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Tesi di laurea corso di laurea specialistica in progettazione e pianificazione delle aree - verdi e del paesaggio - il giardino storico di villa di lupo parra a san prospero: analisi del sito e ipotesi progettuali di restauro




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FACOLTÀ DI AGRARIA

Corso di Laurea specialistica in Progettazione e Pianificazione delle Aree



Verdi e del Paesaggio

Tesi di Laurea

IL GIARDINO STORICO DI VILLA DI LUPO PARRA A SAN PROSPERO: ANALISI DEL SITO E IPOTESI PROGETTUALI DI RESTAURO

Riassunto

Il complesso monumentale di Villa Di Lupo Parra, situato in località San Prospero del Comune di Cascina in provincia di Pisa, comprende, oltre alla villa, gli antichi annessi rurali e il giardino storico, inseriti su un’area oggi totalmente vincolata ai sensi della Legge

1089/39 come bene di interesse storico-artistico.

L’antica proprietà della famiglia Di Lupo Parra è attualmente suddivisa in tre parti: gli annessi cantina-granaio e stalla-fienile, con le adiacenti parti di giardino, sono stati separati dalla villa in seguito a un frazionamento, per cui ai fini di qualsivoglia intervento di restauro sul giardino si deve tener conto di questa situazione catastale. Alla dimora storica di  origine  settecentesca,  attualmente  della  società  San  Severino  s.r.l  che  ne  sta promuovendo l’opera di restauro, appartiene il lotto più ampio dell’antica proprietà.

Oggetto della tesi è stata la formulazione di un progetto di recupero del giardino inserito in tale lotto, operando secondo uno schema di lavoro articolato in due fasi principali.

La prima, ovvero l’indagine conoscitiva del sito, ha avuto lo scopo di raccogliere in modo dettagliato tutte le informazioni relative al complesso, così da tracciare un inquadramento paesaggistico,   territoriale,   storico  e   dello  stato  attuale   della   proprietà.   Durante   i sopralluoghi effettuati sono stati eseguiti rilievi fotografici, topografici e botanici. I dati topografici registrati sono stati riportati su planimetrie con l’utilizzo del programma Autocad, mentre quelli botanici sono stati inseriti in schede di rilevazione appositamente redatte, contenenti anche i fondamenti dell’analisi V.T.A. (Visual Tree Assesment) per la valutazione della stabilità degli alberi. Sempre nella prima fase del lavoro, a seguito di una ricerca storico-paesaggistica tesa a ritrovare gli elementi che potessero dare informazioni riguardo le trasformazioni che il giardino ha subito nel tempo, si è potuto ricostruire l’evoluzione della proprietà, soprattutto tra il 1820, epoca della compilazione del “Catasto Leopoldino”, e il 1906, e ciò grazie alle mappe e ai documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Pisa. Purtroppo la ricerca di materiale iconografico ha portato scarsi risultati anche            perché   l’archivio   di   famiglia,   nel   quale   probabilmente   si   trovava   tale documentazione, è andato perduto in seguito ai passaggi di proprietà avvenuti dopo il decadimento del casato. L’analisi conoscitiva ha infine preso in esame i vincoli legislativi gravanti sulla proprietà.

Dopo questa prima fase di ricerca si è proceduto a formulare alcune ipotesi progettuali per il recupero del giardino, ipotesi che si sono concretizzate tenendo conto, oltre ai vincoli prima  citati,  delle  indicazioni  esplicitate  dalla  committenza  in  fatto  di  riutilizzo  del


giardino ora in abbandono. In sostanza, il progetto è stato sviluppato partendo dall’idea di realizzare un giardino di rappresentanza, occasionalmente aperto al pubblico per le iniziative legate alle attività della società San Severino, suddiviso in stanze paesaggistiche contigue e comunicanti, che possano richiamare, attraverso un intervento rispettoso di ciò che ancora esiste sull’area a verde e che documenta la sua storia, le varie fasi di evoluzione del giardino ormai poco leggibili.

Per questa soluzione progettuale, la disposizione dell’area esaminata si presta assai bene. In particolare, si è individuata una collocazione del giardino romantico nella zona a sud della villa, dove si trovano ancora platani secolari di grande bellezza, una zona limitata che, attraverso un breve viale, si armonizza con la lecceta. Contiguo al giardino romantico nell’area antistante la limonaia viene disegnato un giardino allitaliana, con partiture regolari delimitate da siepi di bosso, nelle quali si inserisce il recupero della vasca ottocentesca. Il giardino segreto dei fiori, per la maggior parte bulbose, viene invece nascosto dal boschetto di bam e acanto. Nella zona a nord della villa si inseriscono infine la stanza dei profumi, con gelsomini e altre piante dalla fragrante fioritura, e il giardino delle camelie.

Il lavoro così articolato è stato corredato da numerose tavole grafiche esplicative necessarie alla comprensione del progetto stesso.


1.     INTRODUZIONE

Il complesso monumentale di Villa Di Lupo Parra, attualmente vincolato ai sensi dalla Legge 1089/39 come bene di interesse storico artistico, è situato in località San Prospero del Comune di Cascina, in provincia di Pisa.

La villa di origine settecentesca, ora proprie della società San Severino s.r.l., rappresenta con i tipici annessi agricoli, una tipologia costruttiva piuttosto diffusa nella pianura pisana, fino al XIX secolo disseminata di proprietà terriere di ricchi signori e famiglie nobili. Queste residenze di campagna, nelle quali i proprietari risiedevano solo per alcuni mesi l’anno, erano spesso circondate e adornate da parchi, a volte di modeste dimensioni ma sempre molto curati. Si arrivava addirittura ad investire notevoli capitali nel giardino per dare alla proprietà un aspetto che rispecchiasse il benessere economico della famiglia. In alcuni casi venivano messe a dimora piante insolite e ricercate che all’epoca, vista la rarità, potevano costare delle vere e proprie fortune.

Purtroppo queste realtà, ricche di storia e di fascino, sono spesso ignorate e non viene data loro l’attenzione che meriterebbero. Probabilmente la causa principale è che per far tornare questi complessi monumentali all’antico splendore, sarebbero necessari notevoli investimenti economici non sempre disponibili. Proprio per questo la maggior parte versa da anni in gravi condizioni di degrado e abbandono.

Tale situazione è purtroppo diffusa anche a livello nazionale in quanto l’Italia possiede un ingente patrimonio di giardini che risalgono al periodo compreso tra il XV e il XX secolo ma che non sono mantenuti e valorizzati come dovrebbero.

L’abbandono per anni ha causato livelli notevoli di distruzione del verde storico rendendo difficile la conservazione di ciò che rimane, nonché, spesso, estremamente problematico il restauro della componente vegetale residuale, una volta seriamente alterato lequilibrio naturale esistente.

L’insufficiente conoscenza del ricco patrimonio di parchi e giardini storici italiani ha comportato in passato, una mancanza di azioni specifiche di tutela attiva, atte a salvaguardare lintegrità degli elementi costitutivi, cosicché molte proprie, gravate da sempre maggiori costi di esercizio e manutenzione, sono andate incontro a serie compromissioni.

Proprio questo è successo all’antico complesso della famiglia Di Lupo Parra: la villa e gli antichi annessi rurali sono stati smembrati ricavando all’interno del giardino tre lotti, ciascuno appartenente a un diverso proprietario, senza tenere in considerazione il valore


storico di villa, pertinenze e giardino nel loro insieme.

Il giardino di Villa Di Lupo Parra presenta i caratteri tipici del giardino romantico di origine ottocentesca ma alcuni elementi ci fanno supporre che sia stato oggetto di frequenti cambiamenti dovuti alla volontà dei proprietari di adeguarsi alle mode del momento. Attualmente risulta difficile una lettura della “sistemazione originaria” dell’area e poco ci resta della componente vegetale storica. Anche le strutture architettoniche del giardino, col tempo, si sono degradate e necessitano di un intervento di recupero e di conservazione. A tal fine è stato ovviamente necessario intraprendere uno studio a carattere generale sulla conservazione e il restauro dei giardini storici.

Sono state poi effettuate un’analisi storico-paesaggistica del sito e una valutazione dello stato attuale spingendosi, quindi, ad elaborare delle ipotesi progettuali per il restauro. E ciò senza dimenticare anche l’attuale suddivisione catastale della proprietà che, pur imponendo evidenti limiti a un progettista, non deve comunque impedire un recupero dell’unitarietà del giardino. Ma una difficoltà ulteriore per ideare un progetto di restauro consono al giardino in oggetto è riconducibile a una assoluta assenza di materiale iconografico documentario:  immagini  storiche,  fotografie  antiche,  planimetrie  del  giardino  se  pur esistite sono probabilmente andate perdute in seguito ai passaggi di proprietà che hanno portato alla distruzione dell’archivio della famiglia Di Lupo Parra.

1.1.   Cenni sul concetto di restauro dei giardini storici

L’approccio al problema

Nel corso della storia le tematiche inerenti il restauro e la conservazione dei giardini si sono sviluppate attraverso un serrato confronto dialettico tra atteggiamenti pragmatici e differenti posizioni teoriche.

Le prime importanti formulazioni sul tema della conservazione dei giardini risalgono al trattato  di  Antoine  Dézallier  d’Argenville,  intitolato  La  théorie  et  la  pratique  du jardinage, che costituisce una precoce, ma interessante, riflessione sul tema del restauro. In esso, emerge l’importanza delle operazioni preliminari di rilievo dello stato di fatto, accanto alla necessità che i nuovi interventi non siano prevaricanti, secondo un principio alquanto moderno di “neutrali. Solo nel corso del XVIII e XIX secolo si afferma l’idea del giardino come monumento”, da cui deriva un approccio al tema del restauro più propriamente scientifico e oggettivo. Soprattutto in Francia, a partire dalla seconda metà dellOttocento prendono avvio significativi interventi di restauro, con il significato che si


dava allora al termine in questione, di parchi e giardini storici impostati originariamente in base ai canoni classici dello stile formale alla francese ed in seguito modificati secondo i modelli paesistici (Giusti, 2004). Fedeli interpreti di questa nuova sensibilità nei riguardi del restauro del patrimonio di parchi e giardini storici alla francese sono i paesaggisti Henri e Achille Duchène la cui attività ha rappresentato un punto fermo nella definizione degli interventi di restauro delle opere del celeberrimo paesaggista francese André Le Nótre, come il Castello di Vaux-le-Vicomte, sia pure in presenza di parziali reinterpretazioni soggettive di talune componenti del giardino seicentesco alla francese. Coevo risulta anche il restauro di Villandry, realizzato grazie ad un felice connubio tra la sensibilità e la cultura francese e quella spagnola. Si tratta di una riproduzione evocativa del passato che guarda  a  modelli  del  Rinascimento  italiano  e  francese  e  ai  caratteri  del  giardino Andaluso (Giusti, 2000).

