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LA QUESTIONE DEL CENTRO STORICO - Gli sventramenti e la realizzazione di piazza della Vittoria




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LA QUESTIONE DEL CENTRO STORICO - Gli sventramenti e la realizzazione di piazza della Vittoria


LA QUESTIONE DEL CENTRO STORICO Gli sventramenti e la realizzazione di piazza



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LA QUESTIONE DEL CENTRO STORICO

Gli sventramenti e la realizzazione di piazza della Vittoria




“DAVANTI AGLI EDIFICI SUPERBI DI QUESTA PIAZZA CHE VOI AVETE DEDICATO ALLA VITTORIA E AGLI IMMORTALI SPIRITI CHE LA CONQUISTARONO, DAVANTI A QUESTA PIAZZA MONUMENTALE E AGLI ALTRI EDIFICI, LE PAROLE SONO SUPERFLUE, PERCHÉ PARLANO LE PAROLE, PARLANO I FATTI. QUELLO CHE VI È PIÙ CONFORTANTE IN QUESTO PERIODO E CHE RIVELA LA SPLENDIDA MATURITÀ DEL POPOLO ITALIANO, È CHE SI PUÒ PARLARE FRANCAMENTE ALLE MOLTITUDINI, DIRE AD ESSE CHE LA VIA NON È FACILE, AMMONIRLE CHE SARANNO NECESSARI ALTRI SACRIFICI, PERCHÉ SENZA SACRIFICI NON SI FA LA STORIA”.

(Benito Amilcare Andrea Mussolini)

Piazza della Vittoria

Inaugurata nel novembre del 1932, a soli sei anni dall’indizione del concorso per il nuovo piano regolatore generale della città e dopo frenetici lavori di demolizione e di ricostruzione, piazza della Vittoria ha rappresentato l’intervento urbanistico nel quale con maggiore radicalità si è espressa la volontà di modernizzazione di un tessuto urbano avvertito come arretrato e inadeguato alla vita dei tempi nuovi.

Inserito di peso nel cuore del centro cittadino, il mastodontico complesso di edifici che costituiscono la piazza ne ha modificato in maniera sostanziale la fisionomia e il senso, ponendosi, con linearità dei suoi volumi, con la levigatezza delle sue superfici, con l’inquietante vastità dei suoi spazi, in una totale alterità rispetto all’aspetto labirintico, “casuale”, “caldo” dei quartieri di impianto medievale. Un’alterità trasformatasi ben presto in estraneità alla vita e alle abitudini della città, scontata con una frequentazione tanto scarsa da rasentare la diserzione e risolversi in un sostanziale abbandono.

Ripercorrere la storia di questa piazza, a poco più di sessant’anni dalla sua nascita, se da un lato consente di gettare uno sguardo malinconico, a tratti incredulo, sulla città che abbiamo perduto, dall’altro è operazione che intende sottolineare la storicità ormai acquisita dal complesso monumentale di epoca fascista; piuttosto che il puro rimpianto per una Brescia che non c’è più.

L’intervento del Piacentini

In parallelo all’ opera di scempio e distruzione dell’antico tessuto urbano, nell’ottobre del 1929 l’architetto Marcello Piacentini veniva invitato a Brescia dal podestà Calzoni, ufficialmente per seguire i lavori di rinnovamento urbano, ma in realtà per il conferimento del nuovo incarico, ancora ufficioso, per la stesura particolareggiata del progetto di piazza della Vittoria. Questo incarico era collegato agli impegni presi da Calzoni con la Riunione di Sicurtà, l’Istituto Immobiliare Italiano e il ministero delle Comunicazioni che imponevano all’amministrazione fascista la scelta di un professionista che, con il suo prestigio personale, garantisse un’adeguata risonanza all’operazione di costruzione dei nuovi palazzi. Il 14 dicembre dello stesso anno Calzoni affidò infatti l’incarico del progetto di piazza della Vittoria al grande “ Accademico d’Italia”.

Vennero in realtà assegnati tre incarichi: la consulenza generale tecnico-artistica per tutto quanto avesse riguardato il piano regolatore del centro cittadino, l’allestimento della parte artistica delle facciate e dei portici, nonché i diversi progetti dei singoli edifici da costruirsi intorno alla piazza. L’incarico del progetto di massima venne portato a compimento in meno di due mesi; per quanto riguarda gli altri due incarichi relativi all’attività di consulenza e di progettazione delle facciate, una serie di disegni inediti conservati nel fondo Piacentini a Firenze permette di ricostruire le diverse elaborazioni effettuate tra la primavera del 1930 e la fine dell’anno successivo e documenta che Piacentini studiò e progettò le facciate della piazza durante il suo viaggio a Colonia del 1931, annotando a fianco dei disegni, ripresi da modelli e costruzioni del razionalismo germanico, le linee base e i criteri ai quali si sarebbe orientato il suo progetto.

