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Dalla condizione di genitore all’identità genitoriale




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Dalla condizione di genitore all’identità genitoriale

1 Genitorialità come funzione autonoma e processuale

Dalla genitorialità non ci si può mai dimettere…..



A partire da Winnicott (1957) e in accordo con vari altri autori, abbiamo più volte indicato la genitorialità alla stregua di un “mestiere” che, con l’esperienza, la formazione e una riflessione critica sulle azioni e sui pensieri sottesi può essere perfezionato, modificato, trasformato. Mutuando dai numerosissimi contributi passati in rassegna abbiamo altresì constatato che sovente la genitorialità viene intesa nei termini di funzione o, meglio, di insieme di funzioni e competenze processuali, quasi a sottolinearne la plasticità e la dinamicità evolutiva che si interseca, parallelamente, all’evoluzione dell’essere umano nel suo esistere.

A   nostro   parere,  tuttavia,  la   genitorialità  connota   soprattutto  un   costrutto

antropologico che eccede gli elementi definitori variamente addotti dalla letteratura in quanto, a differenza di qualsiasi altro mestiere (o funzione, o condizione, o ruolo), da esso non ci si può mai dimettere. Crediamo, infatti, che il costrutto specifico abbia a che fare con il senso del Sé, con lo sviluppo dell’identità personale e che quelle funzioni e competenze specifiche poste in atto da individui solitamente adulti nello svolgere il “mestiere” di genitore, vadano a qualificarne la manifestazione sociale, pubblica, popolare: “la genitorialità è per l’adulto uno degli aspetti fondamentali dell sviluppo dell’identità: essa si fonda sul ruolo genitoriale ma al tempo stesso lo trascende e si sostanzia della relazione con un elemento terzo: il figlio” (Greco e Rosnati, 2006, pag. 117). Per questo motivo, pensiamo che una volta assunto, il “mestiere” di genitore non possa essere cambiato, come solitamente accade con qualsiasi altro ruolo sociale o mestiere; ciò che invece può cambiare è il livello di consapevolezza rispetto a se stessi “in quanto genitori”, la possibilità di perfezionarne le modalità espressive, la possibilità di rendere autentica la propria esistenza dipanando  discrepanze tra  il dentro (il sé  personale) ed il fuori (il sé sociale), nel riconoscimento e nel rispetto del diritto di espressione del sé dell’altro (il figlio). Con ciò non intendiamo dire che la prerogativa dell’essere genitore è data per decreto o per nascita ma che la funzione di “guida normativa e di contenimento affettivo” (Iori, 2012) che da adulti verrà proferita nei riguardi dei propri figli, inizia a costruirsi sin dai primissimi scambi con l’ambiente, sin dalla  nascita e  – per gli studiosi di psicologia perinatale – ancor da prima, considerando detto ambiente di scambio relazionale già quello uterino (Righetti e Sette, 2000; Righetti, 2005). L’assetto intersoggettivo entro cui si instaura la prima e fondamentale relazione educativa necessaria allo sviluppo psico-fisico dell’individuo e formazione del Sé, nella nostra concezione culturale collima con quella rete sociale che chiamiamo “famiglia”. Ma come già visto nel precedente capitolo, la definizione di “famiglia” fa riferimento ad un costrutto ancora troppo preciso, idealizzato e delimitato entro i confini di una coppia eterosessuale con figli e, per questo motivo, appare del tutto inadeguata nel rendere conto delle varie e complesse situazioni che connotano i vari gruppi sociali definibili come “famiglia” dal momento che, in loro seno, vengono comunque  esercitate tutte  quelle  funzioni  assegnate  alla  famiglia  per  mandato sociale.

Traiamo queste considerazioni dalle discipline psicologiche, oltre che dalla pratica

psicoterapeutica, in quanto esse offrono continue e solide evidenze al fatto che l’esistenza umana – che è un’esistenza sociale in quanto, sin dal suo primo istante, non può che farsi ed essere attraverso l’altro da sé – è governata, nel bene e nel male, da interrelazioni che per gran parte del loro quotidiano dispiegarsi sono di natura genitoriale, sia che si tratti del rapporto tra sé e l’altro (genitore/figlio, insegnante/alunno, dirigente/insegnante, sacerdote/fedele, leader del gruppo dei pari/pari) che del rapporto tra sé e sé.

