Appunti per Scuola e Università
Umanistiche
Appunti e tesine di tutte le materie per gli studenti delle scuole medie riguardanti le materie umanistiche: dall'italiano alla storia riguardanti le materie umanistiche: dall'italiano alla storia 
Scientifiche
Appunti, analisi, compresione per le scuole medie suddivisi per materie scientifiche, per ognuna troverai appunti, dispense, esercitazioni, tesi e riassunti in download.
Tecniche
Gli appunti, le tesine e riassunti di tecnica amministrativa, ingegneria tecnico, costruzione. Tutti gli appunti di AppuntiMania.com gratis!
Appunti
umanistiche
Bambini Comunicazione Comunicazioni Ecologia ambiente Educazione pedagogia
Etica moralita Francese Gioco Grammatica Inglese
Latino Letteratura italiano Personalita Portoghese Risorse umane
Sociologia Spagnolo Storia Tedesco


AppuntiMania.com » Umanistiche » Appunti di Comunicazione » Media e gruppi sociali

Media e gruppi sociali




Visite: 2289Gradito: [ Grande appunti ]
Leggi anche appunti:

Diritto dell’informazione e della comunicazione


DIRITTO DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE   La Stampa   La

La comunicazione scientifica e l'editoria digitale: evoluzione o rivoluzione?


. La comunicazione scientifica e l'editoria digitale: evoluzione o rivoluzione? Introduzione

I sistemi totalitari e i mass media


I SISTEMI TOTALITARI E I MASS MEDIA Nelle società di massa l’opinione pubblica



Scarica gratis Media e gruppi sociali

Media e gruppi sociali

La profezia della comunicazione - Comunicazione e identità –  Media e partecipazione sociale - Contesti: la comunicazione verbale, non verbale e alternativa dell’internato – Il corpo del condannato



Fin qui ci siamo interessati dei fatti, dei dati colti nella realtà sociale.

In questo capitolo cercheremo di mettere a fuoco le dinamiche di relazione, colte nel loro rapporto con gli strumenti del comunicare.

La letteratura ci ha fornito una tale quantità di materiale, da spingerci a ritenere che, da sempre, l’interazione sociale sia stata influenzata dai medium, piu che dai contenuti.

A conferma delle intuizioni di Marshall McLuhan[1], vedremo come siano proprio le peculiarità di un media  a consentire certe dinamiche di aggregazione. Analizzaremo come, la formazione dei gruppi sia influenzata dai rapporti di prossimità fisica e dai media[2], e come, il senso di appartenenza si sia fondato sullo scambio di informazioni ed esperienze[3]. Vedremo come, le protesi percettive dell’uomo, le sue estensioni sensoriali, abbiano modificato il senso del luogo, il senso di identità di gruppo[4] e i rapporti gerarchici[5].

1 – La profezia della comunicazione

Al di là del concetto sic di “comunicazione”[6], vorrei introdurre alcuni elementi di varianza, riguardo il  concetto di percezione del mondo, delle cose del mondo[7].

E’ noto come questo concetto possa essere espresso in maniera diversa in riferimento ai diversi elementi della comunicazione:  i soggetti: emittente ricevente; il messaggio – sia contenuto che medium -   contesti: spazio e tempo.

Il messaggio:

la percezione delle cose del mondo, avviene attraverso i percettori di senso, di cui sono dotati animali, piante e ogni forma di vita. La loro esistenza è segnalata da messaggi di varia natura: connaturati all’essenza della cosa – come il profumo che emana da un fiore, come l’elettricità che viene trasmessa da un campo elettromagnetico attorno a un corpo – o codificati attraverso segnali visivi, uditivi, olfattivi, “catturabili” attraverso l’attivazione dei percettori di senso di cui il ricevente dispone.

I soggetti:

nel ventaglio di codici di trasmissione di un qualsiasi messaggio, possiamo inserire anche quei codici astratti – poiché non ancora accessibili attraverso un modello mentale – mediante i quali giungono messaggi che modificano l’orizzonte simbolico dell’uomo. Per codici astratti, intendo quelle configurazioni capaci di penetrare il filtro dei sensi, attraverso il quale l’uomo si accorge dell’arrivo di un nuovo messaggio, fino a giungere in una zona di sub-coscienza, dove il messaggio, pur non attualizzandosi a livello sensoriale, vi si insinua e ne modifica l’ordine precedente. Per messaggio, in relazione al soggetto, intendo, non l’esperienza sensoriale (che in quanto risultato dell’acquisizione ad opera degli organi di senso,- visiva uditiva, ecc. - può essere motivo di condivisione, poiché si realizza a livello di recettori sensoriali più o meno standardizzati negli individui) della cosa, ma il messaggio simbolico che emana a livello cognitivo, dalla cosa del mondo, ovvero quel significato “altro”, assegnato alla cosa, in maniera soggettiva dall’individuo.

Per esempio: il cane è un mammifero, quadrupede, solitamente amico dell’uomo. Fin qui il messaggio frutto dell’esperienza di senso, in questo caso, visiva.

L’esperienza cognitiva, invece è quella che riguarda il messaggio che proviene da uno o più elementi dell’esperienza di apprendimento sensoriale, ma che va oltre tale esperienza. A esempio: un cane, o il suo latrato, il suo colore, la percezione della sua presenza, possono avere un valore simbolico capace di generare suggestioni – ovvero condizionamenti, non immediatamente attualizzabili a livello della coscienza - di orientamento diverso: a esempio, la percezione della presenza del cane, può essere assunta come elemento di sicurezza, oppure di minaccia alla integrità.

Quando parlo di percettori, mi riferisco sia a quelli integrati nella struttura del ricevente, sia alle estensioni degli organi di senso, così come inteso da McLuhan, da Freud e Goffman.

Il contesto:

un’altra specificazione necessaria, riguarda il concetto di percezione della realtà rispetto allo spazio e al tempo. Come già detto, le cose del mondo possono essere oggetto del processo di apprendimento o oggetto del processo cognitivo. In entrambi questi processi la percezione delle cose del mondo è influenzata dalle ideostrutture edificate su altre possibilità di percezione, che tengano conto delle diverse possibilità in cui le cose del mondo possono manifestarsi in rapporto allo spazio e al tempo.

In rapporto allo spazio, si intende che  la percezione può riguardare una cosa attualizzata in relazione alla sua prossimità con il ricettore; ma può anche essere percezione di una cosa non immediatamente rintracciabile in un panorama di prossimità con il recettore, una cosa virtuale.  Come dire, che si hanno i segnali della esistenza di una cosa, pur se questa risiede in un’altra parte. I canali di comunicazione telematica, offrono un ampio panorama esemplificativo di questo tipo di relazione con le cose del mondo.

In rapporto all’elemento tempo, invece, va detto che all’attualizzazione di una cosa del mondo-messaggio, non sempre è dato attribuire valore di realtà, poiché il momento della sua manifestazione non corrisponde al momento reale in cui la cosa del mondo è entrata a far parte della sfera delle cose del mondo.