In Spagna, nei primi decenni del XX secolo, si delinea nell’opera di taluni paesaggisti il concetto di restauro creativo che consiste nel selezionare tratti significativi del passato riproducendoli criticamente, nellintento di unire il passato al presente. Un esempio interessante, in tal senso, è costituito dal Jardin del Barranco del Palacete de la Moncloa. In tale approccio eventuali lacune trovano compensazione con il procedimento analogico, inserendo elementi riproposti sulla base di modelli desunti da altri contesti.

Nel corso del Novecento, il restauro di giardini compromessi, a seguito di trasformazioni improprie oppure in conseguenza di prolungati periodi di incuria e di abbandono o anche a seguito di eventi bellici assume una crescente importanza, trovando numerosi casi applicativi nei diversi Paesi europei.

In Germania, la residenza di Charlotteburg costituisce un esempio particolarmente significativo di restauro di un parterre  barocco distrutto durante la trasformazione in parco all’inglese nel corso del XVIII secolo, condotto dopo un’accurata fase di ricerca e di analisi di tutte le fonti iconografiche (Giusti, 2004).

L’Olanda, con il giardino della Reggia di Het-Loo, ha offerto uno dei casi p celebri e discussi di restauro. L’impostazione secentesca è stata assunta come modello di riferimento dello stile “olandese connotato da un disegno rigidamente formale, organizzato su assi di simmetria incentrati sull’edificio e da una notevole ricchezza di fiori. Grazie al reperimento di una corposa documentazione archivistica e di riscontri oggettivi derivanti da rilievi di campo, la scelta progettuale è caduta sullintegrale ripristino del disegno originario, attraverso l’eliminazione delle trasformazioni in senso paesaggistico del Settecento e dell’epoca napoleonica.


Questi esempi testimoniano una metodologia basata sulla fiducia nelle fonti iconografiche,  assunte  come  documento  oggettivo,  ma  è  anche  poco  rispettosa  nei confronti del divenire storico.

In ambito italiano, nel secondo dopoguerra, nonostante una generalizzata indifferenza verso il tema del giardino, l’orientamento in tema di restauro si è collocato su una linea di difesa scrupolosa di quanto trasmesso  dalla  storia.  Gli  interventi,  anche  migliorativi,  in senso compositivo e funzionale sono ammessi, purché condotti nel rispetto dei principi della “riconoscibilità” ereversibilità” degli interventi, rinunciando a privilegiare un presunto disegno originale (Belli Barsali, 1983; Giusti, 2004).

Le Carte sul restauro

Le Carte sul restauro dei monumenti verdi costituiscono strumenti di fondamentale importanza,  non  solo  per  l’individuazione  di  linee  operative  di  intervento  più opportune nelle diverse realtà, ma anche per meglio comprendere levoluzione teorica dellapproccio al tema. Al riguardo, occorre ricordare. come la Carta di Atene sul restauro del 1931, cioè cinquant’anni prima di quella di Firenze, considerava ancora i giardini e i parchi delle residenze storiche esclusivamente come cornici al monumento da  valorizzare  o  r esta urare .  Successivamente,  nel  1964,  la  Carta  di  Venezia,  pur estendendo il concetto di restauro dal singolo monumento ai centri storici, non aveva preso in particolare considerazione il giardino storico. Per trovare un primo accenno ai giardini storici come monumenti d’arte che necessitano di particolari attenzioni nella conservazione e nel restauro, occorre attendere la successiva Carta del 1972.

Il Comitato  internazionale  dei  giardini  e  siti  storici  ICOMOS-IFLA  ha  molto operato per incrementare l’interesse di studiosi, appassionati e tecnici delle pubbliche amministrazioni sui temi del verde storico, evidenziando la preoccupazione del progressivo degrado e possibile scomparsa di un patrimonio fragile e deperibile.

Lazione del Comitato ha avuto inizio nel 1971 con il primo Colloquio organizzato a Fontainebleau in Francia, cui sono seguiti con cadenza biennale altri colloqui, tra i quali  particolare  interesse  hanno  riscosso quelli di Zeist in Olanda nel 1975 e di Firenze nel 1981 (Cazzato, 1989).

Nelle raccomandazioni del primo Colloquio ICOMOS-IFLA è già contenuto l’importante principio per cui “Non è ammessa alcuna trasformazione architettonica o vegetale che sia contraria alla composizione del giardino, anche se ritenuta necessaria per soddisfare particolari  esigenze  del  pubblico e  inoltre  I  piani  urbanistici  devono  preservare


l’ambiente dei giardini storici conservando intorno ad essi degli spazi verdi e devono assicurare inoltre il rispetto di un’atmosfera adatta alla natura del luogo”.

Nel  terzo  Colloquio  internazionale  di  Zeist  emerge  lurgenza  e  la  necessità  di adottare e di far rispettare leggi che assicurino una efficace protezione dei giardini storici e di prendere provvedimenti per aiutare i proprietari ad affrontare lavori di manutenzione (sovvenzioni, sgravi fiscali, etc.)” e, con specifico riferimento alla gestione della componente vegetale, che “nel caso di giardini esistenti e soggetti a regolare manutenzione, sia consigliabile ritornare alle specie originarie in maniera graduale”.

In  occa sion e  d e l  V I  Colloquio  s ulla  “Conservazione e valorizzazione dei giardini storici”, ha trovato elaborazione e presentazione la nota ed importante Carta ICOMOS- IFLA dei Giardini storici detta comunemente “Carta di Firenze”.

Alla carta di Firenze va indubbiamente riconosciuto il merito di aver sancito una definizione di giardino storico, come monumento e insieme come “documento”, contribuendo a far evolvere ed approfondire la particolare disciplina del restauro e della conservazione di questi luoghi soggetti ad evoluzione e degrado.

Con specifico riferimento ai temi della conservazione e del restauro, la Carta ribadisce il principio per cui “Ogni intervento di manutenzione, conservazione, restauro o ripristino di un giardino storico o di una delle sue parti deve tener conto simultaneamente di tutti gli elementi che lo compongono. Interventi separati potrebbero alterare 1’armonia che  li  lega 1    e  inoltre  “Il  giardino  storico  deve  essere  conservato  in  un  contesto ambientale appropriato. Deve essere vietata qualsiasi modifica dell’ambiente fisico che possa danneggiare lequilibrio ecologico. Questi provvedimenti devono essere adottati

per  l’insieme  delle  infrastrutture sia interne che esterne (canalizazzazioni, sistema di irrigazione, strade, parcheggi, recinti, depositi di guardianìa, di coltivazione) 2 . Relativamente al vivace dibattito sul tema della riproposizione di interi giardini andati perduti, la Carta di Firenze pone delle linee ferme per impedire abusi, ribadendo con forza che “Quando un giardino è totalmente scomparso o quando sui suoi stadi successivi si possono fare soltanto delle congetture, allora non si potrà intraprendere un ripristino valido dell’idea del giardino storico. In questo caso l’opera, che si ispirerebbe a forme

tradizionali sul luogo dove probabilmente era un antico giardino o dove un giardino probabilmente  non  era  mai  esistito,  avrebbe  i  caratteri  dell’evocazione  o  della creazione, escludendo ogni qualifica di giardino storico3 .

Infine anche a riguardo delle forme e modalità di fruizione dei giardini storici viene sottolineato il principio per cui “Se il giardino storico è destinato ad essere visitato e percorso, è chiaro che il suo accesso deve essere regolamentato in funzione della sua estensione  e  della  sua  fragilità,  in  modo  da  preservare  la  sua  sostanza  e  il  suo messaggio culturale4 .

Il  testo  della  Carta  formulata  dal  Comitato  ICOMOS-IFLA  non  soddisfece  il  gruppo

italiano che, qualche mese più tardi, si riunì nuovamente a Firenze presso l’Accademia delle Arti del Disegno, dove fu elaborata una Carta ‘italiana’ per il restauro dei giardini storici volta al ‘restauro conservativo e preventivo’. Entrambe le Carte si riferirono alla Carta internazionale del restauro di Venezia del 1964, ma con asserzioni distanti tra loro. Al primo articolo della Carta del Comitato ICOMOS-IFLA si poteva leggere che “il giardino storico è una composizione architettonica e vegetale”, dove gli elementi rilevanti “sono definiti dai suoi caratteri formali: la sua pianta e i differenti profili del terreno, le sue masse vegetali: le loro essenze, i loro volumi, il loro gioco di colori, le loro spaziature, le loro altezze rispettive; i suoi elementi costruttivi e decorativi; le acque in movimento o stagnanti,  che  riflettono  il  cielo5 .  Il  giardino  storico  come  “espressione  dello  stretto rapporto tra civiltà e natura”, e “immagine idealizzata del mondo6 , veniva trascurato per la sua concretezza materica (Zangheri, in corso di pubblicazione).

