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Giacomo leopardi - e il rapporto con la natura




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GIACOMO LEOPARDI - E IL RAPPORTO CON LA NATURA



Giacomo Leopardi (Recanati, 1798- Napoli, 1837)

Tutta l’opera Leopardiana si fonda su un sistema di idee continuamente meditate e sviluppate il cui processo si può seguire attraverso le migliaia di pagine dello Zibaldone, una sorta di diario intellettuale a cui Leopardi affida appunti, riflessioni filosofiche, letterarie, linguistiche. Al centro della meditazione di Leopardi si pone subito un motivo pessimistico, l’infelicità dell’uomo; mostra una tendenza intimistica, volta a scrutare l’interiorità dell’individuo, avverte la necessità di affrontare i problemi legati alla condizione della vita umana.

L’uomo aspira ad un piacere infinito: ma nessuno dei piaceri esistenti può soddisfare la sua volontà; nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua, un vuoto nell’anima. Da questo nasce la sua infelicità, il senso della nullità di tutte le cose.

Si chiude in una desolata meditazione di fronte alla realtà, senza riuscire a trovare nessuna via d’uscita al senso doloroso della vita: ogni tentativo di ribellione è vano, l’uomo è destinato a soccombere di fronte al suo destino di infelicità.

Ma la natura, che in questa prima fase è concepita come madre benigna e provvidenziale, ha voluto offrire un rimedio all’uomo: l’immaginazione e le illusioni, grazie alle quali ha velato gli occhi dell’uomo di fronte alle sue effettive condizioni.

Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha però allontanato l’uomo da questa condizione privilegiata, mettendo sotto i suoi occhi la verità, e lo ha reso infelice. Gli antichi, nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche, la loro vita era più attiva e intensa. Ma la ragione ha generato viltà, meschinità, corruzione dei costumi.

Leopardi da un giudizio molto duro sulla civiltà dei suoi anni, dominata dall’inerzia e dal tedio. È questa la fase del pessimismo storico: la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità.

Leopardi si rende però conto che la natura mira alla conservazione della specie e per questo è capace di sacrificare il bene del singolo e generare quindi sofferenza. È la natura ad aver messo nell’uomo il desiderio di felicità infinita, senza dargli i mezzi per poterlo soddisfare. La natura è vista ora come un meccanismo cieco, crudele, responsabile dell’infelicità umana (dovuta quindi a mali esterni, come malattie, elementi atmosferici, vecchiaia, morte).

Tutti gli uomini, indipendentemente  dalla forma di governo in cui vivono, sono necessariamente infelici: subentra a questo punto il pessimismo cosmico. Se l’infelicità è un dato di natura, vane sono la protesta e la lotta, non resta che una contemplazione della verità, lucida, disperata e rassegnata.

La morte diventa quindi l'unico mezzo liberatore dagli affanni terreni.

Alla luna

L’idillio è composto a Recanati nel 1820, in occasione dell’anniversario della crisi sofferta dal poeta nel ’19, anno della tentata fuga dalla casa paterna.

Poesia dal ricordo, dunque, rappresentazione di uno stato d’animo, uno stato di dolce malinconia, rivissuto nello stesso luogo dell’anno precedente: il monte Tabor. Egli torna a contemplare la luna, che splende nel silenzio della notte. Come allora, avverte all’interno del suo animo la tristezza e i suoi occhi sono velati da lacrime. Ma lo spettacolo notturno è così sereno, che il ricordo del passato dà un po’ di pace al suo cuore.

Si rivolge alla luna come ad una persona cara, una tenera confidente, sua compagna di solitudine. Questo elemento naturale sarà un motivo ricorrente nella sua produzione poetica: alla vigilia della sua morte, nel ’36 il suo ultimo canto sarà Il tramonto della luna.

Viene pubblicato per la prima volta col titolo “La ricordanza”, nel 1825.

“Non c’è solo il noverar l’età del suo dolore, il ricordare, che gli è caro, e gli asciuga la lacrima e lo fa sorridere. È ancora quel sentirsi giovane, disposto all’affetto, alla tenerezza, e parlare alla luna e farle le sue confidenze.” (De Sanctis)

Nella vita del Leopardi dei “Piccoli idilli” un istante di gioia infinita o di immenso dolore giovanile sono fonte di pacati e dolci ricordi, che aiutano a sopravvivere nel mondo delle illusioni; questa raccolta di componimenti scritti tra il 1819 e il 1821, presenta tematiche intime e autobiografiche e un linguaggio colloquiale e di limpida semplicità.




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O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva

siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
 nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri! 

Il chiarore lunare è fissità, bellezza struggente della natura, poiché in piena notte ridona alla terra la suggestione della luce . Il giovane Leopardi, attento osservatore di queste atmosfere, non può che esserne estasiato, intenerito fino alle lacrime. La notte infatti, con la sua  quiete, rasserenante e fascinosa, pare invitare ad un dialogo intimo con la Natura, pare suggerire un rapporto di pienezza tra l'uomo e le cose altrimenti negato; un’attesa, seppur vaga e indistinta, di possibile futura felicità.

L’idillio può essere diviso in due parti principali (vv. 1-10; vv. 10-16). La prima è a sua volta divisa in due sezioni: la prima (vv.1-5) riguardante lo spazio, la seconda (vv.5-10), riguardante il tempo.

·       Vv. 1-5 à equilibrio spaziale: è presente uno spazio finito, rappresentato dal colle, dalla selva, e uno spazio infinito, rappresentato dalla luna.

·       Vv 6-10 à equilibrio temporale: il momento presente mette in moto il passato; non c’è frattura, tra i due momenti, è passato un anno ma non è cambiato nulla, il dolore è sempre lo stesso.

·       Vv 10-16 à la ricordanza: il rimembrar il passato e l’età del dolore giova, è dolce ricordare nella gioventù le cose passate anche quando sono tristi e la loro tristezza non si è ancora spenta ma continua nel presente anche quando il cammino nella vita futura è ancora lungo e pieno di speranza.

Numerosi gli enjambements utilizzati dall’autore, che conferiscono una grande musicalità al componimento e un ritmo fluido. Essi mettono in posizione di rilievo, all’inizio o alla fine del brano, le parole chiavi del brano: rammento, colle, selva,  ricordanza, tempo giovanil. Il lessico è pervaso da termini che esprimono la pace che il poeta assapora perdendosi nel passato. Ricorrenti i verbi di memoria

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