Le prospettive teoriche a fondamento di tale pensiero sono molteplici e prendono

origine da paradigmi gnoseologici anche intrinsecamente distanti tra loro. Ad esempio, la prospettiva psicodinamica, che qui non prenderemo in considerazione date  le  sue  ampie,  particolari specificità  ed  implicazioni  epistemologiche,  porta innumerevoli  evidenze  cliniche  alla  necessità  di  considerare  la  genitorialità  in quanto   funzione   autonoma   e   processuale   dell’essere   umano:   tale   funzione

inizierebbe a costruirsi sin dalla primissima infanzia come spazio psicodinamico e

risultante dinamica dei processi narrativi forte valenza intersoggettiva. individuali dotati, contestualmente, di Qui faremo breve cenno solamente a due visioni concettuali le quali, pur derivanti da paradigmi differenti – psicologico il primo, sociologico il secondo – ci appaiono esplicativamente congruenti nel delineare l’identità genitoriale. Si tratta (a) del modello degli stati dell’Io proprio della teoria dell’Analisi Transazionale di Eric Berne e (b) del modello di costruzione dell’identità di Margaret Archer.

2 Il modello degli stati dell’Io nella teoria dell’Analisi Transazionale di Eric Berne

Dobbiamo ad Eric Berne la teoria della personalità denominata “Analisi Transazionale” (A.T.), che chiarisce in maniera accurata ed accessibile al più vasto pubblico lo sviluppo della vita umana sin dai primordi della vita, fondandosi su dati scientifici    multidisciplinari    ed    esplicitandone    rigorosamente    le    soggiacenti dinamiche  intrapsichiche  ed  interpersonali.   L’A.T.,  specificando  gli  elementi sostanziali ed i principi del funzionamento psicologico, è anche una teoria della psicopatologia umana: da essa è derivato un modello di psicoterapia sistematica accreditato a livello internazionale, che opera sulle strategie inadeguate messe in atto dall’adulto per attivare le sue risorse e risolvere i problemi quotidiani che gli si

presentano allorché copionalmente attinge  a modalità di funzionamento infantili. Al di là dello spessore teoretico, l’A.T. si caratterizza per l’eterogeneità degli ambiti di applicabilità, che spaziano dai contesti clinici a quelli educativi, dai contesti organizzativi sino a quelli counseling, tutti accomunati dall’esigenza di comprendere le persone, le relazioni tra persone, la comunicazione tra loro.  Nel rimandare alla specifica e assai vasta letteratura da tempo presente anche in Italia, qui segnaliamo solo i testi più noti di Berne aventi carattere anche divulgativo, vale a dire Ciao! E poi? (1979), A che gioco giochiamo? (1984), Fare l’amore (1986b).

Gli stati dell’Io

Il modello che Berne ha denominato “stati dell’Io” connota l’elaborazione fondamentale nell’A.T. per spiegare la personalità umana. Gli stati dell’Io, a differenza dei costrutti astratti della psicoanalisi di Super Io, Io ed Es, sono realtà del tutto concrete di natura esperienziale e comportamentale, tanto che la presenza di uno stato dell’Io o il passaggio da uno stato dell’Io ad un altro si manifestano in cambiamenti comportamentali del tutto osservabili (Berne, 1971, pag. 23; op. or.

1961).  In  modo  schematico,  secondo  Berne  ciascun  individuo  dispone  di  tre tipologie di stati dell’Io che definì nei termini di “schema uniforme di sensazione e di esperienza direttamente collegato a un corrispondente schema uniforme di comportamento”: lo stato dell’Io Genitore, lo stato dell’Io Adulto e lo stato dell’Io Bambino, che l’individuo costantemente sperimentata come realtà effettive di un particolare stato mentale e fisico, così come vissuto originariamente. Nel suo manuale di principi per la terapia di gruppo Berne (trad. it. 1986) descrive:

▪ lo  stato  dell’Io  Genitore  come  quell’insieme  di    sentimenti,  atteggiamenti  e modelli di comportamento simili a quelli di una figura genitoriale e solitamente derivati, in termini assoluti, dalle conoscenze e dagli esempi trasmessi dai propri genitori;

▪ lo stato dell’Io Adulto come quell’insieme di sentimenti, atteggiamenti e modelli di comportamento che risultano adatti alla realtà del qui ed ora, che comincia a strutturarsi intorno ai dieci mesi, quando il piccolo può fare le prime autonome, personali esperienze grazie alla maturazione delle capacità motorie e  linguistiche;

▪ lo stato dell’Io Bambino come quell’insieme di sentimenti, atteggiamenti e modelli di comportamento che risalgono all’infanzia, rappresentando esso la parte più libera, emotiva e spontanea della personalità.