Invece, per la coeva Carta italiana risultava fondamentale proprio l’“insieme polimaterico” del giardino, il quale come “artefatto materiale, costituisce un unicum, limitato, peribile, irripetebile, che ha un proprio processo di sviluppo, una propria storia, (nascita, crescita, mutazione, degrado)7 . Una notevole differenza rispetto all’”interesse storico o artistico”, al “luogo tranquillo che favorisce il contatto, il silenzio e l’ascolto della natura8 , espresso dalla Carta ICOMOS-IFLA. Per quanto riguarda gli interventi ammissibili, il suo restauro “dovrà rispettare il complessivo processo storico, perché tale processo materializza l’evoluzione della struttura e delle configurazioni assunte nel tempo. Pertanto ogni operazione che tendesse a privilegiare una singola fase assunta in un certo periodo storico e a ricrearla ex novo, a  spese delle fasi successive, comporterebbe una sottrazione di risorse e risulterebbe riduttiva e decisamente antistorica. L’intervento di restauro perciò dovrà identificarsi con un intervento di conservazione, e tale obiettivo dovrà essere conseguito e garantito nel tempo attraverso un processo di continua, programmata, tempestiva manutenzione9 . Posizione che si differenziava sostanzialmente dall’enunciato nella Carta ICOMOS-IFLA, per la quale era ammissibile, sia pure “eccezionalmente” il “ripristino”, ovvero la riproposta di un assetto formale del passato quando “il degrado o il deperimento di alcune parti lo giustifichino10 .

Sull’uso, la tutela e la valorizzazione del giardino storico le due carte conversero, ed entrambe sollecitarono la conoscenza, l’inventariazione, “l’uso non distruttivo del manufatto, definito in base a un esame dei suoi caratteri, l’acquisizione del suo valore alla coscienza collettiva attraverso attività di valorizzazione e di didattica, la salvaguardia dell’unitarietà del complesso, formato da giardino, edifici e arredi e del suo rapporto con il contesto paesistico, il collegamento con gli strumenti della pianificazione territoriale”(Scazzosi, 1993).

È da ricordare, infine, anche l’apporto della Carta di Napoli o Carta del Paesaggio (Mozione  approvata  al  Convegno  “La  trasformazione  sostenibile  del  paesaggio, FEDAP - AIAPP, Napoli, 8 ottobre 1999) che richiama la Carta di Firenze e inquadra il giardino nell’“organico raccordo coi connotati strutturali del paesaggio culturale11 .

1.2.   Iter metodologico di studio del giardino storico finalizzato al restauro

È necessario evitare l’adozione di facili schematismi nell’approccio ai temi della conservazione e del restauro del verde storico; è infatti oramai consolidato il principio della complessità insita nel giardino, vero e proprio sistema di più unità interagenti tra loro che necessitano di soluzioni tecnico-progettuali specifiche.

Appare, quindi, fondamentale acquisire il massimo delle conoscenze del sistema e delle sue singole parti, guardando al giardino come un insieme di valori (Giusti 2004). Va ricordato, al riguardo, che il giardino storico costituisce una testimonianza culturale complessa per la sovrapposizione di interessi estetici, scientifici e tecnologici che nel corso della vita del monumento verde hanno concorso alla sua creazione ed alle successive modificazioni. Esistono, in generale, obiettive difficoltà nella conoscenza con precisione delle molteplici trasformazioni subite dallinsieme di un monumento verde, in relazione anche al fatto che i giardini sono sempre stati nei secoli luogo privilegiato di coltivazione di nuove specie.

Fondamentale per lo studio del giardino e per qualsivoglia intervento di manutenzione, conservazione, riqualificazione ed eventuale restauro nei casi di maggiore compromissione, sono certamente, oltre ad una completa e ben organizzata schedatura, il rilievo e la rappresentazione grafica dell’area verde, nella quale riportare non solo tutti gli elementi - architettonici, vegetali, idrici e infrastrutturali - che caratterizzano il giardino storico, ma anche il sistema orografico e i legami visivi e funzionali con il paesaggio che lo circonda e con le architetture situate al suo interno.

Il restauro del giardino storico, come chiaramente affermato nella Carta di Firenze “dovrà essere intrapreso solo dopo uno studio approfondito che vada dallo scavo alla raccolta di tutta la documentazione relativa al giardino e ai giardini analoghi, in grado di assicurare il carattere scientifico dell’intervento. Preliminare all’intervento stesso, questo studio dovrà portare alla elaborazione di un progetto che sarà sottoposto a un esame e a una

valutazione collegiale12 . L’impalcatura scientifica del progetto di restauro dovrà avere

come dati di base i contributi provenienti dagli strumenti tradizionali del rilievo diretto e di  lettura  delle  fonti,  accanto  a  quelli  delle  indagini  archeologiche  e  diagnostiche applicate ai diversi materiali minerali e viventi. Tali indagini, ancora poco diffuse nel restauro dei giardini, potrebbero offrire nuove possibilità alla comprensione critica del monumento verde e alla messa a punto delle più corrette scelte progettuali, non necessariamente solo in funzione di ricostruzioni imitative del passato (Giusti, 2004).

Inquadramento ambientale e paesaggistico

La conoscenza degli elementi costitutivi dei giardini non può prescindere dall’esatta comprensione della realtà territoriale in cui questi sono inseriti e in cui è avvenuta nel tempo la loro realizzazione. Grande interesse riveste, al riguardo l’esame paesaggistico soprattutto nelle aree rurali, dove il verde storico trova nelle visuali e nei lineamenti tipici del contesto agrario elementi di vitale importanza e di forte connotazione.

Il paesaggio rurale si caratterizza per una varietà di c olture  a gric ole ,  di  bo schi  e  di p asc oli, g esti ti mediante specifiche pratiche, in stretto rapporto con l’ambiente naturale. La vegetazione, in questo ambito, rappresenta, indubbiamente, la componente prevalente, risultando pertanto necessaria una approfondita conoscenza dei molteplici fattori che a vario titolo possono influire sul suo divenire.

I dati climatici, con riferimento sia all’andamento termico, sia alla piovosità, consentono di evidenziare mediante l’elaborazione di appositi termoidrogrammi i periodi di penuria idrica per la vegetazione.

Altri dati di grande interesse nell’analisi paesaggistica, in relazione sia all’influenza diretta sulla vegetazione, sia soprattutto sulla morfologia dei siti e sull’instabilità dei versanti, risultano quelli di carattere geologico e pedologico.

Ulteriori, informazioni possono essere reperite grazie  a  carte  tematiche  specifiche, quali La carta degli usi e delle limitazioni dei suoli o “La carta della vegetazione”.

Inquadramento storico

L’analisi storica del giardino è finalizzata alla raccolta di dati ed informazioni presso archivi  pubblici  e  privati,  catasti,  biblioteche  e  accademie,  essendo  numerosi  e diversi i documenti utili per ricostruire la storia e le vicissitudini del monumento verde, come mappe, disegni, scritture notarili, passaggi di proprietà, atti testamentari, lasciti, lettere, libri contabili ed elenchi di piante.

Grande importanza riveste, inoltre, la visita attenta ed approfondita dei giardini, potendo fornire, anche dopo prolungati periodi di incuria ed abbandono, preziose informazioni circa l’impostazione originaria degli stessi. Frequentemente è possibile trovare tracce residue di cordoli, camminamenti, impianti di raccolta, conduzione e smaltimento delle acque, supporti lapidei per i vasi, statue, così come anche ceppaie e radici di alberi ed arbusti.

Il lavoro di sintesi condotto sui dati e sulle informazioni raccolte consente di delineare un quadro, talvolta anche molto preciso, del giardino e delle trasformazioni verificatesi nel tempo, necessario per passare a definire interventi operativi di conservazione o di restauro.

Documentazione fotografica

Il lavoro di rilievo contempla anche la fissazione fotografica del giardino storico che rappresenta un primo e indispensabile documento, una utilissima fonte d’archivio e, indubbiamente, uno strumento di controllo delle trasformazioni temporali e dei cambiamenti delle destinazioni d’uso dell’area verde.

La documentazione fotografica, alla stessa stregua della cartografia d’epoca, può infatti, rivelarsi estremamente utile nella esecuzione degli interventi di restauro.

La fotografia rappresenta, inoltre, una delle modalità più pratiche ed immediate per


trasmettere informazioni inerenti il giardino e il contesto paesaggistico in cui è inserito, potendo, quindi, trovare un conveniente impiego in fase di divulgazione dei risultati degli studi condotti.

Grande interesse rivestono in particolare le foto aeree, scattate a quote diverse ed in tempi differenti, grazie alle quali è possibile ottenere informazioni preziose circa la matrice territoriale, in cui il giardino si situa, e conseguentemente le visuali principali e soprattutto le trasformazioni dell’intorno verificatesi nel tempo (Accati e Devecchi, 2002). La fotografia aerea, in particolare quando l’angolo basso di incidenza dei raggi solari accentua le ombre gettate dalle piccole ondulazioni del terreno, può mostrare i resti di fondamenta,  terrazzamenti  e  stagni  che  sono  virtualmente  invisibili  da  terra.  Le fotografie aeree prese in condizioni di tempo asciutto nel pieno dell’estate possono rivelare, in un prato apparentemente uniforme, un mosaico di aree più marroni (dove un sottile strato di terra copre antichi sentieri e muri), aree di verde intenso (dove una volta il terreno era coltivato in profondità per aiuole e bordure fiorite) e aree di verde medio di prato antico ed intonso.

Rilievo topografico e rappresentazione grafica

Accanto alla raccolta delle informazioni storiche e della documentazione d’archivio appare indispensabile una corretta conoscenza, completa da un punto di vista tematico e significativa dal punto di vista metrico, dell’insieme territoriale su cui i giardini e le immediate  pertinenze  insistono,  in  modo  da  poter  realizzare  a  tavolino una opportuna modellizzazione dello spazio progettato.

Insostituibile  risulta,  al  riguardo,   lo   studio   puntuale   del   sito   per   giungere   a comprendere il giardino rispetto, sia all’impostazione originaria, sia alle trasformazioni intervenute successivamente, attraverso unopera meticolosa di interpretazione dei caratteri più significativi presenti e di quelli residuali (Accati e Devecchi, 2002).

Il rilievo, completo e correttamente eseguito, dovrebbe registrare anche tutte le tracce latenti del precedente impianto, riscoprire antiche assialità, simmetrie e aperture prospettiche palesi o in parte celate da manomissioni o dalla crescita eccessiva della vegetazione ed essere messo a confronto con la documentazione storica, iconografica e fotografica esistente, per offrire una lettura completa del complesso nella sua evoluzione storica. Questa non facile restituzione topografica del giardino dovrebbe consentire di comprendere come si è evoluta la vegetazione, come sono cambiati i rapporti spaziali del  complesso  paesaggistico,  quali  sono  le  trasformazioni  che  lo  hanno  modificato


seguendo le mode o le nuove teorie estetiche e quali sono state le più rilevanti manomissioni intervenute nel tempo.

