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Disturbi psichici di tipo schizofrenico - tesina




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DISTURBI PSICHICI DI TIPO SCHIZOFRENICO

Eziologia, diagnosi e terapia; relazioni tra disturbi psichiatrici e la letteratura italiana ed inglese con relativi fondamenti filosofici.



PREFAZIONE

Sin da tempi remoti una delle prerogative dell’uomo è stata quella di chiedersi il “perché” di tutti gli avvenimenti che accadevano attorno a lui e che riusciva ad osservare con i suoi occhi. Io mi sono posto l’obiettivo di indagare sul “perché” di alcune dinamiche che regolano gli episodi in una parte dell’uomo che non può essere direttamente osservata: la PSICHE.

Concentrerò la mia attenzione su alcuni disturbi che comportano un funzionamento imperfetto di tale sistema e insieme tenteremo di capire quali sono le dinamiche che stanno alla base dei suddetti disturbi. Uno dei disturbi psichici che mi ha particolarmente affascinato è il DISTURBO SCHIZOFRENICO. Si cercherà di spiegarne l’eziologia, di evidenziarne i sintomi e capire in che modo tale disturbo può essere diagnosticato, ma soprattutto si cercherà di capire in che quale maniera esso può essere curato (se è meglio far ricorso agli psicofarmaci oppure direttamente all’elettroshock) e quali effetti hanno le cure somministrate sull’intero organismo, riferendoci a concetti fisici principalmente di natura elettrica. Il disturbo schizofrenico è strettamente collegato al tema della doppia o multipla personalità. Per tanto vedremo insieme in che maniera questo tema ha influenzato la letteratura sia italiana che inglese e quali sono i fondamenti filosofici che stanno alle spalle di questa tendenza. Per tanto analizzeremo il capolavoro di R.L. Stevenson “The strange case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde” e cercheremo di cogliere quali aspetti della società Vittoriana lo scrittore ha voluto far trasparire dalla sua opera; faremo chiarezza sulla maniera in cui Freud affermò che la psiche non è un sistema unitario e razionale e su quali sono le dinamiche che guidano ogni nostro comportamento; infine daremo anche uno sguardo al tema della doppia personalità trattato nella letteratura italiana e faremo un’analisi del Romanzo di Pirandello “Uno, Nessuno e Centomila”.

Il tema della Schizofrenia è un tema molto ampio e ancora molta dibattuto sia tra gli psichiatri che tra gli psicologi per tanto esso potrebbe avere nuovi sviluppi nel corso degli anni. Mi auguro che qualcun altro interessato a capire con quali dinamiche l’equilibrio psichico umano può essere modificato, si prenda cura di ampliare e aggiornare questa piccola trattazione.

EZIOLOGIA, DIAGNOSTICA E TERAPIA DEI DISTURBI PSICHICI DI TIPO SCHIZOFRERNICO

SCHIZOFRENIA: disturbo mentale frequente e grave caratterizzato da persistenza di sintomi di alterazione del pensiero quali allucinazioni, deliri, anomalie del pensiero, riduzione della motivazione, coartazione emotiva, disturbi del funzionamento sociale e lavorativo.

Il suo decorso è superiore ai sei mesi. La sindrome schizofrenica ha una prevalenza più alta di quella del morbo di Alzheimer, del diabete e della sclerosi multipla.  Il termine schizofrenia fu coniato dallo psichiatra svizzero Eugene Bleuer. Esso deriva dal greco “schizo”= scissione + “phrenos” = cervello e fu usato in sostituzione del termine “dementia precox” proposto nell’800 da Kraepelin.

EZIOLOGIA

Sebbene la causa della schizofrenia sia ancora sconosciuta, in psichiatria si è concordi nell’individuare le cause di questi disturbi in un complesso mix di fattori di tipo biologico, genetico e psicologico.

La vulnerabilità può implicare una predisposizione genetica, ad esempio, mentre in condizioni normali la possibilità di sviluppare ex novo la sindrome schizofrenica è molto vicina all’ 1%, tra gemelli monozigoti essa raggiunge circa il 50%. Altri fattori di natura genetica sono dovuti a complicanze intrauterine prenatali o post-parto, o infezioni virali del SNC.

La vulnerabilità sul piano psicologico può manifestarsi come disorganizzazione cognitiva, alterazione percettiva, anedonia e compromissione delle capacità sociali. L’esordio o la recidiva dei sintomi può essere influenzata anche da fattori stressanti ambientali quali ad esempio la fine di una relazione o l’allontanamento da casa. Tra i fattori biologici che possono essere causa di vulnerabilità verso la schizofrenia c’è anche l’uso abituale e perdurato di sostanze stupefacenti o psicostimolanti.

SINTOMATOLOGIA

Non è possibile individuare dei sintomi comuni a ciascun caso di disturbo schizofrenico ma essi variano di caso in caso a seconda del tipo e della gravità della patologia. Essi generalmente si classificano in sintomi positivi e sintomi negativi.

I sintomi positivi sono caratterizzati da un eccesso delle funzioni normali. Tali sintomi possono ulteriormente suddividersi in: deliri, allucinazioni e disturbi del pensiero o comportamentali.

Il primo gruppo di tali sintomi è definito come “dimensione psicotica della schizofrenia”. I deliri sono convinzioni erronee derivanti da un errore di giudizio. Il delirio può essere ancora suddiviso in ulteriori sottocategorie quali deliri persecutori, deliri di riferimento o di furto. Le allucinazioni invece possono essere percepite attraverso qualsiasi modalità sensoriale, anche se quella di tipo uditivo è predominante nei soggetti schizofrenici (le voci che si ascoltano possono essere a carattere minaccioso oppure possono parlare tra di loro del paziente).

