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Etica: definizione, nozioni ed applicazione aziendale




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Etica: definizione, nozioni ed applicazione aziendale[1]



All’inizio degli anni Settanta si sviluppò, negli Stati Uniti, un dibattito che aveva come oggetto l’etica applicata.

Essa rappresentava un insieme di principi, di norme e di finalità morali relativi ad ambiti particolari dell’esperienza umana. Si cominciò così a discutere di etica dell’ambiente, di etica delle professioni, di bioetica e di etica degli affari, con l’intento di promuovere una riflessione di tipo morale non a carattere generale o fondamentale, ma strettamente agganciata a problematiche particolari, spesso assolutamente nuove.

L’esigenza era quella di applicare i principi etici generali a situazioni, casi ed ambiti concreti. Tale esigenza, in realtà, non era particolarmente nuova: la stessa riflessione morale ha dentro di sé una finalizzazione pratica ed applicativa, anche se il modo di concepirla è stato molto differente nelle varie epoche storiche, ora valorizzandola ora sottovalutandola.

Certo è che nella nostra epoca il rapido sviluppo della ricerca scientifica e del progresso tecnologico ha profondamente modificato le condizioni di vita dell’uomo. Pertanto l’etica applicata è nata come tentativo di raccogliere la sfida di questo sviluppo tecnico scientifico, con la consapevolezza della difficoltà di affrontare adeguatamente problemi morali del tutto inediti. La riflessione etica è stata così invitata ad assumere nuovi punti di vista interdisciplinari nei quali competenze e sensibilità molteplici e diversificate sono chiamate ad integrarsi reciprocamente.

Si è pertanto creato un nuovo ambito di trattazione etica, quello che coniuga, sia nel senso della ricerca che in senso formale, la finalità morale e la scienza tecnologica.

Tale nuovo scenario richiama da un lato la necessità di affermare la non adeguatezza del pensiero etico filosofico classico per spiegare ed interpretare il mondo nuovo, dall’altro la settorializzazione degli ambiti applicativi in cui sembra suddivisa la realtà dell’individuo.

Prescindendo da un giudizio generale sull’evoluzione sociale dell’ultimo secolo e sulla necessità di studiarla ex novo da parte dell’etica, si può tuttavia facilmente individuare nei fondamenti dell’etica classica quei principi di base ancora fortemente utilizzabili per lo studio dell’uomo e della sua natura.

Che cos’è il dovere? Che cos’è la giustizia? Cos’è il bene? Che rapporto c’è tra la vita morale e la felicità? Quali sono le motivazioni che ci spingono ad agire in un modo piuttosto che in un altro?

Ci sono dei criteri che possono orientarci ed essere seguiti quando ci troviamo a scegliere in condizioni di difficoltà o incertezza?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi inerenti alla riflessione etica e a cui essa ha cercato nel corso dei secoli di dare risposta. Sono interrogativi che affiorano, più o meno esplicitamente, dalla esperienza quotidiana e a cui alcune personalità, da Socrate in poi, hanno cercato di fornire razionali ed adeguate argomentazioni[2].

In greco ethos significa “comportamento, costume” e fu proprio sulla base di questo significato che Aristotele coniò l’espressione di ethike theoria per individuare quel tipo di sapere che ha per oggetto di indagine la prassi dell’uomo (praxis come agire).

Partendo dalla concezione platonica per cui il Bene è ciò che viene perseguito da ogni persona e che costituisce il fine di ogni nostra azione[3], Aristotele cercò di mettere a punto una definizione della relazione tra il sommo bene (o bene assoluto) ed il bene per l’uomo, cercando di rispondere alla domanda: cos’è il Bene?

“Comunemente si ammette che ogni arte esercitata con metodo e, parimenti, ogni azione compiuta in base a una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si afferma che il bene è ciò cui ogni cosa tende.”[4] Il problema fondamentale dell’etica aristotelica è di definire che cosa sia il bene in generale e per l’uomo in particolare. Il punto di partenza per Aristotele è infatti la definizione di bene, considerato come fine verso cui tutto tende, cioè come fine alla cui realizzazione è diretto il processo evolutivo di ogni cosa che diviene.

