Togliatti: contro l’intellettuale che fa retorica, tentando di passare per un modello di virtù ineccepibile e contro la retorica dell’intellettuale che lo celebra esattamente per quell’eccessivo virtuosismo che trapela dalle sue opere. Parallelamente la sferzante ironia di Gadda è palesata dalla figura della contessa Clorinda Frenelli, membro della classe medio-borghese, figlia di una cultura fatta di clichè e facilmente influenzabile.



Napoleone a cavallo – Jacques Louis David

 


L’INTELLETTUALE CORSARO, I MASS-MEDIA E I NUOVI VALORI

Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

 
Siamo dunque giunti nel pieno del Novecento quando si assiste ad un nuovo mutamento della figura dell’intellettuale da mediatore ideologico ad intrattenitore televisivo o esperto tecnologico. In una società ormai dominata dai mass-media nasce la figura dell’intellettuale-corsaro incarnata da Pier Paolo Pasolini: egli è colui che ,animato da un forte disprezzo nei confronti di questi, si propone di scardinare i nuovi mezzi di comunicazione dall’interno, utilizzando proprio i medesimi. Questo suo intento giustifica la scelta del cinema: attraverso questo mondo, infatti, non solo riesce ad allargare il consenso delle masse ma si vede anche, seppure in piccolo, risarcito di quella perduta funzione sociale dell’intellettuale. Pasolini è anche fiducioso nella rivalutazione degli ambienti sottoproletari, unici detentori, a suo parere, di valori elementari quali, ad esempio, la vitalità. Così si spiega il ruolo di spicco che hanno queste figure in tutta la produzione pasoliniana: ponendole in primo piano egli tenta di riportare in auge quei valori tradizionali in cui ancora crede, valori peraltro fortemente alternativi  a quelli che si vanno affermando come il potere e l’omologazione. Proprio a causa di questa adesso perfino il sottoproletario è giunto a volersi identificare con il borghese, vergognandosi del proprio ruolo di ignoranti si, ma almeno “detentori del ministero della realtà”. La lotta di Pasolini è dunque volta a salvare almeno un piccolo spazio di critica e di non-omologazione per un intellettuale che tende ormai a scomparire  e cioè quello con funzione di critico o pensatore o di mediatore ideologico in un’epoca che egli non esita a definire nuovo fascismo come scriverà in un articolo pubblicato il 9 Dicembre 1973 sul Corriere della Sera dal titolo Sfida ai dirigenti della televisione.

LO SCIENZIATO NEL NOVECENTO: IL SAGGIO

Galileo davanti all’inquisizione – Cristiano Banti

 
In virtù di questa analisi è emerso come nel Novecento l’intellettuale non sia più una categoria identificabile solo con la classica figura del “dotto” che si consuma sui libri bensì “intellettuali” siano ormai scrittori,giornalisti,registi e scienziati. Come ne “I fisici” di  Dürrenmatt, il problema dell’intellettuale-scienziato è discusso nel Novecento in altre due opere: La scomparsa di Majorana, romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato nel 1975 e Vita di Galileo dramma di Bertolt Brecht pubblicato in varie versioni tra il 1938 ed il 1956 . Il messaggio fondamentale che accomuna le tre opere (compresa quella di Dürrenmatt) è la libertà della scienza: essa deve essere libera dal cappio della politica e fonte, non di rovina bensì di beneficio per l’uomo. La figura dello scienziato Galilei che emerge dal dramma di Brecht è più umana e verosimile di quelle degli altri fisici. Galilei è un uomo come gli altri, e come loro gli riesce difficile pensare di sacrificarsi per tutta l’umanità in virtù del progresso scientifico: il processo che lo vedrà imputato nel 1633 dalla santa Inquisizione otterrà, infatti, la sua abiura. Proprio questa scelta che ha reso Galilei una figura fortemente contraddittoria agli occhi dell’autore, è il fulcro intorno al quale ruota il dramma. Da un lato essa può essere considerata “il peccato originale di tutte le scienze” in quanto sancisce l’assoggettamento della ricerca scientifica ai dogmi della chiesa; dall’altro fa sì che l’astronomo, comportandosi saggiamente e cioè “scendendo a patti” con la chiesa, rimanga in vita permettendogli pertanto di portare avanti il suo progetto di ricerca. Con Galilei lo scienziato ha fallito il suo compito sociale, lasciando che la scienza rimanesse elitaria ed estranea alle masse, per Brecht infatti l’intellettuale si deve fare coscienza del popolo e guidarlo.

LO SCIENZIATO DEL NOVECENTO: IL PAZZO

D’altronde, il romanzo-inchiesta del 1975 sulla scomparsa di Majorana si propone di far luce su questo mistero. L’ipotesi avvallata dallo scrittore non è quella scontata del rapimento da parte di un’organizzazione politica bensì quella della volontaria fuga di Majorana. In questo, La scomparsa di Majorana rivela alcune somiglianze con il dramma Dürrenmatt. Il fisico, secondo l’ipotesi di Sciascia, compreso il pericolo che le sue scoperte cadessero in mano al regime (fascista o nazista) che ne avrebbe fatto un uso improprio e terribile, preferì salvare l’umanità scomparendo e portandone con sé il segreto. La storia infatti volle che la bomba atomica, su cui vertevano gli studi di Majorana, non fosse poi effettivamente realizzata dalla Germania per prima ma da un progetto segreto negli Stati Uniti. Come I fisici anche Majorana rappresenta lo scienziato del Novecento che, conscio del potere della scienza e dell’amoralità estrema raggiunta dai governi contemporanei, si fa salvatore dell’umanità corrotta grazie al suo spiccato senso di responsabilità. Nonostante quanto detto, ecco come parla Fermi, collega di Majorana:

Ettore Majorana (1906-1938)

 
“Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango […] c’è anche gente del primo rango […]. Ma poi ci sono geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso.”. Allora viene naturale chiedersi, alla luce degli enormi disastri di impatto mondiale creati dalla scoperta della bomba atomica e dal suo devastante effetto che ha fatto milioni e milioni di vittime: cosa sarebbe successo se davvero il nostro fisico catanese fosse stato un dissennato?

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Appunti su: differenza figura dello scienziato brecht durrenmatt, Monologo interiore nella scomparsa di Majorana,







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