Sono altresì utili ai fini dello studio e della successiva rappresentazione grafica ogni sorta di documentazione, dalle note storiche in prosa alle rappresentazioni pittoriche spesso alterate e poeticamente idealizzate, dalle rappresentazioni prospettiche “a volo d’uccello ai  frammenti  cartografici  che  pure  appaiono  importantissimi  per interpretare correttamente l’impostazione iniziale dell’impianto, in modo tale da poter stabilire l’eliminazione di grossolane manomissioni o superfetazioni, di reintegrare parti mancanti e di risalire allo stato vegetazionale preesistente.

Il rilievo della componente vegetazionale

Il  rilievo  della  vegetazione,  pur  in  presenza  di  difficoltà  oggettive  legate  ai  naturali processi di crescita, sviluppo e progressivo deperimento delle piante, è in grado di fornire interessanti indicazioni relativamente alle evoluzioni del disegno del giardino.

I dati relativi alle singole piante possono essere raccolti in apposite schede comprendenti l’inquadramento botanico (famiglia, genere, specie), il tipo di portamento (arboreo, arbustivo), le caratteristiche dell’area di insediamento, la posizione e l’esposizione.

Nella scheda saranno riportati anche i principali dati dimensionali: diametro del tronco, altezza della chioma (misurata mediante l’uso di ipsometri) e approssimativamente l’area di incidenza della chioma.

Durante il rilievo botanico è possibile valutare la stabilità degli alberi utilizzando delle schede di rilevazione che includono, oltre ai dati precedentemente elencati, i fondamenti del Visual Tree Assessment (valutazione visuale dell’albero). La rilevazione VTA consente di individuare le piante con gravi problemi di stabilità e conseguentemente di intervenire con l’abbattimento di quelle ormai compromesse.

La  schedatura  è  quindi  sia  uno  strumento  inventariale,  per  conoscere  il  patrimonio vegetale del giardino, sia uno strumento diagnostico che può consentire di effettuare valutazioni sullandamento dello stato fitosanitario e conseguentemente organizzare gli interventi manutentivi necessari.

1.3.   Linee operative di intervento

Dal punto di vista progettuale è importante ricordare che il restauro non è la semplice sommatoria dei singoli interventi, ma è il frutto di un disegno organico che consideri


l’unità del giardino e le interazioni con il paesaggio di cui fa parte.

Lo stesso cantiere di restauro, come dimostrato da recenti esperienze a livello italiano ed europeo, appare un prezioso momento di approfondimento e di verifica delle conoscenze sul giardino, documento materiale della propria storia.

Da un punto di vista operativo, il problema della conservazione e restauro dei giardini storici risulta particolarmente complesso, perché in questi ambienti la parte vegetazionale si integra e si compenetra con la parte monumentale, dando luogo a veri e propri musei all’aperto. E stato più volte correttamente affermato che il giardino è un’opera d’arte vivente e, in quanto tale, la sua conservazione ed il suo restauro non possono prescindere dalle  leggi  biologiche  del  mondo  vegetale,  pur  non  essendo  possibile  ignorare  le riflessioni più generali sulla tutela dei beni culturali.

Il giardino, infatti, è luogo mutevole, che si modifica in relazione alle diversificate dinamiche che coinvolgono le componenti materiche, naturali e artificiali, la loro compatibilità, i diversi tempi e fattori di alterazione (Giusti, 2004).

Invero, non esiste alcun manufatto od opera d’arte che subisca trasformazioni nel tempo analoghe a quelle che avvengono nel giardino, connesse alla componente vegetale soggetta alle leggi della crescita e della senescenza: le piante, infatti, crescono e muoiono.

Il giardino, inoltre, muta nelle diverse ore della giornata e cambia con l’alternarsi delle stagioni.

Una delle problematiche relative al restauro della componente vegetazionale dei giardini storici è la sostituzione degli esemplari morti o senescenti con specie e cultivar originarie spesso non più reperibili in commercio. Un corretto restauro dei giardini storici deve, infatti, essere effettuato con piante dotate di caratteristiche morfologiche corrispondenti alle varietà originariamente scelte in relazione all’architettura dei giardini stessi.

La fitocronologia è un importante strumento di lavoro negli interventi progettuali e gestionali sugli spazi verdi, con particolare riferimento al restauro dei giardini storici.

Al riguardo, un attento studio delle piante usate in Italia in passato potrà evitare errori grossolani nel restauro. Non sono ammissibili interventi sul verde storico, operati al di fuori di una accurata documentazione, ciò traducendosi inevitabilmente in acritiche alterazioni o manomissioni. Di esse, un esempio frequente è dato dalla sostituzione di siepi di bosso (Buxus sempervirens L.) con piante di ligustro (Ligustrum ovalifolium L.).

Il prato, anche se oneroso da mantenere costituisce una presenza insostituibile, in quanto apre e allontana gli orizzonti, consente una piena percezione della luce del sole, sprigionando sentimenti  che  contrastano  con  quelli  di  languida  oppressione  determinati  dai  percorsi


misteriosi e freddi del bosco.

Taluni esemplari arborei ed arbustivi, collocati dal progettista come punto di riferimento prospettico o scenografico per i loro effetti essenzialmente estetici, sono maggiormente esposti di altri a traumi o deperimento per delicatezza intrinseca o per maggiore esposizione ai colpi di vento e ai fulmini. La loro morte, comportando una perdita non irrilevante da un punto di vista estetico richiede una pronta sostituzione con esemplari della medesima specie e cultivar e, possibilmente, di dimensioni apprezzabili.

Una problematica di non trascurabile importanza in tempi recenti è rappresentata nei parchi e giardini  storici   dall’inquinamento   atmosferico,   soprattutto   in  ambito  urbano,  che comporta  la  moria  o  il  progressivo  de peri me nto   d i   ese mp lari   arb orei   a nc he monumentali, soprattutto tra le conifere.

Emblematica, al riguardo, appare la repentina e preoccupante scomparsa di abeti e pini dai giardini storici (Picea excelsa L., Pinus spp., Abies spp.,) con la sola eccezione, per ora, dei cedri (Cedrus libani Richard., C. deodora G. Don. e C. atlantica Man.) che manifestano una maggiore tolleranza agli inquinanti ambientali.

In questi casi, accanto ad interventi agronomici di sostegno delle piante, quali concimazioni, irrigazioni e tempestivi interventi fitosanitari, risulta necessario orientare la  scelta  delle  sostituzioni,  ove  possibile,  verso  specie  vegetali  maggiormente resistenti.

Analogo è il caso di gravi fitopatie a carattere epidemico, quali la grafiosi dellolmo Ceratocystis ulmi, il cancro del cipresso Seiridium  cardinale,  il  cancro  corticale del  castagno  C r y p h o n e c t r i a  (Endothia) parasitica, che possono essere affrontate attualmente mediante la messa a dimora di cloni resistenti, specificatamente selezionati a questo scopo, oppure mediante l’impiego di specie vegetali simili a quelle a rischio, come ad esempio, l’olmo siberiano (Ulmus pupila L.), maggiormente resistente alla grafiosi, rispetto all’olmo nostrano (Ulmus campestris Auct.).

Una problematica non infrequente è anche rappresentata dalla chiusura delle viste e delle prospettive, a seguito di una eccessiva crescita della vegetazione, tale da impedire la percezione della profondità, dei colori e dei contrasti, con un danno per il parco non solo visivo ma anche psicologico, venendo meno il messaggio profondo del giardino e le occa- sioni  per  stimolare  sentimenti  ed  emozioni.  In  tali  eventualità  l’effettuazioni  di corrette  e  programmate  potature,  rispettose  dell’integrità  dell’architettura  della chioma  della  pianta  e  della  capacità  di  compartimentazione   delle   lesioni,   può consentire nel tempo una riproposizione del giardino nello spirito del suo id eat ore


( Accati e Devecchi , 1994) .

U n  pr oblema  grave  e  ricorrente  nei  parchi  storici  è  rappresentato  dalle  specie infestanti, anche arboree, del tutto estranee al disegno originale i cui semi sono stati portati dal vento o dagli uccelli, come alcuni aceri (A c e r negundo L., A. platanoides L., A. pseudoplatanus L.), l’ailanto (Ailanthus altissima Mill.), la Broussonetia papyrifera  (L.)  Vent.,  i  ligustri  (Ligustrum  sp.), il  sambuco  (Sambucus  nigra  L.),  la robinia (Robinia pseudoacacia L.). Si tratta di un inquinamento casuale, molto frequente in ambienti antropizzati, a differenza degli ecosistemi naturali.

Talvolta p risultare modificato il contesto territoriale, in cui il giardino fu realizzato, a seguito della costruzione di fabbriche, linee elettriche, serbatoi per l’acqua o facciate sgradevoli di edifici vicini tali da mutilare importanti visuali. Occorre, al riguardo, intervenire per nascondere e coprire tali immagini stridenti, mediante il ricorso a piante fastigiate dotate di un rapido accrescimento oppure a piante rampicanti. Grande utilità rivestono al riguardo specie quali Quercus robur cv Fastigiata, Populus nigra var. Italica, Carpinus betulus cv Fastigiata. In ogni caso, essenziali risultano tutte quelle azioni volte a conservare a ville e giardini un intorno appropriato, escludendo la possibilità che un giardino sopravviva, ma risulti devitalizzato il rapporto con il suo intorno.

Il restauro, perciò, più che consistere in un ripristino impossibile, deve essere affrontato con un altro occhio: si tratta, infatti, di un equilibrio tra colori, linee, volumi e proporzioni che rispettino o interpretino o magari ricreino l’antica armonia originaria o salvino l’attuale nuova fusione di elementi.

Un giardino di ispirazione romantica va mantenuto con la sua atmosfera libera e con l’asimmetria dei suoi pieni, vuoti, linee, ombre e colori, né vi andrebbe inserito alcun elemento regolare, lineare, come strade diritte, piscine, campi da tennis, chioschi di cemento o potature dalla linea rigida.

Nel restauro del giardino all’italiana è meglio evitare piante che trasbordino dalle regolari siepi o le soffochino o violente macchie di colore.