Gli stati dell’Io sono analizzabili in virtù della loro struttura e delle funzioni che esplicano (cfr. Stewart e Jones, 1990). L’analisi strutturale, che studia gli aspetti intrapsichici degli stati dell’Io e permette di analizzare il contenuto degli stati dell’Io, offre almeno due modelli che ne rappresentano le connotazioni: (a) il diagramma strutturale di primo ordine, più generale (fig. 1), (b) il diagramma strutturale di secondo ordine, più dettagliato (fig. 2). I diagrammi sono tratti da Woollams e Brown (1985).

Figura 1 – Diagramma strutturale degli stati dell’Io di primo ordine (da: Woollams e

Brown, 1985, pag. 27).

 
Stato dell’Io Genitore - Comportamenti, pensieri ed emozioni copiati dai genitori o dalle figure genitoriali

Stato dell’Io Adulto - Comportamenti, pensieri ed emozioni nei termini di risposta diretta e adatta al qui ed ora

Stato dell’Io bambino - Comportamenti, pensieri ed emozioni

riemergenti dall’infanzia

Figura 2 – Diagramma strutturale degli stati dell’Io di secondo ordine (da: Woollams e



Brown, 1985, pag. 44).

Ciascuno stato dell’Io, che appunto corrisponde ad un insieme di pensieri, emozioni e comportamenti che si verificano contemporaneamente e in modo uniforme, viene naturalmente esperito interpsichicamente ma può essere percepito in un assetto intersoggettivo attraverso caratteristici comportamenti osservabili attraverso cui si

79,80


manifesta. L’analisi funzionale degli stati dell’Io consente invece di osservare e classificare i comportamenti interpersonali nel loro farsi; detto altrimenti, il modello funzionale studia gli stati dell’Io in quanto processi (fig. 3).

Figura 3 – Analisi funzionale degli stati dell’Io (da: Woollams e Brown, 1985, pag. 47).


Genitore Normativo Negativo

Genitore Affettivo Negativo


GN-     GN+

GA-     GA+


Genitore Normativo Positivo

Genitore Affettivo Positivo


A


Bambino Libero Negativo

Bambino Adattato Negativo


BL-      BL+

BA-     BA+


Bambino Libero Positivo

Bambino Adattato Positivo


Come si vede nel diagramma di figura 3, a livello processuale:

- la suddivisione del Genitore è tra Genitore Normativo e Genitore Affettivo,

- l’Adulto non presenta suddivisioni,

- la suddivisione dell’Io Bambino è tra Bambino Adattato e Bambino Libero.

Genitore Normativo e Genitore Affettivo

Per Berne (1971, pp. 31-32), lo stato dell’Io Genitore “può agire tanto come stato dell’Io attivo che come influenza”, tanto da spiegare che nello stato dell’Io Genitore, e sotto l’influenza Genitoriale, una donna può comportarsi come si comportava sua madre o come a sua madre sarebbe piaciuto” (Berne, 1986, pag. 171).

Lo stato dell’Io Genitore può manifestarsi sia come norma (Genitore Normativo) che

come affettività (Genitore Affettivo): ambedue le attivazioni possono avere una valenza positiva o negativa. Un individuo può ad esempio agire da Genitore Normativo Positivo fornendo feedback critici basati sui propri evidenti interessi e considerazioni (per questo si chiama anche Genitore Critico Positivo) oppure ponendo confini proficui per sé e per gli altri. Agendo da una posizione di stato di Genitore Normativo Positivo l’individuo manifesta comportamenti altruistici e rispettosi dell’altro, offrendo protezione ed affetto concreti ed adeguati alla situazione e tali da promuovere e sostenere l’autonomia propria ed altrui. L’individuo sta invece agendo dal suo stato di Genitore Normativo Negativo quando esprime giudizi e sentenze denigratorie, distruttive (per questo si chiama anche Genitore Critico Negativo), non di rado in modo aggressivo o punitivo, su ciò che deve  e  non  deve  essere  fatto.  Si  ha  un  comportamento  tipico  del  Genitore Normativo Negativo quando la persona si sostituisce eccessivamente agli altri e spinge alla dipendenza, oppure, viceversa, quando agisce in modo esageratamente permissivo, senza regole o confini realistici tra sé e gli altri ma anche riguardo a se stesso.