Il gruppo dei sintomi di disorganizzazione (disturbi del pensiero e comportamentali) consiste in una disorganizzazione del pensiero che appare soprattutto in un eloquio divagante che spesso sfocia in incoerenza e incomprensibilità. I disturbi comportamentali invece possono comprendere stolidità di tipo infantile o comportamenti motori di tipo catatonico.

I sintomi negativi, detti anche deficitarii, portano alla riduzione o alla totale scomparsa di alcune capacità o esperienze del soggetto. Tra questi sono annoverati coartazione affettiva, povertà dell’eloquio, anedonia, asocialità. Tali sintomi sono sempre collegati con una generale perdita delle motivazioni. In alcuni pazienti si può verificare un declino del funzionamento cognitivo.

Alcuni casi patologici presentano una terza serie di sintomi caratterizzata da disordine del pensiero e deficit neurocognitivi quali indebolimento di funzioni cerebrali di basi come memoria, attenzione e risoluzione di problemi: tale sindrome è nota come schizofrenia disorganizzata.

La classificazione della schizofrenia è un problema che non ha ancora trovato una soluzione unitaria presso gli psichiatri: alcuni ricercatori ritengono che essa sia un disturbo unitario, mentre altri ritengono che essa sia una sindrome comprendente diverse entità nosologiche sottostanti. Le quattro sottocategorie più comunemente usate per individuare la patologia sono: paranoide, ebefrenica, catatonica e indifferenziata.

1)     schizofrenia paranoide: compare frequentemente dopo i 35 anni di età in pazienti che hanno già  disturbi. E’ caratterizzata da deliri e allucinazioni uditive senza prevalenza di disorganizzazione dell’eloquio.

2)     Schizofrenia ebefrenica: i suoi sintomi più evidenti sono disorganizzazione dell’eloquio e del comportamento e appiattimento affettivo.

3)     Schizofrenia catatonica: in essa sono prevalenti i sintomi fisici come immobilità o eccessiva attività motoria ed eventualmente assunzione di posture bizzarre.

4)     Schizofrenia indifferenziata: presenta sintomi misti; i sintomi positivi non sono strutturati secondo i criteri delle precedenti forme.

DIAGNOSI

La ricerca scientifica non ha ancora approntato alcun tipo di test patognomico per la schizofrenia. E’ necessario dunque effettuare una valutazione globale dell’anamnesi clinica, dei sintomi e dei segni. Per la diagnosi sono necessari almeno due sintomi caratteristici, quali deliri, allucinazioni, eloquio o comportamento disorganizzato, presenti in un arco di tempo variabile di almeno un mese  per la maggior parte del tempo.

Attraverso l’anamnesi e l’analisi clinica è possibile eliminare disturbi psicotici dovuti a disturbi fisici e disturbi dell’umore. Possono essere esclusi anche disturbi neurologici ed endocrini soggiacenti che possono verificarsi come psicosi. Mediante l’osservazione di una RMN o di una TAC si riscontrano nei pazienti malati di schizofrenia notevoli anomalie cerebrali. A sintomi positivi si associano anomalie del lobo temporale mediale e superiore; le anomalie corticali e ventricolari invece sono associate ai sintomi negativi.

DECORSO

Il decorso della schizofrenia avviene in fasi sequenziali. La prima fase è detta premorbosa e in essa è possibile rilevare le influenze di vulnerabilità e i fattori di rischio. La seconda fase, detta prodromica, è caratterizzata dallo sviluppo di segni e sintomi subclinici prima della malattia. Nella fase precoce è possibile diagnosticare le malattia stessa attraverso i sintomi deficitarii e le disabilità funzionali. La fase successiva è quella centrale in cui i periodi sintomatici possono diventare episodici oppure rimanere continui. La fase finale è quella tardiva in cui il decorso della patologia può stabilizzarsi.

PROGNOSI

Qualora il trattamento psicoterapeutico prescritto aderisse in modo efficace, la prognosi è di circa un anno. Ad una prognosi favorevole sono collegati diversi fattori quali un funzionamento premorboso relativamente buono, un esordio tardivo e/o acuto della malattia, un’anamnesi familiare di disturbi dell’umore piuttosto che di schizofrenia stessa, infine, una minima compromissione cognitiva.


TERAPIA

Si definisce “durata della psicosi non trattata” il periodo di tempo (solitamente 12 – 24 mesi) nel quale i pazienti manifestano i sintomi psicotici prima che sia assegnata una terapia adeguata.

I pazienti tendono a rispondere più velocemente alla cura qualora essa sia somministrata precocemente. I fini generali del trattamento terapeutico sono quello di ridurre la gravità dei sintomi psicotici, di prevenire le recidive e il deterioramento funzionale a essi associato. La terapia può avvenire seguendo tre diverse modalità:

1)     farmaci antipsicotici;

2)     riabilitazione;

3)     psicoterapia.

FARMACI ANTIPSICOTICI

I farmaci antipsicotici classici, detti anche neurolettici, comprendono cloropromazina, flufenazina, iloperidolo, mesoridazina. La caratteristica di questi farmaci è un’affinità per il recettore dopaminico di tipo II. Possono essere somministrati sottoforma di liquido orale, pillole, formulazione IM. Gli effetti collaterali associati ai farmaci neurolettici sono: sedazione, rigidità muscolare, tremori, aumento eccessivo di peso, acatisia –irrequietezza motoria– o discinesia tardiva (un disturbo dei movimenti involontari); un ulteriore effetto, spesso fatale, è la cosiddetta “sindrome maligna da neurolettici”, caratterizzata da rigidità muscolare, febbre, elevazione della creatinina fosfochinasi.

Altri esempi di antipsicotici sono quelli chiamati “ atipici” i quali hanno la caratteristica di alleviare i sintomi positivi, migliorare quelli negativi o i deficit neurocognitivi. Essi hanno minori possibilità di causare effetti collaterali extrapiramidali e un rischio minore di causare discinesia tardiva. Gli antipsicotici atipici hanno un’affinità di tipo selettivo per le regioni implicate nei sintomi schizofrenici; influiscono su altri sistemi neurotrasmettitoriali, tra cui la serotonina, o hanno affinità selettiva per alcuni sottotipi di recettori dopaminici.