Tuttavia risulta difficile dare una definizione di bene. Per questo l’uomo secondo Aristotele deve esercitarsi nell’individuare limiti e caratteristiche di questo oggetto. Politica è il nome che egli dà a questo esercizio, alla scienza cioè che si propone di dare una risposta a questa ricerca e che si occupa dell’uomo in quanto essere capace di agire, consapevolmente e liberamente in vista di un fine[5].

Si pone così per primo il rapporto tra etica e politica come esercizio, indispensabile per comprendere l’intera definizione aristotelica di etica. Si tratta, quindi, di vedere quale sia il rapporto tra individuo e stato, tra uomo e cittadino, e per esteso tra individuo e collettività, tra bene  in senso morale e bene in senso politico.

Per Aristotele l’animo dell’uomo ha in sé due componenti: una irrazionale, che egli definisce “desiderio”, ed una più razionale dalla quale prendono forma le virtù dell’uomo, saggezza e sapienza[6]. L’uomo è chiamato a realizzare se stesso agendo secondo virtù, nella ricerca della felicità, vero bene dell’uomo.

Le virtù umane definite come etiche derivano dall’esercizio e dall’abitudine di ripetere determinati atti: così ad esempio non basta un singolo atto di coraggio per definire coraggioso un uomo, ci vuole piuttosto l’abitudine ad agire coraggiosamente nelle situazioni e nelle circostanze più disparate[7]. Il punto di partenza della riflessione etica dell’uomo deve essere quindi quello del significato della vita buona: l’uomo deve tendere alla felicità e uno dei suoi requisiti fondamentali è la compiutezza della sua stessa vita.

Egli è quindi responsabile del suo proprio agire. Aristotele definisce così l’importanza delle virtù nell’agire umano. La realizzazione di sé, che conduce alla felicità, si dà attraverso la formazione del proprio carattere e quindi attraverso l’esercizio di quelle virtù etiche, come giustizia, coraggio e temperanza, che sostenute dalla virtù razionale della saggezza pratica consentono all’uomo di condurre una vita moralmente buona distinguendo ciò che è bene ed evitando il male.

L’agire secondo saggezza e illuminati dalla razionalità è condizione imprescindibile per arrivare ad una vita moralmente giusta che tenda alla felicità.

Questo implica la necessità per l’uomo di essere virtuoso: ”l’uomo felice è colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esterni non in un qualunque periodo di tempo, ma in una vita completa”.[8]

Nel suo agire quotidiano l’uomo ha quindi bisogno di una serie di beni esteriori, tra i quali Aristotele fa rientrare oltre agli oggetti materiali anche una serie di “risorse” come le persone e le loro aggregazioni.

Questi beni risultano necessari per il raggiungimento della felicità e della compiutezza, ma non sufficienti essendo solo la virtù elemento sufficiente per una vita morale. Aristotele si presenta così come il primo filosofo ad aver indagato e descritto in maniera dettagliata e persuasiva la filosofia etica. I capisaldi della sua analisi filosofico-antropologica rappresenteranno la base di tutto il pensiero etico successivo, in particolar modo nel periodo medievale con lo sviluppo della dottrina patristica. Ben chiari risultano nella sua filosofia gli attributi che l’uomo deve possedere per condurre una vita virtuosa. Sottolineando la sufficienza di una condotta pratica secondo virtù, egli infatti mette in evidenza la supremazia della virtù razionale sulla materia. I beni, così come una buona fortuna, sono necessari all’uomo nel suo percorso verso la felicità ma non possono da soli condurre ad una vita moralmente virtuosa. Questo spunto di enorme importanza divenne centro di argomentazioni per i successivi secoli, legato com’è al dualismo oppositivo tra Essere e oggetto, tra volontà e piacere, fino ad assumere rilevanza nel rapporto uomo-Dio in S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino.

Il postulato secondo cui la ragione, tramite la volontà, guida l’uomo più della materia, divenne tema principale nel Medioevo per affermare la superiorità dell’anima sul corpo, del divino sul terreno, dello spirito sulla materia.

Tale razionalità altresì è ciò che più avanti, in Kant, diventerà il soggetto in grado di leggere con chiarezza il senso della legge morale, giungendo al riconoscimento dell’imperativo categorico[9].

E’ dunque l’uomo per Aristotele il vero motore della riflessione morale, solo lui può giungere all’eudaimonia, felicità, senso e fine della vita.