Bambino Adattato e Bambino Libero

È proprio l’influenza genitoriale – tanto esterna come figura genitoriale autorevole sia nella norma che nella cura (genitore, insegnante, “capo”, ecc.) che interna come stato dell’Io Genitore proprio – che determina e influenza la possibilità, per lo stato dell’io  Bambino,  di  manifestarsi  nella  sua  parte  adattata  (Bambino  Adattato). Invece, il Bambino Libero è del tutto svincolato da tali influenze genitoriali, dato che connota uno stato dell’Io arcaico appunto libero o che cerca di affrancarsi da essa, per lo più riuscendoci. Operativamente, ciò significa che quando, da adulti, agiamo comportamenti assunti sin da bambini per adeguarci alle attese o alle pretese dei nostri genitori su di noi, stiamo agendo dalla posizione adattata dello stato dell’Io Bambino; d’altra parte, è l’altra faccia del Bambino Adattato anche il comportamento ribelle di colui (bambino o adulto che sia) che ribalta in toto le regole imposte dalla “figura genitoriale”, ribaltamento teso al compiacimento per la propria  trasgressione  all’autorità.  Il  comportamento  del  Bambino  Adattato  è positivo quando è opportuno, consigliabile ed adeguato alla situazione contingente (è il caso del comportamento ordinato o educato). È invece negativo quando l’individuo reitera script immaturi di comportamento – ovvero schemi infantili – inadeguati alle caratteristiche contingenti della situazione che si sta vivendo nel qui ed ora come adulti (sia in senso figurato che come stato dell’Io) e di cui sono trascurate le alternative possibili; in questo caso, per la persona è garantito un vissuto  di  inferiorità,  di  paura  o  di  insicurezza  nei  confronti  dell’interlocutore. D’altra parte, quando un bambino che non si adatta alle attese, ai desideri, alle ansie proprie dei genitori ma nemmeno si ribella ad esse, agendo invece per il puro gusto di agire, di fare una cosa che piace a se stesso, compiacendosene, allora quel bambino manifesta la capacità di esprimere se stesso nella libertà vera, non lesiva né di sé né degli altri (stato dell’Io Bambino Libero). Analogamente, quando da


adulti ci comportiamo in un modo “infantile” ma autonomo rispetto alle pressioni esterne e non censurato, stiamo agendo la parte libera e spontanea nostro stato dell’Io Bambino (Bambino Libero): se l’individuo sta soddisfando le proprie pulsioni ed emozioni in modo autonomo e con conseguenze produttive, si tratta di comportamenti positivi del Bambino Libero (in questo caso il divertimento è assicurato!) ma se le libere manifestazioni comportamentali della persona hanno effetti  negativi  per   e  per  gli  interlocutori,  allora  l’espressione  è  quella  del Bambino Libero negativo (in questo caso sono prevedibili sempre conseguenze sanzionatorie).

3 Il modello di Margaret Archer  per la  costruzione  dell’identità  personale e sociale

L’identità sociale e l’identità personale connotano due pilastri basilari della formazione   dell’individuo.   In   accordo   con   Rossi   (2006),   l’identità   personale costituisce una parte “eccedente” che l’identità sociale non può mai esaurire (fig. 4), attraverso la quale le esperienze sociali vengono reinterpretate e rielaborate a livello simbolico ed affettivo (cfr. anche Carrà Mittini, 2008).

Figura 4 – La relazione tra persona e identità sociale (Da: Rossi, 2006, pag.72).