RIABILITAZIONE

La riabilitazione professionale ha lo scopo di aiutare i pazienti a reintegrarsi nella comunità e a riguadagnare capacità sociali. La presenza di un tutor per favorire l’adattamento al lavoro è molto utile: egli serve come sostegno per la risoluzione di problemi o per la comunicazione con gli altri. Questi programmi aiutano a promuovere l’autonomia del paziente e forniscono cure sufficienti a minimalizzare la possibilità di ricadute e il bisogno di ricoveri.

PSICOTERAPIA

Il fine della psicoterapia è quello di individuare eventuali difficoltà relazionali con il malato e gestirne l’isolamento. Il paziente nel corso del trattamento può arrivare più facilmente a comprendere sé stesso e i suoi problemi. A volte si rende necessaria una terapia familiare che comprende il paziente, i suoi genitori o il coniuge e ovviamente il terapista. Ciò può aiutare nella pianificazione del trattamento e nell’attribuzione di compiti diversi ai vari componenti della famiglia. È molto importante che i familiari conoscano i modi per rendere minima la probabilità di eventuali future ricadute. Il paziente deve imparare a gestire la malattia, seguire la terapia e controllare efficacemente lo stress. L’approccio più comune prevede l’associazione tra la psicoterapia e la terapia farmacologia.



TERAPIA ELETTROCONVULSIVANTE

Un altro importante ed efficace metodo terapeutico è quello della terapia elettroconvulsivante(TEC), meglio nota  con il termine “elettroshock”.

Tale terapia è stata introdotta nel 1938 da due psichiatri italiani, Ugo Cerletti e Lucio Bini; la TEC ha un campo d’azione molto vasto ed è caratterizzata da effetti terapeutici rapidi ed affidabili e da un profilo di sicurezza molto alto. La TEC consiste nel passaggio indotto di una piccola corrente elettrica continua (tipicamente 0,9 Ampere) attraverso il cervello mediante due elettrodi collocati in specifici punti della testa e mirata a provocare  convulsioni nel paziente. Solitamente la TEC figura quale strategia aggiuntiva alla terapia antipsicotica o può essere un considerevole alternativa in caso di documentata intolleranza ai farmaci. Come ogni trattamento terapeutico anche la TEC ha i suoi effetti collaterali: tra essi i disturbi cognitivi sono quelli che hanno una maggiore rilevanza clinica. Altre manifestazioni indesiderate sono le amnesie, i disturbi d’attenzione e stati confusionali. Solo in rari casi può verificarsi una mancanza di certi contenuti della memoria autobiografica. Attualmente il rischio di mortalità connesso alla TEC è di

1: 30000 trattamenti, ed è di solito collegato ad altre patologie del paziente quali ad esempio disturbi cardioritmici, ipertensione endocranica dovuta ad edema cerebrale, ictus recente o malformazioni vascolari.

Ma soffermiamoci ad analizzare nel dettaglio quali sono i meccanismi coinvolti nell’induzione di una corrente elettrica nel cervello.

Si definisce intensità di corrente elettrica i il rapporto tra la quantità di carica ∆q che attraversa una sezione trasversale di un conduttore in un intervallo di tempo ∆t, e lo stesso intervallo di tempo ∆t.

i = ∆q / ∆t

da questa formula è possibile calcolare la quantità di carica elettrica, mediante la formula inversa:

∆q = i . ∆t

si definisce inoltre come differenza di potenziale elettrico ( o tensione elettrica )

∆V = VB – VA  tra due punti A e B immersi in un campo elettrico  il rapporto

∆V = ∆U / q

Da qui deriva che la differenza di energia potenziale ∆U è uguale a

∆U = ∆V . q

Ma poiché q = i . ∆t

Risulta che                                                 ∆U = ∆V . i . ∆t

Il fisico tedesco George Simon Ohm scoprì sperimentalmente agli inizi del XIX secolo che l’intensità di corrente i è legata con una relazione di proporzionalità diretta alla tensione elettrica ∆V secondo la formula i = ∆V / R dove R è una costante caratteristica del conduttore nel quale fluisce la corrente elettrica e dipende dalle caratteristiche fisiche del conduttore stesso. R esprime la difficoltà che incontra la corrente nel fluire da un estremo all’altro del conduttore, per tanto R è definita come resistenza elettrica del conduttore.

Applicando la formula inversa della legge di Ohm, la differenza di potenziale risulta uguale al prodotto tra l’intensità di corrente e il valore della resistenza

∆V = i . R

Questa relazione modifica la formula per il calcolo della differenza di energia potenziale che diventa:

∆U = ( R . i ) . i . ∆t               =                      ∆U = i2 . R . ∆t

Considerando la differenza di energia potenziale ∆U = ∆V / q risulta che la quantità di carica q è uguale al rapporto tra la differenza di  energia potenziale e la differenza di potenziale, pertanto:

q = ∆U / ∆V

ne deriva che q = ( i2 . R . ∆t ) / ( i . R )                          q = i . ∆t


Calcolare la resistenza del circuito costituito dal generatore, dagli elettrodi e dalla testa non è un’operazione semplice: mentre il cervello, per il suo grande volume, ed il cuoio capelluto sono dei buoni conduttori e hanno resistenza rispettivamente pari a 220 Ω/cm e 222 Ω/cm, l’osso del cranio presenta una resistenza molto più elevata pari a circa 17760 Ω/cm, e soprattutto variabile da individuo a individuo. Per tanto si preferisce fare riferimento all’indicazione della quantità di carica mediante la formula q = i . ∆t in cui non è necessario conoscere il valore della resistenza. La quantità di carica poiché assume valori molto bassi si indica in milliCoulomb [ mC = 10-3C ]. La forma dell’onda elettrica utilizzata è relativamente lenta nel raggiungere la sua massima intensità perciò si preferisce usare l’onda rettangolare che raggiunge la sua massima intensità istantaneamente conducendo ad una più veloce depolarizzazione neurale e agevolandone la risposta dal punto di vista terapeutico.