Vorrei, con questo, porre l’accento sul relativismo del concetto di percezione,  nella nostra quotidianità. Per una corretta valutazione delle cose del mondo, infatti, andrebbe tenuto presente che, ciò che si manifesta ai nostri sensi, non sempre esiste ancora, come ciò che non si manifesta, non sempre non esiste (forse non esiste ancora per i nostri sensori-saperi). E anche qui, un panorama esemplificativo caleidoscopico, si apre attingendo alle esperienza delle reti virtuali, telematiche e dei nuovi media; ma anche osservando con occhio sapiente la natura.

Per quanto riguarda i messaggi su cose del mondo che non esistono più allor quando ne abbiamo percezione: la luce delle stelle che manifesta l’esistenza della stella, quando ormai essa si è estinta; la visione di un evento mediatico in differita.

Per quanto riguarda  i messaggi sulle cose del mondo che non esistono ancora: alcune cose del mondo (cose-oggetti, cose-azioni) che abbiamo davanti a noi quotidianamente e di cui ancora non abbiamo elaborato il significato, non sappiamo cosa rappresentino. Cosicché, pur avendole davanti, ci sfuggono poiché non fanno parte del nostro mondo, in quanto non ne abbiamo elaborato il significato simbolico o l’utilità pratica. E ancora, un messaggio nella cultura dei Maus Media[8], ovvero in internet (sia esso messaggio scritto SMS o immagine MMS), benché non ancora disponibile – e quindi non ancora attuale –  nel suo vagare reale nella rete, disgregato dalla commutazione a pacchetto[9], esiste realmente poiché impulso elettrico, ed esiste anche virtualmente in quanto trasformato e disaggregato in impulso elettrico. Si potrà dire che la manifestazione del messaggio non è certa, poiché potrà anche succedere che, per qualche disturbo sul canale di trasmissione o nella decodifica ad opera del ricevente, il messaggio non giungerà mai a manifestarsi. Tuttavia non si potrà dire che il messaggio non sia mai esistito, ma si potrà dire, invece, che il messaggio non sia esistito ancora.

Possiamo concludere, allora, che ogni messaggio gode di uno statuto che gli conferisce identità: sarà una identità virtuale o attuale, sia in relazione alla conclusione della dinamica comunicativa – trasmissione ricezione, sia in relazione alla conclusione dell’opera di decodifica da parte del ricevente. Come dire, che il messaggio si attualizza completamente solo dopo che il ricevente lo abbia decodificato e, dunque, percepito nel suo significato.

Assegnare una identità ad una cosa del mondo, un messaggio, solo in funzione della sua intelligibilità individuale attuale, in base al suo essere manifesto ai nostri organi ed estensioni del senso attuali, sarebbe come non aver colto appieno il significato di un mondo che, già dalla London School di Giddens si presentava con lo statuto della distanziazione spazio-temporale.[10]

Così come, assegnare una etichetta di “anormale”, a un comportamento non immediatamente comprensibile, sarebbe come rinunciare a quel valore profetico di certe intuizioni, così come affermato da Durkheim.

2 - Comunicazione e identità

“Chi sei tu viandante?

Ti vedo andare per la tua strada,

senza scherno, senza amore,

con uno sguardo indecifrabile…

riposati qui… ristorati…

e chiunque tu sia: cosa gradisci ora?

- Per ristorarmi?

Oh curioso che sei, che vai mai dicendo?

Ma dammi, ti prego… una maschera ancora.

una seconda maschera…”

F. Nietzsche[11]

Cosa siamo - nella profondità insondabile della nostra vita interiore - cosa andiamo cercando nella vita, quali maschere nascondono i nostri sguardi, quali aspirazioni[12]. Sono questi i  dubbi che inondano i territori dell’essere umano e che lo spingono, da sempre, a cercare una risposta nei territori  del mondo e nelle relazioni.

L’uomo è un animale sociale ambivalente: sempre alla ricerca di appartenenza e distanza, complicità ed estraneità, coinvolgimento e distacco, protezione ed emancipazione. Ed è questa ambivalenza ad aver segnato la storia delle relazioni fra gli individui. Un percorso alla ricerca di una equilibrio mediano fra i due poli che, partendo da un senso di appartenenza fondato sulla fisicità del territorio, ha spostato i riferimenti prima sulla condivisione di esperienze, e poi sulla condivisione di ambienti informativi; concretizzando nell’esperienza mediatica quell’equilibrio fra appartenenza e distanza, complicità ed estraneità.

I mezzi di comunicazione, dunque, nella loro doppia funzione, aggregante ed escludente, sono diventati i nuovi luoghi in cui dare senso all’identità di gruppo. Dalla “galassia Gutemberg” alla “galassia Internet”, il senso di identità sociale si è fondato attorno alla forza aggregante delle protesi di senso dell’uomo: dai pamphlet alla penny press, dai Lumiére a Marconi, dai media elettrici a quelli elettromagnetici, l’uomo ha prodotto un universo di estensioni dei sensi che hanno modificato il suo universo di senso.

Condividere una appartenenza, dunque, ha significato condividere un medium. Condividere un medium vuol dire, sia condividere i codici di accesso al medium – quali spettatori – sia condividere le  opportunità di accesso alla produzione di contenuti del medium.

Sul fronte dei codici di accesso ai media, è più evidente la dinamica di inclusione ed esclusione. Infondo, ognuno si identifica nel mezzo di comunicazione che riesce a sentire più vicino alla propria realtà. E così  l’identità di gruppo – come il senso di appartenenza -  si realizza attraverso la condivisione di un quotidiano, di una trasmissione televisiva,  di un medium – e quindi di un messaggio – in cui trova diritto di cittadinanza l’orizzonte d’attesa di ognuno. Il mezzo di comunicazione, dunque, assorbe gli umori di un determinato pubblico e confeziona un ventaglio di possibili risposte, in cui il pubblico trova soddisfazione ai propri interessi e istanze.

Ma chi, e come, seleziona le istanze e i contenuti? E qui ritorniamo al secondo aspetto della condivisione di un medium: quello della condivisione della produzione, che rimanda al problema dell’asimmetria della comunicazione, della divisione fra spettatori e attori.

Infatti, se da una parte l’accesso alla chiave di decodifica di un medium produce esclusione di chi non possiede gli attributi idonei, dall’altra l’esclusione dalla possibilità di  accesso alla produzione di informazione, genera una comunicazione asimmetrica.

L’asimmetria è allo stesso tempo esercizio di potere ed espressione di dominio. Il potere del produttore sullo spettatore. Un potere politico – in quanto discrezionale - che si manifesta nell’opera di selezione e assegnazione di priorità a certe istanze sociali. Un potere associativo[13] – strumentale alla politica - che si manifesta nella gestione del panorama di opzioni aggregative, sia su scala locale che su scala globale. Un potere sociale – funzionale alla politica - che si manifesta nella gestione dell’immaginario collettivo[14], attraverso il monopolio della conoscenza[15].