In esso è riposta la capacità di giungere a tale fine, sottostando alla virtù razionale e servendosene allo stesso tempo. La volontà dell’uomo viene posta così al centro del suo stesso agire, definendo il senso e le possibilità di riuscita. Da qui in poi, l’uomo, con la sua volontà, sarà sempre al centro dell’agire etico e delle sue leggi morali.

Da questo momento in poi il dibattito etico si concentra sulla possibilità per l’uomo di discernere rettamente le leggi morali ed individuare il miglior modo di seguirle.

Aristotele quasi a conclusione della sua Etica Nicomachea fa anche un breve excursus sulla importanza dell’amicizia[10]. Proprio partendo dal tentativo di spiegarne la necessità, egli introduce il tema delle aggregazioni: “due che marciano insieme, infatti, hanno una capacità maggiore sia di pensare sia di agire”[11]. Partendo da questo presupposto Aristotele sviluppa ulteriori considerazioni relative alla riflessione morale, non più e non solo in ambito individualistico ma nella complessità degli aggregati di individui. A questo tema Aristotele fa solo un breve cenno, concentrando tutto il suo pensiero sulle capacità pragmatiche dell’uomo in generale. Ma proprio da questo cenno nacque nei secoli successivi una fiorente letteratura che in molti casi si è strettamente intrecciata agli studi sociologici. Il valore delle affermazioni aristoteliche è infatti tutt’oggi evidente nel pensiero di molti studiosi ed in particolar modo in MacIntyre che, coniugando l’agire individuale e l’aggregato sociale, sottolinea come l’agire dell’uomo può definirsi giusto indipendentemente dal fatto che egli possa vivere in una società con strutture istituzionali e sociali profondamente giuste; e viceversa può essere ingiusto anche se ha la fortuna di vivere in società giuste.

Così egli suggerisce, sull’esempio di Aristotele, di valorizzare le tradizioni collettive e le diverse forme di comunità, comprendendo le famiglie, le associazioni di varia finalità, le categorie professionali, le imprese, nell’ambito delle quali possono svilupparsi le virtù morali individuali dell’uomo[12].



Aristotele risulta senza dubbio essere stato il primo ad occuparsi di etica in ambito generale e filosofico in maniera così dettagliata. A lui si deve infatti il contributo più serio e corposo di descrizione della morale e della sua importanza nella vita dell’uomo. Il significato sociale di bene comune, inteso aristotelicamente come ciò cui ogni azione tende, permea di sé i comportamenti dell’individuo, preso sia singolarmente che in tutte le sue forme associative.

Parlare di etica significa rifarsi al lungo e impegnativo dibattito sulla giustizia delle azioni, nonché all’infinito studio su cosa sia bene e cosa sia male.

Proprio in questo contesto si può comprendere la definizione di morale come insieme di norme e consuetudini che regolano la vita pubblica.

In ambito sociale, infatti, l’individuo tende ad aggregarsi in gruppi differenti[13], più o meno spontanei, che hanno l’obiettivo di rispondere ad esigenze interne ed intimistiche oppure esterne e razionali. In sociologia[14] si definisce gruppo un insieme di persone che interagiscono le une con le altre in modo ordinato sulla base di aspettative condivise riguardanti il reciproco comportamento. Dato che gli esseri umani sono fondamentalmente animali portati a cooperare, i gruppi rappresentano una componente vitale della loro struttura associativa.

Essi si formano e si trasformano costantemente: non è necessario che siano autodefiniti e spesso, anzi, sono identificabili solo dall’esterno. Le aggregazioni di esseri umani si possono variamente codificare, sebbene la ripartizione più seguita dalla sociologia è quella che si basa proprio sul tipo di relazione. In base a tale criterio si hanno quindi i gruppi primari composti da “un numero di persone superiore a due” che interagiscono per un periodo di tempo relativamente lungo sulla base di rapporti “faccia a faccia”.