Per eseguire sul luogo il progetto della piazza di Brescia Piacentini si era assicurato il valido aiuto dell’architetto Oscar Prati, che fungeva da suo collaboratore e da tramite con i responsabili degli enti bresciani. Prati non era un tecnico in vista, ma valente e scrupoloso esecutore dei suoi ordini e tanto gli bastava. Del resto la presenza di questi collaboratori che affiancavano la sua opera di supervisione trova una conferma in altri casi e contesti: Piacentini sceglieva i suoi “basiti” locali tra coloro che sapevano ben eseguire senza contraddire e soprattutto rimanendo nell’ombra.

Sono solo due i palazzi integralmente progettati dalla mano del Piacentini: quello della Cassa Nazionale Assicurazioni Sociali e della Banca Commerciale. In questa commissione egli si fece affiancare dagli architetti Prati ed Aschieri e dagli ingegneri Bernè e Giarratana. La scelta dell’architettura classica e palladiana, compiuta nella facciata del palazzo della Banca Commerciale, si motivava con l’esigenza di creare, attraverso l’imponente e maestosa mole dell’edificio, un rapporto dialettico con la facciata del palazzo delle Poste, sito sul lato opposto della piazza, frutto del suo nuovo e limitato interesse per il razionalismo.

Ai singoli progetti degli altri palazzi lavorarono invece molti altri tecnici: alla costruzione del palazzo della Riunione Adriatica di Sicurtà veniva chiamato l’ingegner Alberti e per le parti interne del caffè “Principe” l’ingegner Berardi. I diversi aspetti del sistema fognario e dei problemi infrastrutturali della piazza furono seguiti dagli ingegneri Nicolò e bernè dell’Ufficio tecnico comunale. Al palazzo dell’Ina lavorarono alla progettazione esecutiva l’ingegner Gino Cipriani, alla direzione dei lavori gli ingegneri Alberto Magrini e Luigi Giova, al calcolo delle strutture in cemento armato l’ingegner Compagna affiancato dal professor Dannuso del Politecnico di Milano. Al Torrione lavorò pure l’ingegner Giarratana che, in dissenso con il Piacentini, abbandonò l’incarico.

Interessante è l’analisi della disposizione planimetrica degli edifici per quanto riguarda gli “allineamenti” ottico – prospettici principali. Piacentini allineò i monumenti antichi come la Loggia, la chiesa di Sant’Agata, il Duomo Nuovo, i portici di via Dieci Giornate, il palazzo dei Monti di pietà con il nucleo moderno della sua piazza.

La piazza conteneva, e in minima parte contiene ancora, alcune opere interessanti. Tra queste si trovava un bassorilievo di Arturo Martini, raffigurante “ l’annunciazione”, distrutto dalle incursioni aeree del 1945. Sopra l’arco della “Torre della rivoluzione” è visibile il riquadro vuoto che conteneva il bassorilievo del Romanelli raffigurante il capo del fascismo a cavallo. Anche sulla sommità delle due semicolonne in stile “babilonese”, che fiancheggiano l’arco di ingresso alla loggia dei mercanti, si trovano rilievi scultorei.

Questi elementi e richiami dello stile littorio erano espressione del concetto di continuità e grandezza che si voleva affermare tra la storia romana e quella fascista e che è testimoniato oggi solamente dall’arengario del Maraini. Nel perimetro esterno del “pulpito” lo scultore richiamava questa presunta continuità decorando nove formelle, delle quali la prima e l’ultima accostate dovevano evidenziare il rapporto tra le due epoche estreme.

L’era fascista veniva richiamata, oltre che dai simboli del littorio posti sui pilastri esterni del palazzo delle Poste ed ai lati dell’arco della Torre della rivoluzione, dalla mole della statua del Dazzi raffigurante appunto “l’Età fascista”. La storia di questa statua è lunga: doveva essere destinata in origine ad abbellire il perimetro del foro Mussoliniano a Roma e solo dopo essere stata scartata dalla Commissione di accettazione venne, con il concorso di Piacentini, dirottata a Brescia per essere collocata vicino al fronte del palazzo delle Assicurazioni Generali Venezia.