Le dinamiche di produzione e di consumo dei media, dunque, quale elemento attorno al quale è sempre attuale la minaccia del rischio di consumare un ulteriore scacco sociale: l’esclusione di alcune  istanze – o l’inclusione marginale, può significare l’esclusione di gruppi, e la mortificazione di identità.

Da queste prime riflessioni, risulta chiaro come, da una diversa gestione dei mezzi di comunicazione dipenda una diversa gestione dei rapporti sociali. I media possono assolvere alla loro funzione di connettori[16] sociali, così come annunciato da Anthony Wilden[17], oppure, per dirla con Bateson, di generatori di differenze.

E sul valore della connessione fra i cerchi sociali, al fine di attenuare gli attriti nelle aree di sovrapposizione, risulta particolarmente significativo un passaggio di Macluhan quando afferma che “ è proprio dove non esiste connessione che vi sarà un’interfaccia risonante e potenzialmente violenta di crescente intensità. La causa della violenza personale e sociale è la minaccia all’identità…”[18].

3 - Media e  partecipazione sociale

A questo punto occorre effettuare una riflessione sull’assetto dei media di massa, al fine di stabilire le condizioni entro le quali ordinare una azione di partecipazione e connessione sociale.

Possiamo definire la partecipazione sociale come una capacità del soggetto a conoscere la realtà e i problemi della collettività a cui appartiene, e di intervenire in modo attivo nelle decisioni e nelle scelte che hanno influenza sulla vita della collettività[19].Tradizionalmente, in sociologia, si tende a dividere tra partecipazione sociale (attività associative, interessi culturali, presenza nell’azione delle strutture amministrative e assistenziali), e partecipazione politica (rappresentanza politica, controllo del potere politico, presenza nelle formazioni politiche). Tuttavia, nell’organizzazione sociale post-industriale sembra assai difficile rintracciare una linea di confine, sia a livello concettuale, che, soprattutto, a livello tecnico. E questo poiché, la residenza nei grandi agglomerati urbani, la perdita della dimensione personalizzante nei rapporti di lavoro e la complessità della società fondata su strutture di tipo collettivo e burocratico, hanno creato da un lato un sistema fondato sulla solidarietà organica, dall’altro un sistema in cui domina l’isolamento degli individui. Isolamento e contingentamento dei tempi, tuttavia, non alterano tanto la volontà di partecipazione sociale, quanto, invece alterano le dinamiche partecipative. E qui che intervengono i media di massa in tutta la loro ambiguità e asimmetricità rispetto al problema della partecipazione, sia in funzione della qualità, ma soprattutto in relazione alla “svolta che essi hanno determinato, imponendosi come “forme dell’abitare”[20].



Televisione

Al polo della produzione, il mezzo televisivo si presenta al tempo stesso come possibilità di diffusione di informazioni, di cultura, di educazione civica, e come strumento di manipolazione e di evasione dalla realtà. Al polo della ricezione, il mezzo televisivo, oltre a presentarsi come elemento di isolamento dalle relazioni e partecipazioni, assume la funzione di surroga di effettive attività di ordine sociale o politico: in tal senso, la stessa spettacolarizzazione dei problemi della collettività, diventa una illusione di partecipazione. La televisione così, pone in essere una distanziazione spazio-temporale, in cui il disagio sociale è sostituito dalla sua rappresentazione. Il modello della rappresentazione, determina da un lato un effetto ipnosi, dall’altro un effetto delega[21]. 

La società dello spettacolo, di Guy Debord, ricorda tanto una affermazione di Marcuse: “mescolando armoniosamente e spesso in modo inavvertibile arte, politica, religione e filosofia con annunci pubblicitari, le comunicazioni di massa riducono questi regni della cultura al loro denominatore comune: la forma merce[22]

La spettacolarizzazione dell’informazione impedisce una presa di coscienza della realtà, determinando una condizione di schizofrenia mediatiatica fra individuo e realtà, proprio in funzione di un errato accesso al valore simbolico delle rappresentazioni, e della difficoltà di decodifica dei contenuti. L’individuo, infatti, nel continuo sovrapporsi della informazione alla fiction, della realtà alla fantasia, della rappresentazione di contesti di scena e retroscena, subisce sia un disorientamento in termini spazio temporali, sia  uno sdoppiamento identitario che si realizza attraverso una relazione confidenziale virtuale fra lo spettatore e l’attore – leader politico, celebrità dello spettacolo – difficilmente attualizzabile. Da questo scarto fra vicinanza virtuale-reale, e distanza attuale, derivano attriti che inducono alla ricerca di strade possibili verso quelle mete identitarie così tanto sentite prossime nell’esperienza mediatica[23].

Si attua, così una deriva verso l’alienazione dello spettatore, condizione essenziale per l’esercizio della persuasione.

“In realtà l’alienazione è inconscia e insidiosa: essa opera alla maniera di una anestesia: affascinato, il cittadino non interviene piu sul corso della vita pubblica; egli contempla - accattivato, incantato – i leader che agiscono in suo nome […] Così, sotto l’impulso dei media audiovisivi, si elabora una cultura di spettacolo, da aggiungere ai tre tipi di cultura elencati da Almond e Powel, e che è molto più pericolosa della cultura di soggezione'[24].

Così l’informazione diventa esercizio della messa in forma, ad opera del Grande educatore dei consumi, colonizzatore dell’immaginario, canalizzatore del pensiero dei life skiller[25].

La conseguenza più pericolosa è che sia più facile confondere la realtà con l’illusione, il discorso con il vissuto reale. Un po’ stregato, un po’ sonnambulo, lo spettatore finisce con il preferire il fantasma alla realtà, sempre più penosa, tragica e prosaica.

Il cittadino spettatore non dispone, mediamente, di una cultura politica moderna che gli consenta di filtrare i messaggi malsani. La cultura civica trasmessa nelle scuole, laddove ancora si riesca a farla, è assolutamente incapace di operare tali filtri. Occorre una formazione critica – una coscienza critica [26]-  che nasca da un insieme elaborato di saperi sociali (economici, finanziari, giuridici, politici, sociologici, massmediologici ed antropologici, ecc.) che diano il senso della complessità sociale  e delle sue connessioni reali[27].

Si potrebbe dire dell’informazione mediatica, ricordando la frase di Karl Kraus, che non dice nulla ma lo dice bene.

Stampa quotidiana e periodica

Pur non avendo modificato radicalmente le forme dell’abitare sociale, la diffusione della stampa nell’ultimo quarto del ventesimo secolo – anche per la sua datata tradizione – ha modificato i modi di abitare le coscienze.

La stampa ha assunto nel tempo, diverse fisionomie a seconda degli obiettivi e del tipo di controllo esercitati da chi, in virtù della res o del potere politico, ne ha determinato i contenuti.