Il giardino storico, come miracolosamente arrivato sino a noi, anche se amputato e alterato, è un seguito di espressioni, di gusti, di mode, di esperimenti botanici che occorre studiare, rispettare e “leggere come un palinsesto (Pasolini dall’Onda, 1975). Frequentemente  allo  scopo  di  generare  un  sostegno  finanziario  indispensabile  per  il restauro, il giardino viene aperto al pubblico. Al posto delle necessità di una famiglia aristocratica e di qualche festa privata giungono spesso gruppi numerosi di visitatori. Nei giardini più piccoli e ricchi di piante, tali modalità di fruizione comportano anche il


compattamento del terreno, bordure calpestate, furti selettivi di piante ed una perdita dellintimità domestica e della tranquillità che rappresentavano il carattere prevalente del luogo prima che fosse aperto al pubblico.

I giardini sono soggetti ad un incessante processo di mutamento, tuttavia mentre esiste una storia del restauro dei materiali lapidei, è ancora carente quella del restauro della materia vegetale. Assistiamo alla nascita, crescita, maturità e senescenza della vegetazione sottoposta ad avversità climatiche quali fulmini, gelate, gravi patologie e alla diffusione di infestanti che hanno modificato il volto di alcuni giardini e hanno avuto effetti dirompenti sulla vegetazione. Queste considerazioni appaiono particolarmente vere soprattutto nel caso delle architetture vegetali, elementi di arredo straordinariamente suggestivi, ma al tempo stesso fragili e bisognosi di costanti cure ed attenzioni.

Il fine del restauro non sarà solo quello della conservazione, ma anche di ricreare un giardino capace di suscitare le stesse sensazioni ed emozioni volute dal progettista e destinate al committente, ai suoi ospiti e alla sua discendenza.

1.4.   Il progetto di restauro

Il progetto di restauro di un giardino storico deve essere necessariamente articolato in fasi successive.

Al fine di razionalizzare e normalizzare la stesura del progetto, è stato recentemente messo a punto, per volontà del Ministero dei Beni culturali - “Ufficio Centrale per i Beni Archeologici, Architettonici, Artistici e Storici - e a cura del Comitato nazionale per lo studio del giardino storico, un “Capitolato speciale d’appalto per il restauro e la manutenzione dei giardini storici” (Bruschi e Guarino, 2005). Il Capitolato, in versione non ancora definitiva è stato messo a disposizione delle Istituzioni affinc ne verificassero l’utilità ed eventualmente ne indicassero i limiti di applicazione insieme ai suggerimenti per migliorarlo.

Comunque sia al fine di un’elaborazione progettuale è sempre opportuno articolare il lavoro in due fasi principali.

La prima fase riguarda un’indagine conoscitiva del sito sul quale ci si trova ad intervenire, di cui è necessario avere un inquadramento paesaggistico, territoriale, storico e dello stato dei luoghi nonché conoscere la presenza di eventuali vincoli.

La seconda parte riguarda la formulazione delle ipotesi progettuali vere e proprie che si basano sulle notizie recepite nella prima fase del lavoro.


2.   IL RESTAURO DEL GIARDINO DI VILLA DI LUPO PARRA

Come accennato precedentemente, il lavoro per il restauro del giardino in oggetto è stato affrontato articolandolo in fasi successive. A una serie di indagini a carattere prettamente storico integrate da osservazioni dirette sul bene in fase di studio, visto nella sua collocazione territoriale, è seguita una descrizione dello stato attuale del bene medesimo, nella quale sono stati anche attentamente valutati i vincoli che lo caratterizzano. Per la descrizione del giardino si è data maggiore importanza alla componente vegetazionale senza sottacere però circa lo stato della componente architettonica.

Tutto ciò deve essere considerato preliminare e preso come base per la successiva ipotesi progettuale, vista nel suo insieme ma anche scomposta in soluzioni talvolta alternative in relazione alle aree a verde componenti il giardino.

2.1.  Analisi ambientale. Ricerche storiche. Stato attuale del complesso monumentale Di Lupo Parra

Nel  corso  di  questa  fase  preliminare  del  lavoro  sono  stati  effettuati  una  serie  di sopralluoghi al complesso monumentale di Villa Di Lupo Parra durante i quali è stato possibile constatare lo stato attuale del giardino e delle architetture, documentato con numerose fotografie. Il lavoro è stato inoltre completato attraverso l’esecuzione di un rilievo topografico e botanico.

Contemporaneamente si è consultato il materiale bibliografico riguardante la villa conservato presso l’Archivio di Stato di Pisa, dove sono state reperite anche le mappe e i registri del Catasto Leopoldino, e presso la biblioteca comunale di Cascina. La ricerca di notizie inerenti la storia e le evoluzioni del complesso monumentale si è estesa poi all’Archivio della “Soprintendenza ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici” di Pisa. Presso gli uffici della Soprintendenza sono stati consultati i decreti di vincolo esistenti, oltre a una relazione redatta da un professionista su incarico di una delle componenti proprietarie del giardino. Parte del materiale documentario è stato infine reperito utilizzando i più comuni motori di ricerca di internet.

2.1.1. Inquadramento territoriale

Il complesso monumentale di Villa Di Lupo Parra è situato in provincia di Pisa, nel comune di Cascina in località San Prospero.


2.1.1.1.  Il territorio della provincia di Pisa

La provincia di Pisa occupa la parte centro-occidentale della Regione Toscana e confina a nord con la provincia di Lucca, a nord-est con quella di Firenze, a sud-est con quella di Siena, a sud con quella di Grosseto, a sud-ovest con quella di Livorno; a nord-ovest si affaccia sul Tirreno con le marine di Pisa e Tirrenia.

Figura 1. Cartina della Toscana con indicato in rosso il Comune di Cascina.

Il territorio è costituito prevalentemente da medie e basse colline, degradanti verso le valli dove scorrono l’Arno, il Cecina, l’Era e i suoi affluenti. Non esistono territori tipicamente montani. Le zone di alta collina comprendono i Monti Pisani a nord (Monte Serra m. 917) e le colline metallifere a sud (Aia dei Diavoli m. 875). Le pianure, formate da colmate naturali, si stendono nelle zone attraversate dai corsi inferiori dell’Arno e del Serchio e fra le regioni collinari lungo il corso dell’Era.


Figura 2. Immagine satellitare della territorio della Provincia di Pisa, in rosso Cascina (dal sito www.comuni-italiani.it).

La pianura pisana, vasta circa 450 chilometri quadrati, è la più estesa delle pianure toscane e rappresenta la parte meridionale di quella pianura costiera che va dalla foce del Magra, al confine tra Liguria e Toscana, fino alle Colline Livornesi, collegandosi a sud-est col Valdarno inferiore. I suoi limiti sono ben netti a nord-est (Colline del Serchio e Monti Pisani), a sud (Colline Livornesi e di Crespina) e ad ovest (il mare), mentre sono meno definiti a nord e a est dove la pianura continua: la Macchia di Migliarino a nord e il territorio di Cascina a sud sono le aree di transizione attraverso le quali si passa insensibilmente nella pianura apuana e nel Valdarno inferiore.

Assetto geo-pedologico

Nell’Era Quaternaria si sono verificate alternanze di ingressioni e regressioni marine, che determinarono il formarsi di una serie di lagune prima, di acquitrini poi, in seguito lentamente colmati dai depositi fluviali dell’Arno, del Serchio e di corsi d’acqua minori. Per  questo  motivo,  geologicamente,  questa  piana  è  interamente  costituita  da  depositi fluvio-marino-lacustri, rappresentati da argille, sabbie e ghiaie con giacimenti di torba e lignite, variamente disposti in strati più o meno spessi, tutti inclinati da levante a ponente. In superficie la parte centrale della piana appare attualmente costituita da alluvioni fluviali, mentre nelle parti periferiche affiorano argille lacustri.

Morfologicamente si possono distinguere due zone: una interna con bacini più o meni


ampi, caratterizzati da dislivelli minimi e spartiacque incerti, ed una costiera. Questultima è caratterizzata da tre elementi: una spiaggia bassa e sabbiosa, prevalentemente rettilinea; i delta costruiti in varie epoche e in diversi punti dai detriti trasportati dall’Arno e dal Serchio; i cordoni litoranei di dune sabbiose (tomboli) costruiti dai venti e dalle correnti costiere in direzione perpendicolare ai corsi d’acqua.

Altri terreni di origine alluvionale del Quaternario sono quelli della valle dell’Era, del basso Valdarno, fra Pontedera e S. Croce e i terreni pianeggianti della Val di Cecina fra Riparbella e Pomarance. La restante parte dei terreni della provincia traggono origine dal disfacimento di rocce sedimentarie di tipo assai diverso e, entro più modesti limiti, da rocce eruttive e metamorfiche (zona di Castellina Marittima e val di Cecina).

Procedendo da Pisa verso est, in direzione di Pontedera, la pianura pisana si restringe sensibilmente fino a terminare. Da qui risalendo il fiume Era, in direzione di Volterra, ci si addentra nei terreni neoautoctoni rappresentati dalle argille del Pliocene che costituiscono una  vasta  e  spessa  coltre  sedimentaria.  Il  modellamento  dei  modesti  rilievi  che  si impostano in questi terreni, ad opera di agenti esogeni, conferisce al paesaggio di questa zona, la tipica morfologia a biancane e calanchi.

Nell’area circostante la città di Volterra, affiorano altre formazioni neoautoctone come ad esempio la formazione “Gessososolfifera” del Miocene-superiore, da cui provengono i famosi alabastri di Volterra e il piccolo giacimento di salgemma presso le località Saline di Volterra.

Procedendo verso Pomarance, si abbandonano i terreni neoautoctoni e s’incontra un’area nella quale affiorano principalmente formazioni appartenenti alle Argille Scagliose” ofiolitifere.  Il  paese  di  Pomarance  segna  l’ingresso  nella  vasta  area  geotermica  di Larderello che si estende oltre la provincia di Pisa comprendendo anche alcune zone della Provincia di Grosseto (AA.VV., 1933).

