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Cavell: un paradigma estetico di pensiero e di formazione




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CAVELL: UN PARADIGMA ESTETICO DI PENSIERO E DI FORMAZIONE

Il giudizio estetico di Kant: un modello “poieitico” di conoscenza

Nell’opera di Cavell c’è una costante riflessione sulla dimensione estetica e sui linguaggi delle arti, volta a individuare forme di razionalità e conoscenza più articolate rispetto ai “modelli” analitici di razionalità. Nella tradizione analitica c’è una separazione tra la valenza conoscitiva dei linguaggi scientifici-logico-emipirici e quella puramente espressiva e emozionale dei linguaggi dell’arte.



Cavell si interroga in merito a ruolo, funzione e potenzialità conoscitive e educative della dimensione estetica, cercando risposte in merito al “destino” della filosofia ma anche individuando in essa un luogo per l’elaborazione di nuovi paradigmi di comunicazione, formazione, emancipazione umana.

Egli analizza la Critica del giudizio in merito alla necessità di evidenziare la nostra capacità di dare “obiettività” ai giudizi estetici, a partire da una prospettiva soggettivistica.

Secondo Kant il giudizio estetico differisce dal giudizio determinante, che assume il particolare sotto principi universali, in quanto è un giudizio “riflettente”, ossia muovendo da un caso individuale si sforza di “rifletterlo” nella prospettiva universale; nel caso del giudizio determinante l’universale esiste indipendentemente dal particolare, nel caso del riflettente l’universale deve essere identificato nello stesso momento in cui gli attribuiamo il particolare.

Kant illustra 2 particolarità del giudizio di gusto:

-ogni giudizio rivendica implicitamente un consenso universale; ciò è possibile in quanto il giudizio di gusto non attribuisce la qualità della piacevolezza a un oggetto, ma attribuisce bellezza ad esso in virtù del suo spontaneo accordarsi con le nostre facoltà cognitive;

-possibilità che un giudizio che riguarda un sentimento individuale di piacere possa avere una pretesa di universalità facendo a meno di ogni riferimento a concetti.

Com’è possibile? La risposta è nella capacità immaginativa=rendere presente ciò che è assente; è possibile prendere le distanze da un dato immediato, creando una sorta di “straniamento”; tale prospettiva immaginativa fornisce la capacità di proiettare le nostre opinioni, idee al di là dell’orizzonte particolare, creando le premesse per la costruzione di uno spazio comune condiviso. Kant lo chiama “modo di pensare ampio”, è quello dello spettatore disinteressato, che riesce a esprimere giudizi e prendere posizione in merito al bello.

Dunque Universalizzabile ≠ Universalista; “universalizzabile” deve essere messo in relazione con la possibilità di costruire una nuova possibile esperienza della relazione e della socialità. La dimensione estetica mostra come un tipo di razionalità avente una base di soggettività possa essere universalizzata sulla base di un sentire individuale che giunge a condivisione e accettazione/comunicazione reciproche.

Cavell individua nel principio estetico di Kant un modello di razionalità che reca in sé implicazioni trasformative anche sul piano politico e pedagogico, un modello di “esperienza di edificazione di sé”, avente in sé implicazioni nel senso di universalizzabilità e costruzione di scenari di reciproco riconoscimento e spazi di socialità condivisa, scenari di formazione del soggetto postmoderno contrassegnato da fragilità e dalla tensione pluralità/differenza.

L’Estetica, per Cavell, ha una considerazione del soggetto come costituentesi nell’esperienza estetica stessa, come attore/interprete di un’opera o testo.

L’esperienza che si accompagna al giudizio estetico fa sì che nel soggetto si creino pensieri e sentimenti che è stimolato poi a “mettere in gioco” sul piano del linguaggio e della comunicazione, ampliando i confini di un’esperienza estetica e di sé, in cui si reclama un accordo universale, attraverso una dialettica sé/altro, sempre partendo dal proprio irriducibile punto di vista.

Nell’esperienza kantiana Cavell vede una costante “riorganizzazione dell’esperienza” all’insegna di una poiesis creativa e ricettiva; le idee estetiche offrono un esempio concreto di “eccedenza” intrinseca del linguaggio rispetto al pensiero, non c’è un pensiero “adatto” a un’immagine. Come si vede, l’accordo tra immaginazione e intelletto viene a costituirsi in virtù di una riconfigurazione tra il rappresentabile e l’irrappresentabile, l’indicibile e il linguaggio, le parole e i silenzi.