Come è noto dall’esperienza fatta dal fisico inglese James Joule un conduttore  metallico percorso da corrente elettrica si riscalda a causa delle collisioni che avvengono all’interno del conduttore stesso tra gli elettroni di conduzione e gli ioni del reticolo cristallino provocando un aumento di energia cinetica. Un singolo stimolo elettroconvulsivante riscalda il cervello in media di 0,0026°C: un aumento di temperatura di gran lunga inferiore di quello che si verifica a causa di un’infezione lieve del tratto respiratorio inferiore.

CONDUZIONE DI CORRENTE ELETTRICA DAL CERVELLO A TUTTO IL CORPO UMANO

Il sistema deputato alla trasmissione degli impulsi elettrici lungo tutto il corpo è il sistema nervoso.

Il  suo ruolo principale è quello di controllo e organizzazione dell’intero organismo. Esso è un apparato molto complesso che elabora informazioni provenienti sia dal corpo sia dall’ambiente circostante, modulando di continuo tutte le funzioni vitali.

Il sistema nervoso è composto da due tipi di cellule:

-        le fibre nervose o neuroni;

-        le cellule gliali o glia;

Il neurone è l’unità anatomica e funzionale del sistema nervoso. Esso, a seconda del suo collocamento, svolge funzioni diverse, come la raccolta di informazioni e la trasformazione in impulsi elettrici (recettori neuronali), trasmissione di tali impulsi ai centri di elaborazione (neuroni afferenti), elaborazione delle informazioni e produzione di risposte sotto forma di impulsi elettrici (interneuroni), trasporto delle risposte dai centri di elaborazione a tutto l’organismo (neuroni efferenti). Ogni neurone ha una propria reazione agli stimoli ed è indipendente dagli altri neuroni.

I neuroni sono costituiti da un corpo centrale più voluminoso detto soma, in cui è racchiuso il nucleo. Tale corpo centrale è seguito da un lungo prolungamento che costituisce la fibra nervosa ed è altrimenti detto assone o neurite. Esso è destinato alla trasmissione del segnale elettrico in direzione centrifuga; l’assone è caratterizzato anche dalla presenza di piccoli prolungamenti detti dendriti che svolgono la funzione di comunicazione intercellulare. Fasci di neuriti formano le fibre nervose che si dividono in fibre mieliniche, nel quale gli assoni sono ricoperti da mielina che ha il compito di isolarli dall’ambiente esterno e di accelerare la trasmissione degli impulsi nervosi,

e di fibre amieliniche, nelle quali gli assoni non sono avvolti dalla membrana ma sono separati tra di loro solo dalle ciglia gliali.

I nervi sono associazioni di fibre nervose di diverso diametro e di diversa tipologia., allineate longitudinalmente e coperte da un membrana (nevrilemma).

Le cellule eccitabili reagiscono agli stimoli variando le proprietà  di permeabilità della membrana. Questa variazione si propaga nei neuroni sottoforma di  segnale elettrico, più precisamente come differenza di concentrazione ionica che genera un differenza di potenziale ∆V. Normalmente la differenza di potenziale presente all’interno di una cellula nervosa è di – 70mV, ed è detto potenziale di riposo. Il potenziale d’azione invece è la risposta della fibra allo stimolo che supera la soglia. Il potenziale d’azione si propaga lungo tutta la membrana grazie all’impiego di energia prodotta dall’attività metabolica della cellula stessa. Questa capacità di propagazione è detta conducibilità della cellula. La velocità di propagazione del potenziale d’azione dipende anche dal diametro del neurone e dalla resistenza R dei liquidi intra ed extra cellulari. La propagazione del potenziale d’azione lascia dietro di sé una zona in cui i canali restano inattivati. Tale periodo in cui un nuovo stimolo elettrico sarebbe inefficace è detto periodo di refrattarietà assoluta e di refrattarietà relativa. La frequenza massima dei potenziali d’azione che una fibra può condurre è di 250 impulsi al secondo.

La depolarizzazione di una zona della membrana comporta l’apertura localizzata di alcuni canali Na+ che produce un potenziale d’azione circoscritto: la differenza di potenziale passa da -70mV a +35mV e la corrente diretta verso l’interno della cellula fluisce lungo l’assone depolarizzando le cellule adiacenti. Dopo il periodo di refrattarietà la ripolarizzazione della membrana rende nuovamente il neurone sensibile agli stimoli. Poiché tali variazioni avvengono in tempi molto brevi (pochi millesimi di secondo) per monitorare tali variazioni è necessario utilizzare strumenti molto sensibili come l’oscilloscopio a raggi catodici: due elettrodi sono sistemati all’interno e all’esterno del neurone in cui fluisce la corrente elettrica.

La zona di contatto tra due neuroni o un neurone ed una cellula bersaglio è detta sinapsi, che in base alla tipologia di informazione che esse trasmettono si distinguono in sinapsi elettriche o chimiche.

Il sistema nervoso viene generalmente distinto in due parti: sistema nervoso centrale SNC e sistema nervoso periferico SNP

SISTEMA NERVOSO CENTRALE

Il sistema nervoso centrale è costituito dall’encefalo e dal midollo spinale; esso ha il compito di tradurre i segnali provenienti sia dall’esterno che dall’interno del corpo e di elaborare risposte adeguate ad ogni stimolo; mentre il sistema nervoso periferico è costituito dai nervi cranici, nervi spinali,  nervi sensitivi e nervi  motori.