Assetto idrografico

Il  territorio  della  provincia  è  attraversato  da  ricchi  corsi  d’acqua:  l’Arno,  con  il  suo affluente Era, il Serchio e il Cecina. L’Arno, nel suo corso inferiore, scorre nella parte settentrionale della provincia attraversando la pianura pisana e formando per la debole pendenza due ampi meandri e anse minori, su una delle quali sorge Pisa. Il suo regime è irregolare con magre accentuate in Agosto e piene in febbraio. Sfocia a 10 Km dalla città di Pisa, presso la stazione balneare di Marina di Pisa.

Secondo fiume della piana è il Serchio che, già affluente dell’Arno, attraversa il lembo


nord-occidentale del territorio provinciale e sbocca oggi con foce propria a nord dell’Arno. Il Cecina raccoglie le acque della zona del volterrano e del territorio meridionale della provincia. Esso attraversa in buona parte terreni argillosi, con forti pendenze, soggetti spesso a franamenti ed erosioni. L’Era è affluente dell’Arno ed è prettamente a carattere torrentizio.

Esistono anche corsi d’acqua minori (come ad esempio il Fiume Morto) con numerosi affluenti, tra cui i fossi e i canali di bonifica, tra cui va ricordato lo scolmatore dell’Arno che raccoglie le acque dell’Arno e quelle del Palude di Bientina, all’altezza di Pontedera, convogliandole direttamente in mare a Calambrone.

Il sottosuolo della provincia è ricco di falde acquifere a profondità solitamente accessibili, che assicurano l’approvvigionamento idrico per l’irrigazione e altri usi.

Il lago costiero di Massaciuccoli, un’antica laguna costiera in seguito isolata dal mare a causa di apporti alluvionali, completa all’estremità settentrionale della piana, lidrografia della zona (AA.VV., 1969).

Condizioni climatiche

Per caratterizzare una regione dal punto di vista climatico i parametri meteorologici da considerare sono la pioggia e le temperature minime e massime, ai quali si affiancano altre informazioni che arricchiscono e dettagliano l’analisi.

Per analizzare le condizioni meteoclimatiche dell’area in oggetto sono stati utilizzati i dati provenienti dall’ “Ufficio Generale per la Meteorologia - Aeronautica Militare” riferiti al trentennio 1960-1990 rilevati presso la stazione meteorologica di Pisa, le cui coordinate sono: latitudine 43,69; longitudine 10,40; quota 6 m s.l.m.

Il seguente diagramma termo-pluviometrico ottenuto mediando i dati climatici rilevati giornalmente (precipitazione e temperatura minima e massima), si riferisce al trentennio

1960-1990.


160

140


Diagramma  Termo-Pluviometrico


30,0

25,0


120


100


20,0


Text Box: Pioggia (mm)Text Box: Temperature (°C)80                                                                                                                                                                                                                                                                                                   15,0

60

10,0

40

5,0

20

gen

feb

mar

apr

mag

giu

lug

ago

set       ott       nov

dic

Precipitazioni

77,41

68,83

68,3

75,79

58,44

45,18

20,72

63,47

108,27  135,59  132,76

87,59

Temp.media

6,5

7,7

9,7

12,7

16,3

19,3

22,8

22,7

19,9

15,9

10,8

7,2

Temp. massima

11,94

12,39

14,62

16,84

20,76

24,37

26,44

26,79

23,97

20,54

16,41

12,78

Temp.minima

1,38

3,06

5,3

8,28

12,21

15,71

19,41

19,2

16,14

10,68

5,17

2,12

 
0                                                                                                                                                                                                                                                                                                 0,0

Figura 3. Diagramma termo-pluviometrico.

Analizzando il grafico è subito evidente che ci si trova in una zona a clima mediterraneo caratterizzato, durante i mesi caldi, da giornate serene e a cielo terso, con temperature elevate e bassa umidità relativa; durante i mesi freddi, da cielo variabile con piogge frequenti e temperature minime sostanzialmente contenute.

D’estate, il clima è influenzato dalla presenza d’alta pressione (che determina assenza di pioggia) e d’inverno da sistemi di bassa pressione. La temperatura  è molto raramente inferiori a 0 °C (medie annuali: 14-18 °C); le piogge sono distribuite principalmente al di fuori della stagione estiva.

Tabella 1. Ripartizione stagionale delle precipitazioni.

Precipitazioni (1960-1990)

Periodo

Media (mm)

Massimo (mm)

Minimo (mm)

Primavera

202,5

383,2 (1988)

85,6 (1973)

Estate

129,4

328,8 (1966)

28,4 (1962)

Autunno

376,6

703 (1991)

83 (1983)

Inverno

228,8

504,2 (1960)

75,4 (1991)

Anno

937,4

1151,8 (1960)

655,4 (1985)


400

350


Ripartizione stagionale delle precipitazioni


376,6


300


250


228,8


Text Box: mm200


202,5



150


129,4


100

50

0

Primavera                                                 Estate                                                    Autunno                                                   Inverno

Figura 4. Grafico relativo alla ripartizione stagionale delle precipitazioni

(trentennio di riferimento 1960-1990).

Nonostante che la regione presenti annualmente 937 mm di precipitazione cumulata, ci sono zone a carattere sub-umido secco e semi-arido che, nei mesi primaverili e soprattutto in estate, sono affette da deficit idrico più o meno intenso. In queste stagioni, infatti, l’aridità si estende dalle zone costiere alle valli interne, fino alle pendici appenniniche nel periodo più caldo, creando problemi alla vegetazione naturale e alle colture agricole, in quanto le fasi critiche di crescita per le piante sono, di solito, concentrate in tali mesi.

I risultati ottenuti dalle osservazioni stagionali, mostrano che le precipitazioni più intense sono concentrate in autunno, quando, in base alle medie riferite al trentennio 1960-1990 a Pisa si registrano circa 380 mm. Per contro la stagione meno piovosa è l’estate con soli 129 mm di pioggia.

2.1.1.2.    Il comune di Cascina

Cascina, distante 13 km da Pisa, 30 km da Lucca e 65 km da Firenze, ha un’estensione di circa 78 km² e una popolazione di circa 37.560 abitanti. Situato in posizione geografica centrale nella pianura pisana, il territorio comunale è ricco di monumenti storici, antiche ville. La cittadina conserva ancora parte della cinta muraria con le sue torri. L’abitato era infatti nel XIII secolo un antico borgo fortificato, corrispondente al tipico impianto dei “borghi franchi” basso medievali, che presentava caratteristiche nuove rispetto alle preesistenti strutture più antiche. Successivamente divenne un importante borgo agricolo appartenente al Vescovado di Pisa. Nei secoli XVI e XVII acquistò sempre più rilevanza come  centro  agricolo  e  commerciale  per  la  sua  tipica  collocazione  sull’arteria  di


collegamento tra Firenze e il porto di Pisa. Cascina fu spesso campo di battaglia negli scontri tra Firenze e Pisa e famoso fu quello avvenuto il 29 luglio 1364, immortalato dal Vasari in un dipinto di Palazzo Vecchio a Firenze. Dopo essere rimasta sotto il dominio di Pisa per l’intero secolo XIV, Cascina passò quindi sotto il dominio fiorentino. Divenne in seguito podesteria comprendendo 21 comuni e nel 1798 fu elevata a Vicariato col titolo di Vicariato di Cascina e Pontedera. Alla fine dell’Ottocento si sviluppò rapidamente come centro di lavorazione del legno, tanto che oggi Cascina è una delle capitali del mobile italiano.

L’antica storia della città rimane scritta nei tanti monumenti quali la Pieve di S.Maria, la Cappella del Sacramento, lOratorio di S.Giovanni, il Campanile, lOratorio di S. Croce, il Palazzo Stefanini e la bella cinta muraria del XIII secolo, poi modificata e innalzata in epoche successive. I dintorni sono ancora costellati di antiche testimonianze storiche e architettoniche che confermano l’importanza e la ricchezza di un territorio storicamente collocato in una posizione geografica di interesse strategico.

Oltre al complesso di Villa Di Lupo Parra a San Prospero, sul territorio comunale sono presenti numerose dimore storiche: Villa Barasaglia (oggi Gambini), Villa Baldovinetti (attualmente di proprietà della famiglia Zalum),Villa Lanfranchi Chiccoli Aulla Prini (oggi Zalum),  Villa  Delle  Quattro  Stagioni,  detta  anche  Villa  delle  Statuine,  Villa  Curzio Scevoli, Upezzinghi, Roncucci, Del Carratore, Villa Serlupi, Villa Remaggi e Villa Ruschi.

2.1.1.3.    La località di San Prospero

Sotto il profilo storico, San Prospero è stato oggetto di studi recenti (Caciagli, 2000). Inclusa nei limites della centuriazione romana, la locali è ripartita in due borghi: uno sulla strada statale (S.S. 76 Tosco Romagnola), l’altro, più a settentrione, su una via stretta che fu detta via cava o via di carraja, ed è rammentata in documenti risalenti al 1180. In un documento del 25 febbraio 1177 un terreno in San Prospero viene genericamente indicato “in valle Arni.

Dall’XI secolo S. Prospero annoverava diversi piccoli borghi: uno chiamato “Trivio della Croce”, l’altro “Ferraia”, un altro “Galliano con oratorio intitolato a S.Michele detto di Rinonichi; un altro ancora lungo la strada, presso Fabbri anche in ragione della presenza di  questi  artigiani;  e  un  altro  in  località  detta  Venezia.  È  probabile  che  l’attuale S.Prospero coincida con l’antico borgo chiamato Celaiano o Celano”.

La  storia  di  S.  Prospero è  documentata  anche  da  antiche vicende  religiose.  Si


ritiene in particolare che una prima chiesa sia stata edificata in epoca longobarda, lungo un antico fosso di scolo dellArno, intitolandola a S. Caterina d’Alessandria d’Egitto, vergine e martire. Con il titolo di S. Prospero, si ha una documentazione del 1170 riguardo alla pieve di S. Casciano. Come chiesa di S. Prospero di Viacava di Selvalonga figura negli elenchi delle decime del 1275/77 e del 1296/97. Col tempo la chiesa primitiva ha subito trasformazioni e restauri, per cui l’attuale può dirsi settecentesca. Ebbe anche un campanile, forse risalente anch’esso all’VIII secolo, che fu demolito e rifatto nel 1857.

