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La comunicazione scientifica e l'editoria digitale: evoluzione o rivoluzione?




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La comunicazione scientifica e l'editoria digitale:

evoluzione o rivoluzione?

Introduzione



Per comunicazione scientifica si intende il processo con cui gli studiosi producono, condividono, valutano, diffondono e conservano i risultati dell'attività scientifica. Questo processo ha molti attori: professori universitari e ricercatori che pubblicano i risultati della loro ricerca; università che forniscono l'infrastruttura della ricerca; editori che pubblicano e diffondono le opere scientifiche; produttori di repertori e banche dati che indicizzano le pubblicazioni e biblioteche che forniscono un servizio di accesso alle pubblicazioni correnti e assicurano la conservazione delle pubblicazioni. L'interruzione di questo flusso della comunicazione in un sol punto della catena ha un impatto negativo su tutto il sistema.

Il budget delle biblioteche universitarie, che va dal 3% al 5% del budget delle università, è stato ormai 'congelato' negli ultimi anni, se non diminuito, ed ha così perso gran parte della capacità d'acquisto. Contemporaneamente, i prezzi dei periodici scientifici hanno subito negli ultimi anni un aumento insostenibile per le biblioteche, in particolare le biblioteche delle Università. Chi aveva posto speranze in una riduzione dei costi con i periodici elettronici è stato presto deluso poiché è ormai evidente che gli editori investono nell'editoria elettronica per aumentare il loro profitto, aggiungendo agli abbonamenti tradizionali su carta una percentuale per l'equivalente periodico elettronico. Questo problema non è solo un problema delle biblioteche, come pensano in molti, ma ha un forte impatto sulla comunicazione scientifica. D'altro canto, le università impegnano una fetta consistente del loro budget sia per creare l'infrastruttura di servizi che rende possibile la ricerca sia per pubblicare, come editore o attraverso gli editori commerciali, i risultati dell'attività di ricerca. Poiché l'interesse degli autori è solo che il loro lavoro venga diffuso e conosciuto, cedono all'editore ogni diritto di sfruttamento economico. Le biblioteche universitarie, se vogliono avere traccia di quello che viene pubblicato dai docenti che fanno attività nella stessa università, devono comprare dagli editori commerciali libri e riviste che contengono queste opere.

Gli editori commerciali assicurano il controllo di qualità delle pubblicazioni scientifiche attraverso la selezione dei documenti degni di pubblicazione e la recensione di esperti. Attraverso la loro catena di distribuzione, garantiscono inoltre agli autori la diffusione del loro lavoro. E per questo loro ruolo continuano ad avere una funzione essenziale, tanto più in Italia dove non esistono servizi di indicizzazione ed abstract che analizzino la produzione scientifica italiana. In cambio di questa funzione, molto spesso gli editori in Italia ricevono finanziamenti pubblici a fondo perduto o abbonamenti e acquisti assicurati dalle biblioteche universitarie, di cui gli stessi autori accademici spesso si fanno garanti. Gli editori italiani sono però spesso limitati al territorio nazionale, così che gli autori che vogliono far conoscere la loro opera sono obbligati a pubblicare all'estero. Attualmente, a causa della concentrazione dell'editoria scientifica in pochi editori multinazionali, il 43% di tutti i periodici scientifici è posseduto da Elsevier e Springer. Il controllo dei costi della comunicazione scientifica è attualmente in mano a questi editori. Le biblioteche possono far poco per contrastare la politica dei prezzi: i consorzi di biblioteche o i tagli agli abbonamenti più costosi non sono soluzioni al problema. Autori ed università che hanno incautamente ceduto il diritto di sfruttamento commerciale della loro produzione intellettuale, non possono rientrarne in possesso.

Oggi c'è l'opportunità di cambiare questo flusso della comunicazione scientifica che è dispendioso ed inefficiente con sistemi alternativi di pubblicazione che ridanno agli autori, alle istituzioni ed alle associazioni scientifiche il controllo perduto. E le biblioteche possono avere un ruolo importante in questo cambiamento, accelerando la loro evoluzione in biblioteche digitali.

La nuova opportunità è offerta dall'editoria digitale. L'editoria digitale riduce i costi della creazione, distribuzione e della conservazione delle pubblicazioni scientifiche almeno della metà rispetto alle pubblicazioni a stampa. Con un costo minore, il valore aggiunto è molto maggiore. Infatti in tempi brevissimi viene diffusa la pubblicazione a tutti gli studiosi collegati alla rete; le possibilità dell'ipertesto danno un nuovo strumento alla citazione bibliografica ed infine, la multimedialità e l'interattività consentono di creare pubblicazioni del tutto diverse dalle tradizionali. Sul rinnovamento del modo di diffusione della comunicazione scientifica esperimenti e discussioni sono in una fase di grande vivacità.