I nervi sensitivi sono quelli che attraverso le vie afferenti trasmettono le informazioni al SNC mentre i nervi motori sono quelli che attraverso le vie nervose efferenti trasmettono il segnale dal SNC alla periferia controllando ghiandole, organi e muscoli.

L’encefalo è racchiuso nella scatola cranica ed è rivestito da tre strati di tessuto connettivo dette meningi. A sua volta è costituito da cervello, diencefalo, cervelletto e tronco encefalico.

Il cervello costituisce la parte più voluminosa dell’encefalo e contiene miliardi di neuroni e cellule gliali. Inoltre è immerso nel liquor, che svolge una funzione di protezione meccanica, ed è parte essenziale della barriera ematoencefalica che ha il compito di proteggere il cervello da sostanze nocive in eccesso nel sangue. Il cervello è diviso in due emisferi separati da un solco chiamato chiusura interemisferica e uniti alle estremità da alcune fibre che costituiscono il corpo calloso che favorisce la cooperazione tra i due emisferi consentendo lo scambio di informazioni. Inoltre ciascun emisfero è suddiviso ancora in quattro lobi: frontale, parietale, temporale e occipitale.

La parte superiore degli emisferi è detta corteccia cerebrale che forma la sostanza grigia (colorazione dovuta all’assenza di mielina). Al di sotto d essa si trova la materia bianca, caratterizzata dalla presenza di neuriti mielinici. La corteccia è caratterizzata da solchi e sporgenze dette circonvoluzioni. La corteccia assolve a numerosi compiti ed è pertanto divisa in aree:

-        aree sensoriali: punto di arrivo delle informazioni sensitive;




-        aree motorie: punto di partenza delle fibre che controllano i muscoli somatici;

-        aree di associazione: coordinano l’operato delle altre aree.

I nervi che partono dall’area motoria raggiungono direttamente il midollo allungato e il midollo spinale, dando vita alla via nervosa piramidale, che ha il compito di inviare impulsi nervosi ai muscoli volontari. La via nervosa extrapiramidale invece è composta da tutte le altre fibre che partono da aree motorie secondarie e raggiungono il midollo dopo aver transitato per diverse altre strutture nervose. Le cellule nervose di entrambe le vie, dopo essere giunte al midollo, si collegano con le fibre che costituiscono la parte motrice dei nervi spinali.

Altre due importanti strutture del cervello sono:
- i gangli della base: strutture subcorticali che rappresentano importanti vie di passaggio della via nervosa extrapiramidale;
- sistema limbico: costituito da gruppi di strutture collegate che giocano un ruolo importante nell’attività di controllo delle risposte emotive, dell’apprendimento e della memorizzazione.

Il diencefalo è quella regione posta alla base dell’encefalo comprendente il talamo e l’ipotalamo.

Il talamo è il centro di raccolta di tutti i dati sensoriali (olfatto escluso); esso costituisce anche un’importante punto di collegamento con la corteccia cerebrale ed inoltre gioca un ruolo essenziale nelle emozioni: è infatti la parte dell’encefalo che provoca il pianto o il riso.

L’ipotalamo, nonostante le sue dimensioni molto ridotte, è responsabile di importantissime funzioni viscerali come la regolazione delle sensazioni, il controllo della temperatura corporea, degli stati emotivi e della sessualità. L’ipotalamo esercita anche il controllo sull’ipofisi, ghiandola endocrina responsabile del rilascio di numerosi ormoni.


Il cervelletto ha dimensioni molto ridotte rispetto all’encefalo (quasi 1/10) ed è situato nella zona postero-inferiore dell’encefalo stesso. Anche esso è suddiviso in emisferi e ricoperto da un corteccia detta cerebellare ricca di fitte circonvoluzioni. L’attività principale del cervelletto è quella della coordinazione dei movimenti e della regolazione della postura, assicurando l’equilibrio mediante il coordinamento degli impulsi giunti dall’apparato vestibolare e visivo. Esso dunque gioca un  ruolo importante nel movimento in quanto è la sede della  dei movimenti e permette maggior velocità di esecuzione, maggior precisione e il minor sforzo possibile.

La struttura che mette in relazione l’encefalo con il midollo spinale è il tronco encefalico. Esso è costituito da tre componenti fondamentali: midollo allungato, ponte di Varolio, mesencefalo.

Nel midollo allungato avviene la decussazione delle fibre nervose che provengono dai due emisferi del cervello: si verifica per tanto che l’emisfero destro è la sede di controllo della parte sinistra del nostro corpo, mentre l’emisfero sinistro controlla la parte destra. Esso è inoltre responsabile di altre funzioni vitali quali il controllo del ritmo veglia-sonno, della respirazione, della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna.

Il ponte di Varolio invece è una struttura anatomica che funge da collegamento tra il cervelletto ed il midollo allungato  ed è attraversato da un fitta rete di vie nervose piramidali .

Anche il mesencefalo è una struttura di collegamento che mette però in relazione il ponte e il cervelletto con il diencefalo. Esso è un importante centro ottico e acustico che provvede a regolare attività automatiche. Esso è responsabile anche dell’attenzione a causa della presenza della formazione reticolare, ossia una struttura formata da diversi neuroni raggruppati in piccoli nuclei.

Il midollo spinale è lungo circa 45 cm ed è situato nella colonna vertebrale. Esso è suddiviso in 31 segmenti detti metameri da ognuno dei quali fuoriescono due coppie di radici nervose: quella posteriore sensitiva e quella anteriore motoria. Al contrario di quanto avviene nell’encefalo, la sostanza bianca si trova all’esterno e quella grigia all’interno.