Di questi gruppi il più noto esempio è senza dubbio la famiglia. Esistono poi i gruppi secondari che sono composti da individui che interagiscono su basi temporanee, anonime ed impersonali. I membri non si conoscono personalmente o si conoscono solo in relazione a particolari ruoli formali, prescindendo dall’essere persone nella loro completezza. Solitamente questi gruppi conseguono finalità specifiche e sono meno emotivamente impegnati. Di questo secondo gruppo fanno parte aziende, partiti politici e burocrazie statali. Così inquadrata l’impresa si presenta come un aggregato di individui che si sono uniti spontaneamente con una finalità comune, escludendo così l’aspetto personale ed emozionale. L’azienda, quindi, si presenta come un organismo spontaneo razionale che tende ad una strutturazione. Nel 1965 lo psicologo sociale Bruce Tuckman propose un modello di evoluzione della vita dei gruppi in cinque fasi successive sequenziali, tra le quali la strutturazione ha un ruolo principale nel rapporto individuo-gruppo[15]. In questa fase infatti i membri del gruppo si accettano vicendevolmente e sviluppano delle norme di gruppo alle quali tutti si sentiranno impegnati[16].

La coesione del gruppo definisce il livello di solidarietà fra i membri ma anche la condivisione delle norme e soprattutto il senso di appartenenza. Seguendo la teoria della social cognition[17] (teoria della percezione sociale), ogni individuo percepisce in maniera differente la propria partecipazione al gruppo. In questo senso l’azienda può generare nell’individuo una partecipazione per identificazione che può prescindere dalla condivisione e somiglianza di idee o bisogni, introducendo una motivazione più inconscia.

La differenza con la motivazione di semplice somiglianza è nel meccanismo psicologico che entra in gioco e determina la scelta. Molti individui aspirano infatti ad appartenere a gruppi che hanno un’identità specifica e che rappresentano uno status socialmente desiderabile. Entrare a far parte del gruppo, quindi, può rappresentare per talune persone realizzazione, successo, prestigio.

In tal senso l’azienda, come aggregato spontaneo razionale in cui l’individuo può realizzare parte del suo essere, sembra rispondere ad alcuni dei bisogni umani già chiaramente esposti da Maslow[18].

L’azienda si presenta quindi come una delle possibili aggregazioni razionali e spontanee tra esseri umani. L’individuo che ne fa parte non può mai dimenticarne, conseguentemente, caratteristiche e finalità. Riprendendo la definizione zappiana, l’azienda è un “istituto economico, atto a perdurare, che per il soddisfacimento dei bisogni umani, ordine e svolge in continua coordinazione la produzione, o il procacciamento ed il consumo della ricchezza”[19].

Considerando in senso ampio ed allargato la finalità dell’azienda, si potrebbe dire che come istituto l’azienda non solo mira al soddisfacimento di bisogni di tipo maslowiano di tutti coloro che partecipano ad essa, ma soddisfa anche bisogni esterni, rintracciabili nell’ambiente-mercato.

In questo senso, come aggregato di individui orientati ad un unico scopo, l’azienda ha in sé un’etica che chiameremo “di costituzione”, risultato dell’insieme dei comportamenti etici degli individui che la compongono, ed un’etica “di organismo”, come insieme delle regole che essa deve darsi, come nuovo soggetto, aggregato di individui che agisce ed opera al suo esterno.

Come struttura di nuova nascita, l’azienda porta con sé tutti i pregressi ruoli sociali degli individui che la compongono. Questo assieme di ruoli e comportamenti sono legati all’attività d’azienda stessa da un forte legame a doppio senso. Così come l’individuo incide con il suo comportamento sul comportamento della società, così l’azienda come organismo con il suo insieme di norme comportamentali ed esecutive, influirà a sua volta sul singolo individuo, non solo relativamente al suo comportamento interno all’azienda stessa, ma anche all’esterno nei suoi altri ruoli sociali.

Brunetti e Coda nel loro testo di introduzione all’economia aziendale accennano alla piramide dei bisogni di Maslow trattando proprio di uno degli aspetti fondanti, costitutivi dell’azienda: l’assetto organizzativo. “Ciascuna persona in una data fase della propria vita sente con intensità i bisogni di una certa classe; di mano in mano che tali bisogni sono soddisfatti, diventano critici quelli della classe successiva”[20]. Per la generalità delle persone operanti nei “sistemi economici progrediti” si possono considerare come soddisfatti i bisogni dei primi due livelli: bisogni fisiologici e bisogni di salvezza, sicurezza e protezione. Risulta così evidente il perché della aumentata attenzione all’etica dell’impresa come soggetto: perché proprio tramite la normazione del comportamento delle azioni dell’azienda, si può valutare come elementi costitutivi dell’impresa stessa (vedi assetto organizzativo) arrivino ad essere fondamentali e fondanti della vita delle persone che la compongono, in vista del soddisfacimento delle altre classi di bisogni maslowiani.