1.     L'auto-pubblicazione (self-publishing) e le Case editrici universitarie (University press)

Le nuove tecnologie offrono alle istituzioni di ricerca l'opportunità di un modo diverso di diffusione dell'informazione scientifica, che sembra, dopo le prime sperimentazioni, più vantaggioso del periodico su carta, che per 300 anni è stato il canale di trasmissione della comunicazione scientifica. Nelle università e nelle associazioni di ricerca si è capito l'errore commesso di aver lasciato in mano agli editori commerciali la politica dei prezzi della comunicazione scientifica, e per rimediare, si sta cercando di riprendere il controllo, riappropriandosi del copyright per nuove iniziative editoriali. Autori ed autori collettivi (istituzioni di ricerca) tentano di diventare editori di se stessi. La migliore descrizione di questa evoluzione e alcune raccomandazioni per assicurare il futuro della comunicazione scientifica sono contenute nel rapporto “To publish and perish” dell'Association of American Universities (AAU) , associazione che aiuta le università partecipanti con dei Forum per la discussione di temi strategici, come l'editoria scientifica.



E' usato il termine “auto-pubblicazione” per identificare la disseminazione scientifica che rende superflui gli editori. Cosa è stato fatto finora? Studiosi come Steve Harnad , Andrew Odylzko , Hall Varian e Harnold Varnus sollecitano gli autori con grande determinazione a non cedere il copyright agli editori ed a realizzare pubblicazioni scientifiche indipendenti. Le proposte vanno dal realizzare una propria home page con i reprint delle proprie pubblicazioni, a costruire un sito con i preprint di un settore disciplinare, fino a realizzare un periodico solo elettronico. Tuttavia non hanno avuto molto successo tra i colleghi, ancora riluttanti a seguire il loro esempio. Per quali motivi? Quali barriere si frappongono a questa rivoluzionaria trasmissione della comunicazione scientifica? Probabilmente il maggiore ostacolo è tutto il lavoro che c'è da fare. Non è cosa da poco predisporre un periodico elettronico o anche solo un proprio sito Web e per di più questo lavoro si aggiunge alle normali attività di studio e didattica. Inoltre l'auto-pubblicazione richiede una buona familiarità con il calcolatore. Un secondo ostacolo, connesso strettamente al primo, è che il lavoro pubblicato in rete non è considerato alla stregua della produzione a stampa nei concorsi per gli avanzamenti di carriera. Così il tempo speso nelle attività editoriali è sottratto ad attività ben più renumerative. Un terzo ostacolo, questo più sostanziale dei precedenti, è la perdita della peer review, che è invece essenziale per gli studiosi. I periodici elettronici ed altre iniziative editoriali prodotte da singoli ricercatori nelle università, per questi ostacoli, se nascono, hanno spesso vita breve.

Le Case editrici universitarie e di associazioni scientifiche sono numerose e con una produzione assai più stabile delle pubblicazioni auto-prodotte. Alcune hanno una lunga tradizione, altre sono fiorite recentemente sulla spinta di razionalizzare la comunicazione scientifica appropriandosi delle tecniche dell'editoria elettronica. Usare il Web significa che le università non devono sostenere gli alti costi della stampa e della distribuzione. Rispetto agli editori commerciali, le case editrici di università ed associazioni si distinguono perché sono imprese no-profit, cioè di gran lunga più economiche per gli utenti, a parità di qualità. Per il resto, tali imprese editoriali sono simili alle case editrici commerciali. In particolare, le nuove 'University press' si assumono le tre funzionalità tradizionalmente svolte dagli editori commerciali:

·       la selezione della pubblicazione (non solo la peer review ma lo stimolo e l'incoraggiamento a rendere pubblici i risultati di rilievo);

·       la stampa (compreso il disegno editoriale e la correzione della pubblicazione);

·       la distribuzione e la promozione (cioè far conoscere il libro giusto alla persona giusta).