La sostanza bianca è costituita da fibre mieliniche che conducono lo stimolo nei vari segmenti formando delle sinapsi con i neuroni sensoriali e con i neuroni spinali motori. Le fibre della sostanza bianca collegano i veri livelli del midollo, mentre le fibre lunghe che arrivano all’encefalo o giungono da esso sono dette vie lunghe ascendenti o discendenti.

La sostanza grigia è composta da quattro estremità dette corna ed ha la classica forma di una “H”. Attraverso le corna posteriori, le vie sensitive trasmettono impulsi sensoriali all’encefalo, mentre dalle corna anteriori partono i messaggi motori dell’encefalo destinati ai muscoli scheletrici.

SISTEMA NERVOSO PERIFERICO

È costituito dai nervi che mettono in collegamento il SNC con tutti gli organi del corpo. Le fibre nervose che compongono il SNP si dividono in nervi motori e nervi sensoriali in relazione al fatto che essi siano collegate con i neuroni dei centri motori o con le cellule degli organi di senso.

Il SNP si divide fondamentalmente in sistema nervoso somatico e sistema nervoso neurovegetativo.

Il sistema nervoso somatico agisce sull’attività dei muscoli scheletrici, volontari, ed è costituito da nervi encefalici (12 paia) e nervi spinali (31 paia).

Il sistema nervoso neurovegetativo è regolato dall’ipotalamo e governa la regolazione delle funzioni neurovegetative. Esso è formato da tre parti distinte:

-        il simpatico ha una funzione eccitatoria e prepara l’organismo a situazioni di stress o comunque di maggior dispendio energetico;

-        il parasimpatico invece produce sulle funzioni involontarie l’effetto opposto, ossia le inibisce.

-        Il sistema nervoso enterico è costituito da fibre che innervano tutto il tratto gastrointestinale, il pancreas e la cistifellea regolando le varie fasi della digestione.

I RAPPORTI DELLA LETTERATURA CON LA SCHIZOFRENIA

Un’opinione molto diffusa è quella di associare lo sdoppiamento della personalità con la schizofrenia. In realtà questa associazione non è una descrizione accurata della patologia, in quanto il disturbo di dissociazione dell’identità (DID) è un disturbo completamente diverso e molto più raro del disturbo schizofrenico.

Difatti nel Disturbo dissociativo d’identità il malato manifesta almeno due distinte identità o stati di personalità del tutto indipendenti, ciascuno con la propria maniera di relazionarsi e confrontarsi nei confronti di sé stesso e dell’ambiente.

Essi si manifestano ricorrentemente assumendo il totale controllo della persona e nella gran parte degli episodi una delle due personalità non ha memoria dell’altra. Ciascuna identità è tuttavia consapevole di avere delle lacune nel sistema della memoria. Solitamente le varie personalità presentano caratteri completamente contrastanti tra di loro. Tale disturbo ha origine nel periodo infantile ma la sua diagnosi avviene in età adolescente. Tra tutti i disturbi dissociativi esso è il più pervasivo e presenta caratteri di cronicità precludendo ogni possibilità di un totale recupero. Tale disturbo è anche conosciuto con il termine “disturbo della personalità multipla

This theme of the double is a constant for the writers that lived and acted in the Victorian period, in particular in those who lived in the second half of that age. The double is a synonymous for the hypocrisy of their own time.

The emblem of this theme could be doubtless considered Robert Louis Stevenson’s masterpiece: “The strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”.

This does not concern only the way in which a person is made up of contrasting emotions and desires (some good and some evil), but also the hypocritical way in which Victorian society judged people.

The protagonist of the novel is Dr. Henry Jekyll, a self made man who has a double nature: a good and honest soul and an evil one. In his society everybody is judged from his behaviour so he has always concealed his evil part but suddenly he decided to split up his two beings. Henry Jekyll is a scientist so, mixing different chemical elements, he creates a potion that releases his evil side: Mr. Hyde.

Mr Hyde, as his name suggests, is the personification of Dr Jekyll’s hidden personality that he had repressed for a long time.

The poison changes radically Jekyll’s body dividing Henry Jekyll and Edward Hyde into two completely different beings, so now Dr. Jekyll can do any sort of crime without being discovered.

Jekyll has lived a virtuous life, he was an handsome man, his hands  were white, and his body was more harmoniously proportioned then Hyde’s; in stead Edward Hyde was pale and dwarfish, his hands were dark and hairy and he looked deformed.

Though the evil side of Jekyll’s nature is initially less developed because most of his life has been devoted to “effort, virtue and control” as Hyde plunges into “the sea of liberty”, he begins seriously to erode his good twin. The smaller Hyde begins to grow in stature and the original balance of good and evil in Jekyll's nature is threatened with being permanently overthrown. Stevenson drew the inspiration for the description of Hyde from Darwin’s studies of man’s kinship to the animal world. Hyde’s small stature indicates that his body is not exercised. Hyde may be both the primitive, the evolutionary forerunner of civilized man and the symbol of repressed psychological drives.

The hypocrisy of Victorian age is well represented by Stevenson also in the description of Jekyll’s house. In fact the house had a double facade: the front of the house, used by the doctor, was well kept and respectable; while the rear, used by Mr. Hyde, was  part of a sinister block of houses. Most scenes in the novel take place at night: there is no natural daylight, but only the artificial lighting of Jekyll’s house and of the nightmarish street lamps. The bleakness of this setting is reflected in the characters who inhabit it; there are no women, no wives and the only ties between people are professional ones. The men, the characters of the story – Mr Utterson, Mr Enfield an Dr Jekyll -  are all bachelors and belong to the same respectable world: one is a lawyer and two are doctors, so the story reflects the male patriarchal world of Victorianism.