Che in S. Prospero esistesse un ospedale è documentato da una donazione ricevuta il 25 febbraio 1177, a cui si aggiunse, nel 1182, un cospicuo lascito testamentario del pisano Iacopo del fu Uguccione di Pandol fo da Ponte, consistente in 12 appezzamenti di terreni.

Del borgo si ritrovano non molti riferimenti. Mentre in un contratto del 25 novembre 1178 (stipulato da persone che avevano interessi in una società di mare) il prezzo di acquisto di cin- que terreni in S.Prospero e s.Casciano fu di 6 lire pisane; in un altro, del 28 settembre 1197, due  fr atelli  di  S.Pros per o,  dovett ero  ve ndere  un  lo ro  terreno  per  7  lire  per acquistare un bue.

Anche il giudice Opizzone del fu Benincasa di S.Casciano ebbe proprietà in S.Prospero, allorché, il 30 agosto 1184 ebbe a livello, dall’arcivescovo Ubaldo, per il censuo annuo di

20 soldi di moneta pisana vecchia una quarantina di terreni nel nostro territorio.

E’ a questo tempo che nel territorio di S.Prospero ebbe un cospicuo patrimonio anche Uguccione del fu Pandolfo da Ponte, dell’aristocrazia consolare pisana, si trattò di terreni “arativi nelle  località  Carpineto,  Cafagio,  Naviccio,  Lama,  ad  Stradam,  Chiasso  di Sticca. Tra i proprietari religiosi di terreni, oltre alla curia vescovile di Pisa, e alla Badia di San Savino, entrambi fino dal IX o X secolo, si può citare l’acquisto di un terreno da parte del cappellano della chiesa di S. Tommaso martire al Parlascio il 24 luglio 1204.

Per parecchio tempo, sicuramente dal XVI al XVIII secolo, agli abitanti di S. Prospero fu consentito di eleggersi il parroco: ciò per particolari meriti acquisiti, forse, proprio per il mantenimento della chiesa: di questo privilegio esistono documenti del 1 6  ottobre 1533, del 2 6 ottobre 1610 e del 29 marzo 1712.

Nella pur piccola monografia su S. Prospero, compilata da don Mugnai, sono ricordati altri importanti eventi locali, ricavati da documenti esistenti nellarchivio parrocchiale. Come località, San Prospero ebbe nome e consistenza giuridica con un decreto granducale in occasione della riforma amministrativa decretata nel 1776 da Pietro Leopoldo I. Nell’archivio parrocchiale esiste ancora la lettera con cui, nel 1811, il sindaco di Cascina


invitava il parroco a educare i giovani del posto ad una scrupolosa obbedienza dei decreti napoleonici, e a non disertare il servizio militare. Alcuni episodi storici sono legati alla posizione della località. Per esempio nel 1805 un’alluvione dell’Arno ebbe conseguenze disastrose per tutta la zona. Dal Natale 1821 al 16 luglio 1822 si ebbe a registrare una terribile sicci, così come nel 1883. Nel 1919 avvenne un’altra alluvione dell’Arno. Quanto alla popolazione, 359 abitanti erano presenti nel 1551; 629 nel 1745; 995 nel



1833; 1303 abitanti nel 1876.

2.1.2.     I Di Lupo Parra e la loro proprietà a San Prospero

Prima di formulare delle ipotesi progettuali per il restauro di un giardino storico è molto importante documentarsi sulle vicende che in passato hanno coinvolto la proprie e coloro che la possedevano. Periodi economicamente favorevoli corrispondono generalmente ai momenti di massimo splendore e floridezza del giardino mentre i periodi di crisi della famiglia si traducono spesso in abbandono e decadimento.

Il lavoro di ricerca storica presso archivi e biblioteche è fondamentale anche per portare alla luce elementi significativi che spesso non traspaiono dallo stato di fatto dei luoghi. Purtroppo non esistono molte notizie storiche sulla famiglia Di Lupo Parra, che visse nella villa omonima, in quanto le vicende avverse hanno portato il casato all’estinzione e i successivi passaggi di proprietà hanno causato lo smembramento e la perdita dell’archivio di famiglia. Ne consegue che possiamo risalire a notizie certe sulla famiglia fino ai primi anni dell’Ottocento.

2.1.2.1.  Cenni storici sulla famiglia Di Lupo Parra

Sulla storia della famiglia esiste oggi una nota abbastanza esaustiva (Del Vivo, 1999). I

primi membri della famiglia di cui abbiamo notizie sono Anton Lorenzo, che morì nel

1798 e della moglie Teresa Boni che mancò otto anni più tardi. Dal loro matrimonio nacquero quattro figli e tre figlie: il primogenito Giuseppe Felice nato a San Prospero il 12 agosto 1776, Ranieri, Flaminio, Stefano, Carolina, Ermellina ed Elisabetta. E fu proprio il matrimonio di Giuseppe Felice con Lauretta Cipriani, celebrato con rito religioso il 17 febbraio 1814, ad animare le vicende della famiglia. Per Lauretta, nata a Trinidad il 12 febbraio 1795, si aprivano le porte della residenza principale del marito, Villa Di Lupo Parra appunto situata a San Prospero, a poche centinaia di metri dalla Parrocchia della comunità. Le nozze con Giuseppe ponevano Lauretta in una situazione privilegiata: quella


di unica “signora” di casa. La suocera era ormai scomparsa, i cognati erano celibi e le cognate Carolina ed Ermellina, per quanto non giovanissime, risultavano nel 1814 ancora nubili; l’altra cognata infine, Elisabetta, già maritata Sforza di Montagnoso, era tornata a vivere a San Prospero alcuni anni dopo il matrimonio, per dichiarati dissensi con il marito: all’epoca si trovava quindi in una situazione socialmente assai debole ed esposta a critiche. In questa situazione familiare Lauretta veniva a ricoprire di diritto e di fatto, come moglie del primogenito, una veste arbitrale: un ruolo tutt’altro che facile, del quale la giovane si sentiva pienamente investita, come faranno capire i comportamenti di pochi anni dopo, senza tuttavia appropriarsene con la maturità necessaria. Il suo essere sposa non era stato inteso dalla Cipriani come gestione quotidiana nella gestione del mènage: ma semmai come piacevole partecipazione a tutti quegli aspetti sociali e mondani che sollecitavano ambizioni culturali, voglia di vivere, nuove conoscenze ed amicizie, dopo tanti anni di isolamento in un collegio di Firenze destinato alle fanciulle benestanti ma non nobili. L’ingresso di Lauretta in casa di Lupo Parra era stato all’inizio più che ben visto almeno da una parte della famiglia. In seguito, al tempo dei più aspri dissensi familiari, si sarebbe parlato più o meno velatamente dell’eccessiva ammirazione che Lauretta suscitava nei fratelli Parra, e dell’invidia che accendeva nelle loro sorelle; e si sarebbe sostenuto che molti problemi traevano origine da quella convivenza in villa. Qualche perplessità intorno al carattere di Lauretta doveva comunque essere sorta fin dai primi tempi. La giovane mostrava  una  tenacissima  volontà  di  indipendenza,  come  testimonia  una  clausola  del contratto dotale. Infatti Lauretta non aveva nessuna intenzione di trascorrere tutto l’anno e soprattutto l’inverno a San Prospero, e la sua permanenza qui o nel palazzo di Pisa dei Parra di proprietà dello sposo, poteva essere indipendente da quella del marito Giuseppe.

I soggiorni in Pisa sottintendevano la possibilità di entrare in contatto con tutta la bella gente e tutti quei forestieri che frequentavano il litorale toscano, un entourage brillante e più che piacevole. Insomma a Lauretta sembrava impossibile dover accettare a priori per la vita futura una sorta di isolamento in mezzo alla campagna toscana.

In effetti la maggior parte dei proprietari terrieri, borghesi o aristocratici, fiorentini o pisani, abitavano in città e soggiornavano per lo più solo nei periodi di villeggiatura nelle ville prossime alle tenute di proprietà; per il resto dell’anno vi si recavano solo di tanto in tanto, incaricando fattori e amministratori della gestione dei loro beni. Ma i Parra e soprattutto Giuseppe non erano di tale opinione; forse perché la loro promozione sociale risaliva a tempi più recenti, appaiono più chiusi delle altre famiglie padronali, e in certo senso indifferenti alla vita culturale cittadina. Tanto da scegliere di vivere ed abitare vicino


alle loro terre, seguire le produzioni di persona, e non delegarne l’amministrazione ad altri. Fra Lauretta e Villa Di Lupo Parra si crea, fin dall’inizio, un rapporto tutt’altro che facile; e le difficoltà dipendono in gran parte da quei rapporti di coabitazione con persone sentite diverse, che ponevano continui ostacoli a gestire e utilizzare la villa in modo più gradevole e aperto: anche ad esempio, per inviti e ricevimenti tanto più che Villa Parra in quegli anni si presentava al meglio: recentemente ristrutturata e non priva di ambizioni, con quel suntuoso scalone che portava al piano nobile, e le ricche pitture murali in buona parte concluse pochi anni prima.

Figura 5. Interno della villa, particolare della decorazione dello scalone.