La gestione delle Case editrici universitarie non è facile. Devono prima di tutto fronteggiare il rischio di andare in deficit, rischio che è legato alla produzione completamente gratuita (ma qualcuno deve pur pagare!) o alla produzione di opere a scarsa circolazione. Infatti, l'editoria elettronica non aiuta a ridurre il costo di produzione della prima copia, calcolato dal 70 all'85% del costo totale. Possono essere ridotti invece i costi relativi alla stampa ed alla distribuzione. Gli espedienti utilizzati per tenere bassi i costi, sono vari: limitare la pubblicazione a certe opere come ad esempio i libri di testo, privilegiare il print-on-demand, usare supporti alternativi alla carta, come i CD-ROM ed il Web, vendere singole unità informative come i capitoli o gli articoli, allearsi con altre imprese editoriali universitarie. Ma la strategia migliore per il successo sembra quella di stimolare sinergie all'interno delle università ed all'esterno, con altre Case editrici di università ed associazioni scientifiche. Le più importanti biblioteche universitarie nel mondo stanno guidando verso questa sinergia l'evoluzione delle University press, collaborando con tutti gli attori dell'editoria scientifica. Molte altre biblioteche universitarie stanno inserendo nelle strategie di sviluppo dei sistemi bibliotecari progetti di distribuzione e promozione della comunicazione scientifica prodotta internamente, dove questa è funzionalmente, se non dal punto di vista dell'organizzazione, integrata nei sistemi informativi.

Un modello di collaborazione possibile tra University press è stato realizzato dall' Association of Research Libraries' (ARL) con il suo Progetto Scholarly Publishing and Academic Resources Coalition (SPARC) che rappresenta un tentativo di stimolare ed aiutare la produzione di pubblicazioni in linea da parte di università ed associazioni di alta qualità ed a basso costo.




2.     Aggregatori

Nei due modelli precedenti, gli autori e le istituzioni di ricerca diventano editori di sé stessi, organizzandosi a svolgere in tutto o in parte le attività editoriali. Un altro modo di pubblicare, alternativo al modo tradizionale, che si presenta come un cambiamento significativo è il sito Web condiviso tra più autori ed editori d'informazione. Molti dei costi e delle problematiche che ostacolano un vero rinnovamento della comunicazione scientifica, possono essere evitati rivolgendosi ad aggregatori ovvero a fornitori esterni del servizio di distribuzione, promozione e conservazione.

Un'altra proposta di ARL è quella di creare un gruppo ristretto di biblioteche specializzate che possono funzionare come archivi nazionali per offrire l'accesso a collezioni di ricerca complete. Le biblioteche, una volta che il progetto sarà realizzato, potranno fornire agli utenti gli strumenti di ricerca necessari per identificare la letteratura scientifica (banche dati di indici ed abstract, per esempio) ma non dovranno mantenere grosse collezioni. In modo molto economico, l'istituzione che produce la pubblicazione si preoccupa della peer review dei documenti e paga tutti i costi associati alla fornitura del servizio; la distribuzione è libera attraverso gli aggregatori e l'accesso è istantaneo per gli studiosi. In questa situazione un'istituzione si prende la responsabilità di porsi come distributore senza costi per l'intera comunità scientifica. Questo modello rappresenta una risposta efficace al circolo vizioso della spirale dei prezzi dei periodici, conseguente alla cancellazione degli abbonamenti: offre infatti risparmi e vantaggi poichè il collegamento a siti come Uncover o OCLC consente a molti più utenti di usufruire delle pubblicazioni scientifiche.

3.     Depositi istituzionali di e-print

 

Gli studiosi vogliono l'accesso all'informazione disponibile appena creata e questo ha portato in passato alla diffusione di working papers e preprint, pubblicazioni diffuse prima della pubblicazione in riviste tradizionali, produzione conosciuta dai bibliotecari come “letteratura grigia”. Negli ultimi anni, è diventato più facile trasmettere o conservare i preprint in rete. Internet consente una disseminazione dei testi efficiente con una possibilità in più rispetto al processo delle pubblicazioni a stampa: le possibilità dell'ipertesto che, potenzialmente stimola e rende possibile lo scambio di idee con una modalità che aggiunge valore agli studiosi. La possibilità di poter sfogliare banche dati di articoli diventa simile alla modalità di ricerca a scaffale aperto delle biblioteche, ma molto più efficace. La diffusione della comunicazione scientifica diviene più veloce, con una diffusione mondiale e quindi meno costosa.