FONDAMENTI FILOSOFICI ALLA BASE DELLE TENDENZE LETTERARIE CHE TRATTANO IL TEMA DELLA DOPPIA PERSONALITA’

Il termine ''Dissociazione'' è principalmente usato all'interno del paradigma psichiatrico e designa la distorsione, la limitazione o la perdita dei normali nessi associativi con conseguente incongruenza tra idea e idea, tra idee e risonanza emotiva, tra contenuto di pensiero e comportamento, dove è leggibile una separazione e nel contempo un allacciamento arbitrario tra i diversi elementi della vita psichica.
Il termine ''Scissione'' è invece usato all'interno del paradigma psicoanalitico: con tale termine si intende una separazione di rappresentazioni psicologiche in base alle loro qualità opposte. Sono chiamate in causa principalmente le rappresentazioni   delle esperienze che fanno parte del Sé e dell'oggetto. Il processo che si ipotizza portare alla scissione è attribuito all'Io e si incontra a livello evolutivo, adattativo e patologico.
Si ritiene che la scissione abbia un ruolo importante nello svolgimento fisiologico della vita mentale, contribuendo all'organizzazione psichica. In quanto processo adattativo, la scissione contribuisce alla salvaguardia dell'organizzazione psichica (meccanismi di difesa) e promuove la crescita e il cambiamento.


Il primo studioso che arrivò a concludere che tra psiche e coscienza non vi è unità fu il medico austriaco Sigmund Freud a seguito dei suoi studi relativi all’isteria compiuti in associazione con Jean-Martin Charcot e Josef Breuer.

Prima degli studi di Freud comunemente si riteneva che la coscienza si identificasse con la psiche. Il medico austriaco invece affermò che l’inconscio non costituisce il limite inferiore del conscio, ma la realtà abissale di cui il conscio è solo la manifestazione concreta e visibile.

Freud divide l’inconscio in due zone. La prima, detta preconscio, comprende l’insieme di tutti i ricordi che, sebbene momentaneamente inconsci, con uno sforzo di attenzione possono divenire consci. La seconda zona, quella del rimosso, invece è costituita da quegli elementi psichici stabilmente inconsci, e mantenuti tali da una forza detta “rimozione” che può essere eliminata solo mediante apposite tecniche.

Inizialmente Freud pensò di poter superare la rimozione con la tecnica dell’ipnosi, ma data l’inefficacia di questo metodo dovette elaborarne un altro: nasce così il metodo delle associazioni libere. Questo metodo mira a rilassare il paziente e metterlo in grado di abbandonarsi al corso dei propri pensieri, cercando di cogliere dei nessi tra le varie parole pronunciate dal malato e il materiale rimosso che si vuole portare alla luce. Questo metodo essendo legato soprattutto allo sforzo che il paziente riesce a fare, presenta notevoli difficoltà. Per tanto è necessario che ogni esperienza venga messa al servizio della cura psicanalitica: Freud perciò teorizzò il metodo del transfert o traslazione. Il transfert consiste nel trasferimento nel medico di stati d’animo contrastanti provati dal paziente durante l’infanzia nei confronti delle figure genitoriali.



Appurato che l’Io non è un’unità semplice riportabile esclusivamente alla coscienza, Freud poté affermare che la psiche umana è costituita da un certo numero di sistemi dotati di funzioni diverse. Freud elabora una seconda topica che divide la psiche in tre istanze: l’Es, l’Io ed il Super-io

L’Es è il centro della personalità ossia la forza caotica che costituisce la matrice della nostra psiche. L’Es obbedisce soltanto al principio del piacere.

Il Super-io è quello che comunemente viene identificato come coscienza morale, ossia l’insieme di tutte le proibizioni che sono state apprese dall’uomo sin dai primi anni della sua infanzia.

La terza componente, quella dell’Io, è l’istanza che ha il compito di equilibrare le pressioni disparate che provengono dall’Es e dal Super-io. Quando l’Io riesce bene a padroneggiare la situazione e a trovare il giusto equilibrio tra le parti, l’individuo si definisce normale. Se invece l’Es riuscisse a prendere il sopravvento e sopraffare il Super-io troppo debole, l’Io sarebbe condotto a comportamenti asociali o proibiti; al contrario se è il Super-io la componente più forte, esso può provocare la rimozione o altri processi di chiusura e di difesa: le istanze dell’Es divenute inconsce si manifestano sottoforma di nevrosi.


            Nel 1892 lo psicologo francese Alfred Binet scriverà “Les altérations de la personnalité” nel quale esplicherà la sua teoria secondo cui nell’uomo coesistono più personalità, ignote a lui stesso, che possono emergere inaspettatamente. Egli affermerà che “da quella rassegna di meravigliosi esperimenti psicofisiologici, si argomenta che la presunta unità del nostro io non è altro in fondo che un aggregamento temporaneo scindibile e modificabile di vari stati di coscienza più o meno chiari. La nostra personalità si modifica col tempo: la personalità, infatti, non  è  una entità fissa, permanente e immutabile; è una sintesi di fenomeni che varia cogli elementi che la compongono e che è in via di continua e incessante trasformazione. Nel corso di una esistenza anche normale si  succedono numerose personalità distinte: ed è solo per artificio che noi le riuniamo in una sola, perchè in realtà, a vent'anni di distanza, noi non abbiamo più lo stesso modo di sentire e di giudicare. Ciascuno di noi non è uno, ma contiene numerose persone che non hanno tutte lo stesso valore. In una stessa persona diversi fatti di coscienza possono vivere separatamente senza confondersi, e dare luogo all' esistenza simultanea di diverse coscienze e anche, in certi casi, di diverse personalità”

Gli studi dello psicologo francese influenzarono l’attività letteraria di Luigi Pirandello, scrittore siciliano vissuto tra il 1867 e il 1936.