In questo senso, possiamo leggere una storia della stampa come una storia dei gruppi di potere, economico e politico. Allontanatasi, nel tempo, dalla funzione di antidoto all’amnesia strutturale, nel passaggio dal giornalismo di inchiesta al giornalismo spettacolo, la stampa ci offre,  oggi, più la rappresentazione della realtà sociale, mediata dagli interessi dell’élite politica o economica, che invece, l’espressione dell’opinione pubblica. Nella stessa impostazione del menabò di un quotidiano, possiamo cogliere il peso delle istanze sociali, in termini di ubicazione e spazi, così come determinato dall’orientamento editoriale della testata. La prima pagina è la scena della rappresentazione della notizia spettacolo, legata ad interessi di cassetta, dove, tuttavia trovano cittadinanza anche altre rappresentazioni minori, allo scopo di spostare sul polo dei contenuti l’immagine della testata, altrimenti troppo esposta sul fronte del sensazionalismo. Le pagine successive, sono la prosecuzione di un copione storico: si da spazio alla notizia di apertura; poi alle notizie forti dell’edizione precedente, e così verso lo sport. In tutto questo palinsesto, la comunicazione sociale è confinata nei corsivi di spalla o nei fegatelli[28]. La comunicazione culturale, invece, avendo dovuto cedere la terza pagina – sempre in forza degli interessi di cassetta -  trova cittadinanza in uno spazio fluttuante a seconda dell’impostazione delle varie testate. I quotidiani, così, piu che rispecchiare la realtà sociale attuale, diventano rappresentazione di una realtà sociale virtuale: una realtà così come vorremmo[29] che fosse… ma che non è.

Il rapporto tra lettore e giornale tende, così, a incanalarsi su uno schema ritualistico, alquanto logoro e ripetitivo, che riesce tanto meglio quanto piu lo schema interpretativo è costruito su una immagine elementare della società e delle sue contraddizioni[30].

Sul polo della ricezione, si realizza una differenziazione dell’utenza in base ai contenuti e in base ai codici di accesso. Come la televisione, anche la stampa ha abbassato i livelli contenutistici e linguistici, al fine di abbracciare un pubblico sempre più numeroso. Ma a differenza della televisione che ha colonizzato uno spazio svuotato di senso dalle nuove dinamiche sociali, la stampa quotidiana e periodica, va a riempire ritagli di tempo volontariamente sottratti ad altri interessi. La lettura della stampa, così, si presenta come un atto discrezionale. Ed è proprio in funzione di questa liberalità, che l’utente opera delle scelte. L’informazione pura e semplice è ormai quasi ovunque sostituita dalla story, un amalgama di elementi oggettivamente rilevabili, di giudizi personali, di valutazioni non motivate, di allusioni o riferimenti difficilmente traducibili, ecc., che il lettore difficilmente riesce a decodificare e a servirsene per un orientamento personale. Ne nasce così, il piu delle volte, o il rifiuto[31] (considerando il giornale inutile o inattendibile) o una fiducia di base verso un certo quotidiano che si ritiene vicino alla propria posizione. In entrambi i casi, però, scatta un meccanismo di delega acritica. La lettura del quotidiano, così, diventa un fatto ripetitivo, un legame abitudinario, secondo lo schema piu accettato di comunicazione[32].

W. Mills, nel suo L’élite del potere, ci fornisce un monito significativo, quando dice che “la gente notoriamente è molto portata a scegliere quelle notizie sul cui contenuto è già d’accordo, praticando una selezione delle opinioni sulla base di quelle già accettate e nessuno sembra preoccuparsi di contrapporre nuovi elementi ricavandoli da altre e contrastanti fonti di informazione”[33].

Non è, quindi, sufficiente, per modificare lo status quo, che una stampa socialmente responsabile si limiti a sostituire con una chiave interpretativa più progressista quelle tradizionali; è necessario anche rompere lo schema ritualistico, preselezionato, precodificato ed elementare attualmente predominante, presentando una realtà più articolata, considerazioni meno schematiche, assumendosi la responsabilità di rendere i lettori più disponibili ad una problematicizzazione quotidiana, tenendo conto della eterogeneità delle forze sociali.

La rete

Un discorso parzialmente diverso, possiamo abbozzare, riguardo ai nuovi media in rete.

La comunicazione in rete, infatti, si realizza in un quadro che altera il fondo della scena, obbligando ad un approccio che vada oltre la prospettiva.

La comunicazione in rete presenta pecurialità differenti rispetto al panorama dei mass media tradizionali: un carattere cooperativo sul fronte della produzione che, tuttavia, se rompe gli schemi di flusso unidirezionale, lascia ancora in piedi il discorso della asimmetria della produzione dei contenuti - qui, però, intesa in termini di geografia delle comunicazioni e non in termini di direzione di flusso; un carattere planetario sul fronte dell’utenza.

Probabilmente i paradigmi interpretativi della rivoluzione della galassia internet, vanno ricercati direttamente al fondo della sua storia. La storia di internet, infatti, è la storia di almeno quattro tipi di culture che, attraverso una mediazione che non si è ancora esaurita, si sono integrate in un unico contesto, dove si ribaltano i significati di centro e periferia. La storia di internet è la storia di una architettura aperta[34] fra le istanze della big science, quelle della cultura hacker, quella comunitaria virtuale e quella imprenditoriale.

Internet può rappresentare la realizzazione dell’utopia del non luogo, di uno spazio indefinito in cui l’uomo è un messaggio. Uno spazio in cui si costruiscono communitas fondate sul munus e non sul munis, proprio perché il concetto di moenia perde di significato, a favore di uno stare insieme al di là dei confini di un territorio, al di là dello stare insieme sotto una stessa autorità.

In internet il concetto di autorità assume i connotati di autorevolezza, si ridefinisce e si sostanzia nel munus, quale contributo individuale alla costruzione di una comunità aperta[35].

Internet crea nuove forme di interazione sociale, non piu basate su affinità culturali, ma su interessi e valori affini. Dopo la transizione, dalla predominanza delle relazioni primarie (rappresentate da famiglie e comunità) sulle relazioni secondarie (incarnate nelle associazioni) il nuovo modello dominante sembra essere costruito su quelle che potrebbero essere definite relazioni terziarie, o quelle che Wellman chiama “comunità personalizzate”.

La rete rappresenta la terza dimensione, dove perdono di significato i concetti di ordinario e straordinario, normale e anormale, conforme e difforme, proprio perché ogni istanza non è avvalorata dalla portata dei consensi, ma esiste in se. Ogni istanza ha diritto di cittadinanza, e tutte le istanze hanno pari dignità. Il valore delle istanze non è espresso in termini di audience o di contatti, ma in termini di cortocircuiti cerebrali. Il valore è dato da quegli input capaci di spiazzare l’orizzonte d’attesa di coscienze intorpidite dalla normalità del quotidiano; da quelle scintille che aprono a una autopoiesi, a quella autoformazione, della quale ci hanno parlato Adorno e Foucault.

E il fine di questa autoformazione comunicativa è sempre proteso all’esterno: una tensione a raggiungere l’altro, a sintonizzarsi con altri. Una “invocazione di relazione” per dirla con Watzlawick, che apre alla qualità della relazione, al suo affinamento e affiatamento[36].