In primavera e in estate il giardino, il parco rigoglioso che si estendeva verso sud, la floride colture che toccavano i monti pisani, erano luoghi più che piacevoli per passeggiare, o per qualche uscita a cavallo che Lauretta tanto amava. Erano l’isolamento e la solitudine quanto pesava di più. Nascevano intanto i quattro figli, tra il 1814 e il 1819, Antonio, Pietro, Sofia ed Emilia. Ma Lauretta continuava comunque ad alternare periodi trascorsi a S. Prospero e periodi pisani: anzi, con un certo incremento di questi ultimi durante i quali, a detta dei cognati, ebbe inizio l’amicizia con Pietro Passerini. I comportamenti di Lauretta avevano ormai compromesso la convivenza con Giuseppe portando la sposa a “dividersi di mensa da lui”. La famiglia Parra assistette con compostezza a quello scompiglio, alle successive e continue discordie e agli scandali causati dalla Cipriani fino a quando, il 21 novembre 1822, Giuseppe si spense in seguito a lunga malattia. Tuttavia Villa Parra continuò per qualche tempo ad essere al centro delle avventure di Lauretta visto che il


testamento di Giuseppe  la riconosceva tutrice dei figli. Dopo il 1823 Lauretta frequenterà solo saltuariamente Villa Parra, si tratte soprattutto di visite ai figli, nei periodi di vacanza:per i due ragazzi un compromesso familiare aveva infatti disposto il collegio, mentre le bambine rimanevano affidate alla madre. Più tardi si stabilirà a Pisa, insieme ad Antonio e Pietro, nel nuovo palazzo acquistato sul lungarno, accanto al Caffè dell’Ussero dove Lauretta potrà circondarsi di amici e ospiti, dando vita ad uno dei più vivaci salotti cittadini. Negli anni sa il primogenito Antonio a rimanere legato a Villa Parra, ed a risiedervi  con  la  famiglia.  Prima  anch’egli  in  conflitto  con  gli  zii  troverà  infine  con loro,con il passare degli anni un modus vivendi , soprattutto con Flaminio vissuto fino al

1872. Si stabilirà alla villa anche la figlia di Antonio, Sofia, dopo il fallimento del matrimonio con Pietro Franceschi: l’ultima dei Di Lupo Parra ad abitarvi.

La situazione economica ormai volgeva al peggio, anche se il tenore di vita continuava a rimanere alto. Si cominciarono ad alienare le proprietà, la villa di S. Prospero fu venduta a Giovan Battista Rosselli Del Turco il 18 agosto 1906; documenti, carte e lettere di famiglia furono smembrate e in gran parte disperse (Del Vivo, 1999).

L’unico membro della famiglia di cui abbiamo maggiori notizie storiche è Pietro Di Lupo Parra, che nacque a S. Prospero il 17 aprile 1816 dal conte Giuseppe Di Lupo Parra e da Lauretta Cipriani. Fin da ragazzo ebbe, al pari di suo fratello Antonio e di sua madre stessa, idee liberali e spirito patriottico che ne fecero un fautore convinto della causa italiana, alla quale, più che con le parole, si dedicò con l’azione. Ed è proprio Pietro Di Lupo Parra, Capitano dei Civici Toscani, che il 22 marzo 1348, alla vigilia della dichiarazione di guerra di Carlo Alberto all’Austria, inizio della prima guerra d’Indipendenza italiana, si arruolò come semplice volontario, prendendo parte, nell’aprile di quell’anno, ad operazioni militari sul confine orientale e nel Tirolo. Della battaglia di Curtatone e Montanara, il 29 maggio, fu valoroso ma sfortunato protagonista anche il cascinese Pietro di Lupo Parra: colpito in fronte da una pallottola austriaca, che cadde al fianco del proprio Comandante, Il 29 maggio, Giuseppe Montanelli professore dell’ateneo pisano.  Il  giovane  Pietro  di  Lupo  Parra,  giunto  in  zona  ai  primi  di  maggio,  aveva partecipato con successo alle prime scaramucce.Appena giunti qua - scriveva con entusiasmo ed esultanza alla madre - abbiamo portato fortuna”. Della sua morte si hanno due racconti. Il primo, di autore ignoto, narra che in  quella tragica e gloriosa giornata del

29 maggio 1848 “Pietro fu sempre per tutto ove maggiore incalzava il pericolo: vide per tre volte piegare gli austriaci, li vide tornare rinforzati all’assalto e, quando la disperata resistenza dovette cessare, seguì Montanelli al posto disperato del Mulino, e là, mentre


accanitamente ferveva la mischia, una palla lo colpiva nella fronte e, stendendolo senza vita su campi sanguinolenti, gli cingeva alla fronte la corona del martirio”. Il secondo racconto è fatto dal Montanelli stesso. “Avevo accanto a me Pietro Parra - scrive il triumviro toscano - diletto amico e compagno indimenticabile del campo. Parlavo con lui prima di scaricare lo schioppo. Mi volto per parlargli ancora ... giaceva cadavere”. A niente serve chiamarlo più volte per nome, scuoterlo, abbracciarlo e baciarlo disperatamente sul volto: Pietro è ormai nelle braccia della Morte, anche se, “colla faccia volta al cielo e l’abituale sorriso, rendeva immagine non d’estinto, ma solo d’addormentato guerriero”. Da 150 anni le sue spoglie riposano nel camposanto di S. Prospero, nella cappella della famiglia Di Lupo Parra. Nel 1903 sopra il portone di ingresso della villa, che da sulla odierna via Pietro di Lupo Parra, è stata posta una targa commemorativa che recita:

“In questa villa

ove da nobile famiglia ebbe i natali

Pietro Di Lupo Parra

che militando contro gli austriaci nel battaglione universitario pisano soccombeva sul campo dell’onore lasciando la vita a Curtatone

nella infelice ma gloriosa battaglia del 29 maggio 1848

Il municipio

interprete dei sentimenti del popolo a ricordo di si magnanimo esempio di virtù cittadina

poneva questa memoria nel 29 maggio 1903”

Figura 6. La targa posta in ricordo di Pietro Di Lupo Parra.


2.1.2.2.   La Villa Di Lupo Parra: notizie storiche

La residenza della famiglia Di Lupo Parra non nascondeva certo ambizioni dei proprietari; tuttavia non presentava i segni di una tradizione signorile maturata attraverso il tempo (Del Vivo, 1999). La crescita economica della famiglia era stata relativamente rapida e concentrata nella seconda metà del settecento; ma l’edificio e i suoi arredi mostrano di volersi ispirare alle residenze di una aristocrazia consolidata e più antica, cogliendone gli aspetti più appariscenti. I Parra, così come altre casate di recente fortuna, avevano inteso perseguire quei segni di distinzione ora consentiti dalle nuove ricchezze. Su un diverso piano, per dotarsi di maggiori credenziali sociali, avrebbero cercato di recuperare i legami con le antiche famiglie di cittadinanza pisana, quanto cioè potesse testimoniare una discendenza diretta dal patriziato di un tempo.

Quanto, nella sistemazione di Villa Parra, abbiano influito le scelte di Lauretta, il suo buon gusto, la sua cultura, e quale fosse viceversa la situazione anteriore al matrimonio, non è noto. Niente di preciso sappiamo sulla reale estensione o sulla sistemazione del giardino: che cosa delle statue, dei gazebo, degli altri elementi di decoro in pietra testimoniati in anni più tardi, era già presente in questo primo scorcio del XIX secolo. Niente di tutto ciò è giunto fino ai nostri giorni, e la dispersione dell’archivio familiare di casa Di Lupo Parra contribuisce a mantenere vivi tanti interrogativi che ancora circondano la villa e i suoi antichi proprietari (Del Vivo, 1999).

2.1.2.3.   Evoluzione storica della proprietà

Attraverso documenti di archivio e in particolare di cartografie storiche è possibile ricostruire un quadro, seppur non esauriente, dell’evolversi dellassetto proprietario.

In epoche antecedenti alla messa a punto delle carte catastali (Pietrini, 2000), si rileva un’evoluzione  da  casa  padronale  con  prevalente  funzione  agricola  a  dimora  signorile dotata di apparati progressivamente più ricchi e complessi; un momento di particolare interesse viene raggiunto tra la metà del Settecento e la metà del secolo successivo, periodo nel quale si completa la ricomposizione architettonica e formale della proprietà.

Nel periodo che va dalla metà del Cinquecento a metà del Settecento il sito corrispondente alla Villa e agli annessi che attualmente conosciamo risulta interessato dalla presenza di una casa padronale di una certa importanza e vari fabbricati agricoli di pertinenza (forno, tinaia, pozzo, stalla) di proprietà della famiglia Parra. Si ha notizia che alla fine del


Cinquecento i rappresentanti del comune di San Prospero si riunissero nella cancelleria della casa di Pietro Parra. Fino alla metà del Settecento, tuttavia, non cè ragione di ritenere che la famiglia Parra volesse fregiarsi di una dimora di rappresentanza di aspetto più signorile, dotata quindi di un giardino o di sistemazioni esterne di una certa importanza.

Nel 1756 lo stanziamento di 70 denari della comunità di San Prospero “per risarcire e rialzare la strada maestra di detto comune” menziona le proprietà di Flaminio Parra lungo la via Cava (attuale via Di Lupo Parra) come “i campi di Flaminio Parra”, segno che nell’area dell’attuale lecceta fino a metà del settecento non si trovava alcuna sistemazione paesaggistica di particolare pregio. I Parra, da lungo tempo interessati ad ottenere il patriziato pisano, hanno probabilmente investito nel giardino, da sempre luogo di rappresentanza, ingenti risorse ma sembra improbabile che abbiano voluto seguire per la sua ideazione un intento realmente innovativo, preferendo invece coltivare almeno inizialmente un certo conservatorismo, più calzante alla loro immagine di nuovi ricchi.

Ben diversa, soltanto pochi anni dopo, è stata la scelta di altre tra le più blasonate famiglie pisane, i Concioni, i Pesciolini Venerosi, gli Scotto-Corsini, le quali sposeranno invece l’estetica e la filosofia del parco di stile romantico, cui invece si ha soltanto un accenno in ciò che oggi è dato di vedere delle aree esterne della Villa Di Lupo Parra.

In epoche più recenti, per ricostruire la storia della proprietà è di grande ausilio la cartografia  storica,  reperibile  all’Archivio  di  stato  pisano,  e  alla  relativa  analisi, concernente le componenti architettoniche e gli spazi ad esse adiacenti.

Nel caso del complesso monumentale di Villa Di Lupo Parra la prima base cartografica reperibile è quella del Catasto Generale Toscano, comunemente chiamato «Catasto Leopoldino», che si trova custodito presso lArchivio di Stato di Pisa. Le relative planimetrie catastali consultate e riprodotte di seguito (figure 7-8), risalgono a due periodi storici distinti: le prime databili intorno al 1820 mentre le successive sono aggiornate al novembre 1906. Nel registro allegato al Catasto Leopoldino (figura 9) sono indicati il numero, il nome del proprietario, la destinazione delle singole particelle (specie delle proprietà”) e la relativa superficie.


Figura 7. Estratto di mappa catastale del Comune di Cascina ( sez. U- San Prospero, foglio 80) del

1820.