Questo è sicuramente un punto di contatto forte tra il primo pensiero aziendalistico, che rivolge all’istituto tutta la sua attenzione, ed il pensiero sociologico, che partendo dall’individuo come singolo giunge all’istituto aggregante dell’azienda stessa. Non si può dimenticare del resto che proprio la nascita del pensiero economico si deve a studiosi dell’assetto sociale e che proprio studiando le caratteristiche dell’individuo ed il suo comportamento nelle varie aggregazioni di cui fa parte, si è sviluppato in nuce un primo tentativo di esplicazione etica dell’azienda. Vero punto di svolta nello studio delle aggregazioni sociali e dell’economia è indubitabilmente la rivoluzione industriale. In quell’epoca i forti progressi tecnologici hanno generato una totale revisione della compagine sociale, con conseguente rivisitazione dei concetti etici applicati alla nuova realtà. A tal proposito estremamente importante e faro di riferimento è la Teoria dei sentimenti morali di A. Smith[21].

In quest’opera Adam Smith analizza il ruolo di un comportamento morale al fine di definire regole generali di etica. Tale punto di vista gli derivava innegabilmente dallo studio di Hutcheson[22], il quale era convinto della necessità di una ricerca dei principi generali dell’etica in una prospettiva tesa a fare valere l’ottica dei sentimenti di approvazione o disapprovazione, suscitati da un’azione in un osservatore. Per Smith il carattere virtuoso non era nient’altro che quello di colui il cui comportamento è ispirato a sentimenti considerati o appropriati alla situazione o meritevoli di lode da parte di un immaginario spettatore esterno, imparziale e ben informato. Evitando di addentrarci sulla disamina dell’importanza del comportamento simpatetico e dei rapporti tra Hume e Smith[23], è giusto invece focalizzare l’attenzione sul contesto nel quale Smith ha sviluppato questa sua visione etica. Il quadro d’insieme era quello della connessione tra società commerciale, che allora andava via via sviluppandosi, e virtù pubbliche, già al centro delle riflessioni di Mandeville[24]. In particolare il problema che egli voleva affrontare era quello della conciliazione tra i valori peculiari, egoistici ed “affaristici” della società commerciale ed un comportamento virtuoso. Ci si chiedeva se le trasformazioni sociali ed economiche mercantilistiche stessero segnando la fine della virtù, o piuttosto affermassero la nascita di virtù pubbliche del tutto nuove. Questa seconda strada fu quella scelta da Smith, in continuità con Hume, affermando che la nascita di una nuova società aveva fatto tramontare le virtù guerriere delle società antiche permettendo il consolidamento di condizioni ideali per lo stato medio della vita. Il tema della “mano invisibile”, comunemente relegato nell’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni[25], viene invece introdotto da Smith proprio nella Teoria dei sentimenti morali al fine di sostenere che i ricchi sono da essa spinti a realizzare una distribuzione dei beni necessari per la vita per favorire gli interessi della società nel suo complesso. La condotta umana risulta così complessiva ed ingloba anche quella economica: i principi che guidano l’uomo nella morale, nella politica, nel diritto e nell’amministrazione sono gli stessi che devono guidarlo nelle scelte economiche. L’unicità dell’uomo in tutte le sue manifestazioni, siano esse morali, di diritto o economiche, è l’idea base sulla quale sono state costruite tutte le teorie economiche di Smith. Ed un forte richiamo a questa consapevolezza è venuto, in tempi più recenti, anche da Amartya Sen, che più volte ha insistito sui limiti di una teoria della condotta umana che guarda solo alle motivazioni interessate ed egoistiche, ritenendola inadeguata anche sotto il puro profilo economico[26].




In questo senso si coglie appieno l’importanza dell’individuo nell’istituto economico aziendale. Infatti, spinto dal suo interesse a soddisfare alcuni suoi bisogni, egli ha utilizzato ed utilizza la capacità di aggregazione propria dell’essere umano al fine di raggiungere degli obiettivi altrimenti impossibili per un singolo.