Accettare la sfida di internet, può significare accettare la sfida della discontinuità, della disgiunzione, del dislocamento[37].

Una sfida che comporta la risemantizzazione delle parole, oltre l’orizzonte della scrittura, del copione, della sceneggiatura quale strumento di governo delle emozioni.

I new media indicano un processo in cui progressivamente può essere data possibilità materiale di sottrarsi alla scrittura. Un territorio da percorrere, uno spazio in cui il termine “abbandono” può rappresentare una suggestione interessante, relativamente alla speranza di un possibile distacco dalla razionalità moderna. Un distacco dovuto alla sempre più forte somatizzazione, esperienzializzazione del linguaggio e della comunicazione, a cui dobbiamo, di fatto, la visibilità di soggetti e corpi che nella storia dell’Occidente sono stati mortificati proprio dalla scrittura[38].

 

4 - Media e contesti: la comunicazione verbale, non verbale e alternativa dell’internato.

Succedono più cose in un penitenziario

in un giorno,

che in una città nel corso di

una intera settimana…

Un detenuto racconta

i giorni della rivolta di Porto Azzurro[39]

Alcuni autori sostengono che la socializzazione sia un processo che dura tutta la vita,[40] intendendo per socializzazione il processo del divenire, il passaggio da un ruolo al ruolo seguente.

Possiamo parlare di socializzazione della devianza, come di quel processo per gradi che porta l’individuo all’assunzione di un ruolo e di una identità. In questo senso la devianza primaria e secondaria, rappresentano due gradi diversi di socializzazione della devianza. Due stadi in cui si passa dall’assunzione di una etichetta, all’assunzione di un ruolo e poi all’assunzione della identità. Potremmo ipotizzare che, fra l’assunzione di una etichetta e quella di una identità, vi sia uno stadio di socializzazione intermedio in cui, attraverso l’assunzione di un ruolo specifico – quello dell’internato – si compia un passaggio di grado significativo, in seguito ad una sorta di collasso mentale. “I collassi mentali di vario genere sono spesso il risultato dello sradicamento e dell’inondazione di nuove informazioni e di modelli di informazione incessantemente nuovi[41] Un passaggio in cui si matura una identità –deviante - di gruppo tanto maggiore quanto maggiore è la frattura dell’individuo con  il sistema - inteso quale opportunità di confronto – informativo esterno. Questo passaggio di grado si realizzerebbe proprio nelle pratiche di socializzazione dell’internamento; in quel processo coatto e repentino, di acquisizione di uno status e di una cultura.

In tal senso, appare opportuno, a questo punto della trattazione del problema, inserire elementi attorno alla cultura carceraria[42] e alla socializzazione dell’internamento, rintracciabili nelle pratiche di comunicazione all’interno delle strutture totalizzanti.

La socializzazione è il processo del divenire, il passaggio da un ruolo al ruolo seguente. Dunque la socializzazione è in stretto rapporto con le caratteristiche informative dell’identità di gruppo… Ogni processo di socializzazione tende ad acquisire le informazioni condivise ma specifiche del gruppo di riferimento[43]. Il rapporto fra identità e territorio di gruppo è legato al rapporto tradizionale fra accesso al territorio e accesso alle informazioni.

Nell’ultimo paragrafo, abbiamo visto come i media elettronici possano iniziare a confondere le identità di gruppo precedentemente separate, permettendo agli individui di sfuggire informativamente ai gruppi ancorati al luogo. Ci sono, invece, situazioni in cui le identità di gruppo si confondono in funzione di dinamiche aggregative che riuniscono individui estranei, improvvisamente e arbitrariamente, racchiudendoli in un singolo gruppo e separandoli dal mondo esterno. In queste situazioni, al contrario, la socializzazione è legata piu al luogo, e alle dinamiche di accesso graduale all’informazione.




Il processo di socializzazione in questi contesti, peraltro, risente dell’ambivalenza dell’individuo, - che come abbiamo detto, è sempre combattuto fra appartenenza e distanza – che lo porta a vivere una costante tensione fra la ricerca di identità attraverso il confronto col mondo esterno, e l’integrazione con l’ambiente interno.

In queste realtà totalizzanti, i periodi di socializzazione tendono a essere molto più lunghi, poiché il nuovo elemento viene visto piu come una minaccia che come una risorsa. Ed è in funzione di questo pregiudizio che si sviluppa una cultura dell’adattamento precario,  che sottende le relazioni all’interno dei contesti totali, fra internati e fra internati e staff. In funzione di questo pregiudizio, infatti, si attua un processo di comunicazione fondato su canali ufficiali e canali alternativi,  codici ufficiali e codici alternativi.

Questi codici regolano  tutti gli aspetti dell’interazione durante la vita del detenuto, e il loro utilizzo alternativo, genera dinamiche di inclusione ed esclusione.

In una situazione dove tempo, spazio e comunicazione sono contingentati, il significato di ogni comportamento, ogni minimo movimento, parola o gesto, assume valore simbolico ed estetico di notevole spessore, per sé e per gli altri.

Nel rapporto con sé, il detenuto vive una esistenza in bilico da border line. Possiamo dire che è “come se il detenuto, giorno dopo giorno, anno dopo anno, disegnasse una copia in miniatura del quotidiano, attraverso comportamenti e regole del vivere sociale, rigidi e maniacali; comportamenti e regole che altrove si diluiscono nei grandi spazi e nei tempi dilatati. C’è, nella vita reclusa, un’esasperazione dei significati impliciti (attribuiti ai gesti, alle parole, agli sguardi, persino agli oggetti comuni), che colpisce, in seguito alla carcerazione, persino chi li ha vissuti direttamente”[44].

L’esasperazione del valore dei significati, porta a una ripetizione maniacale che avvicina alla paranoia. Allo stesso tempo, un’altra situazione da border line, la più pesante, l’internato la vive sul filo della schizofrenia, combattuto fra il senso di colpa e il senso di ingiustizia, fra l’introiezione e la proiezione dei problemi; fra situazioni di scena e retroscena, che si fondono in un’unica arena; fra adeguamento a canali convenzionali e violazione dei codici formali; fra la ricerca di protezione nell’adeguamento e socializzazione della galera, e il bisogno di emancipazione nella ricerca del contatto con l’esterno.

I canali convenzionali di informazione, disponibili per relazionarsi con l’esterno, sono: i colloqui e la corrispondenza con i familiari; le poche frammentarie notizie fornite dal personale di sorveglianza; i media – giornali, riviste e televisione, quest’ultima, come vedremo piu avanti, utilizzata quale rumore di fondo costantemente durante quasi tutta la giornata.

I canali ufficiali di socializzazione interna, sono i bollettini e le informative tecniche, trasmesse in maniera informale o distribuite, raramente, in maniera formale dal personale di sorveglianza.

I canali alternativi e i codici informali, invece, riguardano la socializzazione della detenzione fra gli internati.