La filosofia e il modernismo delle arti

Le forme di sapere e le arti sono chiamate costantemente a riflettere sul proprio status e ruolo sociale. Le forme di sapere nella modernità, in particolare le arti, sembrano non avere più il proprio fondamento in se stesse, ma nel fatto di essere concepite in “riferimento ad altro”. Secondo Cavell esiste un’analogia tra la filosofia e le arti nel loro “doversi pensare” entro una costante ottica di riflessività. Il compito dell’artista, del critico, del filosofo consiste nell’individuare costantemente da che cosa dipende la sua arte, la sua filosofia. Ritiene dunque che il compito del filosofo “post-analitico” consista nello scoprire da cosa dipende l’esercizio stesso della sua pratica filosofica.




Riprendendo l’analogia tra arte e filosofia, Cavell rilancia il compito in virtù del quale la filosofia deve essere vista come una disciplina umanistica ei suoi temi come propri delle discipline umanistiche; deve impegnarsi a comunicare una “visione culturale” e non soltanto un “complesso di argomentazioni”.

C’è un rapporto tra il concepire lo statuto della filosofia in analogia a quello “estetico” delle forme d’arte e il richiamo al valore autobiografico della scrittura filosofica: da un lato la ricomprensione/inclusione della soggettività entro una ricerca dei criteri volti a identificare un oggetto artistico come appartenente a un determinato linguaggio estetico-espressivo-linguistico, dall’altro il riferimento a una scrittura filosofica come recante in sé la pretesa (=arrogation) di esprimere qualcosa di comune, di universale, partendo dal mio io.

Cavell vuole sensibilizzarci a concepire la filosofia come portatrice di una visione culturale, non di argomentazioni: ritiene che noi non abbiamo bisogno di risposte da parte della filosofia, ma di direzioni rispetto a possibili modi di pensiero; lo sforzo del filosofo deve essere diretto non a dimostrare tesi, ma a possibili cambiamenti di prospettiva.

Il filosofo deve essere profondamente coinvolto nell’esercizio della propria scrittura filosofica, desideroso di persuadere e educare non proponendo delle verità, ma esercitando una “sensibilizzazione” nei confronti delle altrui menti. La filosofia è intrinsecamente correlata all’”educazione degli adulti” e ciò ha come conseguenza il ripensamento radicale del suo statuto di filosofia e del suo pubblico, riportando il filosofare all’aderenza al “quotidiano”.

Un paradigma estetico di formazione

Allo stile analitico incentrato sull’argomentazione, Cavell contrappone una concezione della filosofia come “risultante tra un confronto di testi”; secondo lui la filosofia è chiamata ad un processo di ridefinizione di sé , ad una collocazione nei confronti degli altri saperi, ad un’apertura nei confronti di differenti linguaggi (letteratura., teatro…) che non significa omogeneizzazione e perdita delle specificità di tali diversi linguaggi, bensì confronto che deve prendere le mosse dal riconoscimento delle differenze e specificità.

Cavell attribuisce alla filosofia un’attitudine a “rispondere” a quei testi che, pur non dichiarandosi esplicitamente filosofici, hanno un senso filosofico nella misura in cui esprimono la capacità di “rispondere” nel mondo e al mondo.

La filosofia, nella dialettica tra saperi, è chiamata a svolgere un ruolo mediativo, riflessivo e comparativo tra più istanze disciplinari,, contesti e questioni.

Ne scaturisce una possibile educazione al confronto, alle diverse modalità di fruizione di diversi linguaggi, forme espressive, medium, testi. Questo ha valenza pedagogica: la costruzione della conoscenza è intesa come un’attività sociale che produce cultura ma nel rispetto del soggetto umano e della sua progettualità.

Cavell assegna alla filosofia una funzione “intertestuale”, un ruolo di mediazione tra saperi diversi.

I soggetti umani fanno esperienza del mondo, di sé e degli altri attraverso la fruizione e l’apprendimento di un complesso insieme di linguaggi, di “scritture”, ampliando e sviluppando un complesso di “vocabolari”, e al contempo sviluppando un modo critico di “leggere” discorsi e testi, mantenendo ferma la “battaglia tra saperi” (i generi di scrittura non devono cioè annullarsi).

Cavell evidenzia l’idea che i testi e la scrittura, oltre a costruire una “traduzione” e concretizzazione di un’idea, di un concetto, costituiscano efficaci rappresentazioni e manifestazioni di una “soggettività umana” colta e concepita nell’atto del pensare, del pensarsi, dell’avere esperienza di sé e del mondo, attraverso “pratiche di scrittura” che sono assimilabili a “pratiche di formazione” e edificazione del proprio sé; la lettura/scrittura è dunque concepita sempre come un atto comunicativo.

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