Identità sociale

(ruoli)





Persona

(eccedenza)


Identità personale e identità sociale sono interrelate e l’una non può darsi senza l’altra. Nella sua evoluzione, l’individuo “entra” costantemente nel mondo sociale con le sue prassi ma, contestualmente, elabora riflessioni sulle esperienze praticate. In sostanza, l’identità sociale va a rappresentare la “veste” che in quel particolare frangente l’individuo “indossa” per interagire costruttivamente con l’ambiente. Indubbiamente, le esperienze che l’individuo può esperire in virtù della sua “veste” sociale divengono per lui occasioni acquisibili ai fini della sua evoluzione – ma anche della sua involuzione – cognitiva, affettiva, emotiva, relazionale, valoriale. La ripartizione  del  costrutto  in  identità  personale  e  identità  sociale  rimanda  alla classica differenza tra identità (nel caso specifico quella personale) e ruolo: in accordo con Simmel (1998), l’identità può intendersi come l’insieme dei caratteri fisici e psicologici che rendono una persona quella che è nel suo intimo, unica e irripetibile, mentre il ruolo – o meglio, i ruoli – dipendono dalla posizione che l’individuo occupa nella stratificazione sociale, da quanto detta posizione è funzionale all’organizzazione e alla struttura della società, dalle appartenenze dell’individuo ai diversi strati della vita sociale.

Il concetto di ruolo connota uno dei basamenti fondamentali delle Scienze Sociali. Il ruolo sociale comprende l’insieme strutturato delle aspettative rivolte ad un individuo  occupante  un  dato  status  sociale  (che  è  la  posizione  assunta  da  un soggetto all’interno della rete di relazioni che compone il sistema sociale). Il ruolo è particolaristico, nel senso che è sempre specifico anche se le aspettative possono essere più o meno precise e dettagliate: ad esempio, il ruolo di “cittadino” è meno specifico del ruolo di “medico”, che a sua volta è meno specifico del ruolo di “pediatra del consultorio di Venezia”. Mentre al cittadino, in quanto tale, vengono rivolte aspettative molto generiche (e spesso simmetriche), al pediatra di Venezia vengono rivolte aspettative specifiche (e asimmetriche). In quanto struttura, il ruolo è sempre un prodotto sociale e quindi preesiste a quel dato individuo che andrà a ricoprirlo (role player ovvero prestatore di ruolo). Ogni ruolo è significativo rispetto all’organizzazione entro cui “funziona” mentre, al di fuori di essa e rispetto ad altre formazioni sociali, è privo di senso.

La relazione tra la persona e il suo ruolo/i sociale può dunque essere spiegata col

concetto di eccedenza, che impedisce di ridurre tutto l’umano al sociale e viceversa. Quando l’oggetto di interesse è il  processo di formazione dell’identità sociale (cioè la socializzazione), è fondamentale comprendere ciò che avviene nel mezzo, ovvero la relazione tra l’eccedenza umana e la sua socialità. Utile allo scopo risulta essere il modello  di  Margaret  Archer  (2004),  di  cui  ricaviamo  le  linee  essenziali  dalla puntuale spiegazione di Rossi (2006, pp. 72-78), che prevede l’articolazione dell’esistenza umana in tre dimensioni tra loro temporalmente e gerarchicamente interrelate (fig. 5):

Figura 5 – La relazione tra persona e identità sociale nel modello di Margaret Archer

Attore

 
(2004). Tratto da: Rossi (2006, pag. 74).

Attore


(a) la prima dimensione considera l’individuo in quanto personalità umana. La nascita della personalità (identità personale) avviene come primo atto in ordine di tempo e la sua essenzialità giace nel senso del sé. Il senso del sé deriva dalla separazione tra l’individuo e gli oggetti e comincia a realizzarsi a partire già dal livello prelinguistico di sviluppo: concerne la capacità di comprendere di essere lo stesso soggetto che agisce nel tempo e consente di attribuire al medesimo soggetto atteggiamenti e comportamenti diversi, così come derivano dalle relazioni con l’ambiente. Il senso di sé non solo garantisce continuità e coerenza all’esperienza umana ma costituisce un prerequisito dell’identità personale (dell’Io sono), la cui formazione dipende da quelle che Archer (2003, op. or.; vedi anche 2008) denomina “premure fondamentali” (ultimate concerns), ovverossia ciò di cui l’individuo si prende maggiormente cura, ciò che l’individuo ritiene possa avere un valore per sé. Le premure fondamentali – che nascono da un processo attivo di riflessione tra sé e sé sulla base di quello che la Archer chiama “dialogo  interno”  (internal  conversation)   fanno  dell’individuo  un  essere morale. Attraverso questo processo di dialogo interno l’individuo costruisce e consolida un proprio modus vivendi, esito appunto della sua elaborazione inerente la relazione tra affetti, emozioni ed eticità, così come ricavati dalle personali esperienze col mondo;