Sotto il profilo dei canali, assumono particolare rilievo, i supporti non convenzionali, per la trasmissione di informazione, quali le “sfoglie[45]”, trasmesse nelle ore di socialità,[46] o attraverso altri detenuti che, in funzione di determinate mansioni, godono di una certa libertà di movimento fra i vari ambienti interni.

Sotto il profilo dei codici, come abbiamo già detto, assumono notevole importanza atteggiamenti, sguardi e comportamenti, ai quali l’internato accede gradualmente e, in virtù dei quali, egli assume talune dignità sociali inclusive.

Il detenuto impara, spesso a sue spese,  rituali e codici che sottendono la socializzazione carceraria, per i quali non esistono né regole di passaggio né tempi certi. Imparare a comunicare fra detenuti, vuol dire aver accettato il paradosso di una certa gerarchia fra pari, dove fra individui di uno stesso status, il grado gerarchico non è assunto tanto in funzione dell’anzianità di galera, né dal possesso di attributi riconducibili a valori del mondo esterno, ma trascendentale nel passaggio di status.

Imparare a comunicare, vuol dire disporre di una risorsa importante nel processo di socializzazione, e nella lotta per sopravvivenza fisica. Così come racconta un detenuto di Padova:

“appena entrato in galera, circa ventiquattro anni fa,  durante l’ora d’aria vidi alcuni compagni che maltrattavano un ragazzino come me, - che avevo qualcosa come diciannove anni - allontanandolo da una partita a pallone. Sai, in quegli anni sei ancora giovane, non sai niente della galera, sei appena entrato e credi di poter dominare il mondo da solo; e allora andai verso il gruppo che giocava e, in malo modo, gli “spiegai” che quel ragazzo doveva giocare. Allora il ragazzo iniziò a giocare, ma la partita, entro pochi secondi fu autosospesa. In quel momento tutto andò liscio, In quel momento mi sentivo paladino di una certa giustizia. Non sapevo ancora di aver commesso qualcosa che, in carcere, assomiglia alla lesa maestà. Non sapevo che quella esclusione non arrivava per caso o per volontà dei giocatori, ma era stata dettata dall’alto. Così tornai in cella, e tutto sembrava finito. La sera dopo, mentre ero in un altro ambiente, senza accorgemi, fui aggredito da alcuni detenuti che, in un batter d’occhio, mi dettero tante di quelle coltellate, da ridurmi in fin di vita. Mi ricoverarono in infermeria e in ospedale, da dove sono uscito, malconcio e dopo alcune settimane. Da quel momento capii che qualcosa doveva veramente cambiare. Che dovevo imparare le regole del gioco, e vivere secondo quelle regole”

Imparare le regole, dunque, per essere accettati. Essere accettati, validando una gerarchia e una cultura alternativa. Una cultura in cui, la comunicazione passa per codici e di rituali differenti da quelli del percorso deviante individuale, imposti dalle condizioni di convivenza.

E fra questi codici comportamentali, troviamo, il passeggio[47], un comportamento messo in atto per segnalare un attrito fra il passeggiatore e uno o piu  astanti; il bacio, che esprime un particolare vincolo di appartenenza; il voltare le spalle, quale segno di disprezzo[48].

E hanno grande significato anche atteggiamenti quali, sedere allo stesso tavolo durante la consumazione dei pasti, o rifiutare l’offerta di generi alimentari pronti o preparati in determinate occasioni.

 A questo proposito voglio ricordare un episodio che mi è capitato, nel corso di una delle mie prime esperienze di insegnamento nel carcere penale di Lecce:

erano trascorsi pochi minuti della lezione giornaliera, che tenevo presso il laboratorio d’arte all’interno della prigione, quando avvertì un netto senso di rifiuto, da parte di almeno due dei detenuti all’interno del laboratorio. Questi, infatti, chiamati a partecipare la cerimonia del caffè in mia presenza, mostravano segni di disaccordo, tanto che presero a passeggiare assieme, in un angolo del laboratorio. A quel punto, chiesi a uno dei detenuti piu anziani – quello che mi faceva un po’ da cicerone durante la lezione – di spiegarmi il motivo di quel comportamento. Egli si allontanò da me, e si avvicinò a un suo compagno che aveva smesso di passeggiare da poco. Poi vidi il mio cicerone che si diresse verso la grata di confine con l’altro laboratorio, dove vi erano altri detenuti che partecipavano un altro corso. E da lì, cominciò a gridare, con un accento incomprensibile, in direzione di un compagno al di là della grata. Io decifrai solo la parte finale del messaggio, che recitava qualcosa del genere “ accà ‘u professore è nnu turista. Non sape niente de sta città…”. In poche parole, mi spiegò il mio cicerone, che qualcuno si sentiva offeso per il mio quotidiano rifiuto di prendere il caffè con loro. Quel rifiuto era stato interpretato secondo il loro codice, come un affronto. Per riportare la questione nei giusti termini, il mio cicerone fu costretto a spiegare al suo compagno, che al mio comportamento non poteva essere attribuito quel significato, in virtù della mia estraneità a quel codice, e a quell’ambiente informativo.

5 - Il corpo del condannato

Nella cultura dell’internato, confluiscono elementi espressivi, in cui il corpo è al centro della rappresentazione, attraverso un linguaggio non necessariamente codificato secondo i canoni convenzionali.

Ed è su questo ulteriore canale informativo trasversale, costituito dal corpo del condannato, dalla pelle del condannato, che voglio concludere questa parte di percorso sulla comunicazione; sui significati che si possono cogliere da quei messaggi, lanciati a sé e agli altri, da quel confine privilegiato che è la pelle dell’uomo.

E’ la superficie del corpo a diventare, in ogni sistema di senso, il confine privilegiato che, dividendo e al tempo stesso collegando domini diversi e altamente complessi, produce e mette in circolazione vettori diversi di significato: sociale, individuale e intrapsichico[49].

E in questo particolare aspetto della comunicazione, in quanto manifestazione di un messaggio che va oltre il messaggio, oltre il ricevente,  possiamo individuare l’ultima tessera di quel processo per gradi, che conduce alla ristrutturazione dell’identità di gruppo; perché in esso possiamo ritrovare una eco che fa sponda sul ricevente, ma che rinvia  dall’emittente alla sua identità.

In certe situazioni il medium e il messaggio si fondono in maniera particolarmente significativa, come nel caso dei tatuaggi: segni di appartenenza e narrazioni, operati attraverso un linguaggio semiotico tatuato sul corpo.

Una ampia letteratura ci ha riferito del significato di alcuni segni distintivi di appartenenza, dai marchi d’infamia del tardo medioevo[50], alle pirografie del XVI secolo[51], fino alle marchiature nei campi di sterminio.

Altra letteratura riferisce, invece, del nuovo significato culturale dei tatuaggi, fra la gente libera.

Qui mi limito ad esporre, telegraficamente, il senso di alcuni segni, nella realtà carceraria.

Il tatuaggio, per l’internato, assume valore di comunicazione, allo scopo di narrare una storia, esprimere un sentimento particolarmente profondo, ovvero può avere significato di appartenenza.