Professori e ricercatori si possono assumere l'intera responsabilità di attività editoriali come la validazione, la formattazione della pagina, e la trasmissione. Le biblioteche insieme ai centri di calcolo possono rendere disponibile il servizio e coordinare il processo. Citazioni bibliografiche e pre-print sono collegati agli OPAC delle biblioteche che cercano di rendere il servizio migliore possibile alla comunità scientifica. I servizi di preprint in linea attualmente operanti comprendono tutte le pubblicazioni riguardanti discipline come la fisica e l'astronomia, e gli articoli dei partecipanti al progetto NCSTRL . Il deposito di preprint e gli indici correlati sono l'alternativa vera alla tradizionale comunicazione scientifica a stampa.

Un'alternativa a questo modello è NEAR (National Electronic Article Repository) che è il Progetto presentato negli Stati Uniti da David E. Shulenburger, Provost dell' University of Kansas: quando un articolo viene accettato per essere pubblicato in un periodico scientifico, viene conservato dall'autore il copyright per l'immissione in un deposito mantenuto dal governo ed accessibile liberamente per il tempo che intercorre dalla presentazione fino alla pubblicazione dell'articolo stesso. In questo modo gli editori sarebbero stimolati a rendere più evidente il valore da loro aggiunto alla comunicazione scientifica e sarebbero anche indotti ad abbassare i prezzi. Questa proposta, che prevede un'integrazione con il ruolo svolto dagli editori, è interessante perché evidenzia una tendenza che sta assumendo sempre più peso nell'evoluzione dell'editoria elettronica: la preminenza del singolo articolo sul contenitore “testata di periodico”. Questa tendenza è stata stimolata dal successo dei depositi di preprint.

Conclusioni

Lo scopo dei vari modelli descritti è di realizzare un sistema di diffusione dell'informazione scientifica economico ed efficace. La possibilità che ora tutti gli autori hanno di poter distribuire i loro testi con queste modalità alternative a quella tradizionale presenta due distinti problemi.

Primo, trovare risorse rilevanti in Internet può prendere molto tempo; in secondo luogo, una volta che si sono recuperate certe fonti informative, determinare la loro qualità è assai difficile, se l'utente non è proprio esperto dell'argomento. Questi problemi: l'efficienza nella ricerca ed il controllo accademico di qualità, possono essere superati utilizzando l'attuale tecnologia ed attraverso la sinergia tra diverse professionalità.



Alcuni tentativi cercano di sviluppare un sistema di metadata (metatags) che estendono il linguaggio di marcatura “html” per comunicare con efficacia con i motori di ricerca, così che non sia necessario usare sistemi manuali di introduzione dei dati. Mentre questi dati saranno necessari per rendere efficiente qualsiasi motore di ricerca, in questo momento il loro uso soffre della mancanza di standardizzazione e dalla limitata diffusione nelle pagine Web. Inoltre l'uso dei metadata non risolve il problema del controllo di qualità che richiederebbe dei criteri per filtrare cosa debba essere indicizzato dai motori di ricerca. I problemi di un sistema standardizzato di metadata e dei criteri di qualità sono problemi indipendenti ma correlati.

Su questo aspetto le biblioteche di ricerca danno un contributo importante, come anche su altre funzioni che riguardano l'organizzazione del servizio e la conservazione dei documenti elettronici. In cambio di questo contributo attivo nel favorire la comunicazione scientifica, le biblioteche possono superare l'annoso problema della spirale dei prezzi dei periodici. Per dovere di informazione, non tutti gli autori citati pensano che le biblioteche siano determinanti nel futuro dell'informazione scientifica. Anzi, dalla difficoltà in cui ora versano le biblioteche, per l'insufficienza di fondi, c'è chi trae evidenza per criticare gli sprechi dell'attuale organizzazione della comunicazione scientifica anche per la parte che riguarda le biblioteche.

All'interno delle università bisogna che si faccia consapevolezza del flusso della comunicazione scientifica, che non avviene a compartimenti stagni. Se si comprende l'interdipendenza dei diversi attori nella comunicazione scientifica, tutti (docenti, bibliotecari, informatici ed amministrativi) possono aiutarsi l'un l'altro a sviluppare soluzioni creative per i problemi elencati, offrendo un nuovo veicolo per tale cooperazione. L'obiettivo condiviso è quello di consentire che la comunità accademica possa continuare ad aver disponibile l'accesso alla ricerca corrente ed alla storia della ricerca scientifica. I docenti devono conservare il copyright sulle loro pubblicazioni per l'uso interno nell'Università. Per chi ha già ceduto il copyright, è possibile non rinnovarlo e riappropriarsene appena possibile. Biblioteche e centri di calcolo possono trovare le soluzioni tecnologiche e di servizio necessarie per trasformare il processo della comunicazione scientifica in modo economico e produttivo.

Bibliografia

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