(b) la seconda dimensione considera l’individuo in quanto agente sociale. Rossi (2006, pag. 75) spiega che “le premure fondamentali, pur derivando dall’elaborazione personale, possono nascere solo nell’interazione tra il sé e la realtà sociale: l’autocoscienza deriva dalle nostre pratiche incarnate e l’essere radicati nel mondo e nelle relazioni sociali è una parte imprescindibile del nostro essere umani. Il posizionamento nella società è indipendente dalla nostra volontà, una condizione ascritta, che ci assegna risorse o vincoli: in questo senso siamo agenti sociali”. L’uomo è dunque agente sociale in quanto agisce con l’ambiente a partire dal suo posizionamento nella società, che è indipendente dalla sua volontà (è cioè determinato alla nascita) e gli assegna vincoli o risorse;

(c)  la  terza  dimensione,  infine,  considera  l’individuo  in  quanto  attore  sociale.

L’identità sociale deriverebbe dalla interrelazione tra l’identità personale (con le sue premure fondamentali) e l’agente sociale (con le sue risorse e i suoi vincoli). “Attraverso la realizzazione di sé in ruoli sociali, adeguati alle proprie «premure» adeguatamente compiute, l’individuo può diventare attore sociale attraverso un «processo di progressiva individuazione» che emerge dal primato della pratica, cioè dal bisogno di realizzare concretamente ciò che più gli preme. Di qui la necessaria selezione delle opportunità di vita, che porta l’individuo ad assumere un carattere specifico, appunto «individuato»” (Rossi, 2006, pp. 75-76).

Non si può certamente pensare che la ripartizione in personalità umana, agente sociale e attore sociale sia effettiva: si tratta di un espediente descrittivo di cui la Archer si è servita per evidenziare che – nonostante ciò che l’uno può percepire dell’altro sia solo l’esito finale della sua essenza – le tre dimensioni dell’esistenza umana sono dialetticamente interrelate.

Come  s’è  detto, germina  per  prima  l’identità  personale  che  agisce,  influenza  e determina le connotazioni della nascente identità sociale. In questa prima fase di estrinsecazione del sé l’individuo già decide – attingendo ad un livello di pensiero prelinguistico, sulla base delle prime esperienze con l’esterno e attraverso la conversazione interiore – quali ruoli “personificare” (IP → IS). In una successiva fase l’identità sociale così costituitasi influenza la personalità sociale emergente (IS → IP), nel senso che l’esercizio del ruolo – o dei ruoli – mette in evidenza i punti di forza (vantaggi) e le criticità (svantaggi) della scelta effettuata all’inizio della sua assunzione, arricchendo di nuovi elementi la possibilità di riflessione personale. Solo in un’ulteriore terza fase avviene quella che può definirsi una “sintesi” tra l’identità personale e l’identità sociale (IP ↔ IS), da cui emerge quella che la Archer  indica nei termini di “identità personale entro la quale è attribuita – nella vita di un individuo   un’identità sociale”, ed  è  in  questo frangente  che  l’individuo   più spesso adulto – si trova a dover valutare e a fare un bilanciamento tra ruoli e impegni assunti   le  proprie  “premure  fondamentali”   e  a  scegliere il proprio modus vivendi.



Il modello della Archer (2004), che giustifica la fondamentalità del “senso del sé” per l’esistenza della società, risulta assai appropriato nell’attuale momento storico – estremamente complesso  e  differenziato   dove  è  quanto  mai  necessario  aver piena consapevolezza di se stessi per riuscire a muoversi e ad esprimersi nella complessità, nella liquidità, nell’incertezza che la dopo-modernità sta comportando. In questo assetto contestuale, i costrutti di persona e di personalità, di identità, di ruolo, di attore sociale, devono essere quanto mai chiari all’individuo, dato che il gap tra le due dimensioni della soggettività – l’identità e il ruolo –   aumenta progressivamente. La moltiplicazione dei sub-sistemi in cui la società si sta specializzando – ma anche frammentando – determina infatti l’incremento dei ruoli che ciascuno si ritrova a dover assumere contemporaneamente (fig. 6), con il rischio che ogni ruolo debba assolvere ad istanze contraddittorie o tra loro antitetiche.