Fra i segni distintivi di appartenenza, uno particolarmente significativo per le inferenze che ne derivano, è il tatuaggio dei cinque punti dell’onore. [52] Fra i segni connotativi, invece, c’è il tatuaggio della farfalla, che rappresenta la libertà; la nave con le vele al vento, che rappresenta la voglia di uscire dalla prigione.

Nel tatuaggio, dunque, ancora un altro messaggio, da usare come chiave di accesso o come segno di differenza. Un altro modo di comunicare che impone un nuovo paradigma interpretativo. Forse lo stesso paradigma che non vollero indagare i conquistadores, per decodificare quei grandi messaggi, scolpiti come disegni, sui corpi e sulle rocce, delle civiltà precolombiane.

Forse è anche dalla pelle che occorre ripartire, se vogliamo discutere dei processi identitari e sociali, delle loro instabilità, mutevolezze e traiettorie. “E’ alla pelle che occorre guardare, per leggere le mappature di possibili ripensamenti, ridefinizioni, riscritture dell’identità. Ed è sulla pelle che possiamo leggere le tracce permanenti di una mobilizzazione di intensità tra corpi e soggetti, tra sé e altro da sé…[53].

Conclusione

Un po’ per volontà e un po’ per caso, questa prima parte del lavoro si conclude sul tatuaggio. Si conclude sulla pelle dell’uomo - estremo topos di confine fra l’anima e il mondo – questa prima parte di un lavoro che va dall’interno all’esterno, dalla produzione della mente dell’uomo, dalle sue teorie, alla produzione del corpo, alla traduzione nelle relazioni. Un viaggio fra res cogitans e res extensa, tra mente e corpo, che dal tatuaggio, estremo iato, riparte verso l’approdo sui lidi dei fatti sociali[54], cercando le relazioni che possano incrinare la solidità razionale del soggetto cartesiano[55].

La riflessione fin qui esperita, si è sviluppata attorno a parametri teorici. Da qui in poi, andremo a indagare uno scorcio dell’universo della devianza, attraverso l’esperienza di alcuni attori, e mediante quella sorta di artefatti cognitivi[56], rappresentati dai prodotti della loro esperienza nel campo della comunicazione[57].

Passeremo, nel prossimo capitolo, ad analizzare alcuni aspetti della reazione alla esclusione di talune istanze dai mezzi di comunicazione – autoproduzione in internet, blog e autoproduzione riviste da parte degli internati – e come si costituiscano nuove culture  alternative in relazione ai nuovi media – cultura haker – cultura degli sms – in un orizzonte di anarchia mediatica.



[1] M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, (1964), Milano, Garzanti, 1967. PP. 11-38. “Il medium è il messaggio”;

[2] A. Briggs e P. Burke, Storia sociale dei media. Da Gutemberg a Internet, Bologna, Il Mulino, 2002. PP.25-325;

[3] M. Castells, Galassia internet, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2002;

[4] J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul comportamento sociale, Bologna, Baskerville, 1993;

[5] S. Critstante e M. Binotto, Media e potere. Il lato oscuro della forza, Roma, Luca Sossella Editore, 2000;

[6] Rintracciabile nel significato di scambio comunicativo al quale si giunge attraverso il circuito di trasmissione circolare dei saperi che sono le enciclopedie: da Bacone agli Enciclopedisti, fino agli supporti attuali.

Vedi A. Semeraro, Calypso, la nasconditrice, L’educazione nell’età della comunicazione illimitata, Lecce. Manni Editore, 2003, pg 19 e ss;

[7] Cose del mondo intese quale insieme di oggetti, soggetti e relazioni.

[8] Cultura dei Maus media intesa come cultura delle reti, ma anche cultura MAUSS, in riferimento alle idee del Movimento Antiutilitarista nelle ScienzeSociali, francese. Vedi Proto.

[9] Vedi autore in Castells

[10] Distanziazione spazio-temporale: in Proto pg115 piu

Giddens A., Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Bologna, Il Mulino, 2000.



[11] F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, in Al di là del bene e del male. Genealogia della morale, Milano, Adelphi,1989;

[12] E. Borgna, Noi siamo un colloquio, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2000;

[13] Critstante S.e M. Binotto, Media e potere. Il lato oscuro della forza, Roma,  Luca Sossella Editore, 2000;

[14] Abruzzese A., L’intelligenza del mondo. Fondamenti di storia e teoria dell’immaginario, Roma, Meltemi, 2001;

[15] Harold Innis;

[16] Il problema della connessione dei fenomeni sociali e culturali è vivo già da Montesquieu, alle cui riflessioni si ispirerà lo stesso Durkheim, nella elaborazione del concetto di solidarietà sociale;

[17] “Anthony Wilden,… rifacendosi chiaramente a N. Luhmann… vede nella comunicazione quel legame che tiene assieme tutti i sottosistemi.”, in A. Semeraro, Calypso, la nasconditrice. L’educazione nell’età della comunicazione illimitata, Lecce, Piero Manni Editore, 2003;

[18] M. McLuhan, L’uomo e il suo messaggio. Le leggi dei media, la violenza, l’ecologia, la religione; (1989), Varese, SugarCo Edizioni, 1992;

[19] F. Crespi, in Sociologia delle comunicazioni di massa, Milano, Franco Angeli Editore, 1976, pp.107-25;

[20] A. Albruzzese, Il potere per me e per te, in S. Cristante e M. Binotto, Media e Potere. Il lato oscuro della forza, Roma, Luca Sosselli Editore, 2000. P.155.

[21] L’ipnosi è dovuta al registro narrativo che l’informazione adotta, la delega è dovuta al catastrofismo attraverso il quale vengono selezionati e presentati i problemi, il quale determina un senso di angoscia troppo grande per potersene far carico. E così si passa a frequentare talk show e dibattiti in cui esorcizzare l’ansia, alla ricerca di soluzioni mediatiche. Talk show e dibattiti che, lungi dall’essere impostati secondo modelli capaci di stimolare la riflessione altrove, si presentano come modelli chiusi ed esaustivi, ovvero come modelli frustranti in quanto, talvolta, mettono in evidenza l’irrisolvibilità delle questioni - naturalmente le questioni selezionate. Così si ingenera un percorso che ogni sera porta gli spettatori in un circuito che si autoalimenta nel gioco dell’alternanza fra senso di angoscia, e ipnosi, che conducono all’apatia sociale e alla delega. 

[22] H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Torino, Einaudi, 1967, p. 76.

[23] Si potrebbe così spiegare, l’esodo adolescenziale verso concorsi di bellezza, selezioni e provini per l’acceso, a qualsiasi titolo,  nell’universo mediatico; deriva alle frustrazioni che nella  realtà attuale deriverebbero proprio dal rifiuto di quel senso di inadeguatezza all’accesso, determinato non da mancanza di peculiarità – giacché di peculiarità diverse da quelle fisiche, se ne richiedono ben poche – ma mancanza di opportunità. E qui si ripropongono le relazioni che passano fra i rapporti:  mezzi-fini; modelli e aspirazioni;  valore del processo e valore del  risultato.