Una delle caratteristiche fondamentali della sua poetica è quella del “vitalismo”, secondo cui la realtà è un eterno divenire, un perpetuo movimento del reale. Secondo Pirandello noi uomini facciamo indistintamente parte di questo eterno movimento, ma abbiamo la tendenza a circoscrivere la nostra  personalità in forme individuali, a cristallizzarci in una realtà definita che noi stessi ci attribuiamo autonomamente, definita come personalità coerente e unitaria. Tuttavia non siamo solo noi stessi che circoscriviamo la nostra figura all’interno di un’unica forma coerente ma anche chi ci sta intorno e ci osserva dall’esterno ci oggettiva in determinate forme. Ovviamente ogni individuo ci osserva secondo un proprio punto di vista, per tanto un individuo non assume più una sola forma – quella che si era dato autonomamente – ma diventa tanti individui, racchiusi all’interno di una stessa persona. Pirandello definisce ciascuna di queste forme come “maschere”: al di sotto di tali maschere non vi è un unico individuo distinto ma bensì un fluire indistinto e incoerente di personalità in perenne trasformazione. Avendo preso coscienza di questa inconsistenza dell’io, i personaggi pirandelliani sono pervasi da un sentimento di smarrimento e di dolore. L’aver avvertito di non essere più “UNO” distinto e ben definito,  ma addirittura di essere “NESSUNO”, provoca un sentimento di orrore e sgomento, e inoltre genera un senso di solitudine, che scaturisce dal fatto che l’individuo si sente fissato dagli altri in forme che egli stesso non riconosce; l’individuo si sente continuamente sotto esame dall’esterno, oppresso dalle forme e dalle maschere che gli sono state imposte, che vengono viste come delle vere e proprie trappole dalle quali bisogna liberarsi lottando.

Il tema dell’indebolimento e dello sfaldamento dell’io traspare limpidamente dal romanzo “Uno, Nessuno e Centomila”. Il protagonista scopre che l’immagine che egli si è costruito non coincide con quella che gli altri si sono fatti di lui. Questa presa di coscienza sconvolge totalmente la sua vita e induce il protagonista, Vitangelo Moscarda a compiere azioni del tutto strane e incoerenti pur di liberarsi dalla prigionia delle forme in cui gli altri lo hanno rinchiuso: alla fine della vicenda scoprirà di non essere nessuno, e questo gli procurerà un’altra forma di orrore che genererà un senso di angosciosa solitudine. La vicenda prende le mosse da un episodio apparentemente insignificante: la moglie del protagonista gli fa notare che il suo naso pende un po’ da una parte. Questo episodio farà crollare le certezze che il protagonista si era costruito constatando che l’immagine che aveva di sé stesso non coincide con quella che gli altri si sono fatti di lui. La sua agiata condizione economica assicuratagli dall’attività di usuraio di suo padre gli permetteva di condurre la sua esistenza da perfetto inetto, senza neanche occuparsi dell’amministrazione della banca paterna. Dopo aver preso coscienza delle forme che gli altri hanno attribuito, soprattutto quello di bieco usuraio, egli si propone di distruggere tutte le immagini che gli altri si sono fatti di lui, attraverso gesti incomprensibili, bizzarri ed imprevedibili, insomma delle vere e proprie pazzie. La prima immagine che vuole distruggere è quella di usuraio, rivelando il conflitto con la figura del padre, che assume il ruolo di antagonista. L’obiettivo che Moscarda tenta di raggiungere è quello di distruggere le identità che la società gli ha impostato e non ha l’ambizione di edificare una nuova identità (come invece aveva tentato di fare Mattia Pascal, protagonista del romanzo “IL fu Mattia Pascal”).

La prima delle  pazzie compiute dal protagonista è quella di sfrattare uno squilibrato, Marco Di Dio, dalla catapecchia che gli era stata concessa dal padre, ma successivamente smorza le reazioni indignate della folla per il gesto compiuto rivelando di aver concesso allo sfrattato un’altra casa più ospitale. Il successivo gesto imprevedibile è quello di liquidare la banca paterna e di indurre la moglie Dida, dopo averla maltrattata, a troncare la loro relazione; dopo che Anna Rosa, amica della sua ormai ex-moglie, lo avverte del fatto che i due amministratori della banca, sua moglie e suo padre vogliono farlo interdire, Moscarda le rivela tutte le considerazione che egli ha effettuato sull’inconsistenza dell’individuo e sulle maschere che la società impone, e queste teorie affascinano la donna al punto che ella comincia ad avvertire dei disturbi nel suo equilibrio psichico: è questa la causa che spinge la donna a ferire Moscarda con un colpo di pistola. Questo sarà un episodio chiave per l’esistenza del protagonista poiché l’opinione pubblica lo riterrà colpevole di aver compiuto adulterio con Anna Rosa. Per tanto su consiglio di un sacerdote Vitangelo Moscarda riconosce tutte le colpe che gli sono state attribuite e dona tutti i suoi averi per finanziare la costruzione di un ospizio di mendicità dove egli stesso viene ricoverato.

Anche Moscarda alla fine rimane sconfitto dal ferreo sistema della convenzioni che la società gli ha imposto. È costretto ad accettare l’ennesima forma che la società gli ha imposto, cioè quella dell’adultero e per questo motivo è costretto a scontare una pena gravosa e del tutto immeritata. Tuttavia nell’apparente sconfitta vi è un trionfo in quanto se la consapevolezza di non essere “nessuno” gli dava un senso di orrore e solitudine, ora accetta di buon grado di alienarsi totalmente da sé stesso, rifiuta la sua identità, addirittura il suo nome e si immerge nel fluire della vita morendo in ogni istante e rinascendo ogni volta sempre senza ricordi impressi nella mente identificandosi in tutti gli oggetti che lo circondano.

“Uno, Nessuno e Centomila” propone un messaggio che vuol essere positivo, vuol essere una valida alternativa alle finzioni della commedia sociale.


Bibliografia e sitografia essenziale:

Manuale Merck Patologia generale e Nutrizione – MSD Italia

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Atlante di Fisiologia Umana – Giunti 2007

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