Piazza della Vittoria venne inaugurata da Mussolini in persona il 1° Novembre del 1932, esattamente ventiquattro ore prima di via della Conciliazione a Roma. Sul palco delle autorità era assente però Augusto Turati, il vero iniziatore dell’impresa bresciana. Questa circostanza veniva polemicamente segnalata da alcuni giornali locali, che annotavano come tra la folla assiepata si fossero levate molte voci di saluto all’insegna del noto dirigente fascista bresciano ed ex ministro, defenestrato nel settembre del 1930 per divergenze politiche con il Duce che aveva preferito, all’amicizia di questo, la vicinanza di Starace. Il tracollo di Turati avevano causato la caduta di una folta schiera di sostenitori politici e di un buon gruppo di industriali; fra di essi figurano l’impresario Riccardo Pisa, l’ingegnere Egidio Dabbeni, il podestà Pietro Calzoni, il questore Viola, il prefetto Carlo Solmi e soprattutto l’industriale Giulio Togni che si dice si fosse suicidato.

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Mussolini a Brescia per l’inaugurazione.

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L’inaugurazione della piazza.

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I notabili sull’ arengario.

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Il discorso d’inaugurazione.

Un’opera unica nel suo genere

Sei anni dal bando di concorso all’inaugurazione della piazza sono davvero pochi. Una corsa contro il tempo. Una dimostrazione di efficienza che appare lontana anni luce dalle annose e sonnolenti vicende d’oggi.

Ad osservare il ritmo di quegli avvenimenti c’è da rimanere strabiliati: il concorso si concluse nel giro di un anno, un altro anno passò per l’elaborazione del “piano particolareggiato del centro” e già nel 1928 erano iniziate le prime demolizioni delle case fra i vicoli Trabuchello e Granarolo, quando ancora l’iter burocratico presso il ministero dei lavori pubblici non era completato e non si era ancora esaurita l’acquisizione di tutti gli immobili. Infine, nel novembre del 1932 si inaugurò la piazza. E il petto di molti dovette sicuramente gonfiarsi d’orgoglio.

Qualche numero aiuta a comprendere meglio i fatti: i fabbricati demoliti furono centosessantasette e ospitavano duemilaquattrocento persone. Le famiglie non erano fra le più prolifiche, poco più di tre componenti per nucleo. I negozi, una miriade: duecentocinquanta compresi i magazzini, di cui almeno cento destinati alla vendita di generi alimentari. La superficie complessiva dell’area del cantiere era di 49.500 metri quadrati ed aveva una densità edilizia strabiliante: il 66,6% dello spazio era occupato da case. Neppure Napoli raggiungeva questi livelli. C’è da dire che la vita in questi vicoli non fosse facile e la stampa denigratoria di regime diceva la verità; ciò era confermato dalle epidemie di colera che nel corso del tempo avevano causato migliaia di vittime.

Un altro problema importante fu l’acquisizione delle case che dovevano essere demolite e qui c’è un luogo comune da sfatare, quello del pugno di ferro del regime nei confronti dei proprietari degli immobili. Da parte dell’amministrazione podestarile solo in pochissimi casi si operò il famigerato esproprio; si optò invece per un accomodante acquisto in regime di libero mercato; si garantì così un maggior guadagno per il proprietario che doveva forzatamente cedere il proprio bene ed una certa celebrità nell’operazione, evitando così le contorte e lente procedure dell’esproprio.

La fase dei lavori edili dovette rappresentare un momento singolare per la città; fu sicuramente positivo se ci limitiamo a considerare i gravi problemi occupazionali in un periodo di recessione economica. Le duemilacinquecento persone che operavano in quell’immenso cantiere erano gli operai di una grande fabbrica collocata proprio nel cuore della città, che in quegli anni, non dimentichiamolo, contava poco più di centoventimila abitanti.

Il lavoro indotto, tra mense e trasporti, non mancò ed una salutare boccata d’ossigeno ci fu per i rappresentanti della Sabic ( Società anonima bresciana imprese consorziate), cioè le imprese costruttrici Pisa, Baiguera, Cis e Paroletti, che ebbero dal Comune, con l’impresa dell’ingegnere Morganti, l’appalto per la realizzazione dell’opera.

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L’area prima dell’intervento urbanistico.

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L’area del centro prima dell’intervento del Piacentini.

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L’area del centro dopo la realizzazione del progetto: le parti in giallo sono le demolizioni, le parti in rosso le nuove edificazioni.

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Gli sbancamenti dell’area del centro.

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La copertura del condotto per il Bova e il Celato

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L’avviamento dei lavori di costruzione.

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Realizzazione della fognatura nel centro storico

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Piazza Vittoria ultimata.