[24] R.G. Schwartzemberg, in M. Proto, Elementi di Sociologia,.Sistemi sociali, Potere, Globalizzazione, Manduria, Pietro Lacaita Editore, 2001. P.156-65.

[25] A. Semeraro, Calypso, op.cit. cap III;

[26] Il corsivo è mio. Qui intendo collegarmi al concetto, già espresso, di coscienza critica, rimarcando l’assonanza con l’autore rispetto all’importanza dello sviluppo di un senso critico nei confronti delle dinamiche sociali.

[27] M. Proto, Elementi di Sociologia,.Sistemi sociali, Potere, Globalizzazione, Manduria, Pietro Lacaita Editore, 2001. P.156-65.

[28] M. De Vincentiis, L’Ufficio Stampa. Chi come dove quando e perché, Milano, Lupetti  Editori, 2003. “Il fegatello è un articolo di riserva, scritto per riempire qualche colonna eventualmente incompleta”.

[29] Oppure, meglio, come “vorrebbero” che fosse;

[30] V. Capecchi e M. Livolsi, La Stampa Quotidiana, in G. Fabris, Sociologia delle comunicazioni di Massa, (a cura di), Milano, Franco Angeli Editore, 1976. PP155-70;

[31] Cosa che, come vedremo, sarà una motivazioni che allontanano dalla lettura dei quotidiani i detenuti

[32] G. Fabris, Sociologia delle comunicazioni di Massa, (a cura di), Milano, Franco Angeli Editore, 1976, p. 161.

[33] W. Mills, L’élite del potere, Milano, Feltrinelli, 1966, p. 294.

[34]Castells M., Galassia internet, Milano, Feltrinelli, 2001. Pp. 13-262.

[35] Così come si riscontra nei movimenti dell’open source;

[36] A. Semeraro, Calypso, la nasconditrice, op. cit., cap. III;

[37] Ibidem

[38] A. Abruzzese, Il potere per me e per te, in S. Cristante e M. Binotto, Media e potere. Il lato oscuro della forza, Roma, Luca Sossella Editore, 2000.

[39] Fonte internet: L’altro diritto – Dipartimento di Teoria e Storia del Diritto.

[40] Meyrowitz J., Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul  comportamento sociale, Bologna, Baskerville, 1995, pp. 92 –106;

[41] McLuhan M., Gli strumenti del comunicare, (1964), Milano, Garzanti, 1967; pp. 20-22

[42] La cultura carceraria diventa una cultura della devianza, se, paradossalmente, la si considera quale cultura dell’adattamento alle situazioni, cultura delle soluzioni alternative al fine della sopravvivenza, per la lotta della resistenza identitaria – come ha ricordato Goffman.

[43] J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo, op. cit., pp. 92 -106.

[44] E. Gallo e V. Ruggiero, Il carcere immateriale, Edizioni Sonda, 1989.

[45] Le sfoglie sono pezzi di carta o altro supporto materiale, recanti comunicazioni o disposizioni verso altri detenuti, dislocati in aree difficilmente raggiungibili o in condizioni di particolare isolamento.

[46] Le ore di socialità, in gergo ufficiale carcerario, sono le ore d’aria o i momenti di incontro fra certi detenuti, per motivi trattamentali – di cui al paragrafo precedente.

[47]Il passeggio è quel rito che si compie in luogo, solitamente diverso dalla cella, ma talvolta anche in cella, per segnalare uno stato di risentimento nei confronti di qualcuno. Allora un internato comincia a passeggiare avanti e indietro, continuamente per un lungo periodo di tempo, mentre al suo fianco si alternano vari altri compagni – ma non compagni qualunque – con i quali il passeggiatore scambia frasi e messaggi. Man mano che i compagni di passeggio escono dalla passeggiata, segnalano a un altro degli astanti, che si può avvicinare al passeggiatore. E così, fino a quando qualcuno, alla fine, non segnalerà più nulla a quei compagni che rimarranno esclusi dal passeggio, diventando, così, stigmatizzati dal resto del gruppo.

[48] Un altro detenuto, durante una intervista, mi ha raccontato che, quando si sta al fianco di  un compagno particolarmente importante, se ci si deve girare per tornare indietro o cambiare direzione di marcia, si deve avere cura di non voltargli mai le spalle. Questo verrebbe interpretato come mancanza di rispetto.

[49] B. Marenko, Segni indelebili. Materia e desiderio del corpo tatuato, Milano, Feltrinelli, 2002.

[50] B. Geremek, Infamia sociale e gruppi marginali, in M. Ciacci e V. Gualandi, La costruzione sociale della devianza. Op. cit.

[51] Nella legislazione inglese contro i vagabondi, agli inizi del secolo XVI, troviamo un ordine che li obbligava a portare sul petto, prima che venisse impresso loro sulla pelle, un segno a forma di V.

B. Geremek, op. cit.. p. 125.

[52] Così come mi ha raccontato un detenuto in una intervista, i cinque punti dell’onore sono il segno di appartenenza ad una cultura, piu che l’affiliazione a un gruppo. Essi esprimono: lealtà, dignità, onore, e si tatuano sul dorso della mano, fra il pollice e l’indice;

[53] B. Marenko, op. cit. p.14.

[54] Durkheim: i fenomeni sociali sono “fatti sociali”.

[55] Con Lacan, Derrida, Foucault si delinea la critica nota come “La morte del soggetto”, volta a ribaltare l’orizzonte cartesiano, fino a mettere i discussione i fondamenti epistemologici  della cultura occidentale.

[56] D. A. Norman, Le cose che ci fanno intelligenti. Il posto della tecnologia nel mondo dell’uomo, (1993), Milano, Feltrinelli, 1995, p.30. 

[57] A. Piromallo Gambardella, Le sfide della comunicazione, Roma-Bari, Editori Laterza, 2001, p. 34: “Norman… si preoccupa di evidenziare … tre tipi di apprendimento: per accrescimento, per messa a punto e per ristrutturazione…Norman è fiducioso nella straordinaria flessibilità dell’intelligenza umana e nella sua capacità d’inventare strumenti che vadano al di là dei suoi stessi limiti”.

Scarica gratis Media e gruppi sociali
Appunti su:







Accedi al tuo account
Scarica 100% gratis e Invia appunti, tesine, riassunti

Registrati ora Password dimenticata?
  • Appunti superiori
  • In questa sezione troverai sunti esame, dispense, appunti universitari, esercitazioni e tesi, suddivisi per le principali facoltà.
  • Università
  • Appunti, dispense, esercitazioni, riassunti direttamente dalla tua aula Universitaria
  • all'Informatica
  • Introduzione all'Informatica, Information and Comunication Tecnology, componenti del computer, software, hardware ...

Appunti Risorse umane Risorse umane
    Tesine Amministratori Amministratori
    Lezioni Marketing Marketing