 
Figura 6 – La persona e i suoi ruoli sociali. Mutuato da Rossi (2006, pag. 77).


ruolo

ruolo


ruolo

ruolo


ruolo

ruolo


Persona

(eccedenza)


Ne  deriva  la  necessità,  per  l’uomo  dopo-moderno,  di  “mantenere  «aperto»  e «processuale» il percorso di costruzione dell’identità”, (Rossi, 2006, pag. 77), che risulta di certo più difficile e problematico rispetto a quanto non fosse in epoca moderna.

Se per alcuni intellettuali l’attuale complessità sociale contribuisce ad indebolire e a frammentare l’identità umana, per altri l’individuo ha oggi l’occasione, come mai prima, di costruire e di esplicitare il proprio Sé – con e in relazione all’ambiente – grazie a processi autosocializzativi/autoeducativi che lo vedono strategicamente artefice di progettualità, di comunicatività e decisionalità ma soprattutto capace di riflettere sulle molteplici condizioni – oggi a disposizione non di tutti, ma dei più – in vista della costruzione del proprio progetto di vita in quanto frutto di una libera e autonoma sintesi (cfr. Scanagatta, 2002; Maccarini 2003).

4 Considerazioni conclusive

Non è questo il luogo per approfondire né l’articolato modello degli stati dell’Io di Berne, attraverso cui rende conto delle varie manifestazioni fenomeniche dell’agire del pensare e del sentire umano nelle diverse circostanze di vita, né l’interessante analisi sociologica che il modello della Archer (cfr. 2009) offre ai fini dell’interpretazione dell’esistenza umana. Ciò che qui invece preme mettere in risalto dell’uno e dell’altro è:

a) la capacità del primo di render conto del fatto che la “funzione genitoriale” non è puramente la messa atto operativa di quanto chiama a svolgere lo specifico ruolo socialmente rivestito (quello, appunto, di genitore) ma che piuttosto connota una componente identitaria essenziale dell’essere che contribuisce a renderlo ciò che è. La consapevolezza di tale componente di Sé consente all’individuo di muoversi e di interagire efficacemente e costruttivamente nell’ambiente entro cui si ritrova ad esperire ogni peculiare frammento della propria vita con gli altri. Per questa ragione, quella genitoriale non sarebbe altro che un’influenza definibile in termini di presenza psichica, con ciò ad indicare, attingendo alla visione di Weiss (1960, op. or.), un’“immagine mentale di un altro Io in grado di mettere in moto pensieri, emozioni e comportamenti dell’individuo”.  Riteniamo  tale  presenza  psichica  una  matrice  identitaria  di natura genitoriale, in senso sia sostanziale che essenziale;

b) l’evidenza portata dal secondo modello per cui nella società contemporanea i processi di formazione e di socializzazione identitaria non sarebbero più ad appannaggio altrui bensì connoterebbero un percorso aperto e scelto dalla persona stessa. L’importanza di tale assunto, ai nostri fini, giace nel fatto che l’identità personale ed il suo risvolto “ambientale” – l’attore sociale – si fondano su quelle che la Archer (2004, pag. 32) chiama ultimate concerns, ovvero sulle premure, sulle cure, sulle sollecitudini fondamentali derivate in prima istanza – e necessariamente – dall’interazione tra sé e il mondo (laddove il “mondo” inizialmente sarebbe quello “parentale” e le prime “premure fondamentali” quelle della madre verso il neonato e quindi quelle dei genitori verso i figli) ma ben presto l’individuo imparerebbe ad agire verso se stesso attraverso le elaborazioni  personali,  la  riflessione  e  il  dialogo  interiore,  sulla  cui  base andrebbe a stabilire il proprio modus vivendi. A partire da questo background, previa assunzione di norme e regole comportamentali socialmente determinate e  fungenti  da  “guida”  per  la  propria  vita  nel  mondo,  l’individuo  farà  di  sé “l’essere morale che è”.


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