Si è affermato così un capitalismo in cui la produzione di merci con la sua complessità lavorativa era in un primo momento motore e guida. È chiara l’evoluzione che è stata seguita dall’impresa con il passare degli anni e il mutare delle epoche storiche. Dalla creazione e scambio di merci al puro fine di soddisfare i propri bisogni si è giunti allo svolgimento di attività al solo fine di lucro. Il perseguimento del profitto ed il perenne obiettivo di crescita hanno snaturato il principio originario di azienda, facendone un mezzo per arrivare a più grandi e spesso più facili ricchezze. Le lotte sindacali, il mutamento della società esterna e le crisi cicliche in tutti i settori hanno di volta in volta modificato il comportamento dell’impresa. Questi fattori esogeni sono stati spesso percepiti come coercizioni che spingevano le aziende a scelte obbligate. Queste si sono inoltrate sul terreno del massimo profitto raggiungibile, identificando in esso il punto di forza capace di far loro superare tutte le avversità esterne. Così facendo l’azienda ha però dimenticato il suo essere istituto, percependosi via via maggiormente come soggetto terzo rispetto agli individui che le compongono. Il discusso obiettivo della crescita infinita[27] ha condizionato buona parte dell’evoluzione della azienda nella storia. L’attività tesa al vantaggio competitivo ad ogni costo conduce ancora il management a scelte di business basate su crescita dimensionali e alti margini. L’individuo/stakeholder risulta schiacciato dalla volontà di questo terzo soggetto che ne annichilisce talvolta la volontà.

La storia dell’azienda nelle sue evoluzioni ha seguito ovviamente anche l’evolversi delle teorie economiche a partire dal primo capitalismo, più concentrate sugli aspetti sociali ed umanitari delle istituzioni, fino a quelle di fine XX secolo più concentrato sulla creazione di nuovi bisogni nel consumatore al fine di poter allargare i mercati e sostenere la crescita. In questi termini si è giunti, come detto, fino ad una progressiva dimenticanza dei fini di base e delle caratteristiche costitutive dell’azienda stessa, esaltando unicamente un liberismo, che basandosi su logiche di apertura dei mercati e sul principio della mano invisibile ha spinto l’azienda ad interessarsi solo all’aspetto di creazione dei profitti.

Così facendo, l’individuo che ad essa partecipa riconosce come creatori di valore soltanto quegli elementi-oggetti che hanno o sono suscettibili di avere un prezzo.

Lorenzo Caselli giunge conseguentemente a questa riflessione: “ se lo scopo unico dell’attività economica è l’arricchimento e un affare si prospetta vantaggioso, perché non perseguirlo? L’uso sociale del denaro si annulla nel circuito perverso della produzione di denaro a mezzo di denaro.[28]

L’azienda si trova così di fronte ad una strada senza uscita, in cui l’obiettivo del profitto assorbe tutto, distruggendo persino le caratteristiche operative dell’azienda stessa. L’etica applicata all’impresa diventa strumento per scardinare questa paralisi. “L’etica non consiste nel porre vincoli o proibizioni ma nell’offrire criteri e orientamenti in vista del bene della persona nelle sue dimensioni individuali e comunitarie. Essa pertanto non è un qualcosa di sovrapposto rispetto all’operare dell’uomo, ma bensì esigenza intrinseca dell’operare stesso”[29].

Ma proprio in considerazione di questo fine si impone la necessità di concentrarsi sull’unico soggetto in grado di rendere l’etica un fattore di valore per l’azienda: l’uomo.



[1] ETICA: s.f. 1 Parte della filosofia che ha per oggetto la determinazione della condotta umana e la ricerca dei mezzi atti a concretizzarla. 2 Insieme delle norme di condotta di una persona o di un gruppo di persone.

MORALE: A agg. Che concerne le forme e i modi della vita pubblica e privata, in relazione alle categorie del bene e del male. B s. f. 1 Parte della filosofia che studia i problemi relativi alla condotta dell’uomo. 2 Complesso di consuetudini e norme che regolano la vita pubblica e privata . N. Zingarelli,  Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli, Milano 2002

[2] La riflessione etica è stata infatti esercitata, nella storia del pensiero Occidentale, principalmente dai filosofi. Costoro furono i primi, a partire dall’Atene del V sec a. c., a porsi una serie di interrogativi che avevano come oggetto l’ambito della prassi umana, colta nella molteplicità delle sue espressioni, da quelle di carattere più personale a quelle più direttamente collegate all’esperienza sociale, giuridica e politica. Siffatta riflessione prese il nome di filosofia morale o etica filosofica. Per una storia dell’etica si vedano J. Rohls, Storia dell’etica, Il Mulino, Bologna 1995; L. Casini, M. T. Pansera, Istituzioni di filosofia morale, Meltemi, Roma 2003 e A. Da Re, Filosofia morale, Bruno Mondadori, Milano 2003.