L’opera dimenticata

Quello che si scorge, passando per il centro , è solo una parte sopravvissuta; alcune cose sono scomparse a causa dei bombardamenti dell’aviazione inglese nel giugno del 1944, altre, per ragioni economiche, si sono trasformate, adattandosi a nuove necessità. Su altre ancora è caduta, implacabile, la scure della censura politico - ideologica, ad hanno seguito le sorti del regime che le aveva commissionate e che esse, intenzionalmente, materializzavano. Altre, invece, sono più recenti e del tutto estranee al progetto piacentini ano. Riguardano il tentativo fallito di rivitalizzare quel lembo di città chiamato piazza della Vittoria.

Brilla per la sua assenza quello che un tempo fu il Mercato coperto, dell’ingegnere Tito Brusa, unico pezzo interamente non piacentini ano. Al suo posto, dal 1968, c’è il palazzo dei magazzini Standa, dell’ingegnere Dario Perugini: un blocco moderno, senza false finalità mimetiche, che ha conservato dell’edificio originale la sola fronte sulla piazza.

Il mercato, per quegli anni, era una struttura all’avanguardia: si erano risolti brillantemente problemi di interferenza fra l’afflusso delle merci, che doveva esser abbondante e la vendita al minuto; il fallimento è stato causato però, dall’errata valutazione della condizione socio - economica del quartiere e delle velleità politiche - propagandistiche con cui venne condotta l’intera operazione urbanistica.

Nel palazzo della Riunione Adriatica di Sicurtà, ideato da Marcello Piacentini e realizzato dall’ingegner Giuseppe Alberti, trovava posto nei piani bassi, il Caffè Principe, che nelle intenzioni di chi lo volle avrebbe dovuto rinverdire i fasti della tradizione dei caffè bresciani (il Centrale, il Roma, il Maffio, quartier generale dello squadrismo locale). L’esercizio era grande, aveva spazi anche sotterranei, ma restava senza vita, salvo in occasione di qualche concerto domenicale. Nonostante il tentativo di associarvi un’attività di ristorazione non decollò.

Il ricambio sociale determinato dallo sventramento fu decisivo: scomparvero quasi totalmente osterie e trattorie, locali tipici di un ambiente popolare, ma non sopravvisse neppure il Caffè Principe, che nelle aspirazioni avrebbe dovuto diventare il salotto buono della città. Una bomba della Raf  danneggiò irrimediabilmente il palazzo in cui era il locale; al suo posto, dopo la guerra, si costruì il salone del cinema Adria e al piano terra la Banca Commerciale. Nella ricostruzione andò perduta anche la bicromia dei marmi di botticino e Mazzano che caratterizzava la fronte dell’edificio su piazza Vittoria.

Anche la statua in marmo di Carrara del Dazzi, battezzata “Era fascista” dallo stesso Mussolini, venne rimossa dalla piazza; lievemente danneggiato dai bombardamenti il Bigio venne rimosso ed ora è abbandonata a se stesso in un deposito municipale.

Lo stesso destino venne riservato all’altorilievo di Romano Romanelli rappresentante il duce a cavallo, collocato sulla Torre della Rivoluzione fra due semicolonne nelle quali campeggiavano fasci littori; l’immagine di un fascismo appiattito sulla mitografia del capo supremo, che non poteva certo superare indenne un momento di trapasso così radicale.

Il colpo decisivo alla piazza venne sfoderato dalla realizzazione dell’autosilo, progettato dall’architetto Fedrigolli negli anni sessanta. Il grande squarcio della presa d’aria, proprio sull’asse prospettico principale, l’accesso carraio sul lato occidentale e le varie forature del marciapiede e delle gradinature in porfido di Bienno hanno alterato la percezione spaziale dell’invaso della piazza, quella che opportunamente si è definita la sua ispirazione “metafisica”, forse l’aspetto più originale di tutta l’operazione.

Chi di scempio ferisce di scempio perisce. Sarà stata la nemesi storica, sarà stata la sproporzione fra luogo e persone, conseguente al monumentalismo che esige l’incontro fra le moltitudini e il mito, sarà stata la repulsione verso il mito caduto, sincera o indotta che fosse dal conformismo politico: sta di fatto che piazza della Vittoria è andata incontro a una mortificazione dell’uso che stride e umilia le ambizioni dei suoi natali.

Nessuna piazza di Brescia ha perduto, in cinquant’anni, così estesamente e brutalmente gran parte degli elementi decorativi, d’arredo, di arricchimento plastico e pittorico che la connotavano prima della seconda guerra mondiale.

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Il parcheggio coperto sotto la piazza.

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La statua del Bigio nel deposito comunale.

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