[3] Platone, Filebo, Bompiani, Milano 2000 pagg. 76-77

[4] Aristotele, Etica nicomachea, Bompiani, Milano 2005, pag. 51

[5] “Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello, e se non non scegliamo ogni cosa in vista di un’altra […] è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo. E non è forse vero che anche per la vita la conoscenza del bene ha un grande peso, e che noi, se, come arcieri, abbiamo un bersaglio, siamo meglio in grado di raggiungere ciò che dobbiamo? Se è così, bisogna cercare di determinare, almeno in abbozzo, che cosa mai esso sia e di quale delle scienze o delle capacità sia l’oggetto. Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è manifestamente, la politica”. Aristotele, Etica nicomachea, Bompiani, Milano 2005, Pagg. 53-54

[6] Aristotele, Etica nicomachea, Bompiani, Milano 2005, Pagg. 63-57

[7] Aristotele, Etica nicomachea, Bompiani, Milano 2005, Pagg. 87-90

[8] Aristotele, Etica nicomachea, Bompiani, Milano 2005, Pag. 77

[9] E. Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari 2001

[10] Si veda Aristotele, Etica nicomachea, Bompiani, Milano 2005, LibriVIII e IX, Pagg. 299-369

[11] Aristotele, Etica nicomachea, Bompiani, Milano 2005, Libro VIII pag. 299 riprendendo e citando Omero, Iliade, Libro X pag. 224.

[12] Sul pensiero di MacIntyre si vedano A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Feltrinelli, Milano 1987; A. MacIntyre, Animali razionali dipendenti. Perché gli uomini hanno bisogno delle virtù, Vita e Pensiero, Milano 2002

[13] Sulla organizzazione ed aggregazione si veda N. Luhmann, Organizzazione e decisione, Bruno Mondadori, 2005; N. Brunsson, The irrational Organisation: Irrationality as a basic for organisational action and ch’ange, Chichester,  1985; A. Giddens, Capitalismo e teoria sociale. Marx Durkheim, Weber, Il saggiatore, Milano 2002

[14] I riferimenti alla definizione di gruppo e alla distinzione tra gruppi primari e secondari sono tratti da A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli, Corso di sociologia, Il Mulino, Bologna 2007, pag. 88. A tale proposito si vedano anche F. Crespi, Introduzione alla sociologia, Il Mulino, Bologna 2002 e dello stesso autore, Il pensiero sociologico, Il Mulino, Bologna 2002.



[15] B. Tuckman, M. A. C. Jensen, Group and Organisational Sites, in Stages of small group development revisited, 2, 1965, pagg. 419-427.

[16] Successivamente a questa fase viene a sparire la conflittualità interna ai membri del gruppo e con le fasi successive di “attività e aggiornamento” il gruppo può tendere alla sua finalità analizzando razionalmente modus operandi e risultati ottenuti. Sulla teoria di Tuckman si veda inoltre B. Tuckman, Theories and applications of Educational Psychology, Mc Graw-Hill, New York 1996.

[17] L. Castelli, Psicologia sociale cognitiva. Un’introduzione., Laterza, Bari 2004

[18] La famosa piramide di Maslow, concepita nel 1954, rappresenta la gerarchia dei bisogni o necessità. Tale scala è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari ai più complessi, passando attraverso i quali l’individuo realizza la propria personalità. I livelli individuati dallo studioso newyorkese sono:

- bisogni fisiologici

- bisogni di salvezza, sicurezza e protezione

- bisogni di appartenenza (affetto, identificazione)

- bisogni di stima, prestigio e successo

- bisogni di realizzazione di sé (realizzazione della propria identità e occupazione di una posizione soddisfacente nel gruppo sociale). A. Maslow, Motivation and Personality, Harper, New York 1954, ripreso in G. Airoldi, G. Brunetti, V. Coda, Economia aziendale, Il Mulino, Bologna 1994

[19] G. Zappa, La nozione di azienda nell’economia moderna. Il risparmio, anno II, n. 8, agosto 1954, pagg. 1255-1278, pubbl. anche da Giuffrè, Milano, 1954.

[20] G. Airoldi, G. Brunetti, V. Coda, Economia aziendale, Il Mulino, Bologna 1994 pag. 450

[21] A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, BUR, Milano 2001

[22] Sulla teoria etica di Hutcheson e la sua incidenza sull’Illuminismo si vedano: T. D. Campbell, Francis Hutcheson, Father of the Scottish Enlightenment, in The Origin and nature of the Scottish Enlightenment, a cura di R. H. Campbell e A. S. Skinner, editore J. Donald, Edimburgo 1982; J. Moore, The two systems of Frencis Hutcheson: on the Origin of the Scottish Enlightenment, in Studies in the Phylosophy of Scottish Enlightenment, a cura di M. Stewart, Claredon Press, Oxford 1990.

[23] Nella stesura della Teoria dei sentimenti morali, Smith ha subito il fascino del pensiero di Hutchenson che aveva insegnato nella stessa Università di Glasgow. In particolare tra Hutchenson e Hume vi era stato un lungo dibattito dai toni accesi relativamente alla teoria etica. Smith aveva ripreso tutte le considerazioni sull’etica già espresse da Hume che non avendo ruoli accademici, al contrariodi Hutchenson, era riuscito a spingere il dibattito su terreni più estremi. Naturalmente Smith si proponeva di superare le posizioni di Hume, in modo da creare una teoria che fosse più generica e proponesse regole e norme applicabili ad ogni circostanza. Per fare questo aveva analizzato le idee di Hume cercando di superarle una alla volta nel dettaglio. Così a partire dai criteri etici dell’uomo sociale, al ruolo dello spettatore imparziale, fino alla definizione del comportamento simpatetico Smith aveva ripreso, confutato e superato le teorie di Hume. Per un quadro completo sui rapporti Smith-Hume si vedano D. Hume, Trattato sulla natura umana, BUR, Milano, 2001 e A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, BUR, Milano, 2001 (testo e prefazione).

[24] Con l’apparire dell’era industriale, variano i rapporti che costituiscono la società. Varia conseguentemente anche la percezione che l’uomo ha di sé e delle sue potenzialità. Ben colta è questa nuova idea dell’uomo industriale nella Favola delle Api di Mandeville.

Bernard de Mandeville cercò in questo scritto in versi di rappresentare la nuova società capitalistica industriale, esaltandone la continua tendenza all’accumulazione.

Tale presupposto viene anzi meglio spiegato con la finalità ultima dell’accesso al denaro per la soddisfazione dei propri vizi privati. La società capitalistica risulta così auto alimentata dai flussi di denaro che essa stessa genera per i suoi partecipanti e che questi utilizzano per il soddisfacimento dei propri vizi.

Tutto il sistema si regge così sulla superiore capacità di spesa e sulla quantità effettiva di denaro che viene scambiato per i vizi. Così quando l’alveare torna ad essere virtuoso, il sistema si ridimensiona e prosegue la sua vita ad un livello di consumo più basso.

Nella sua esposizione della vita sociale capitalistica, Mandeville risente molto dell’impostazione patristica ed in parte kantiana che associa piacere a merce e merce a materia, definendo il tutto nel vizio. La volontà risulta tuttavia essere sempre al centro dell’agire umano, in questo caso deviato al vizio con connotazione morale negativa ma impatto sociale positivo. B. Mandeville, La favola delle api, Laterza, Bari, 2003

[25] La separazione, fatta per anni, delle teorie economiche di Smith dalle sue teorie morali, fu un’operazione arbitraria compiuta dalla scuola utilitarista e welfarista per sostenere le proprie tesi. A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Milano 1989

[26] A. Sen, Etica ed economia, Laterza, Bari 2005.

[27] Sul tema della decrescita si veda S. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino, 2008 e La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2006; P. Cacciari, Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità. Cantieri Carta/Intra Moenia, Roma/Napoli, 2006.

[28] L Caselli, Il profitto dell’impresa nelle relazioni fra etica ed economia, in Etica d’Impresa, a cura di G. Rusconi e M. Dorigatti, FrancoAngeli, Milano 2005 pagg. 71-88

[29] Ibidem.

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